Aspasia chiude il ciclo dedicato a Fanny Targioni Tozzetti: endecasillabi sciolti, scritti a Napoli nel 1834. Il senso, in breve: il poeta ricorda il giorno in cui si innamorò, poi capisce di aver amato un’idea più che la donna reale; ora è guarito, e guarda con amaro distacco la passione passata.
Aspasia chiude il cosiddetto «ciclo di Aspasia», le poesie nate dall’amore di Leopardi per Fanny Targioni Tozzetti, la signora fiorentina di cui si innamorò, secondo Marenduzzo, nella primavera del 1831. Lo stesso Marenduzzo la dice composta a Napoli nella primavera del 1834; uscì nell’edizione dei Canti del 1835. Il nome non è un complimento: Aspasia era la donna colta e seducente amata da Pericle, e la scelta, nota Straccali, mostra il risentimento del poeta. Il canto racconta il ricordo dell’innamoramento, spiega che lui non ha amato la donna vera ma un’idea nata nella sua mente, e finisce con la libertà ritrovata.
Il testo di Aspasia
Torna dinanzi al mio pensier talora
il tuo sembiante, Aspasia. O fuggitivo
per abitati lochi a me lampeggia
in altri volti; o per deserti campi,
al dí sereno, alle tacenti stelle, 5
da soave armonia quasi ridesta,
nell’alma a sgomentarsi ancor vicina,
quella superba vision risorge.
Quanto adorata, o numi, e quale un giorno
mia delizia ed erinni! E mai non sento 10
mover profumo di fiorita piaggia,
né di fiori olezzar vie cittadine,
ch’io non ti vegga ancor qual eri il giorno
che ne’ vezzosi appartamenti accolta,
tutti odorati de’ novelli fiori 15
di primavera, del color vestita
della bruna viola, a me si offerse
l’angelica tua forma, inchino il fianco
sovra nitide pelli, e circonfusa
d’arcana voluttá; quando tu, dotta 20
allettatrice, fervidi sonanti
baci scoccavi nelle curve labbra
de’ tuoi bambini, il niveo collo intanto
porgendo, e lor di tue cagioni ignari
con la man leggiadrissima stringevi 25
al seno ascoso e desiato. Apparve
novo ciel, nova terra, e quasi un raggio
divino al pensier mio. Cosí nel fianco
non punto inerme a viva forza impresse
il tuo braccio lo stral, che poscia fitto 30
ululando portai finch’a quel giorno
si fu due volte ricondotto il sole.Raggio divino al mio pensiero apparve,
donna, la tua beltá. Simile effetto
fan la bellezza e i musicali accordi, 35
ch’alto mistero d’ignorati Elisi
paion sovente rivelar. Vagheggia
il piagato mortal quindi la figlia
della sua mente, l’amorosa idea,
che gran parte d’Olimpo in sé racchiude, 40
tutta al volto, ai costumi, alla favella
pari alla donna che il rapito amante
vagheggiare ed amar confuso estima.
Or questa egli non giá, ma quella, ancora
nei corporali amplessi, inchina ed ama. 45
Alfin l’errore e gli scambiati oggetti
conoscendo, s’adira; e spesso incolpa
la donna a torto. A quella eccelsa imago
sorge di rado il femminile ingegno;
e ciò che inspira ai generosi amanti 50
la sua stessa beltá, donna non pensa,
né comprender potria. Non cape in quelle
anguste fronti ugual concetto. E male
al vivo sfolgorar di quegli sguardi
spera l’uomo ingannato, e mal richiede 55
sensi profondi, sconosciuti, e molto
piú che virili, in chi dell’uomo al tutto
da natura è minor. Che se piú molli
e piú tenui le membra, essa la mente
men capace e men forte anco riceve. 60Né tu finor giammai quel che tu stessa
inspirasti alcun tempo al mio pensiero,
potesti, Aspasia, immaginar. Non sai
che smisurato amor, che affanni intensi,
che indicibili moti e che deliri 65
movesti in me; né verrá tempo alcuno
che tu l’intenda. In simil guisa ignora
esecutor di musici concenti
quel ch’ei con mano o con la voce adopra
in chi l’ascolta. Or quell’Aspasia è morta 70
che tanto amai. Giace per sempre, oggetto
della mia vita un dí: se non se quanto,
pur come cara larva, ad ora ad ora
tornar costuma e disparir. Tu vivi,
bella non solo ancor, ma bella tanto, 75
al parer mio, che tutte l’altre avanzi.
Pur quell’ardor che da te nacque è spento:
perch’io te non amai, ma quella diva
che giá vita, or sepolcro, ha nel mio core.
Quella adorai gran tempo; e sí mi piacque 80
sua celeste beltá, ch’io, per insino
giá dal principio conoscente e chiaro
dell’esser tuo, dell’arti e delle frodi,
pur ne’ tuoi contemplando i suoi begli occhi,
cupido ti seguii finch’ella visse, 85
ingannato non giá, ma dal piacere
di quella dolce somiglianza un lungo
servaggio ed aspro a tollerar condotto.Or ti vanta, che il puoi. Narra che sola
sei del tuo sesso a cui piegar sostenni 90
l’altèro capo, a cui spontaneo porsi
l’indomito mio cor. Narra che prima,
e spero ultima certo, il ciglio mio
supplichevol vedesti, a te dinanzi
me timido, tremante (ardo in ridirlo 95
di sdegno e di rossor), me di me privo,
ogni tua voglia, ogni parola, ogni atto
spiar sommessamente, a’ tuoi superbi
fastidi impallidir, brillare in volto
ad un segno cortese, ad ogni sguardo 100
mutar forma e color. Cadde l’incanto,
e spezzato con esso, a terra sparso
il giogo: onde m’allegro. E sebben pieni
di tedio, alfin dopo il servire e dopo
un lungo vaneggiar, contento abbraccio 105
senno con libertá. Che se d’affetti
orba la vita, e di gentili errori,
è notte senza stelle a mezzo il verno,
giá del fato mortale a me bastante
e conforto e vendetta è che su l’erba 110
qui neghittoso immobile giacendo,
il mar, la terra e il ciel miro e sorrido.
Testo: Wikisource, Canti a cura di Alessandro Donati (Bari, Laterza, 1917), licenza CC BY-SA 4.0.
Parafrasi di Aspasia
Ogni sequenza si apre con un clic. Nel titolo trovi i versi a cui si riferisce, così segui sul testo.
Versi 1-10: l’immagine che ritorna
Ogni tanto il tuo volto, Aspasia, mi torna davanti al pensiero. A volte mi lampeggia per un attimo nel viso di altre donne, mentre cammino per le strade della città; a volte, nei campi deserti, di giorno sotto il sole o di notte sotto le stelle silenziose, quella superba visione risorge nell’anima, come risvegliata da una dolce armonia, e l’anima è ancora sul punto di esserne sconvolta. Quanto ti ho adorata, o dèi, e come sei stata un tempo la mia gioia e il mio tormento!
Parole e passaggi difficili. «Sembiante» = volto. «Fuggitivo» = per un attimo: la somiglianza dura poco (Marenduzzo). «Per abitati lochi» = in città; si oppone a «per deserti campi», la campagna solitaria (Straccali). «Alle tacenti stelle» = di notte. «A sgomentarsi ancor vicina» = ancora pronta a restare turbata dalla bellezza. «Erinni» = furia: Aspasia è insieme «delizia» e tormento.
Versi 10-32: il giorno dell’innamoramento
E non sento mai il profumo di una collina in fiore o di fiori nelle vie della città senza rivederti come eri il giorno in cui la tua figura angelica mi apparve, accolta in stanze eleganti tutte profumate dei primi fiori di primavera, vestita del colore della viola scura, appoggiata col fianco su pelli lucide e avvolta da una sensualità misteriosa. Tu, seduttrice esperta, davi baci ardenti e sonori sulle labbra dei tuoi bambini, intanto piegavi il collo bianco come la neve, e con la mano bellissima li stringevi al seno nascosto e desiderato, e loro non sapevano di essere strumenti della tua seduzione. Mi apparvero un cielo nuovo e una terra nuova, quasi un raggio divino nella mente. Così il tuo braccio, con forza, mi piantò nel fianco, che pure non era affatto indifeso, la freccia d’amore; e io la portai conficcata gridando di dolore finché il sole non tornò per due volte a quel giorno.
Parole e passaggi difficili. «Piaggia» = pendio, collina. «Olezzar» = profumare. «Vezzosi appartamenti» = stanze eleganti: la casa di Fanny a Firenze. «Inchino il fianco sovra nitide pelli» = appoggiata su un divano coperto di pelli lucide (Marenduzzo e Straccali). «Arcana voluttà» = fascino sensuale misterioso. «Dotta allettatrice» = seduttrice abile. «Di tue cagioni ignari» = inconsapevoli del tuo gioco. «Non punto inerme» = tutt’altro che indifeso: il poeta conosceva già le sue arti. «Stral» = freccia. «Ululando» = gemendo forte. «Si fu due volte ricondotto il sole» = per due anni: Marenduzzo data la passione dalla primavera del 1831 a quella del 1833. Straccali e Marenduzzo citano la critica del Cesareo: è una scena di salotto moderna, nuova nella lirica italiana.
Versi 33-45: la donna e l’idea
La tua bellezza, donna, mi apparve come un raggio divino nel pensiero. La bellezza e la musica fanno un effetto simile: spesso sembrano rivelare l’alto mistero di paradisi sconosciuti. Da quel momento l’uomo ferito d’amore contempla con desiderio la figlia della sua mente, l’idea amorosa, che racchiude in sé gran parte del cielo ed è in tutto uguale, nel viso, nei modi, nelle parole, alla donna che l’amante rapito crede, confondendole, di contemplare e di amare. E anche negli abbracci del corpo non è questa donna che egli onora e ama, ma quella idea.
Parole e passaggi difficili. «Elisi» = i Campi Elisi, il paradiso degli antichi. «Vagheggia» = contempla con amore. «Il piagato mortal» = l’uomo ferito d’amore. «Quindi» = da quel momento (Marenduzzo). «La figlia della sua mente» = la creatura della fantasia; Marenduzzo ricorda l’Ortis del Foscolo: «sospetto d’essermi innamorato della creatura della mia fantasia». «Confuso estima» = crede, confondendo le due. «Inchina» = venera.
Versi 46-60: l’amarezza del disinganno
Alla fine, quando si accorge dell’errore e dello scambio, si arrabbia, e spesso accusa la donna a torto. Raramente l’intelligenza femminile si alza fino a quella immagine così alta; e la donna non pensa, né potrebbe capire, ciò che la sua stessa bellezza ispira negli amanti nobili. In quelle fronti strette non entra un pensiero simile. E l’uomo ingannato sbaglia a sperare, guardando lo splendore di quegli sguardi, e sbaglia a cercare sentimenti profondi, sconosciuti e più che virili in chi per natura è del tutto inferiore all’uomo. Perché, se ha le membra più morbide e delicate, riceve anche una mente meno capace e meno forte.
Parole e passaggi difficili. «Gli scambiati oggetti» = la donna reale presa per quella ideale. «Eccelsa imago» = l’immagine perfetta. «Generosi» = nobili d’animo. «Non cape» = non entra, non è contenuto. «Al tutto» = del tutto. «Anco» = anche. Qui parla un uomo ferito: Marenduzzo stesso chiama questi versi lo sfogo del «disinganno crudele». È il giudizio amaro del poeta in quel momento, legato ai pregiudizi del suo tempo, non una verità da imparare.
Versi 61-79: l’Aspasia che è morta
Nemmeno tu, Aspasia, hai mai potuto immaginare ciò che tu stessa hai ispirato un tempo al mio pensiero. Non sai che amore smisurato, che affanni intensi, che emozioni e deliri indicibili hai mosso in me; e non verrà mai il giorno in cui lo capirai. Allo stesso modo chi suona o canta non sa che cosa produce con la mano o con la voce in chi lo ascolta. Ora quell’Aspasia che ho tanto amato è morta. Giace per sempre, lei che un tempo era lo scopo della mia vita; se non per il fatto che, come un caro fantasma, ogni tanto ha l’abitudine di tornare e di sparire. Tu vivi, e sei ancora bella, anzi così bella, secondo me, da superare tutte le altre. Eppure l’ardore che nacque da te è spento: perché io non ho amato te, ma quella dea che prima viveva nel mio cuore e ora vi è sepolta.
Parole e passaggi difficili. «Alcun tempo» = un tempo, o per qualche tempo (Straccali). «Moti» = emozioni. «Esecutor di musici concenti» = il musicista. «Adopra» = produce. «Quell’Aspasia» = la donna ideale (Marenduzzo). «Oggetto della mia vita» = unico scopo. «Se non se quanto» = tranne che. «Larva» = fantasma, immagine. «Costuma» = è solita. «Avanzi» = superi. «Diva» = la donna ideale.
Versi 80-88: la somiglianza
Ho adorato quella dea a lungo; e la sua bellezza celeste mi piacque tanto che io, pur avendo capito chiaramente fin dall’inizio come eri fatta tu, le tue arti e i tuoi inganni, guardando nei tuoi occhi i suoi begli occhi, ti seguii pieno di desiderio finché lei visse nel mio cuore. Non ero ingannato: fu il piacere di quella dolce somiglianza a portarmi a sopportare una lunga e dura schiavitù.
Parole e passaggi difficili. «Conoscente e chiaro» = consapevole e sicuro. «L’esser tuo» = il tuo carattere. «Frodi» = inganni. «Cupido» = pieno di desiderio. «Servaggio» = servitù d’amore. Marenduzzo osserva che è una distinzione sottile, che può fare l’intelletto ma non il cuore.
Versi 89-112: la libertà ritrovata
Adesso vantati pure, puoi farlo. Racconta che sei l’unica donna davanti a cui ho accettato di piegare la testa orgogliosa, a cui ho offerto spontaneamente il mio cuore indomabile. Racconta che sei stata la prima, e spero certo l’ultima, a vedere il mio sguardo supplichevole; a vedermi davanti a te timido, tremante (brucio di sdegno e di vergogna a dirlo), fuori di me, spiare in silenzio ogni tuo desiderio, ogni parola, ogni gesto, impallidire ai tuoi capricci sprezzanti, illuminarmi in viso a un segno gentile, cambiare aspetto e colore a ogni tuo sguardo. L’incanto è caduto, e con esso il giogo si è spezzato ed è sparso a terra: e io ne sono felice. E anche se sono pieni di noia, alla fine, dopo la servitù e dopo un lungo delirio, abbraccio contento il senno e la libertà. Perché, se la vita priva di affetti e di dolci illusioni è una notte senza stelle in pieno inverno, mi basta, come conforto e vendetta contro il destino umano, stare qui disteso sull’erba, immobile e inerte, a guardare il mare, la terra e il cielo, e sorridere.
Parole e passaggi difficili. «Sostenni» = accettai. «Altèro» = orgoglioso. «Il ciglio» = lo sguardo. «Me di me privo» = fuori di me. «Superbi fastidi» = sdegni altezzosi (Virgilio, Bucoliche II). «Forma» = aspetto. «Giogo» = la schiavitù d’amore. «Sebben pieni di tedio» = anche se senno e libertà sono pieni di noia (Straccali). «Gentili errori» = belle illusioni. «Orba» = priva. «Neghittoso» = inerte. Il mare del verso finale, secondo Marenduzzo, ci porta a Napoli. Lo stesso Marenduzzo, citando Zumbini, avvicina il sorriso finale a quello di Bruto minore.
Da ricordare
- Ultimo canto del «ciclo di Aspasia», per Fanny Targioni Tozzetti; composto a Napoli (1834 secondo Marenduzzo), pubblicato nel 1835.
- Endecasillabi sciolti in quattro parti: il ricordo, l’idea amorosa, la donna ideale «morta», il congedo.
- Idea centrale: l’uomo non ama la donna reale ma la «figlia della sua mente», un’immagine ideale.
- Lo stesso tema di Alla sua donna, qui però con amarezza e risentimento.
- La chiusa: senno e libertà ritrovati, pieni di noia; il poeta guarda mare, terra e cielo e sorride.
Collegamenti utili
- Aspasia nell’indice dei Canti
- A se stesso: parafrasi
- Alla sua donna: parafrasi
- I Canti di Leopardi: l’opera
Fonti e approfondimenti
- Giacomo Leopardi, Aspasia, in Canti, a cura di Alessandro Donati, Laterza, Bari 1917 (Wikisource).
- Giacomo Leopardi, Canti, con introduzione e commento di Antonio Marenduzzo, Raffaello Giusti, Livorno 1910: copia digitale su Internet Archive.
- I canti di Giacomo Leopardi commentati da Alfredo Straccali, terza edizione corretta e accresciuta da Oreste Antognoni, G. C. Sansoni, Firenze 1919: copia digitale su Internet Archive.
- «LEOPARDI, Giacomo», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani).
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