Amore e Morte è un canto del ciclo di Aspasia, in strofe libere di endecasillabi e settenari con rime anche al mezzo del verso. Il senso, in breve: amore e morte sono fratelli, nati insieme dal destino; chi ama davvero desidera morire, e il poeta chiude chiedendo alla morte di venire presto, senza viltà e senza pregare il cielo.
Amore e Morte appartiene al «ciclo di Aspasia», le poesie nate dalla passione per Fanny Targioni Tozzetti. Secondo Marenduzzo fu composto nel 1832 ed è uscito nell’edizione napoletana dei Canti del 1835. In epigrafe c’è un verso del poeta greco Menandro, che Leopardi traduce così: «Muor giovane colui ch’al cielo è caro». L’idea di partenza la scrisse lui stesso a Fanny in una lettera del 16 agosto 1832: l’amore e la morte «sono le sole cose belle che ha il mondo». Il canto spiega perché i due sono fratelli e finisce con una preghiera alla morte.
Il testo di Amore e Morte
Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
ingenerò la sorte.
Cose quaggiú sí belle
altre il mondo non ha, non han le stelle.
Nasce dall’uno il bene, 5
nasce il piacer maggiore
che per lo mar dell’essere si trova;
l’altra ogni gran dolore
ogni gran male annulla.
Bellissima fanciulla, 10
dolce a veder, non quale
la si dipinge la codarda gente,
gode il fanciullo Amore
accompagnar sovente;
e sorvolano insiem la via mortale, 15
primi conforti d’ogni saggio core.
Né cor fu mai piú saggio
che percosso d’amor, né mai piú forte
sprezzò l’infausta vita,
né per altro signore 20
come per questo a perigliar fu pronto:
ch’ove tu porgi aita,
Amor, nasce il coraggio,
o si ridesta; e sapiente in opre,
non in pensiero invan, siccome suole, 25
divien l’umana prole.Quando novellamente
nasce nel cor profondo
un amoroso affetto,
languido e stanco insiem con esso in petto 30
un desiderio di morir si sente:
come, non so: ma tale
d’amor vero e possente è il primo effetto.
Forse gli occhi spaura
allor questo deserto: a sé la terra 35
forse il mortale inabitabil fatta
vede omai senza quella
nova, sola, infinita
felicitá che il suo pensier figura:
ma per cagion di lei grave procella 40
presentendo in suo cor, brama quiete,
brama raccôrsi in porto
dinanzi al fier disio,
che giá, rugghiando, intorno intorno oscura.Poi, quando tutto avvolge 45
la formidabil possa,
e fulmina nel cor l’invitta cura,
quante volte implorata
con desiderio intenso,
Morte, sei tu dall’affannoso amante! 50
Quante la sera, e quante
abbandonando all’alba il corpo stanco,
sé beato chiamò, s’indi giammai
non rilevasse il fianco,
né tornasse a veder l’amara luce! 55
E spesso al suon della funebre squilla,
al canto che conduce
la gente morta al sempiterno obblio,
con piú sospiri ardenti
dall’imo petto invidiò colui 60
che tra gli spenti ad abitar sen giva.
Fin la negletta plebe,
l’uom della villa, ignaro
d’ogni virtú che da saper deriva,
fin la donzella timidetta e schiva, 65
che giá di morte al nome
sentí rizzar le chiome,
osa alla tomba, alle funeree bende
fermar lo sguardo di costanza pieno;
osa ferro e veleno 70
meditar lungamente,
e nell’indotta mente
la gentilezza del morir comprende.
Tanto alla morte inclina
d’amor la disciplina. Anco sovente, 75
a tal venuto il gran travaglio interno
che sostener nol può forza mortale,
o cede il corpo frale
ai terribili moti, e in questa forma
pel fraterno poter Morte prevale; 80
o cosí sprona Amor lá nel profondo,
che da se stessi il villanello ignaro,
la tenera donzella
con la man violenta
pongon le membra giovanili in terra. 85
Ride ai lor casi il mondo,
a cui pace e vecchiezza il ciel consenta.Ai fervidi, ai felici,
agli animosi ingegni
l’uno o l’altro di voi conceda il fato, 90
dolci signori, amici
all’umana famiglia,
al cui poter nessun poter somiglia
nell’immenso universo, e non l’avanza,
se non quella del fato, altra possanza. 95
E tu, cui giá dal cominciar degli anni
sempre onorata invoco,
bella Morte, pietosa
tu sola al mondo dei terreni affanni,
se celebrata mai 100
fosti da me, s’al tuo divino stato
l’onte del volgo ingrato
ricompensar tentai,
non tardar piú, t’inchina
a disusati preghi; 105
chiudi alla luce omai
questi occhi tristi, o dell’etá reina.
Me certo troverai, qual si sia l’ora
che tu le penne al mio pregar dispieghi,
erta la fronte, armato, 110
e renitente al fato,
la man che flagellando si colora
nel mio sangue innocente
non ricolmar di lode,
non benedir, com’usa 115
per antica viltá l’umana gente;
ogni vana speranza onde consola
sé coi fanciulli il mondo,
ogni conforto stolto
gittar da me; null’altro in alcun tempo 120
sperar se non te sola;
solo aspettar sereno
quel dí ch’io pieghi addormentato il volto
nel tuo virgineo seno.
Testo: Wikisource, Canti a cura di Alessandro Donati (Bari, Laterza, 1917), licenza CC BY-SA 4.0.
Parafrasi di Amore e Morte
Tieni il testo sott’occhio e apri una sequenza per volta: i numeri nel titolo rimandano ai versi.
Versi 1-16: i due fratelli
Il destino generò nello stesso momento due fratelli, Amore e Morte. Il mondo quaggiù non ha altre cose così belle, e nemmeno le stelle. Dal primo nasce il bene, nasce il piacere più grande che si possa trovare nel mare dell’esistenza; la seconda cancella ogni grande dolore, ogni grande male. È una fanciulla bellissima, dolce da guardare, non come la dipinge la gente vigliacca; spesso le piace accompagnare il fanciullo Amore. Volano insieme sopra la strada della vita, e sono il primo conforto di ogni cuore saggio.
Parole e passaggi difficili. «Ingenerò» = generò, in un solo parto (Marenduzzo). «Per lo mar dell’essere» = nell’universo, espressione di Dante (Paradiso I). «L’altra» = la Morte. «La codarda gente» = chi ha paura della morte e la immagina mostruosa. «Il fanciullo Amore» = il dio alato. «La via mortale» = la vita umana.
Versi 17-26: l’amore dà coraggio
E mai un cuore fu più saggio di quando è colpito dall’amore, e mai disprezzò con più forza la vita infelice, né fu pronto a rischiare per nessun altro padrone come per questo: perché, Amore, dove tu porti il tuo aiuto, nasce o si risveglia il coraggio; e gli uomini diventano sapienti nei fatti, non inutilmente nei pensieri, come succede di solito.
Parole e passaggi difficili. «Percosso d’amor» = ferito, acceso d’amore. «Infausta» = sventurata. «Per altro signore» = per nessun altro signore che Amore. «Perigliar» = esporsi ai pericoli. «Aita» = aiuto. «Sapiente in opre, non in pensiero invan» = capace di agire, non di fare solo discorsi vuoti (Marenduzzo).
Versi 27-44: il primo effetto dell’amore
Quando un sentimento d’amore nasce per la prima volta nel profondo del cuore, insieme a lui si sente nel petto un desiderio di morire, languido e stanco: come, non lo so, ma questo è il primo effetto di un amore vero e forte. Forse allora questo mondo deserto spaventa gli occhi: forse l’uomo vede che la terra è ormai per lui inabitabile senza quella felicità nuova, unica, infinita che il suo pensiero immagina. Ma, presentendo nel cuore una grave tempesta a causa di lei, desidera la quiete, desidera rifugiarsi in porto prima che il desiderio feroce, che già ruggendo oscura tutto intorno, lo travolga.
Parole e passaggi difficili. «Novellamente» = appena, nel primo momento. «Spaura» = spaventa. «Questo deserto» = il mondo, che all’innamorato sembra vuoto. «Nova» = mai provata. «Figura» = immagina. «Per cagion di lei» = a causa di quella felicità desiderata (Marenduzzo). «Procella» = tempesta: le pene d’amore. «Raccôrsi in porto» = rifugiarsi nella morte, porto tranquillo; è una metafora frequente nel Petrarca. Marenduzzo ricorda che Leopardi aveva già descritto nello Zibaldone (1823) lo «spavento» che la bellezza mette a prima vista.
Versi 45-61: la morte invocata
Poi, quando la forza tremenda dell’amore avvolge tutto e l’affanno invincibile si scatena nel cuore, quante volte, Morte, sei invocata dall’innamorato tormentato, con un desiderio intenso! Quante volte la sera, e quante all’alba, lasciandosi cadere stanco sul letto, si disse beato se da lì non si fosse mai più alzato e non avesse più rivisto la luce amara! E spesso, al suono della campana a morto, al canto che accompagna i defunti verso l’oblio eterno, con molti sospiri ardenti, dal fondo del petto, invidiò chi se ne andava ad abitare tra i morti.
Parole e passaggi difficili. «Formidabil possa» = potenza terribile. «Fulmina nel cor l’invitta cura»: i due commenti la costruiscono in modo diverso. Per Marenduzzo «fulmina» è intransitivo, «si scatena come un fulmine», e il soggetto è «l’invitta cura», l’angoscia invincibile; per Straccali è la «possa» dell’amore che «scaglia violenta» nel cuore l’affanno invincibile. Il senso resta lo stesso. «Indi» = dal letto (Marenduzzo). «Rilevasse il fianco» = si alzasse. «Funebre squilla» = la campana dei funerali. «Imo petto» = fondo del petto. «Spenti» = morti.
Versi 62-73: anche i semplici
Perfino la gente povera e trascurata, il contadino che non conosce la forza d’animo che viene dal sapere, perfino la ragazza timida e ritrosa, che prima sentiva rizzarsi i capelli al solo nome della morte, osa fissare con fermezza la tomba e le bende funebri; osa pensare a lungo al pugnale e al veleno, e nella sua mente senza istruzione capisce quanto sia nobile morire.
Parole e passaggi difficili. «Negletta plebe» = il popolo che nessuno considera. «L’uom della villa» = il contadino. «Virtù che da saper deriva» = la forza che nasce dalla conoscenza del vero, che insegna a disprezzare la vita (Marenduzzo). «Schiva» = ritrosa. «Funeree bende» = gli apparati della morte. «Di costanza pieno» = fermo. «Indotta» = non istruita. «La gentilezza del morir» = la nobiltà della morte; Marenduzzo ricorda Dante, «Morte… cosa gentile», e il Tasso, «Morte magnanima e gentile».
Versi 74-87: quando l’amore uccide
Tanto la scuola dell’amore porta verso la morte. E spesso, quando il grande tormento interiore arriva a un punto che nessuna forza umana può sopportare, o il corpo fragile cede a quelle emozioni terribili, e così la Morte vince grazie al potere del fratello; oppure Amore punge così forte nel profondo che il contadino ignaro e la tenera ragazza, con la propria mano violenta, gettano a terra il loro corpo giovane. Il mondo ride delle loro storie: il mondo, a cui il cielo conceda pace e vecchiaia.
Parole e passaggi difficili. «D’amor la disciplina» = l’insegnamento, la scuola dell’amore. «Frale» = fragile. «Moti» = impeti della passione. «Pel fraterno poter» = per la forza del fratello Amore. «Pongon le membra… in terra» = si uccidono; Marenduzzo cita il Petrarca: «Colle mie mani avrei già posto in terra queste membra noiose». L’ultimo verso è ironico: per Leopardi pace e vecchiaia sono noia, non un premio (Marenduzzo).
Versi 88-107: la preghiera alla morte
Alle anime ardenti, felici e coraggiose il destino conceda l’uno o l’altro di voi, dolci signori amici della famiglia umana, al cui potere nessun altro potere somiglia nell’universo immenso, e che nessuna forza supera se non quella del destino. E tu, che fin dai primi anni della mia vita invoco sempre con rispetto, bella Morte, l’unica al mondo che abbia pietà degli affanni terreni: se mai ti ho celebrata, se ho cercato di ripagare la tua natura divina delle offese della gente ingrata, non tardare più, piegati a preghiere insolite, chiudi ormai alla luce questi occhi tristi, o signora del tempo.
Parole e passaggi difficili. «Felici» = eletti (Marenduzzo). «Ingegni» = anime, nature. «Non l’avanza» = non lo supera. «Dal cominciar degli anni» = fin da ragazzo: Marenduzzo ricorda la cantica giovanile Appressamento della morte. «Stato» = natura, condizione divina. «Volgo» = per Straccali non il popolo povero, ma tutti coloro che pensano in modo comune, di qualunque classe. «Disusati preghi» = preghiere rare, perché quasi nessuno prega la morte di venire. «Dell’età reina» = signora del tempo (Marenduzzo e Straccali).
Versi 108-124: fronte alta fino alla fine
A qualunque ora tu apra le ali per rispondere alla mia preghiera, mi troverai di sicuro con la fronte alta, armato e ribelle al destino; mi troverai deciso a non coprire di lodi e a non benedire la mano che, colpendomi, si macchia del mio sangue innocente, come fa per antica vigliaccheria la gente; a gettare lontano ogni vana speranza con cui il mondo si consola come i bambini, ogni conforto sciocco; a non sperare mai nient’altro che te sola; ad aspettare sereno solo quel giorno in cui io pieghi il viso, addormentato, sul tuo seno di vergine.
Parole e passaggi difficili. «Le penne… dispieghi» = apra le ali verso di me. «Erta la fronte» = a testa alta. «Armato» = pronto a lottare contro il destino: entrambi i commenti richiamano Bruto minore e il Dialogo di Tristano e di un amico («non piego il capo al destino»). «Renitente» = che non si arrende. «La man che flagellando si colora nel mio sangue» = la mano del destino che mi colpisce. «Ogni vana speranza» = per Marenduzzo anche la speranza di una vita futura, che Leopardi rifiuta. «Virgineo seno» = la Morte immaginata come fanciulla.
Da ricordare
- Fa parte del «ciclo di Aspasia»; composto nel 1832 (Marenduzzo), pubblicato nel 1835.
- Metro: strofe libere di endecasillabi e settenari, con rime anche al mezzo del verso.
- Tesi: Amore e Morte sono fratelli e le sole cose belle del mondo.
- Prova: chi ama davvero desidera morire, prima con un desiderio «languido e stanco», poi «intenso».
- La morte non è un mostro ma una «bellissima fanciulla» pietosa.
- Finale: preghiera alla morte, «erta la fronte» e senza false speranze, come Bruto minore.
Collegamenti utili
- Amore e Morte nell’indice dei Canti
- Bruto minore: parafrasi
- Aspasia: parafrasi
- I Canti di Leopardi: l’opera
Fonti e approfondimenti
- Giacomo Leopardi, Amore e Morte, in Canti, a cura di Alessandro Donati, Laterza, Bari 1917 (Wikisource).
- Giacomo Leopardi, Canti, con introduzione e commento di Antonio Marenduzzo, Raffaello Giusti, Livorno 1910: copia digitale su Internet Archive.
- I canti di Giacomo Leopardi commentati da Alfredo Straccali, terza edizione corretta e accresciuta da Oreste Antognoni, G. C. Sansoni, Firenze 1919: copia digitale su Internet Archive.
- «LEOPARDI, Giacomo», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani).
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