Il frammento XXXIX è l’inizio dell’Appressamento della morte, la cantica che Leopardi scrisse a diciott’anni, nel novembre e dicembre 1816, quando si credeva vicino a morire. Molti anni dopo ne riprese le prime terzine, le corresse e le pubblicò nell’edizione napoletana dei Canti del 1835. Cambiò però il protagonista: nella cantica era il poeta in cammino verso un’alta meta, qui è una donna che va verso un incontro d’amore. In una notte di luna attraversa una campagna bellissima; poi scoppia una tempesta, lei lotta, si volta indietro e resta «di pietra».
Il testo di Spento il diurno raggio
Spento il diurno raggio in occidente,
e queto il fumo delle ville, e queta
de’ cani era la voce e della gente;quand’ella, vòlta all’amorosa meta,
si ritrovò nel mezzo ad una landa 5
quanto foss’altra mai vezzosa e lieta.Spandeva il suo chiaror per ogni banda
la sorella del sole, e fea d’argento
gli arbori ch’a quel loco eran ghirlanda.I ramuscelli ivan cantando al vento, 10
e in un con l’usignuol, che sempre piagne
fra i tronchi, un rivo fea dolce lamento.Limpido il mar da lungi, e le campagne
e le foreste, e tutte ad una ad una
le cime si scoprian delle montagne. 15In queta ombra giacea la valle bruna,
e i collicelli intorno rivestia
del suo candor la rugiadosa luna.Sola tenea la taciturna via
la donna, e il vento che gli odori spande, 20
molle passar sul volto si sentia.Se lieta fosse, è van che tu dimande:
piacer prendea da quella vista, e il bene
che il cor le prometteva era piú grande.Come fuggiste, o belle ore serene! 25
Dilettevol quaggiú null’altro dura,
né si ferma giammai, se non la spene.Ecco turbar la notte, e farsi oscura
la sembianza del ciel, ch’era sí bella,
e il piacere in colei farsi paura. 30Un nugol torbo, padre di procella,
sorgea di dietro ai monti, e crescea tanto,
che piú non si scopria luna né stella.Spiegarsi ella il vedea per ogni canto,
e salir su per l’aria a poco a poco, 35
e far sovra il suo capo a quella ammanto.Veniva il poco lume ognor piú fioco;
e intanto al bosco si destava il vento,
al bosco lá del dilettoso loco.E si fea piú gagliardo ogni momento, 40
tal che a forza era desto e svolazzava
tra le frondi ogni augel per lo spavento.E la nube, crescendo, in giú calava
ver’ la marina sí, che l’un suo lembo
toccava i monti, e l’altro il mar toccava. 45Giá tutto a cieca oscuritade in grembo,
s’incominciava udir fremer la pioggia,
e il suon cresceva all’appressar del nembo.Dentro le nubi in paurosa foggia
guizzavan lampi, e la fean batter gli occhi; 50
e n’era il terren tristo, e l’aria roggia.Disciòr sentia la misera i ginocchi;
e giá muggiva il tuon simile al metro
di torrente che d’alto in giú trabocchi.Talvolta ella ristava, e l’aer tetro 55
guardava sbigottita, e poi correa,
sí che i panni e le chiome ivano addietro.E il duro vento col petto rompea,
che gocce fredde giú per l’aria nera
in sul volto soffiando le spingea. 60E il tuon veníale incontro come fera,
rugghiando orribilmente e senza posa;
e cresceva la pioggia e la bufera.E d’ogn’intorno era terribil cosa
il volar polve e frondi e rami e sassi, 65
e il suon che immaginar l’alma non osa.Ella dal lampo affaticati e lassi
coprendo gli occhi, e stretti i panni al seno,
gia pur tra il nembo accelerando i passi.Ma nella vista ancor l’era il baleno 70
ardendo sí, ch’alfin dallo spavento
fermò l’andare, e il cor le venne meno.E si rivolse indietro. E in quel momento
si spense il lampo, e tornò buio l’etra,
ed acchetossi il tuono, e stette il vento. 75Taceva il tutto; ed ella era di pietra.
Testo: Wikisource, Canti a cura di Alessandro Donati (Bari, Laterza, 1917), licenza CC BY-SA 4.0.
Parafrasi di Spento il diurno raggio
Tieni il testo sott’occhio e apri una sequenza per volta: i numeri nel titolo rimandano ai versi.
Versi 1-9: la notte di luna
Il sole era tramontato a occidente, il fumo dei camini delle case di campagna si era fermato, tacevano le voci dei cani e della gente, quando lei, diretta verso il luogo dell’appuntamento d’amore, si trovò in mezzo a una pianura bella e serena come nessun’altra. La luna, sorella del sole, spandeva la sua luce dappertutto e faceva diventare d’argento gli alberi che circondavano quel luogo.
Parole e passaggi difficili. «Il diurno raggio» = la luce del giorno. «Queto il fumo delle ville» = spento il fuoco nelle case di campagna, segno che la notte è già avanzata. Marenduzzo e Straccali ricordano un verso di Ovidio (Tristia I, 3) sul silenzio di uomini e cani. «L’amorosa meta» = il luogo dove la aspetta l’amore. «Landa» = pianura. «Vezzosa» = graziosa. «La sorella del sole» = la luna, perché nel mito Diana è sorella di Febo. «Eran ghirlanda» = facevano corona, circondavano (espressione di Dante, Inferno XIV).
Versi 10-18: la campagna intorno
I rami più sottili frusciavano al vento come se cantassero, e insieme all’usignolo, che piange sempre tra i tronchi, un ruscello mormorava un dolce lamento. Da lontano si vedevano il mare limpido, le campagne, le foreste e, una per una, tutte le cime delle montagne. La valle scura riposava in un’ombra silenziosa, e la luna, che porta la rugiada, rivestiva della sua luce bianca le colline intorno.
Parole e passaggi difficili. «Ivan cantando» = mormoravano: è un’immagine dei poeti bucolici greci, che Leopardi aveva già usato traducendo Mosco. «Piagne» = piange: nel mito l’usignolo è Progne trasformata in uccello (Marenduzzo), e il suo canto è un lamento; c’è anche il ricordo del Petrarca, «Quel rosignuol che sì soave piagne». «Si scoprian» = si vedevano. È il paesaggio di Recanati, tra l’Adriatico e gli Appennini. «Collicelli» = colline basse. «Rugiadosa» = che fa scendere la rugiada (Virgilio, Georgiche III).
Versi 19-27: la speranza
La donna percorreva da sola la strada silenziosa, e sentiva passarle dolcemente sul viso il vento che sparge i profumi. Inutile che tu chieda se fosse felice: godeva di quella vista, e la felicità che il cuore le prometteva era ancora più grande. Come siete fuggite, ore belle e serene! Quaggiù nessun’altra cosa piacevole dura, né si ferma mai, tranne la speranza.
Parole e passaggi difficili. «Tenea la taciturna via» = percorreva la strada silenziosa. «Molle» = morbido, leggero. «Il bene che il cor le prometteva» = la gioia attesa dall’incontro (Marenduzzo). L’ultima terzina è il commento del poeta: per Marenduzzo il piacere, per Leopardi, sta solo nell’attesa del futuro; Straccali la spiega così: ogni cosa piacevole passa, fuorché la speranza, che si riaccende sempre. «Spene» = speranza.
Versi 28-36: arriva la nube
Ed ecco, la notte si turbò e l’aspetto del cielo, che era così bello, si fece scuro, e in lei il piacere diventò paura. Una nuvola torbida, che portava la tempesta, saliva da dietro i monti e cresceva tanto che non si vedevano più né la luna né le stelle. Lei la vedeva allargarsi da ogni parte, salire a poco a poco nel cielo e stendersi come un mantello sopra la sua testa.
Parole e passaggi difficili. «Turbar» = turbarsi: il verbo attivo usato al posto del riflessivo, come nota Marenduzzo. «Padre di procella» = che genera la burrasca. «Ammanto» = mantello, copertura. Il verso 33 ricorda l’Ariosto (Furioso XVIII): le nubi «che né sole apparir lascia né stella».
Versi 37-48: il vento e la pioggia
La poca luce diventava sempre più debole, e intanto nel bosco si alzava il vento, proprio nel bosco vicino a quel luogo piacevole. Diventava più forte a ogni momento, tanto che tutti gli uccelli, svegliati a forza, svolazzavano spaventati tra le fronde. E la nube, crescendo, scendeva verso il mare, così che con un lembo toccava i monti e con l’altro il mare. Quando ormai tutto era sprofondato in un buio cieco, si cominciò a sentire il fremito della pioggia, e il rumore cresceva man mano che si avvicinava il temporale.
Parole e passaggi difficili. «Veniva» = diventava. «Fioco» = debole. «Del dilettoso loco» = del luogo piacevole dove lei era diretta (Straccali). «A forza era desto» = era svegliato per forza (Dante, Inferno IV). «L’un suo lembo toccava i monti, e l’altro il mar» = la nube copre tutto l’orizzonte, dagli Appennini all’Adriatico. «A cieca oscuritade in grembo» = immerso nel buio. «Nembo» = nuvola temporalesca.
Versi 49-60: i lampi e il tuono
Dentro le nubi i lampi guizzavano in modo spaventoso e le facevano battere gli occhi; la terra appariva sinistra e l’aria rossa. La poveretta sentiva le ginocchia cederle; e già il tuono muggiva con il rimbombo di un torrente che precipita dall’alto. Ogni tanto si fermava e guardava smarrita l’aria buia, poi correva, tanto che vesti e capelli le volavano all’indietro. E con il petto fendeva il vento forte, che soffiando le spingeva sul viso le gocce fredde giù per l’aria nera.
Parole e passaggi difficili. «In paurosa foggia» = in modo da far paura. «La fean batter gli occhi» = le facevano chiudere gli occhi per il bagliore. «Tristo» e «roggia» sono predicati (Straccali): la terra era cupa, l’aria rossa come ferro rovente (dal latino rubeus). «Disciòr… i ginocchi» = sentirsi mancare le gambe, espressione omerica. «Al metro» = con il ritmo, il rumore misurato. «Ristava» = si fermava. «Duro vento» = vento difficile da fendere: Leopardi stesso, nello Zibaldone, porta proprio questo aggettivo come esempio di epiteto «vago».
Versi 61-69: la lotta
Il tuono le veniva contro come una belva, ruggendo in modo orribile e senza sosta; e la pioggia e la bufera crescevano. Tutt’intorno era una cosa terribile il volare di polvere, foglie, rami e sassi, e il fragore che l’anima non osa nemmeno immaginare. Lei, coprendosi gli occhi stanchi e sfiniti dal lampo e stringendosi le vesti al petto, continuava ad avanzare nella tempesta, affrettando il passo.
Parole e passaggi difficili. «Fera» = belva. «Rugghiando» = ruggendo. «Polve» = polvere. «Lassi» = stanchi. «Gia pur» = andava ancora, continuava ad andare: la donna non rinuncia alla sua meta.
Versi 70-76: di pietra
Ma il bagliore del lampo le bruciava ancora negli occhi, tanto che alla fine per lo spavento si fermò e il coraggio le mancò. E si voltò indietro. E in quel momento il lampo si spense, il cielo tornò buio, il tuono si calmò e il vento si fermò. Tutto taceva; e lei era di pietra.
Parole e passaggi difficili. «Nella vista» = negli occhi, anche se coperti (Straccali). «Dallo spavento» = per lo spavento. «Il cor» = il coraggio. «Etra» = l’aria, il cielo. «Stette» = si fermò, si quietò. L’ultimo verso resta aperto: per Marenduzzo la pietra è il cuore che ha perso ogni speranza; Straccali ricorda che altri vi leggono la morte di una giovane, come Silvia.
Da ricordare
- Viene dall’Appressamento della morte, la cantica giovanile del 1816; Leopardi la rielaborò e la pubblicò nei Canti del 1835.
- Metro: terza rima, come la Commedia di Dante.
- Due parti: la notte serena e la speranza (vv. 1-27), poi la tempesta (vv. 28-76).
- La protagonista è una donna diretta a un incontro d’amore; nella cantica il viandante era il poeta.
- Il senso è simbolico: le speranze della giovinezza travolte dalla realtà. Le letture però variano (l’anima del poeta per Marenduzzo; una giovane morta presto, come Silvia, per un’ipotesi riportata da Straccali).
- Carducci la chiamò «la pellegrina d’amore e di verità».
Collegamenti utili
- Il frammento XXXIX nell’indice dei Canti
- Io qui vagando al limitare intorno: parafrasi
- A Silvia: parafrasi
- I Canti di Leopardi: l’opera
Fonti e approfondimenti
- Giacomo Leopardi, XXXIX. Frammento, in Canti, a cura di Alessandro Donati, Laterza, Bari 1917 (Wikisource).
- Giacomo Leopardi, Canti, con introduzione e commento di Antonio Marenduzzo, Raffaello Giusti, Livorno 1910: copia digitale su Internet Archive.
- I canti di Giacomo Leopardi commentati da Alfredo Straccali, terza edizione corretta e accresciuta da Oreste Antognoni, G. C. Sansoni, Firenze 1919: copia digitale su Internet Archive.
- «LEOPARDI, Giacomo», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani).
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