Il pensiero dominante di Leopardi: parafrasi

Antonio Garofano Antonio Garofano 15 min di lettura

Il pensiero dominante apre il ciclo di Aspasia: strofe libere di endecasillabi e settenari, con rime anche al mezzo. Il senso, in breve: il pensiero d’amore per Fanny occupa tutta la mente del poeta, lo isola dalla viltà del suo tempo e gli dà una gioia così grande che vale anche il dolore della vita.

Il pensiero dominante apre il «ciclo di Aspasia», cinque canti nati dall’amore di Leopardi per Fanny Targioni Tozzetti, conosciuta a Firenze, dove il poeta visse dal 1830 al 1833. Marenduzzo lo data tra il maggio e il settembre del 1831; uscì nell’edizione napoletana dei Canti del 1835. Il «pensiero dominante» è il pensiero d’amore, che occupa tutta la mente del poeta, gli fa disprezzare la viltà del suo tempo e gli rende la morte «un gioco». Leopardi sa che è un’illusione, ma la chiama «divina».

Il testo di Il pensiero dominante

Dolcissimo, possente
dominator di mia profonda mente;
terribile, ma caro
dono del ciel; consorte
ai lúgubri miei giorni, 5
pensier che innanzi a me sí spesso torni;

di tua natura arcana
chi non favella? il suo poter fra noi
chi non sentí? Pur sempre
che in dir gli effetti suoi 10
le umane lingue il sentir proprio sprona,
par novo ad ascoltar ciò ch’ei ragiona.

Come solinga è fatta
la mente mia d’allora
che tu quivi prendesti a far dimora! 15
Ratto d’intorno intorno al par del lampo
gli altri pensieri miei
tutti si dileguâr. Siccome torre
in solitario campo,
tu stai solo, gigante, in mezzo a lei. 20

Che divenute son, fuor di te solo,
tutte l’opre terrene,
tutta intera la vita al guardo mio!
Che intollerabil noia
gli ozi, i commerci usati, 25
e di vano piacer la vana spene,
allato a quella gioia,
gioia celeste che da te mi viene!

Come da’ nudi sassi
dello scabro Apennino 30
a un campo verde che lontan sorrida
volge gli occhi bramoso il pellegrino;
tal io dal secco ed aspro
mondano conversar vogliosamente,
quasi in lieto giardino, a te ritorno, 35
e ristora i miei sensi il tuo soggiorno.

Quasi incredibil parmi
che la vita infelice e il mondo sciocco
giá per gran tempo assai
senza te sopportai; 40
quasi intender non posso
come d’altri desiri,
fuor ch’a te somiglianti, altri sospiri.

Giammai d’allor che in pria
questa vita che sia per prova intesi, 45
timor di morte non mi strinse il petto.
Oggi mi pare un gioco
quella che il mondo inetto,
talor lodando, ognora abborre e trema,
necessitade estrema; 50
e se periglio appar, con un sorriso
le sue minacce a contemplar m’affiso.

Sempre i codardi, e l’alme
ingenerose, abbiette
ebbi in dispregio. Or punge ogni atto indegno 55
subito i sensi miei;
move l’alma ogni esempio
dell’umana viltá subito a sdegno.
Di questa etá superba,
che di vòte speranze si nutrica, 60
vaga di ciance, e di virtú nemica;
stolta, che l’util chiede,
e inutile la vita
quindi piú sempre divenir non vede;
maggior mi sento. A scherno 65
ho gli umani giudizi; e il vario volgo
a’ bei pensieri infesto,
e degno tuo disprezzator, calpesto.

A quello onde tu movi,
quale affetto non cede? 70
anzi qual altro affetto
se non quell’uno intra i mortali ha sede?
Avarizia, superbia, odio, disdegno,
studio d’onor, di regno,
che sono altro che voglie 75
al paragon di lui? Solo un affetto
vive tra noi: quest’uno,
prepotente signore,
dieder l’eterne leggi all’uman core.

Pregio non ha, non ha ragion la vita 80
se non per lui, per lui ch’all’uomo è tutto;
sola discolpa al fato,
che noi mortali in terra
pose a tanto patir senz’altro frutto;
solo per cui talvolta, 85
non alla gente stolta, al cor non vile
la vita della morte è piú gentile.

Per côr le gioie tue, dolce pensiero,
provar gli umani affanni,
e sostener molt’anni 90
questa vita mortal, fu non indegno;
ed ancor tornerei,
cosí qual son de’ nostri mali esperto,
verso un tal segno a incominciare il corso:
che tra le sabbie e tra il vipereo morso, 95
giammai finor sí stanco
per lo mortal deserto
non venni a te, che queste nostre pene
vincer non mi paresse un tanto bene.

Che mondo mai, che nova 100
immensitá, che paradiso è quello
lá dove spesso il tuo stupendo incanto
parmi innalzar! dov’io,
sott’altra luce che l’usata errando,
il mio terreno stato 105
e tutto quanto il ver pongo in obblio!
Tali son, credo, i sogni
degl’immortali. Ahi! finalmente un sogno
in molta parte onde si abbella il vero
sei tu, dolce pensiero; 110
sogno e palese error. Ma di natura,
infra i leggiadri errori,
divina sei; perché sí viva e forte,
che incontro al ver tenacemente dura,
e spesso al ver s’adegua, 115
né si dilegua, pria che in grembo a morte.

E tu per certo, o mio pensier, tu solo
vitale ai giorni miei,
cagion diletta d’infiniti affanni,
meco sarai per morte a un tempo spento: 120
ch’a vivi segni dentro l’alma io sento
che in perpetuo signor dato mi sei.
Altri gentili inganni
soleami il vero aspetto
piú sempre infievolir. Quanto piú torno 125
a riveder colei
della qual teco ragionando io vivo,
cresce quel gran diletto,
cresce quel gran delirio, ond’io respiro.
Angelica beltade! 130
Parmi ogni piú bel volto, ovunque io miro,
quasi una finta imago
il tuo volto imitar. Tu sola fonte
d’ogni altra leggiadria,
sola vera beltá parmi che sia. 135

Da che ti vidi pria,
di qual mia seria cura ultimo obbietto
non fosti tu? quanto del giorno è scorso,
ch’io di te non pensassi? ai sogni miei
la tua sovrana imago 140
quante volte mancò? Bella qual sogno,
angelica sembianza,
nella terrena stanza,
nell’alte vie dell’universo intero,
che chiedo io mai, che spero 145
altro che gli occhi tuoi veder piú vago?
altro piú dolce aver che il tuo pensiero?

Testo: Wikisource, Canti a cura di Alessandro Donati (Bari, Laterza, 1917), licenza CC BY-SA 4.0.

Parafrasi di Il pensiero dominante

Leggi prima il testo, poi apri le sequenze una per una. I numeri indicano i versi.

Versi 1-12: il saluto al pensiero

Dolcissimo e potente padrone della parte più profonda della mia mente; dono del cielo terribile ma caro; compagno dei miei giorni tristi, pensiero che torni così spesso davanti a me: chi non parla della tua natura misteriosa? Chi non ha sentito il tuo potere tra noi? Eppure, ogni volta che le lingue umane, per raccontare i tuoi effetti, sono spinte dal sentimento di ciascuno, ciò che dicono sembra nuovo da ascoltare.

Parole e passaggi difficili. «Profonda mente» = l’intimo della mente. «Consorte» = compagno. «Lúgubri» = tristi. «Arcana» = misteriosa. «Pur sempre che» = eppure ogni volta che (Marenduzzo). «Il sentir proprio sprona» = le spinge il sentimento personale. «Ciò ch’ei ragiona» = ciò che l’amore esprime. Nei vv. 8-12 il poeta passa dal «tu» al «lui»: per un momento parla dell’amore in generale.

Versi 13-28: la torre nel deserto

Come è diventata solitaria la mia mente da quando sei venuto ad abitarci! In un attimo, come un lampo, tutti gli altri miei pensieri sono scomparsi. Come una torre in un campo deserto, tu stai solo, gigante, in mezzo a lei. Che cosa sono diventate ai miei occhi, tranne te, tutte le occupazioni terrene, la vita intera! Che noia insopportabile sono gli studi, le solite compagnie e la vana speranza di un piacere vano, accanto a quella gioia, la gioia celeste che mi viene da te!

Parole e passaggi difficili. «Solinga» = solitaria. «Ratto» = rapidamente. «Si dileguâr» = svanirono. «Torre in solitario campo» = l’immagine della mente come deserto con un’unica torre; Marenduzzo la ritrova già nell’epistola Al conte Carlo Pepoli. «A lei» = alla mente. «Gli ozi» = gli studi; «i commerci usati» = le solite compagnie (Marenduzzo).

Versi 29-43: il giardino in mezzo ai sassi

Come il viandante, dalle pietre nude dell’Appennino aspro, volge con desiderio gli occhi a un campo verde che sorride in lontananza, così io, dalle conversazioni aride e sgradevoli del mondo, torno volentieri a te come a un giardino lieto, e stare con te mi ristora. Mi sembra quasi incredibile di aver sopportato per tanto tempo, senza di te, la vita infelice e il mondo sciocco; quasi non riesco a capire come qualcuno possa sospirare per desideri diversi da quelli che ti somigliano.

Parole e passaggi difficili. «Scabro» = ruvido, aspro. «Pellegrino» = viandante. Marenduzzo pensa a una canzone di Pandolfo Collenuccio con un’immagine simile. «Mondano conversar» = la vita sociale. «Vogliosamente» = con desiderio. «Il tuo soggiorno» = la tua compagnia. «Altri» = qualcuno.

Versi 44-68: il coraggio e il disprezzo

Da quando ho capito per esperienza che cosa sia questa vita, la paura della morte non mi ha mai stretto il petto. Oggi mi sembra un gioco quella necessità estrema che il mondo incapace a volte loda, ma sempre detesta e teme; e se si presenta un pericolo, mi fermo a guardare le sue minacce con un sorriso. Ho sempre disprezzato i vigliacchi e le anime meschine e abiette. Ora ogni azione indegna mi ferisce subito; ogni esempio di viltà umana mi riempie subito di sdegno. Mi sento superiore a quest’epoca superba, che si nutre di speranze vuote, ama le chiacchiere ed è nemica della virtù; un’epoca stolta, che cerca l’utile e non vede che proprio per questo la vita diventa sempre più inutile. Mi faccio beffe dei giudizi degli uomini; e calpesto la folla volubile, nemica dei pensieri nobili, che giustamente disprezza te.

Parole e passaggi difficili. «In pria» = per la prima volta. «Per prova» = per esperienza. «Necessitade estrema» = la morte. «Trema» = teme: uso transitivo, come nel Petrarca (Marenduzzo). «M’affiso» = mi fermo a guardare. «Ingenerose» = meschine. «Si nutrica» = si nutre. «Vaga di ciance» = amante delle chiacchiere. «L’util chiede» = il secolo bada solo all’utile; Marenduzzo cita una lettera di Leopardi a Giordani del 1828. «Vario volgo» = la gente volubile. «Infesto» = ostile. «Degno tuo disprezzator» = che, degno di sé, ti disprezza.

Versi 69-87: l’unico affetto

Quale sentimento non cede davanti a quello da cui tu nasci? Anzi, quale altro sentimento esiste tra gli uomini, se non quello solo? Avidità, superbia, odio, disprezzo, desiderio di onori e di potere: che cosa sono, a confronto con lui, se non capricci? Un solo sentimento vive tra noi: le leggi eterne hanno dato al cuore umano questo solo, come padrone potentissimo. La vita non ha valore né senso se non per lui, che per l’uomo è tutto; è l’unica scusa del destino, che ci ha messi sulla terra a soffrire tanto senza altro frutto; è l’unico motivo per cui a volte, non per la gente stolta ma per un cuore nobile, la vita è più bella della morte.

Parole e passaggi difficili. «A quello onde tu movi» = all’amore, da cui tu nasci (Marenduzzo). «Intra» = tra. «Studio d’onor, di regno» = desiderio di gloria e di potere. «Voglie» = capricci, desideri passeggeri. «Prepotente» = più potente di tutti. «Ragion» = senso. «Sola discolpa al fato» = l’amore è l’unica cosa che compensa i mali della vita. «Gentile» = nobile, bella.

Versi 88-99: ne valeva la pena

Per cogliere le tue gioie, dolce pensiero, è valsa la pena di provare i dolori umani e di sopportare per molti anni questa vita mortale; e anche così come sono, esperto dei nostri mali, tornerei a cominciare la corsa della vita verso una meta simile: perché finora, tra le sabbie e tra i morsi delle vipere, non sono mai arrivato da te così stanco, attraverso il deserto della vita, che vincere le nostre pene non mi sembrasse un bene così grande.

Parole e passaggi difficili. «Côr» = cogliere. «Fu non indegno» = valse la pena. «Segno» = meta. «Vipereo morso» = morso di vipera, cioè i dolori. «Mortal deserto» = la vita. Marenduzzo spiega gli ultimi versi così: le angosce mi sono sempre sembrate compensate da un bene così grande.

Versi 100-116: un sogno divino

Che mondo, che immensità nuova, che paradiso è quello dove spesso il tuo incanto meraviglioso sembra sollevarmi! Dove io, vagando sotto una luce diversa da quella di sempre, dimentico la mia condizione terrena e tutta la verità! Questi, credo, sono i sogni degli dèi. Ahi, in fondo anche tu, dolce pensiero, sei in gran parte un sogno con cui la realtà si fa bella; un sogno e un’illusione evidente. Ma, tra le illusioni leggiadre, tu sei di natura divina: perché sei così vivo e forte da resistere ostinatamente contro la verità, e spesso diventi vero quanto il vero, e non svanisci se non nella morte.

Parole e passaggi difficili. «Parmi innalzar» = mi pare di essere innalzato (costrutto del Petrarca, spiega Marenduzzo). «Sott’altra luce che l’usata» = sotto una luce diversa da quella solita. «Il ver» = la realtà, con la sua infelicità. «Palese error» = illusione evidente. «Divina» = singolare, eccellente: Marenduzzo ricorda che Leopardi stesso spiega così questo aggettivo. «Al ver s’adegua» = diventa uguale al vero.

Versi 117-135: la bellezza vera

E tu, pensiero mio, unico che dai vita ai miei giorni, causa amata di infiniti affanni, di certo morirai con me nello stesso momento: perché sento dentro l’anima, da segni vivi, che mi sei stato dato come padrone per sempre. Altre dolci illusioni si indebolivano sempre di più davanti all’aspetto della realtà. Invece, quanto più torno a rivedere colei di cui vivo parlando con te, tanto più cresce quella grande gioia, cresce quel grande delirio di cui respiro. Bellezza angelica! Ogni volto più bello, dovunque guardi, mi sembra imitare il tuo come un’immagine imperfetta. Tu sola mi sembri la fonte di ogni altra grazia, l’unica vera bellezza.

Parole e passaggi difficili. «Vitale» = che dà vita. «Per morte a un tempo spento» = morirai insieme a me (Straccali cita il Petrarca). «A vivi segni» = da segni sicuri, interiori. «Il vero aspetto»: per Straccali è la realtà delle cose; Marenduzzo intende la presenza della donna. «Colei» = la donna amata, Fanny. «Ond’io respiro» = di cui vivo. «Finta imago» = immagine imitata, non perfetta come il modello (Straccali). Qui la donna non è più un’idea lontana, come in Alla sua donna: è una persona reale.

Versi 136-147: che altro chiedo?

Da quando ti ho vista la prima volta, di quale mio pensiero serio non sei stata l’ultimo scopo? Quanto tempo della giornata è passato senza che io pensassi a te? Quante volte la tua immagine sovrana è mancata nei miei sogni? Volto angelico, bello come un sogno: sulla terra, sulle strade alte dell’universo intero, che cosa chiedo, che cosa spero, se non vedere i tuoi occhi, più belli di qualunque cosa? Che cosa voglio di più dolce del pensiero di te?

Parole e passaggi difficili. «Pria» = la prima volta. «Seria cura» = pensiero serio. «Ultimo obbietto» = meta finale. «Terrena stanza» = la terra. «Vago» = bello. L’ultima strofa torna dal pensiero alla donna: il canto si chiude sui suoi occhi.

Da ricordare

  • Primo canto del «ciclo di Aspasia», per Fanny Targioni Tozzetti; scritto a Firenze (1831 secondo Marenduzzo), pubblicato nel 1835.
  • Metro: strofe libere di endecasillabi e settenari, con rime anche al mezzo.
  • Il pensiero d’amore domina la mente «come torre in solitario campo».
  • L’amore dà coraggio e disprezzo per la viltà del secolo «superbo» e utilitarista.
  • È un’illusione («sogno e palese error»), ma «divina», perché resiste al vero.
  • La donna amata è reale, non un’idea come in Alla sua donna.

Collegamenti utili

Fonti e approfondimenti

  • Giacomo Leopardi, Il pensiero dominante, in Canti, a cura di Alessandro Donati, Laterza, Bari 1917 (Wikisource).
  • Giacomo Leopardi, Canti, con introduzione e commento di Antonio Marenduzzo, Raffaello Giusti, Livorno 1910: copia digitale su Internet Archive.
  • I canti di Giacomo Leopardi commentati da Alfredo Straccali, terza edizione corretta e accresciuta da Oreste Antognoni, G. C. Sansoni, Firenze 1919: copia digitale su Internet Archive.
  • «LEOPARDI, Giacomo», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani).
Aggiornato il
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L'autore

Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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