Consalvo di Leopardi: testo e parafrasi

Antonio Garofano Antonio Garofano 17 min di lettura

Consalvo è un piccolo racconto in versi. Il giovane Consalvo sta morendo, abbandonato dagli amici; accanto a lui c’è solo Elvira, la donna che ha amato in silenzio per anni. Sul punto di morire trova il coraggio di parlare e le chiede un bacio, uno solo. Elvira, per pietà, glielo concede, e lui muore felice. Il canto uscì nell’edizione napoletana del 1835, ma la data di composizione è discussa: Marenduzzo riassume le diverse ipotesi (dal 1817 al 1833) e lo lega, almeno nella forma finale, all’amore per Fanny Targioni Tozzetti; l’edizione Straccali-Antognoni del 1919 ricorda un abbozzo che riporta agli anni 1832-33.

Il testo di Consalvo

Presso alla fin di sua dimora in terra
giacea Consalvo; disdegnoso un tempo
del suo destino; or giá non piú, ché, a mezzo
il quinto lustro, gli pendea sul capo
il sospirato obblio. Qual da gran tempo, 5
cosí giacea nel funeral suo giorno
dai piú diletti amici abbandonato:
ch’amico in terra al lungo andar nessuno
resta a colui che della terra è schivo.
Pur gli era al fianco, da pietá condotta 10
a consolare il suo deserto stato,
quella che sola e sempre eragli a mente,
per divina beltá famosa Elvira;
conscia del suo poter, conscia che un guardo
suo lieto, un detto d’alcun dolce asperso, 15
ben mille volte ripetuto e mille
nel costante pensier, sostegno e cibo
esser solea dell’infelice amante:
benché nulla d’amor parola udita
avess’ella da lui. Sempre in quell’alma 20
era del gran desio stato piú forte
un sovrano timor. Cosí l’avea
fatto schiavo e fanciullo il troppo amore.

Ma ruppe alfin la morte il nodo antico
alla sua lingua. Poiché certi i segni 25
sentendo di quel dí che l’uom discioglie,
lei, giá mossa a partir, presa per mano,
e quella man bianchissima stringendo,
disse: — Tu parti, e l’ora omai ti sforza:
Elvira, addio. Non ti vedrò, ch’io creda, 30
un’altra volta. Or dunque addio. Ti rendo
qual maggior grazia mai delle tue cure
dar possa il labbro mio. Premio daratti
chi può, se premio ai pii dal ciel si rende. —
Impallidia la bella, e il petto anelo 35
udendo le si fea: ché sempre stringe
all’uomo il cor dogliosamente, ancora
ch’estranio sia, chi si diparte, e dice
addio per sempre. E contraddir voleva,
dissimulando l’appressar del fato, 40
al moribondo. Ma il suo dir prevenne
quegli, e soggiunse: — Desiata, e molto,
come sai, ripregata a me discende,
non temuta, la morte; e lieto apparmi
questo feral mio dí. Pesami, è vero, 45
che te perdo per sempre. Oimè! per sempre
parto da te. Mi si divide il core
in questo dir. Piú non vedrò quegli occhi,
né la tua voce udrò! Dimmi: ma pria
di lasciarmi in eterno, Elvira, un bacio 50
non vorrai tu donarmi? un bacio solo
in tutto il viver mio? Grazia ch’ei chiegga
non si nega a chi muor. Né giá vantarmi
potrò del dono, io semispento, a cui
straniera man le labbra oggi fra poco 55
eternamente chiuderá. — Ciò detto
con un sospiro, all’adorata destra
le fredde labbra supplicando affisse.

Stette sospesa e pensierosa in atto
la bellissima donna; e fiso il guardo, 60
di mille vezzi sfavillante, in quello
tenea dell’infelice, ove l’estrema
lacrima rilucea. Né dielle il core
di sprezzar la dimanda, e il mesto addio
rinacerbir col niego; anzi la vinse 65
misericordia dei ben noti ardori.
E quel volto celeste, e quella bocca,
giá tanto desiata, e per molt’anni
argomento di sogno e di sospiro,
dolcemente appressando al volto afflitto 70
e scolorato dal mortale affanno,
piú baci e piú, tutta benigna e in vista
d’alta pietá, su le convulse labbra
del trepido, rapito amante impresse.

Che divenisti allor? quali appariro 75
vita, morte, sventura agli occhi tuoi,
fuggitivo Consalvo? Egli la mano,
ch’ancor tenea, della diletta Elvira
postasi al cor, che gli ultimi battea
palpiti della morte e dell’amore: 80
— Oh — disse — Elvira, Elvira mia! ben sono
in su la terra ancor; ben quelle labbra
fûr le tue labbra, e la tua mano io stringo!
Ahi! vision d’estinto, o sogno, o cosa
incredibil mi par. Deh quanto, Elvira, 85
quanto debbo alla morte! Ascoso innanzi
non ti fu l’amor mio per alcun tempo;
non a te, non altrui; ché non si cela
vero amore alla terra. Assai palese
agli atti, al volto sbigottito, agli occhi, 90
ti fu: ma non ai detti. Ancora e sempre
muto sarebbe l’infinito affetto
che governa il cor mio, se non l’avesse
fatto ardito il morir. Morrò contento
del mio destino omai, né piú mi dolgo 95
ch’aprii le luci al dí. Non vissi indarno,
poscia che quella bocca alla mia bocca
premer fu dato. Anzi felice estimo
la sorte mia. Due cose belle ha il mondo:
amore e morte. All’una il ciel mi guida 100
in sul fior dell’etá; nell’altro, assai
fortunato mi tengo. Ah! se una volta,
solo una volta il lungo amor quieto
e pago avessi tu, fôra la terra
fatta quindi per sempre un paradiso 105
ai cangiati occhi miei. Fin la vecchiezza,
l’abborrita vecchiezza, avrei sofferto
con riposato cor: ché a sostentarla
bastato sempre il rimembrar sarebbe
d’un solo istante, e il dir: — Felice io fui 110
sovra tutti i felici. — Ahi! ma cotanto
esser beato non consente il cielo
a natura terrena. Amar tant’oltre
non è dato con gioia. E ben per patto
in poter del carnefice ai flagelli, 115
alle ruote, alle faci ito volando
sarei dalle tue braccia; e ben disceso
nel paventato sempiterno scempio.

O Elvira, Elvira, oh lui felice, oh sovra
gl’immortali beato, a cui tu schiuda 120
il sorriso d’amor! felice appresso
chi per te sparga con la vita il sangue!
Lice, lice al mortal, non è giá sogno
come stimai gran tempo, ahi! lice in terra
provar felicitá. Ciò seppi il giorno 125
che fiso io ti mirai. Ben per mia morte
questo m’accadde. E non però quel giorno
con certo cor giammai, fra tante ambasce,
quel fiero giorno biasimar sostenni.

Or tu vivi beata, e il mondo abbella, 130
Elvira mia, col tuo sembiante. Alcuno
non l’amerá quant’io l’amai. Non nasce
un altrettale amor. Quanto, deh quanto
dal misero Consalvo in sí gran tempo
chiamata fosti, e lamentata, e pianta! 135
Come al nome d’Elvira, in cor gelando,
impallidir; come tremar son uso
all’amaro calcar della tua soglia,
a quella voce angelica, all’aspetto
di quella fronte, io ch’al morir non tremo! 140
Ma la lena e la vita or vengon meno
agli accenti d’amor. Passato è il tempo,
né questo di rimemorar m’è dato.
Elvira, addio. Con la vital favilla
la tua diletta immagine si parte 145
dal mio cor finalmente. Addio. Se grave
non ti fu quest’affetto, al mio ferètro
dimani all’annottar manda un sospiro. —

Tacque: né molto andò, che a lui col suono
mancò lo spirto; e innanzi sera il primo 150
suo dí felice gli fuggía dal guardo.

Testo: Wikisource, Canti a cura di Alessandro Donati (Bari, Laterza, 1917), licenza CC BY-SA 4.0.

Parafrasi di Consalvo

Il canto è un racconto: la parafrasi segue le sue scene. Tieni il testo sott’occhio: nei titoli trovi i versi di ogni scena.

Versi 1-23: Consalvo morente e Elvira

Consalvo era a letto, vicino alla fine della sua vita sulla terra. Un tempo si era ribellato al suo destino; ora non più, perché, a ventidue anni e mezzo, gli stava sopra il capo la morte tanto desiderata. Nel giorno della sua morte era abbandonato dagli amici più cari, come da molto tempo: perché alla lunga non resta nessun amico a chi rifiuta il mondo. Eppure al suo fianco c’era, venuta per pietà a consolarlo nella sua solitudine, colei che era sempre e soltanto nei suoi pensieri: Elvira, famosa per la sua bellezza divina. Sapeva di avere potere su di lui; sapeva che un suo sguardo lieto, una parola con un po’ di dolcezza, ripetuti mille e mille volte nel suo pensiero fisso, erano di solito il sostegno e il nutrimento dell’infelice innamorato: anche se da lui non aveva mai sentito una parola d’amore. In quell’anima una paura sovrana era sempre stata più forte del grande desiderio. Il troppo amore lo aveva reso così, schiavo e bambino.

Parole e passaggi difficili. «Disdegnoso» = sdegnato contro il destino. «A mezzo il quinto lustro» = a metà dei venticinque anni, cioè a ventidue anni e mezzo (Marenduzzo e Straccali). «Gli pendea sul capo» = gli stava sopra, incombeva. «Il sospirato obblio» = la morte desiderata. «Funeral suo giorno» = il giorno della sua morte. «Schivo» = insofferente. «Deserto stato» = solitudine. «Conscia» = consapevole. «Un detto d’alcun dolce asperso» = una parola con un po’ di dolcezza. «Sovrano timor» = la timidezza che vince tutto.

Versi 24-34: l’addio

Ma alla fine la morte sciolse il nodo che da tanto tempo gli legava la lingua. Sentendo i segni sicuri del giorno che scioglie l’uomo dalla vita, prese per mano lei, che stava già per andarsene, e stringendo quella mano bianchissima disse: «Tu parti, e ormai l’ora ti costringe. Elvira, addio. Credo che non ti rivedrò un’altra volta. Addio, dunque. Ti ringrazio delle tue cure quanto più può il mio labbro. Ti ricompenserà chi può, se il cielo ricompensa chi è pietoso.»

Parole e passaggi difficili. «Ruppe… il nodo» = sciolse la lingua; Marenduzzo cita un verso simile del Petrarca. «Antico» = durato a lungo. «Quel dí che l’uom discioglie» = il giorno della morte. «Mossa a partir» = in procinto di andare via. «L’ora omai ti sforza» = è tardi, devi andare. «Premio daratti chi può, se premio ai pii dal ciel si rende» = ricorda Virgilio (Eneide I), dice Marenduzzo.

Versi 35-58: la richiesta del bacio

La bella impallidiva e, ascoltando, il petto le si faceva affannoso: perché chi se ne va e dice addio per sempre stringe sempre il cuore con dolore, anche se è un estraneo. Voleva contraddire il moribondo, negando che la morte fosse vicina. Ma lui la anticipò e aggiunse: «La morte scende su di me desiderata, e invocata molte volte, lo sai, non temuta; e questo giorno di morte mi sembra lieto. Mi pesa, è vero, perderti per sempre. Ahimè, me ne vado da te per sempre. Mi si spezza il cuore a dirlo. Non vedrò più quegli occhi, non sentirò più la tua voce! Ma dimmi, Elvira: prima di lasciarmi per l’eternità, non vorrai darmi un bacio? Un bacio solo in tutta la mia vita? A chi muore non si nega una grazia. E non potrò nemmeno vantarmi del dono, io mezzo morto, a cui fra poco una mano estranea chiuderà per sempre le labbra.» Detto questo con un sospiro, appoggiò supplicando le labbra fredde sulla mano adorata di lei.

Parole e passaggi difficili. «Anelo» = affannoso. «Ancora ch’estranio sia» = anche se è un estraneo. Marenduzzo ricorda un pensiero di Leopardi stesso sulla pena per la morte anche di chi non conosceva bene. «Dissimulando l’appressar del fato» = facendo finta che la morte non fosse vicina. «Prevenne» = anticipò. «Feral» = di morte. «Semispento» = mezzo morto. «Straniera man» = la mano di un estraneo, perché gli amici l’hanno lasciato (Marenduzzo). «Destra» = mano destra. «Affisse» = posò.

Versi 59-74: i baci di Elvira

La bellissima donna restò un momento incerta e pensosa; teneva lo sguardo, che scintillava di mille grazie, fisso in quello dell’infelice, dove brillava l’ultima lacrima. Non ebbe cuore di respingere la richiesta e di rendere più amaro il triste addio con un rifiuto; anzi la vinse la pietà per quell’amore che conosceva bene. E avvicinando dolcemente quel volto celeste e quella bocca, tanto desiderata e per molti anni oggetto di sogni e di sospiri, al volto afflitto e pallido per l’agonia, impresse più e più baci, tutta benevola e con l’aria di una grande pietà, sulle labbra tremanti dell’innamorato, rapito e trepidante.

Parole e passaggi difficili. «Sospesa» = esitante (Marenduzzo). «In atto» = nell’aspetto. «Vezzi» = grazie. «Né dielle il core» = non ebbe cuore. «Rinacerbir col niego» = rendere più doloroso con un rifiuto. «Misericordia dei ben noti ardori» = pietà per l’amore che lei conosceva. «Argomento» = oggetto. «Scolorato» = pallido. «In vista d’alta pietà» = con l’aria di una profonda pietà: è la compassione, non l’amore, a muoverla.

Versi 75-101: amore e morte

Che cosa diventasti allora, Consalvo che te ne stavi andando? Come ti apparvero la vita, la morte, la sventura? Lui si portò al cuore la mano dell’amata Elvira, che teneva ancora: il cuore batteva gli ultimi palpiti della morte e dell’amore. «Oh,» disse, «Elvira, Elvira mia! Sono ancora sulla terra; quelle labbra erano proprio le tue, e io stringo la tua mano! Mi sembra la visione di un morto, o un sogno, o una cosa incredibile. Quanto, Elvira, quanto devo alla morte! Il mio amore non ti è stato nascosto, in nessun momento; né a te né agli altri, perché il vero amore non si nasconde al mondo. Ti è stato evidente nei gesti, nel viso smarrito, negli occhi: ma non nelle parole. Quell’amore infinito che governa il mio cuore sarebbe rimasto muto ancora e per sempre, se la morte non l’avesse reso coraggioso. Ora morirò contento del mio destino, e non mi dispiace più di essere nato. Non ho vissuto invano, poiché mi è stato concesso di premere la mia bocca su quella bocca. Anzi, considero felice la mia sorte. Il mondo ha due cose belle: amore e morte. Il cielo mi conduce alla seconda nel fiore dell’età; nell’altro mi considero molto fortunato.»

Parole e passaggi difficili. «Fuggitivo» = che fugge verso la morte, moribondo (Marenduzzo). «Vision d’estinto» = visione di chi è già morto. «Ascoso» = nascosto. «Ai detti» = nelle parole. «Aprii le luci al dí» = nacqui. «Indarno» = invano. «Estimo» = giudico. «Due cose belle ha il mondo: amore e morte» = lo stesso pensiero di Amore e Morte. «All’una… nell’altro» = alla morte… nell’amore.

Versi 102-118: se tu mi avessi amato

«Ah, se una volta, una volta sola, tu avessi calmato e appagato il mio lungo amore, la terra sarebbe diventata da quel momento un paradiso per i miei occhi cambiati. Avrei sopportato perfino la vecchiaia, la vecchiaia odiata, con il cuore in pace: perché per sostenerla sarebbe sempre bastato ricordare un solo istante e dire: “Sono stato felice più di tutti i felici”. Ahi, ma il cielo non permette alla natura umana di essere così beata. Non è concesso amare tanto con gioia. E, pur di averlo, avrei accettato il patto di correre dalle tue braccia nelle mani del carnefice, alle fruste, alla ruota, al rogo; e di scendere nella pena eterna tanto temuta.»

Parole e passaggi difficili. «Quieto e pago» = calmato e soddisfatto. «Fôra» = sarebbe. «Quindi» = da allora. «Cangiati» = cambiati. «Riposato cor» = cuore tranquillo. «Tant’oltre» = così tanto. «Per patto» = in cambio. «Ruote» = strumento di tortura; «faci» = fiaccole, roghi (Marenduzzo). «Sempiterno scempio» = la dannazione eterna. Straccali osserva che qui l’espressione si fa un po’ retorica e che il pensiero dell’inferno è estraneo al Leopardi di quegli anni: lo pensa Consalvo, non il poeta.

Versi 119-129: si può essere felici

«O Elvira, Elvira, felice, più beato degli dèi, colui al quale tu apri il sorriso dell’amore! E felice, subito dopo, chi per te versa il sangue insieme alla vita! È possibile, è possibile per un uomo, non è un sogno come ho creduto a lungo, ahi, è possibile provare la felicità sulla terra. L’ho saputo il giorno in cui ti ho guardata fissamente. Proprio questo fu la causa della mia morte. Eppure, in mezzo a tante angosce, non ho mai avuto il coraggio di maledire con cuore deciso quel giorno crudele.»

Parole e passaggi difficili. I vv. 119-121 ricordano, per Straccali, l’ode di Saffo imitata da Catullo («Ille mi par esse deo videtur»). «Appresso» = subito dopo. «Sparga con la vita il sangue» = muoia per te; Marenduzzo e Straccali citano Virgilio (Eneide II). «Lice» = è lecito, è possibile. «Fiso» = fissamente. «Per mia morte»: per Straccali significa «fu la causa della mia morte» (Consalvo muore consumato da un amore segreto); Marenduzzo, citando il Piergili, intende «per mia pena». «Con certo cor» = con convinzione. «Sostenni» = ebbi la forza.

Versi 130-148: l’ultimo saluto

«Ora vivi felice, Elvira mia, e rendi bello il mondo con il tuo volto. Nessuno lo amerà quanto l’ho amato io. Non nasce un altro amore così. Quanto, quanto il povero Consalvo ti ha chiamata, rimpianta e pianta in tutto questo tempo! Come sono abituato a impallidire, con il cuore che gela, al nome di Elvira; come tremo quando varco, con amarezza, la tua soglia, a quella voce d’angelo, davanti a quella fronte, io che non tremo davanti alla morte! Ma ora alle parole d’amore mancano il fiato e la vita. Il tempo è passato, e non mi è dato ricordare questo giorno. Elvira, addio. Con la scintilla della vita lascia finalmente il mio cuore anche la tua immagine amata. Addio. Se questo amore non ti è stato di peso, domani, al calar della notte, manda un sospiro al mio feretro.»

Parole e passaggi difficili. «Il mondo abbella» = rendi bello il mondo. «Non l’amerà» = non amerà il tuo volto; Marenduzzo nota che le edizioni dopo il 1835 hanno «non t’amerà», ma gli autografi non lo confermano. «Un altrettale» = uno uguale. «All’amaro calcar della tua soglia» = quando entro, con amarezza, in casa tua. «Lena» = fiato. «Rimemorar» = ricordare. «Vital favilla» = la scintilla della vita. «Grave» = pesante, sgradito. «Ferètro» = bara. «All’annottar» = quando si fa notte.

Versi 149-151: la morte

Tacque; e non passò molto che, insieme alla voce, gli mancò il respiro; e prima di sera il suo primo giorno felice gli fuggì dagli occhi.

Parole e passaggi difficili. «Col suono» = insieme alla voce. «Lo spirto» = il respiro, la vita. «Il primo suo dì felice» = il primo e unico giorno felice della sua vita è anche l’ultimo.

Da ricordare

  • Pubblicato nel 1835; la data di composizione è discussa (Marenduzzo lo lega, nella forma finale, all’amore per Fanny Targioni Tozzetti; un abbozzo citato da Straccali-Antognoni riporta al 1832-33).
  • Endecasillabi sciolti; è una novella in versi, con un narratore e i discorsi diretti di Consalvo.
  • Consalvo muore a ventidue anni e mezzo («a mezzo il quinto lustro»), dopo aver taciuto il suo amore per timidezza.
  • Elvira lo bacia per pietà, non per amore.
  • Il centro del canto: «Due cose belle ha il mondo: amore e morte».

Collegamenti utili

Fonti e approfondimenti

  • Giacomo Leopardi, Consalvo, in Canti, a cura di Alessandro Donati, Laterza, Bari 1917 (Wikisource).
  • Giacomo Leopardi, Canti, con introduzione e commento di Antonio Marenduzzo, Raffaello Giusti, Livorno 1910: copia digitale su Internet Archive.
  • I canti di Giacomo Leopardi commentati da Alfredo Straccali, terza edizione corretta e accresciuta da Oreste Antognoni, G. C. Sansoni, Firenze 1919: copia digitale su Internet Archive.
  • «LEOPARDI, Giacomo», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani).
Condividi:

L'autore

Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

Tutti gli articoli →

Join the discussion

Fai una domanda, lascia un commento o suggerisci un argomento per le prossime pagine.

0 commenti