Il risorgimento è un canto del 1828 in strofette di otto settenari, dal ritmo cantabile che richiama Metastasio. Il senso, in breve: dopo anni di aridità il cuore del poeta torna a sentire; sa bene che la natura è indifferente e la speranza un inganno, ma è contento di poter di nuovo commuoversi e amare.
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Il risorgimento non parla di storia d’Italia: il «risorgimento» è quello del cuore del poeta, che torna a sentire. Leopardi lo scrisse a Pisa nell’aprile del 1828 (dal 7 al 13, secondo Straccali) e lo pubblicò nell’edizione fiorentina dei Canti del 1831. Alla sorella Paolina scrisse il 2 maggio di aver fatto «dei versi quest’aprile, ma versi veramente all’antica, e con quel mio cuore di una volta». Il percorso si snoda in tre tempi: una tristezza che faceva ancora male, poi un torpore gelido in cui nulla lo toccava, infine il riaffiorare delle emozioni, pur sapendole illusorie.
Il testo di Il risorgimento
Credei ch’al tutto fossero
in me, sul fior degli anni,
mancati i dolci affanni
della mia prima etá:i dolci affanni, i teneri 5
moti del cor profondo,
qualunque cosa al mondo
grato il sentir ci fa.Quante querele e lacrime
sparsi nel novo stato, 10
quando al mio cor gelato
prima il dolor mancò!Mancâr gli usati palpiti,
l’amor mi venne meno,
e irrigidito il seno 15
di sospirar cessò!Piansi spogliata, esanime
fatta per me la vita;
la terra inaridita,
chiusa in eterno gel; 20deserto il dí; la tacita
notte piú sola e bruna;
spenta per me la luna,
spente le stelle in ciel.Pur di quel pianto origine 25
era l’antico affetto:
nell’intimo del petto
ancor viveva il cor.Chiedea l’usate immagini
la stanca fantasia; 30
e la tristezza mia
era dolore ancor.Fra poco in me quell’ultimo
dolore anco fu spento,
e di piú far lamento 35
valor non mi restò.Giacqui: insensato, attonito,
non dimandai conforto:
quasi perduto e morto,
il cor s’abbandonò. 40Qual fui! quando dissimile
da quel che tanto ardore,
che sí beato errore
nutrii nell’alma un dí!La rondinella vigile, 45
alle finestre intorno
cantando al novo giorno,
il cor non mi ferí:non all’autunno pallido
in solitaria villa, 50
la vespertina squilla,
il fuggitivo sol.Invan brillare il vespero
vidi per muto calle,
invan sonò la valle 55
del flebile usignol.E voi, pupille tenere,
sguardi furtivi, erranti,
voi de’ gentili amanti
primo, immortale amor, 60ed alla mano offertami
candida ignuda mano,
foste voi pure invano
al duro mio sopor.D’ogni dolcezza vedovo, 65
tristo, ma non turbato,
ma placido il mio stato,
il volto era seren.Desiderato il termine
avrei del viver mio; 70
ma spento era il desio
nello spossato sen.Qual dell’etá decrepita
l’avanzo ignudo e vile,
io conducea l’aprile 75
degli anni miei cosí:cosí quegl’ineffabili
giorni, o mio cor, traevi,
che sí fugaci e brevi
il cielo a noi sortí. 80Chi dalla grave, immemore
quiete or mi ridesta?
che virtú nova è questa,
questa che sento in me?Moti soavi, immagini, 85
palpiti, error beato,
per sempre a voi negato
questo mio cor non è?Siete pur voi quell’unica
luce de’ giorni miei? 90
gli affetti ch’io perdei
nella novella etá?Se al ciel, s’ai verdi margini,
ovunque il guardo mira,
tutto un dolor mi spira, 95
tutto un piacer mi dá.Meco ritorna a vivere
la piaggia, il bosco, il monte;
parla al mio core il fonte,
meco favella il mar. 100Chi mi ridona il piangere
dopo cotanto obblio?
e come al guardo mio
cangiato il mondo appar?Forse la speme, o povero 105
mio cor, ti volse un riso?
ahi! della speme il viso
io non vedrò mai piú.Propri mi diede i palpiti,
natura, e i dolci inganni. 110
sopiro in me gli affanni
l’ingenita virtú;non l’annullâr: non vinsela
il fato e la sventura;
non con la vista impura 115
l’infausta veritá.Dalle mie vaghe immagini
so ben ch’ella discorda;
so che natura è sorda,
che miserar non sa; 120che non del ben sollecita
fu, ma dell’esser solo:
purché ci serbi al duolo,
or d’altro, a lei non cal.So che pietá fra gli uomini 125
il misero non trova;
che lui, fuggendo, a prova
schernisce ogni mortal;che ignora il tristo secolo
gl’ingegni e le virtudi; 130
che manca ai degni studi
l’ignuda gloria ancor.E voi, pupille tremule,
voi, raggio sovrumano,
so che splendete invano, 135
che in voi non brilla amor.Nessuno ignoto ed intimo
affetto in voi non brilla:
non chiude una favilla
quel bianco petto in sé. 140Anzi d’altrui le tenere
cure suol porre in gioco;
e d’un celeste foco
disprezzo è la mercé.Pur sento in me rivivere 145
gl’inganni aperti e noti;
e de’ suoi propri moti
si maraviglia il sen.Da te, mio cor, quest’ultimo
spirto, e l’ardor natio, 150
ogni conforto mio
solo da te mi vien.Mancano, il sento, all’anima
alta, gentile e pura,
la sorte, la natura, 155
il mondo e la beltá.Ma, se tu vivi, o misero,
se non concedi al fato,
non chiamerò spietato
chi lo spirar mi dá. 160
Testo: Wikisource, Canti a cura di Alessandro Donati (Bari, Laterza, 1917), licenza CC BY-SA 4.0. Al v. 143 il testo è stato corretto in «foco» secondo le edizioni commentate di Marenduzzo (1910) e Straccali-Antognoni (1919); la trascrizione di Wikisource porta «loco». Anche la pagina del testo integrale sul sito è stata corretta.
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Parafrasi di Il risorgimento
Il canto è fatto di strofette brevi di settenari: qui le trovi raggruppate per argomento. I numeri sono quelli dei versi.
Versi 1-8: credevo di non sentire più
Avevo creduto che in me, nel fiore degli anni, fossero scomparsi del tutto i dolci affanni della mia prima età: i dolci affanni, le tenere emozioni del profondo del cuore, tutto ciò che al mondo ci rende piacevole il sentire.
Parole e passaggi difficili. «Al tutto» = del tutto. «Sul fior degli anni» = in piena giovinezza. «Dolci affanni» = le pene d’amore e le speranze dell’adolescenza, espressione petrarchesca (Marenduzzo). «Moti del cor profondo» = emozioni che nascono nell’intimo. Marenduzzo sottolinea il «credei»: il poeta lo credeva, ma non era così.
Versi 9-24: la tristezza
Quanti lamenti e quante lacrime versai in quella condizione nuova, quando al mio cuore gelato per la prima volta mancò perfino il dolore! Scomparvero i palpiti di sempre, l’amore mi abbandonò, e il petto irrigidito smise di sospirare. Piansi la vita, diventata per me spoglia e senza anima; la terra inaridita, chiusa in un gelo eterno; il giorno deserto; la notte silenziosa più solitaria e più buia; la luna spenta per me, spente le stelle in cielo.
Parole e passaggi difficili. Le «querele» sono i lamenti. Il «novo stato» è la nuova condizione d’animo, che Marenduzzo fa iniziare nel 1819. «Prima» qui vale «per la prima volta»; gli «usati palpiti» sono le emozioni di sempre. «Spogliata», cioè privata di ogni gioia; «esanime», senza vita. A conferma Marenduzzo cita una lettera a Giordani del 1819: «non viene più a consolarmi neppure il dolore».
Versi 25-40: il gelo
Eppure quel pianto nasceva dall’antico sentimento: nel fondo del petto il cuore era ancora vivo. La fantasia stanca cercava le immagini di sempre, e la mia tristezza era ancora dolore. Poco dopo si spense in me anche quell’ultimo dolore, e non mi restò più la forza di lamentarmi. Rimasi a terra, senza sensi, stordito, e non chiesi conforto: il cuore si abbandonò, come perduto e morto.
Parole e passaggi difficili. «L’antico affetto»: i sentimenti della prima età, non ancora spenti, secondo Marenduzzo. «L’usate immagini» sono le fantasie di un tempo; «valor» è la forza. «Giacqui» = rimasi a terra, vinto, e Marenduzzo richiama una lettera del 1821: «son domo e disteso per terra». «Insensato» vuol dire privo di sensibilità, «attonito» stordito.
Versi 41-64: niente mi toccava più
Com’ero diverso da quello che un tempo nutriva nell’anima tanto ardore e un’illusione così beata! La rondine sveglia, che canta intorno alle finestre al nuovo giorno, non mi toccava il cuore; e neppure, nell’autunno pallido, in una casa di campagna solitaria, la campana della sera o il sole che tramonta. Invano vidi brillare la stella della sera lungo una strada silenziosa, invano la valle risuonò del canto lamentoso dell’usignolo. E anche voi, occhi teneri, sguardi furtivi e sfuggenti, primo e immortale amore degli amanti gentili, e tu, mano bianca e nuda offerta alla mia: anche voi non serviste a nulla contro il mio duro torpore.
Parole e passaggi difficili. «Errore» ha il senso di illusione; «vigile» qui significa mattiniera; la «villa» è una casa di campagna. La «vespertina squilla» è la campana della sera, quella dell’avemaria, mentre «il fuggitivo sol» è il sole al tramonto. «Il vespero» è la stella della sera, Venere: per Marenduzzo quel «brillare» richiama lo scintillio degli astri. Poi «calle», sentiero; «flebile», lamentoso; «erranti», sfuggenti per pudore (ancora Marenduzzo); «sopor», sonno profondo, torpore.
Versi 65-80: una giovinezza da vecchio
Privo di ogni dolcezza, il mio stato era triste ma non agitato, anzi tranquillo, e il volto era sereno. Avrei desiderato la fine della mia vita, ma nel petto sfinito era spento anche il desiderio. Così, come l’ultimo resto nudo e misero di una vecchiaia decrepita, passavo l’aprile dei miei anni: così, cuore mio, trascinavi quei giorni indicibili che il cielo ci ha dato così veloci e brevi.
Parole e passaggi difficili. «Vedovo» = privo. «Seren» = sereno perché insensibile, non perché felice (Marenduzzo). «Il termine del viver» = la morte. «Spossato» = sfinito. «L’avanzo ignudo e vile» = l’ultimo periodo della vita, spoglio e senza valore. «L’aprile degli anni» = la giovinezza. «Traevi» = trascinavi. «Sortì» = assegnò in sorte.
Versi 81-104: il risveglio
Chi mi risveglia ora da questa quiete pesante, che mi aveva fatto dimenticare tutto? Che forza nuova è questa che sento in me? Dolci emozioni, immagini, palpiti, beata illusione: il mio cuore non vi è dunque negato per sempre? Siete proprio voi quell’unica luce dei miei giorni, i sentimenti che avevo perduto in giovinezza? Se guardo il cielo, se guardo i prati verdi, ovunque giri lo sguardo, tutto mi ispira un dolore e mi dà un piacere. Tornano a vivere con me le colline, il bosco, il monte; la fonte parla al mio cuore, il mare parla con me. Chi mi restituisce il pianto dopo un oblio così lungo? E come mai il mondo appare cambiato ai miei occhi?
Parole e passaggi difficili. «Immemore» = che fa dimenticare. «Virtú» = forza. «Novella età» = la giovinezza. «Verdi margini» = le rive erbose. «Tutto un dolor mi spira, tutto un piacer mi dà» = ogni cosa mi dà insieme dolore e piacere. Marenduzzo ricorda il Metastasio, «Ovunque il guardo io giro». «Piaggia» = pendio. «Cotanto obblio» = la «quiete immemore» di prima (Straccali).
Versi 105-116: la natura non è vinta
Forse la speranza, mio povero cuore, ti ha sorriso? Ahi, il volto della speranza io non lo vedrò mai più. La natura mi diede come miei i palpiti e le dolci illusioni; i dolori hanno addormentato in me questa forza innata, ma non l’hanno distrutta. Non l’hanno vinta il destino e la sventura, e nemmeno la verità infelice con il suo aspetto ripugnante.
Parole e passaggi difficili. «Ti volse un riso» = ti sorrise. «Propri» = come cosa mia, innata. «Sopiro» = sopirono, addormentarono. «Gli affanni» = qui i dolori, non le dolci pene del v. 3 (Straccali). «L’ingenita virtú» = la capacità naturale di sentire e immaginare. «Non l’annullâr» = non la cancellarono. «Vista impura» = aspetto ripugnante. «Infausta verità» = la verità che rende infelici.
Versi 117-144: so tutto, eppure
So bene che la verità contrasta con le mie belle immagini; so che la natura è sorda e non sa avere pietà; che si è preoccupata non del nostro bene ma solo che esistessimo: purché ci conservi per soffrire, del resto non le importa. So che l’infelice non trova pietà tra gli uomini; che tutti lo evitano e fanno a gara a deriderlo; che questo secolo meschino non riconosce l’ingegno e la virtù; che agli studi degni manca perfino la gloria, che pure è vuota. E voi, occhi tremanti, raggio sovrumano, so che splendete per niente, che in voi non brilla amore. In voi non brilla nessun sentimento segreto e profondo: quel petto bianco non chiude dentro di sé neppure una scintilla. Anzi, di solito prende in giro le tenere attenzioni degli altri; e la ricompensa di un amore celeste è il disprezzo.
Parole e passaggi difficili. «Ella» = la verità (Straccali). «Miserar» = avere pietà. «Non del ben sollecita… ma dell’esser solo» = la natura bada che esistiamo, non che siamo felici. «Non cal» = non importa. «A prova» = a gara. «Tristo secolo» = epoca meschina. «L’ignuda gloria» = la gloria, che è già vuota di per sé (Marenduzzo). «Ignoto» = segreto. «Celeste foco» = fuoco celeste, amore puro. È la lezione di Marenduzzo e Straccali; la trascrizione di Wikisource porta «loco», un refuso che abbiamo corretto anche nel testo integrale del canto sul sito. Per Marenduzzo questi versi alludono forse alla contessa Teresa Carniani Malvezzi, conosciuta a Bologna nel 1826.
Versi 145-160: grazie al cuore
Eppure sento rivivere in me le illusioni, anche se ormai smascherate e note; e il mio petto si meraviglia delle sue stesse emozioni. Da te, cuore mio, mi viene quest’ultimo soffio di vita e l’ardore che ho per natura; ogni mio conforto mi viene solo da te. Lo sento: alla mia anima alta, gentile e pura mancano la fortuna, la natura, il mondo e la bellezza. Ma se tu vivi, mio povero cuore, se non ti arrendi alla morte, non chiamerò crudele chi mi dà il respiro.
Parole e passaggi difficili. «Gl’inganni aperti e noti» = le illusioni smascherate dalla ragione. «Spirto» = soffio vitale. «Natio» = innato. «La beltà» = l’amore della donna (Straccali). «Concedi al fato» = muori: è il latino concedere fato, come spiega Straccali citando anche il Tasso. «Chi lo spirar mi dà» = chi mi dà la vita, cioè la natura.
Da ricordare
- Composto a Pisa nell’aprile 1828 e pubblicato nel 1831. Sono i primi versi dopo un biennio di silenzio poetico, come confida lui stesso a Paolina.
- Metro: strofette di otto settenari, con uscite sdrucciole, piane e tronche; il ritmo richiama Metastasio.
- Tre tempi: tristezza ancora dolorosa (vv. 1-32), gelo e noia (vv. 33-80), risveglio (vv. 81-160).
- Natura, gloria e amore lo deluderanno, e il poeta lo sa; eppure il cuore ricomincia a sentire.
- Nei Canti lo seguono A Silvia e Le ricordanze, i canti della memoria.
Tracce di Maturità per allenarsi
Per mettere alla prova quello che avete studiato, provate una di queste prove svolte, prima da soli e poi confrontando:
- Tipologia A svolta: Leopardi, memoria e paesaggio
- Analisi di una poesia: immagini, ritmo e significato
- Percorso: tempo, memoria e modernità
Tutte le altre sono raccolte nella pagina Tipologia A svolte.
Collegamenti utili
- Il risorgimento nell’indice dei Canti
- A Silvia: parafrasi
- La vita solitaria: parafrasi
- I Canti di Leopardi: l’opera
Fonti e approfondimenti
- Giacomo Leopardi, Il risorgimento, in Canti, a cura di Alessandro Donati, Laterza, Bari 1917 (Wikisource).
- Giacomo Leopardi, Canti, con introduzione e commento di Antonio Marenduzzo, Raffaello Giusti, Livorno 1910: copia digitale su Internet Archive.
- I canti di Giacomo Leopardi commentati da Alfredo Straccali, terza edizione corretta e accresciuta da Oreste Antognoni, G. C. Sansoni, Firenze 1919: copia digitale su Internet Archive.
- «LEOPARDI, Giacomo», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani).
Glossario: parole da capire
Le parole e le espressioni che più spesso mettono in difficoltà, spiegate in breve. Tenetele sotto mano mentre rileggete il testo.
- Dolci affanni: le emozioni dell’amore e della giovinezza
- Sopor: torpore, stato di insensibilità
- Speme: speranza
- Ingenita virtù: la forza vitale innata nel cuore
- Non le cal: non le importa
Quiz di verifica: Il risorgimento
Otto domande per controllare se avete fissato i punti essenziali. Rispondete senza guardare il testo, poi aprite le soluzioni.
-
In che anno Leopardi scrive Il risorgimento?
A) 1836 B) 1818 C) 1828
-
Di che cosa parla il «risorgimento» del titolo?
A) Di una rinascita religiosa B) Della storia d’Italia C) Del cuore del poeta che torna a sentire
-
In quale città nasce il canto?
A) Recanati B) Pisa C) Napoli
-
Che metro usa?
A) Terzine dantesche B) Strofette di otto settenari C) Endecasillabi sciolti
-
Che cosa aveva provato il poeta negli anni precedenti?
A) Una grande felicità B) Un’aridità del cuore, incapace perfino di soffrire C) Un amore corrisposto
-
Che cosa sa bene il poeta sulla natura?
A) Che è sorda e indifferente al dolore B) Che premia i buoni C) Che è madre benigna
-
A chi scrive Leopardi di aver fatto versi «all’antica»?
A) A Pietro Giordani B) Al padre Monaldo C) Alla sorella Paolina
-
Come si chiude il canto?
A) Con un invito al suicidio B) Con una preghiera a Dio C) Il poeta accetta la vita finché il cuore vive
Soluzioni del quiz
- C) 1828. Lo scrive a Pisa nell’aprile del 1828.
- C) Del cuore del poeta che torna a sentire. Non c’entra la politica: è il risveglio degli affetti.
- B) Pisa. Il soggiorno pisano è il periodo della ripresa poetica.
- B) Strofette di otto settenari. Un ritmo cantabile che richiama Metastasio.
- B) Un’aridità del cuore, incapace perfino di soffrire. Il cuore era «gelato».
- A) Che è sorda e indifferente al dolore. «So che natura è sorda, che miserar non sa».
- C) Alla sorella Paolina. Lo racconta nella lettera del 2 maggio 1828.
- C) Il poeta accetta la vita finché il cuore vive. Se il cuore vive, non chiamerà spietato chi gli dà la vita.
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