Le avventure di Pinocchio, capitolo xxvii. La battaglia sulla spiaggia.
Riassunto: Capitolo XXVII
Sulla spiaggia non c'è nessun Pesce-cane: il mare è liscio come uno specchio. Era uno scherzo per fargli saltare la scuola, perché i compagni non sopportano che lui studi e faccia fare brutta figura agli altri. Volano parole, poi pugni, poi libri. Un grosso Trattato di Aritmetica, lanciato contro Pinocchio, colpisce invece il compagno Eugenio, che cade a terra svenuto. Tutti scappano. Pinocchio resta ad assisterlo e arrivano due carabinieri, che lo arrestano. Lui riesce a fuggire verso il mare, con un grosso can mastino alle calcagna.
Sulla spiaggia il mare è liscio come uno specchio, e del Pesce-cane nemmeno l'ombra. I compagni ridono: era uno scherzo per fargli perdere la lezione, perché lui studia troppo e li fa sfigurare. Pinocchio risponde a tono e la lite diventa battaglia. Volano pugni, calci e poi i libri: sillabari, grammatiche, il Giannettino, il Minuzzolo. Pinocchio schiva, i libri finiscono in mare e i pesci accorrono a mordere qualche pagina. Un ragazzo lancia il pesante Trattato di aritmetica, che invece di colpire il burattino prende in testa il compagno Eugenio. Il ragazzo cade bianco come un panno lavato. Gli altri scappano. Pinocchio resta, lo bagna con il fazzoletto, lo chiama, piange. Arrivano due carabinieri, che lo accusano e lo arrestano nonostante le sue proteste. Mentre lo portano via, il vento gli porta via il berretto, e lui scappa verso il mare. I carabinieri gli lanciano dietro il mastino Alidoro.
Da ricordare
Ancora una volta il burattino paga per una colpa non sua, ma solo in parte: ha marinato la scuola. Nota come la generosità verso Eugenio gli costi l'arresto.
Personaggi
- Pinocchio
- i compagni
- Eugenio
- i carabinieri
- il can mastino
Testo del capitolo XXVII
Gran combattimento fra Pinocchio e i suoi compagni: uno de’ quali essendo rimasto ferito, Pinocchio viene arrestato dai carabinieri.
Giunto che fu sulla spiaggia, Pinocchio dètte subito una grande occhiata sul mare; ma non vide nessun Pesce-cane. Il mare era tutto liscio come un gran cristallo da specchio.
— O il Pesce-cane dov’è? — domandò, voltandosi ai compagni.
— Sarà andato a far colazione — rispose uno di loro, ridendo.
— O si sarà buttato sul letto per far un sonnellino — soggiunse un altro, ridendo più forte che mai.
Da quelle risposte sconclusionate e da quelle risatacce grulle, Pinocchio capì che i suoi compagni gli avevano fatto una brutta celia, dandogli ad intendere una cosa che non era vera; e pigliandosela a male, disse a loro con voce di bizza:
— E ora? che sugo ci avete trovato a darmi ad intendere la storiella del Pesce-cane?
— Il sugo c’è sicuro!… — risposero in coro quei monelli.
— E sarebbe?
— Quello di farti perdere la scuola e di farti venire con noi. Non ti vergogni a mostrarti tutti i giorni così preciso e così diligente alla lezione? Non ti vergogni a studiar tanto, come fai?
— E se io studio, che cosa ve ne importa?
— A noi ce ne importa moltissimo, perchè ci costringi a fare una brutta figura col maestro…
— Perchè?
— Perchè gli scolari che studiano fanno sempre scomparire quelli, come noi, che non hanno voglia di studiare. E noi non vogliamo scomparire! Anche noi abbiamo il nostro amor proprio!…
— E allora che cosa devo fare per contentarvi?
— Devi prendere a noia, anche tu, la scuola, la lezione e il maestro, che sono i nostri tre grandi nemici.
— E se io volessi seguitare a studiare?
— Noi non ti guarderemo più in faccia, e alla prima occasione ce la pagherai.
— In verità mi fate quasi ridere — disse il burattino con una scrollatina di capo.
— Ehi, Pinocchio! — gridò allora il più grande di quei ragazzi andandogli sul viso. — Non venir qui a fare lo smargiasso: non venir qui a far tanto il galletto!… perchè se tu non hai paura di noi, neanche noi abbiamo paura di te! Ricordati che tu sei solo e noi siamo in sette.
— Sette come i peccati mortali, — disse Pinocchio con una gran risata.
— Avete sentito? Ci ha insultati tutti! Ci ha chiamati col nome di peccati mortali!…
— Pinocchio! chiedici scusa dell’offesa… e se no, guai a te!…
— Cucù! — fece il burattino, battendosi coll’indice sulla punta del naso, in segno di canzonatura.
— Pinocchio! la finisce male!…
— Cucù!
— Ne toccherai quanto un somaro!…
— Cucù!
— Ritornerai a casa col naso rotto!…
— Cucù!
— Ora il Cucù te lo darò io! — gridò il più ardito di quei monelli. — Prendi intanto quest’acconto, e serbalo per la cena di stasera. —
E nel dir così gli appiccicò un pugno nel capo.
Ma fu, come si suol dire, botta e risposta; perchè il burattino, com’era da aspettarselo, rispose subito con un altro pugno: e lì, da un momento all’altro, il combattimento diventò generale e accanito.
Pinocchio, sebbene fosse solo, si difendeva come un eroe. Con quei suoi piedi di legno durissimo lavorava così bene, da tener sempre i suoi nemici a rispettosa distanza. Dove i suoi piedi potevano arrivare e toccare, ci lasciavano sempre un livido per ricordo.
Allora i ragazzi indispettiti di non potersi misurare col burattino a corpo a corpo, pensarono bene di metter mano ai proiettili; e sciolti i fagotti de’ loro libri di scuola, cominciarono a scagliare contro di lui i Sillabari, le Grammatiche, i Giannettini, i Minuzzoli, i Racconti del Thouar, il Pulcino della Baccini e altri libri scolastici: ma il burattino, che era d’occhio svelto e ammalizzito, faceva sempre civetta a tempo, sicchè i volumi, passandogli di sopra al capo, andavano tutti a cascare nel mare.
Figuratevi i pesci! I pesci, credendo che quei libri fossero roba da mangiare, correvano a frotte a fior d’acqua; ma dopo avere abboccata qualche pagina o qualche frontespizio, la risputavano subito, facendo con la bocca una certa smorfia, che pareva volesse dire: «Non è roba per noi: noi siamo avvezzi a cibarci molto meglio!»
Intanto il combattimento s’inferociva sempre più, quand’ecco che un grosso Granchio, che era uscito fuori dell’acqua e s’era adagio adagio arrampicato fin sulla spiaggia, gridò con una vociaccia di trombone infreddato:
— Smettetela, birichini che non siete altro!
Queste guerre manesche fra ragazzi e ragazzi raramente vanno a finir bene. Qualche disgrazia accade sempre!… —
Povero Granchio! Fu lo stesso che avesse predicato al vento. Anzi, quella birba di Pinocchio, voltandosi indietro a guardarlo in cagnesco, gli disse sgarbatamente:
— Chetati, Granchio dell’uggia! Faresti meglio a succiare due pasticche di lichene per guarire da codesta infreddatura di gola. Va’ piuttosto a letto, e cerca di sudare!
In quel frattempo i ragazzi, che avevano finito oramai di tirare tutti i loro libri, occhiarono lì a poca distanza il fagotto dei libri del burattino, e se ne impadronirono in men che non si dice.
Fra questi libri, v’era un volume rilegato in cartoncino grosso, colla costola e colle punte di cartapecora. Era un Trattato di Aritmetica. Vi lascio immaginare se era peso di molto!
Uno di quei monelli agguantò quel volume, e presa di mira la testa di Pinocchio, lo scagliò con quanta forza aveva nel braccio: ma invece di cogliere il burattino, colse nella testa uno dei compagni, il quale diventò bianco come un panno lavato, e non disse altro che queste parole:
— O mamma mia,… aiutatemi perchè muoio!… — Poi cadde disteso sulla rena del lido.
Alla vista di quel morticino, i ragazzi spaventati si dettero a scappare a gambe, e in pochi minuti non si videro più.
Ma Pinocchio rimase lì; e sebbene per il dolore e per lo spavento, anche lui fosse più morto che vivo, nondimeno corse ad inzuppare il suo fazzoletto nell’acqua del mare, e si pose a bagnare la tempia del suo povero compagno di scuola. E intanto, piangendo dirottamente e disperandosi, lo chiamava per nome e gli diceva:
— Eugenio!… povero Eugenio mio!… apri gli occhi e guardami!… Perchè non mi rispondi? Non sono stato io, sai, che ti ho fatto tanto male! Credilo, non sono stato io!… Apri gli occhi, Eugenio… Se tieni gli occhi chiusi, mi farai morire anche me… O Dio mio! come farò ora a tornare a casa?… Con che coraggio potrò presentarmi alla mia buona mamma? Che sarà di me?… Dove fuggirò?… Dove andrò a nascondermi?… Oh quant’era meglio, mille volte meglio che fossi andato a scuola!… Perchè ho dato retta a questi compagni, che sono la mia dannazione? E il maestro me l’aveva detto!… e la mia mamma me l’aveva ripetuto: «Guardati dai cattivi compagni!» Ma io sono un testardo… un caparbiaccio… lascio dir tutti, e poi fo sempre a modo mio! E dopo mi tocca a scontarle… E così, da che sono al mondo, non ho mai avuto un quarto d’ora di bene. Dio mio! Che sarà di me, che sarà di me, che sarà di me? ―
E Pinocchio continuava a piangere, a berciare, a darsi dei pugni nel capo e a chiamar per nome il povero Eugenio, quando sentì a un tratto un rumore sordo di passi che si avvicinavano.
Si voltò: erano due carabinieri.
— Che cosa fai così sdraiato per terra? — domandarono a Pinocchio.
— Assisto questo mio compagno di scuola.
— Che gli è venuto male?
— Par di sì!…
— Altro che male! — disse uno dei carabinieri chinandosi e osservando Eugenio da vicino. — Questo ragazzo è stato ferito in una tempia: chi è che l’ha ferito?
— Io no! — balbettò il burattino che non aveva più fiato in corpo.
— Se non sei stato tu, chi è stato dunque che l’ha ferito?
— Io no! — ripetè Pinocchio.
— E con che cosa è stato ferito?
— Con questo libro. — E il burattino raccattò di terra il Trattato di Aritmetica, rilegato in cartone e cartapecora, per mostrarlo al carabiniere.
— E questo libro di chi è?
— Mio.
— Basta così: non occorre altro. Rizzati subito, e vien via con noi.
— Ma io…
— Via con noi!…
— Ma io sono innocente…
— Via con noi! ―
Prima di partire, i carabinieri chiamarono alcuni pescatori, che in quel momento passavano per l’appunto colla loro barca vicino alla spiaggia, e dissero loro:
— Vi affidiamo questo ragazzetto ferito nel capo. Portatelo a casa vostra e assistetelo. Domani torneremo a vederlo. ―
Quindi si volsero a Pinocchio, e dopo averlo messo in mezzo a loro due, gl’intimarono con accento soldatesco:
— Avanti! e cammina spedito! se no, peggio per te! ―
Senza farselo ripetere, il burattino cominciò a camminare per quella viottola, che conduceva al paese. Ma il povero diavolo non sapeva più nemmeno lui in che mondo si fosse. Gli pareva di sognare, e che brutto sogno! Era fuori di sè. I suoi occhi vedevano tutto doppio: le gambe gli tremavano: la lingua gli era rimasta attaccata al palato e non poteva più spiccicare una sola parola. Eppure, in mezzo a quella specie di stupidità e di rintontimento, una spina acutissima gli bucava il cuore: il pensiero, cioè, di dover passare sotto le finestre di casa della sua buona fata, in mezzo ai carabinieri. Avrebbe preferito piuttosto di morire.
Erano già arrivati e stavano per entrare in paese, quando una folata di vento strapazzone levò di testa a Pinocchio il berretto, portandoglielo lontano una diecina di passi.
— Si contentano — disse il burattino ai carabinieri — che vada a riprendere il mio berretto?
— Vai pure; ma facciamo una cosa lesta. —
Il burattino andò, raccattò il berretto…. ma invece di metterselo in capo, se lo mise in bocca fra i denti, e poi cominciò a correre di gran carriera verso la spiaggia del mare. Andava via come una palla di fucile.
I carabinieri, giudicando che fosse difficile raggiungerlo, gli aizzarono dietro un grosso cane mastino che aveva guadagnato il primo premio a tutte le corse dei cani. Pinocchio correva, e il cane correva più di lui; per cui tutta la gente si affacciava alle finestre e si affollava in mezzo alla strada, ansiosa di veder la fine di un palio così inferocito. Ma non potè levarsi questa voglia, perchè il can mastino e Pinocchio sollevarono lungo la strada un tal polverone, che dopo pochi minuti non era possibile di veder più nulla.
Testo tratto da Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi (1881-1883), edizione di Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 4.0. L’opera di Collodi è in pubblico dominio.
I passi da rileggere
Tre frasi del capitolo, copiate dal testo di Collodi, con una lettura da vicino: come sono costruite e che cosa ci dicono. Prova a rileggerle ad alta voce prima del commento.
«Devi prendere a noia, anche tu, la scuola, la lezione e il maestro, che sono i nostri tre grandi nemici.»
I compagni parlano come i congiurati di un melodramma: «i nostri tre grandi nemici». La frase fa sorridere per la sproporzione. È lo stesso discorso che farà Lucignolo, ma in forma di gruppo. Pinocchio rifiuta, e questa volta il rifiuto lo mette nei guai.
«I suoi occhi vedevano tutto doppio: le gambe gli tremavano: la lingua gli era rimasta attaccata al palato e non poteva più spiccicare una sola parola.»
Collodi descrive la paura dal corpo: occhi, gambe, lingua. Non c'è bisogno di nominarla. È un modo di scrivere molto efficace, che puoi imitare nei tuoi temi. Pinocchio non è colpevole, ma si sente colpevole, e il corpo lo tradisce.
«Alla vista di quel morticino, i ragazzi spaventati si dettero a scappare a gambe, e in pochi minuti non si videro più.»
«Morticino» è un diminutivo pietoso. I compagni, che erano coraggiosi in gruppo, scappano tutti. Resta solo Pinocchio. La scena mostra senza commenti chi è davvero un amico.
Appunti per lo studio
Sulla spiaggia scoppia la rissa: i compagni lanciano a Pinocchio i loro libri, e uno di questi, un grosso Trattato di Aritmetica, colpisce in testa Eugenio, che cade a terra svenuto. Tutti scappano; resta solo Pinocchio, che cerca di soccorrerlo. Arrivano due carabinieri e lo arrestano come colpevole. Il burattino fugge e viene inseguito da un mastino. Il capitolo ripete uno schema già visto: chi resta ad aiutare paga per gli altri. Per lo studio annota il nome di Eugenio e il titolo del libro lanciato, dettagli frequenti nelle verifiche. È anche il capitolo che mostra la solitudine di chi si comporta bene in mezzo a cattivi compagni.
Parole da capire
- sillabari: libri per imparare a leggere, sillaba per sillaba.
- mastino: cane grosso e forte, da guardia.
- canzonatura: presa in giro.
I temi del capitolo
L'invidia dei compagni, la violenza di gruppo, la giustizia che sbaglia ancora. I libri usati come proiettili sono un'immagine forte: la scuola rovesciata in battaglia. Pinocchio, che si ferma a soccorrere il ferito, mostra di avere un cuore che gli altri non hanno.
Domande per ripassare
Prova a rispondere a voce, poi apri la risposta per controllare.
- Perché i compagni hanno inventato il Pesce-cane?
Risposta
Per fargli perdere la lezione, perché lui studia troppo e li fa sfigurare davanti al maestro.
- Chi viene ferito e da che cosa?
Risposta
Eugenio, colpito a una tempia da un pesante Trattato di aritmetica.
- Perché Pinocchio viene arrestato?
Risposta
Perché lo trovano da solo accanto al ferito, e i carabinieri non credono alla sua versione.
Una traccia per scrivere
I compagni scappano e Pinocchio resta accanto al ferito. Scrivi una pagina su che cosa distingue un amico vero. Bastano una ventina di righe, ma con almeno una citazione dal capitolo.
Il capitolo viene dopo Capitolo XXVI (Il Pesce-cane che non c'è) e prepara Capitolo XXVIII (Nella padella del Pescatore verde). Se devi ripassare una sequenza, leggi i tre capitoli di fila: i fatti si capiscono meglio quando si vede da dove nascono e dove portano.
Il testo integrale del capitolo si legge su Wikisource (testo in pubblico dominio; pagina Wikisource con licenza CC BY-SA). Le citazioni sono controllate anche su Project Gutenberg (ebook 52484) e su un’edizione del 1899 digitalizzata su archive.org. Per tornare alla scheda completa, con trama, temi e stile, apri Le avventure di Pinocchio.
Domande frequenti
Il Pesce-cane c’è davvero?
No. Sulla spiaggia il mare è liscio come un gran cristallo da specchio, e i compagni, ridendo («Sarà andato a far colazione»), confessano senza volerlo di avergli dato a intendere una cosa non vera. Pinocchio capisce che gli hanno fatto una brutta celia.
Chi combatte contro chi?
Sette ragazzi contro Pinocchio. Lui risponde «Sette come i peccati mortali», e quando la rissa si fa generale i compagni gli scagliano i libri di scuola: Sillabari, Grammatiche, Giannettini, Minuzzoli, i Racconti del Thouar e il Pulcino della Baccini.
Perché i carabinieri portano via Pinocchio?
Durante la rissa un compagno scaglia un pesante Trattato di Aritmetica contro Pinocchio, ma colpisce un altro, Eugenio, che cade svenuto. I ragazzi scappano, Pinocchio resta ad aiutarlo, e quando arrivano i carabinieri e vedono il libro, lo portano via. Lui scappa e gli lanciano dietro un grosso mastino.
Per i più piccoli: Pinocchio raccontato ai bambini, le letture per 6-8 anni e tutta la sezione letteratura 6-14 anni.