Pinocchio capitolo 25: riassunto e personaggi

Antonio Garofano Antonio Garofano

Le avventure di Pinocchio, capitolo xxv. La promessa alla Fata.

Riassunto: Capitolo XXV

Scoperta, la Fata ammette di essere lei. Ora non è più una bambina, ma una donna che potrebbe fargli da mamma. Pinocchio le confida di essere stanco di fare il burattino: vuole diventare un ragazzo. La Fata glielo promette, a patto che lui se lo meriti. Dovrà essere ubbidiente, andare a scuola, studiare e lavorare, e dire sempre la verità. Pinocchio dichiara che d'ora in poi sarà buono. La Fata ricorda che i ragazzi fanno spesso promesse del genere e poi non le mantengono.

Pinocchio piange e si butta ai piedi della donnina. Lei prima nega di essere la Fata, poi cede. Il burattino si stupisce che sia cresciuta: l'aveva lasciata bambina e ora è una donna. Lei gli spiega che potrebbe fargli da mamma, e lui è felice di chiamarla mamma. Poi le confessa che è stanco di essere un burattino e vuole diventare un ragazzo vero. La Fata risponde che i burattini non crescono mai: nascono burattini, vivono burattini e muoiono burattini. Per diventare un ragazzino perbene bisogna meritarlo, cioè obbedire, studiare, lavorare e dire sempre la verità. Pinocchio promette. Lei aggiunge che domani comincerà ad andare a scuola, e poi sceglierà un'arte o un mestiere. Il burattino si lamenta un po', perché lavorare gli pare fatica, ma alla fine giura di obbedirle in tutto.

Da ricordare

Qui nasce l'obiettivo finale del romanzo: diventare un ragazzo vero. La trasformazione si guadagna con il comportamento, non arriva per magia.

Personaggi

  • Pinocchio
  • la Fata

Testo del capitolo XXV

Pinocchio promette alla Fata di essere buono e di studiare, perché è stufo di fare il burattino e vuol diventare un bravo ragazzo.

In sulle prime, la buona donnina cominciò col dire che lei non era la piccola Fata dai capelli turchini: ma poi, vedendosi oramai scoperta e non volendo mandare più in lungo la commedia, fini per farsi riconoscere, e disse a Pinocchio:

— Birba d’un burattino! Come mai ti sei accorto che ero io?

— Gli è il gran bene che vi voglio, quello che me l’ha detto.

— Ti ricordi, eh? Mi lasciasti bambina, e ora mi ritrovi donna; tanto donna, che potrei quasi farti da mamma.

— E io l’ho caro dimolto, perchè così, invece di sorellina, vi chiamerò la mia mamma. Gli è tanto tempo che mi struggo di avere una mamma come tutti gli altri ragazzi!… Ma come avete fatto a crescere così presto? ― È un segreto.

— Insegnatemelo: vorrei crescere un poco anch’io. Non lo vedete? Son sempre rimasto alto come un soldo di cacio.

— Ma tu non puoi crescere — replicò la Fata.

— Perchè?

— Perchè i burattini non crescono mai. Nascono burattini, vivono burattini e muoiono burattini.

— Oh! sono stufo di far sempre il burattino! — gridò Pinocchio, dandosi uno scappellotto. — Sarebbe ora che diventassi anch’io un uomo…

— E lo diventerai, se saprai meritartelo…

— Davvero? E che posso fare per meritarmelo?

— Una cosa facilissima: avvezzarti a essere un ragazzino perbene.

— O che forse non lo sono?

— Tutt’altro! I ragazzi perbene sono ubbidienti, e tu invece…

— E io non ubbidisco mai.

— I ragazzi perbene prendono amore allo studio e al lavoro, e tu…

— E io, invece, faccio il bighellone e il vagabondo tutto l’anno.

— I ragazzi perbene dicono sempre la verità… — E io sempre le bugie.

— I ragazzi perbene vanno volentieri alla scuola…

— E a me la scuola mi fa venire i dolori di corpo. Ma da oggi in poi voglio mutar vita.

— Me lo prometti?

— Lo prometto. Voglio diventare un ragazzino perbene, e voglio essere la consolazione del mio babbo… Dove sarà il mio povero babbo, a quest’ora?

— Non lo so.

— Avrò mai la fortuna di poterlo rivedere e abbracciare?

— Credo di sì: anzi ne sono sicura. —

A questa risposta fu tale e tanta la contentezza di Pinocchio, che prese le mani alla Fata e cominciò a baciargliele con tanta foga, che pareva quasi fuori di sè. Poi, alzando il viso e guardandola amorosamente, le domandò:

— Dimmi, mammina: dunque non è vero che tu sia morta?

— Par di no — rispose sorridendo la Fata.

— Se tu sapessi che dolore e che serratura alla gola che provai, quando lessi qui giace…

— Lo so: ed è per questo che ti ho perdonato. La sincerità del tuo dolore mi fece conoscere che tu avevi il cuore buono: e dai ragazzi buoni di cuore, anche se sono un po’ monelli e avvezzati male, c’è sempre da sperar qualcosa: ossia, c’è sempre da sperare che rientrino sulla vera strada. Ecco perchè son venuta a cercarti fin qui. Io sarò la tua mamma…

― Oh che bella cosa! — gridò Pinocchio saltando dall’allegrezza.

— Tu mi ubbidirai e farai sempre quello che ti dirò io.

— Volentieri, volentieri, volentieri!

— Fino da domani, — soggiunse la Fata, — tu comincerai coll’andare a scuola. —

Pinocchio diventò subito un po’ meno allegro.

— Poi sceglierai a tuo piacere un’arte o un mestiere… —

Pinocchio diventò serio.

— Che cosa brontoli fra i denti? — domandò la Fata con accento risentito.

— Dicevo… — mugolò il burattino a mezza voce, — che oramai per andare a scuola mi pare un po’ tardi…

— Nossignore. Tieni a mente che per istruirsi e per imparare non è mai tardi.

— Ma io non voglio fare nè arti nè mestieri…

— Perchè?

— Perchè a lavorare mi par fatica.

— Ragazzo mio, — disse la Fata — quelli che dicono così, finiscono quasi sempre o in carcere o all’ospedale. L’uomo, per tua regola, nasca ricco o povero, è obbligato in questo mondo a far qualcosa, a occuparsi, a lavorare. Guai a lasciarsi prendere dall’ozio! L’ozio è una bruttissima malattia e bisogna guarirla subito, fin da bambini; se no, quando siamo grandi, non si guarisce più. —

Queste parole toccarono l’animo di Pinocchio, il quale, rialzando vivacemente la testa, disse alla Fata:

— Io studierò, io lavorerò, io farò tutto quello che mi dirai, perchè insomma, la vita del burattino mi è venuta a noia, e voglio diventare un ragazzo a tutti i costi. Me l’hai promesso, non è vero?

— Te l’ho promesso, e ora dipende da te. ―

Testo tratto da Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi (1881-1883), edizione di Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 4.0. L’opera di Collodi è in pubblico dominio.

I passi da rileggere

Tre frasi del capitolo, copiate dal testo di Collodi, con una lettura da vicino: come sono costruite e che cosa ci dicono. Prova a rileggerle ad alta voce prima del commento.

«Nascono burattini, vivono burattini e muoiono burattini.»

Tre verbi, tre momenti della vita, e la stessa parola che torna. La frase della Fata ha il ritmo di una sentenza e chiude ogni speranza facile. Diventare ragazzo non è una magia ma una conquista. È il centro morale del libro, e conviene saperla a memoria.

«Voglio diventare un ragazzino perbene, e voglio essere la consolazione del mio babbo… Dove sarà il mio povero babbo, a quest’ora?»

Il desiderio di Pinocchio si lega subito al padre. Il burattino non vuole diventare ragazzo per sé soltanto, ma per Geppetto. La domanda finale, piena di malinconia, ricorda al lettore che il babbo è ancora disperso nel mare.

«Dimmi, mammina: dunque non è vero che tu sia morta?»

La domanda è ingenua e piena di sollievo. Il burattino passa da «sorellina» a «mammina» in poche righe. La Fata era morta per finta, come per mettere alla prova il suo affetto. Il lettore bambino si commuove, quello adulto riconosce un'educazione fatta anche di paure.

Appunti per lo studio

La Fata accetta di fargli da mamma, ma pone condizioni chiare: obbedire, andare a scuola, studiare, lavorare. Pinocchio ammette di essere stanco di fare il burattino e di voler diventare un ragazzino perbene. La Fata gli promette che lo diventerà se se lo meriterà. Questo patto è il centro morale del libro: da qui si misura ogni caduta e ogni progresso. Nota la differenza tra il primo incontro con il Grillo, in cui Pinocchio rifiutava ogni dovere, e questo capitolo, in cui li accetta. Per un tema sul cambiamento del protagonista, questo è il passaggio da citare insieme all'ultimo capitolo.

Parole da capire

  • perbene: onesto, educato, rispettabile.
  • monelli: ragazzi vivaci e disubbidienti.
  • mestiere: lavoro manuale imparato con la pratica.

I temi del capitolo

La metamorfosi come premio, la madre ritrovata, il patto educativo. La Fata cresce perché il rapporto cambia: da sorella diventa madre. Il capitolo è pieno di promesse; il lettore sa che saranno messe alla prova molto presto.

Domande per ripassare

Prova a rispondere a voce, poi apri la risposta per controllare.

  1. Perché la Fata non è più una bambina?
    Risposta

    Perché il rapporto con lui è cambiato: ora può essergli madre, non più sorella.

  2. Che cosa serve per diventare un ragazzo vero?
    Risposta

    Obbedire, studiare, lavorare e dire sempre la verità. I burattini da soli non crescono.

  3. Che cosa promette Pinocchio?
    Risposta

    Di andare a scuola e di essere buono, e alla fine anche di imparare un mestiere.

Una traccia per scrivere

Diventare grandi è una conquista, dice la Fata. Spiega che cosa significa per te meritare una crescita. Bastano una ventina di righe, ma con almeno una citazione dal capitolo.

Il capitolo viene dopo Capitolo XXIV (L'isola delle Api industriose) e prepara Capitolo XXVI (Il Pesce-cane che non c'è). Se devi ripassare una sequenza, leggi i tre capitoli di fila: i fatti si capiscono meglio quando si vede da dove nascono e dove portano.

Il testo integrale del capitolo si legge su Wikisource (testo in pubblico dominio; pagina Wikisource con licenza CC BY-SA). Le citazioni sono controllate anche su Project Gutenberg (ebook 52484) e su un’edizione del 1899 digitalizzata su archive.org. Per tornare alla scheda completa, con trama, temi e stile, apri Le avventure di Pinocchio.

Domande frequenti

Come riconosce la Fata?

Dalla voce, dagli occhi e dai capelli turchini. La donnina nega, poi si fa scoprire: «Mi lasciasti bambina, e ora mi ritrovi donna; tanto donna, che potrei quasi farti da mamma». Pinocchio la chiama mamma.

Perché Pinocchio non può crescere?

Perché, dice la Fata, i burattini non crescono mai: nascono burattini, vivono burattini e muoiono burattini. Pinocchio, stufo, vuole diventare un uomo, e lei gli promette che lo diventerà se saprà meritarselo.

Che cosa significa essere un ragazzo perbene?

Per la Fata i ragazzi perbene sono ubbidienti, amano lo studio e il lavoro, dicono sempre la verità e vanno volentieri a scuola. Pinocchio ammette di non fare nulla di tutto questo («a me la scuola mi fa venire i dolori di corpo») ma promette di mutar vita.

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Author

Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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