Bruto minore di Leopardi: testo e parafrasi

Antonio Garofano Antonio Garofano 17 min di lettura

Bruto minore è una canzone del dicembre 1821, otto strofe di quindici versi, endecasillabi e settenari, tutte con lo stesso schema di rime. Il senso, in breve: dopo la sconfitta di Filippi, la notte prima di uccidersi, Bruto accusa la virtù, gli dèi e il destino; con la sua morte per Leopardi finisce l’età delle illusioni antiche.

✔ Mettiti alla prova: quiz con soluzioni in fondo alla pagina

Bruto minore fu composto «in 20 giorni del dicembre 1821» e pubblicato nelle Canzoni del 1824, preceduto da una prosa, la Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto vicini a morte. Marco Giunio Bruto, uno degli uccisori di Cesare, è stato sconfitto a Filippi (42 a.C.): nella notte, prima di uccidersi, accusa la virtù, gli dèi e il destino. Per Leopardi con lui finisce l’età delle illusioni antiche. Non è il Bruto della storia: come nota il Carducci (citato da Marenduzzo), il poeta presta all’eroe romano la propria disperazione. Ricordalo mentre leggi: parla Bruto, ma la voce è quella di Leopardi.

Il testo di Bruto minore

Poi che divelta, nella tracia polve
giacque, ruina immensa,
l’italica virtute, onde alle valli
d’Esperia verde e al tiberino lido
il calpestio de’ barbari cavalli 5
prepara il fato, e dalle selve ignude,
cui l’Orsa algida preme,
a spezzar le romane inclite mura
chiama i gotici brandi;
sudato, e molle di fraterno sangue, 10
Bruto per l’atra notte in erma sede,
fermo giá di morir, gl’inesorandi
numi e l’averno accusa,
e di feroci note
invan la sonnolenta aura percote. 15

Stolta virtú, le cave nebbie, i campi
dell’inquiete larve
son le tue scòle, e ti si volge a tergo
il pentimento. A voi, marmorei numi,
(se numi avete in Flegetonte albergo 20
o su le nubi) a voi ludibrio e scherno
è la prole infelice
a cui templi chiedeste, e frodolenta
legge al mortale insulta.
Dunque tanto i celesti odii commove 25
la terrena pietá? dunque degli empi
siedi, Giove, a tutela? e quando esulta
per l’aere il nembo, e quando
il tuon rapido spingi,
ne’ giusti e pii la sacra fiamma stringi? 30

Preme il destino invitto e la ferrata
necessitá gl’infermi
schiavi di morte: e se a cessar non vale
gli oltraggi lor, de’ necessari danni
si consola il plebeo. Men duro è il male 35
che riparo non ha? dolor non sente
chi di speranza è nudo?
Guerra mortale, eterna, o fato indegno,
teco il prode guerreggia,
di cedere inesperto; e la tiranna 40
tua destra, allor che vincitrice il grava,
indomito scrollando si pompeggia,
quando nell’alto lato
l’amaro ferro intride,
e maligno alle nere ombre sorride. 45

Spiace agli dèi chi violento irrompe
nel Tartaro. Non fôra
tanto valor ne’ molli eterni petti.
Forse i travagli nostri, e forse il cielo
i casi acerbi e gl’infelici affetti 50
giocondo agli ozi suoi spettacol pose?
Non fra sciagure e colpe,
ma libera ne’ boschi e pura etade
natura a noi prescrisse,
reina un tempo e diva. Or poi ch’a terra 55
sparse i regni beati empio costume,
e il viver macro ad altre leggi addisse;
quando gl’infausti giorni
virile alma ricusa,
riede natura, e il non suo dardo accusa? 60

Di colpa ignare e de’ lor propri danni
le fortunate belve
serena adduce al non previsto passo
la tarda etá. Ma se spezzar la fronte
ne’ rudi tronchi, o da montano sasso 65
dare al vento precipiti le membra,
lor suadesse affanno
al misero desio nulla contesa
legge arcana farebbe
o tenebroso ingegno. A voi, fra quante 70
stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte,
figli di Prometèo, la vita increbbe;
a voi le morte ripe,
se il fato ignavo pende,
soli, o miseri, a voi Giove contende. 75

E tu dal mar cui nostro sangue irriga,
candida luna, sorgi,
e l’inquieta notte e la funesta
all’ausonio valor campagna esplori.
Cognati petti il vincitor calpesta, 80
fremono i poggi, dalle somme vette
Roma antica ruina;
tu sí placida sei? Tu la nascente
lavinia prole, e gli anni
lieti vedesti, e i memorandi allori; 85
e tu su l’alpe l’immutato raggio
tacita verserai, quando, ne’ danni
del servo italo nome,
sotto barbaro piede
rintronerá quella solinga sede. 90

Ecco, tra nudi sassi o in verde ramo
e la fèra e l’augello,
del consueto obblio gravido il petto,
l’alta ruina ignora e le mutate
sorti del mondo: e come prima il tetto 95
rosseggerá del villanello industre,
al mattutino canto
quel desterá le valli, e per le balze
quella l’inferma plebe
agiterá delle minori belve. 100
Oh casi! oh gener vano! abbietta parte
siam delle cose; e non le tinte glebe,
non gli ululati spechi
turbò nostra sciagura,
né scolorò le stelle umana cura. 105

Non io d’Olimpo o di Cocito i sordi
regi, o la terra indegna,
e non la notte moribondo appello;
non te, dell’atra morte ultimo raggio,
conscia futura etá. Sdegnoso avello 110
placâr singulti, ornâr parole e doni
di vil caterva? In peggio
precipitano i tempi; e mal s’affida
a putridi nepoti
l’onor d’egregie menti e la suprema 115
de’ miseri vendetta. A me d’intorno
le penne il bruno augello avido roti;
prema la fèra, e il nembo
tratti l’ignota spoglia;
e l’aura il nome e la memoria accoglia. 120

Testo: Wikisource, Canti a cura di Alessandro Donati (Bari, Laterza, 1917), licenza CC BY-SA 4.0.

A che punto sei? Fai il quiz di verifica e controlla le soluzioni.

Parafrasi di Bruto minore

Leggi prima il testo, poi apri le sequenze una per una. I numeri indicano i versi.

Versi 1-15: Bruto nella notte di Filippi

Dopo che il valore italico, strappato dalle radici, giacque come un’immensa rovina nella polvere della Tracia, per cui il destino prepara alle valli della verde Italia e alle rive del Tevere il calpestio dei cavalli barbari, e chiama dalle foreste spoglie, oppresse dall’Orsa gelida, le spade dei Goti a spezzare le gloriose mura di Roma; Bruto, sudato e bagnato del sangue dei fratelli, nella notte nera, in un luogo solitario, ormai deciso a morire, accusa gli dèi che non si lasciano piegare e l’inferno, e percuote invano con parole feroci l’aria addormentata.

Parole e passaggi difficili. «Divelta» = sradicata. «Tracia polve»: Filippi era in Macedonia, ma Leopardi spiega nelle sue Annotazioni di seguire una licenza degli autori antichi. «Esperia» = l’Italia, la terra a occidente per i Greci. Dal passato («giacque») si passa al presente («prepara», «chiama»): la caduta della virtù apre la strada alle invasioni future. «Cui l’Orsa algida preme» = le terre del nord gelido. «Gotici brandi» = le spade dei barbari. «Fraterno sangue» = sangue romano, di una guerra civile. «Erma sede» = luogo solitario. «Inesorandi» = che non si lasciano commuovere. «Averno» = l’oltretomba.

Versi 16-30: «Stolta virtù»

Virtù stolta, le tue scuole sono le nebbie vuote e i campi dei fantasmi inquieti, e alle tue spalle viene il pentimento. A voi, dèi di marmo (se avete dimora nel Flegetonte o sulle nuvole), a voi è oggetto di gioco e di scherno la stirpe infelice a cui avete chiesto templi, e una legge ingannatrice insulta l’uomo. Dunque la devozione terrena suscita tanto l’odio degli dèi? Dunque, Giove, siedi a protezione dei malvagi? E quando la bufera si scatena nell’aria e scagli il tuono rapido, punti il fulmine sacro contro i giusti e i pii?

Parole e passaggi difficili. «Virtú» comprende per Leopardi gloria, giustizia, amor di patria: tutte le grandi illusioni. «Cave nebbie» = nebbie vuote. «Larve» = fantasmi. «Ti si volge a tergo il pentimento» = chi ti segue poi se ne pente. «Marmorei numi» = dèi freddi, insensibili, che forse esistono solo nelle statue. «Flegetonte» = fiume infernale: indica gli dèi inferi; «le nubi» quelli celesti. «Frodolenta legge» = la religione, che promette un premio alla virtù e poi inganna. «La terrena pietà» = la devozione degli uomini. «Stringi» = scagli.

Versi 31-45: il forte si ribella al destino

Il destino invincibile e la necessità di ferro schiacciano i deboli schiavi della morte: e l’uomo vile, se non riesce ad allontanare i colpi del destino, si consola pensando che i mali sono inevitabili. Ma il male senza rimedio è meno duro? Non sente dolore chi è privo di speranza? Il forte, che non sa cedere, combatte con te, destino indegno, una guerra mortale ed eterna; e quando la tua mano tiranna lo opprime vincitrice, indomito se la scrolla di dosso e se ne vanta, nel momento in cui immerge nel proprio fianco la spada amara e sorride maligno alle ombre nere.

Parole e passaggi difficili. «Ferrata necessità» = necessità inflessibile. «Infermi» = deboli. «Cessar» = allontanare. «Il plebeo» = l’uomo di animo volgare. «Nudo di speranza» = senza speranza. «Inesperto di cedere» = che non sa arrendersi. «Si pompeggia» = si vanta. «Nell’alto lato l’amaro ferro intride» = si conficca la spada nel fianco: è il suicidio. Il sorriso finale è quello della disperazione.

Versi 46-60: gli dèi e la natura contro il suicidio?

Agli dèi non piace chi entra con violenza nel Tartaro. Non ci sarebbe tanto coraggio nei loro petti molli ed eterni. O forse il cielo ha messo le nostre sofferenze, le sventure amare e gli affetti infelici come uno spettacolo piacevole per il suo ozio? La natura, un tempo regina e dea, non ci assegnò una vita tra sciagure e colpe, ma un’età libera e pura nei boschi. Ora che un costume empio ha distrutto quei regni felici e ha sottoposto la vita misera ad altre leggi, quando un’anima virile rifiuta i giorni infelici, la natura torna e accusa un dardo che non è il suo?

Parole e passaggi difficili. «Violento irrompe nel Tartaro» = chi si dà la morte da solo. «Molli eterni petti» = gli dèi, che non conoscono il dolore. «Giocondo agli ozi suoi spettacol» = uno spettacolo che diverte gli dèi annoiati. «Prescrisse» = assegnò. «Empio costume» = la civiltà, che ha corrotto la vita naturale. «Macro» = misero. «Addisse» = sottomise. «Il non suo dardo» = l’arma del suicidio: la natura non può accusarla, perché le sofferenze non sono opera sua ma della civiltà. Straccali osserva che da qui Bruto dimostra che uccidersi è legittimo.

Versi 61-75: gli animali e i figli di Prometeo

Gli animali fortunati, che non conoscono colpe né le proprie sventure, sono condotti serenamente dalla vecchiaia a una morte che non prevedono. Ma se il dolore li spingesse a spaccarsi la testa contro i tronchi o a gettarsi nel vuoto da una rupe, nessuna legge misteriosa e nessuna dottrina oscura si opporrebbe al loro misero desiderio. A voi soli, figli di Prometeo, tra tutte le stirpi a cui il cielo ha dato vita, la vita è venuta a noia; a voi soli, infelici, Giove nega le rive della morte, se il destino tarda pigro.

Parole e passaggi difficili. «Belve» = animali. «Il non previsto passo» = la morte, che non sanno di dover affrontare. «Lor suadesse affanno» = se il dolore li persuadesse. «Contesa» = vietata. «Legge arcana» = legge misteriosa, religiosa; «tenebroso ingegno» = dottrina oscura (per Straccali, quella dell’anima immortale e delle pene dopo la morte). I «figli di Prometeo» sono gli uomini. «Increbbe» = venne a noia. «Le morte ripe» = le rive dei morti. «Se il fato ignavo pende» = se la morte tarda a venire.

Versi 76-90: la luna indifferente

E tu, bianca luna, sorgi dal mare bagnato del nostro sangue, e osservi la notte agitata e la pianura funesta al valore italico. Il vincitore calpesta petti fraterni, le colline tremano, Roma antica crolla dalle sue cime più alte: e tu sei così tranquilla? Tu hai visto nascere la stirpe di Lavinio, e gli anni felici e le vittorie memorabili; e tu verserai in silenzio il tuo raggio immutato sulle Alpi, quando, a danno del nome italiano ridotto in servitù, quella sede solitaria rimbomberà sotto il piede dei barbari.

Parole e passaggi difficili. «Esplori» = osservi. «Ausonio» = italico. «Cognati petti» = petti di consanguinei, perché è una guerra civile. «Ruina» = crolla. «Lavinia prole» = i Romani, discendenti di Enea, che fondò Lavinio. «Memorandi allori» = vittorie da ricordare. «Immutato raggio» = la luce sempre uguale, indifferente. «Solinga sede» = le Alpi deserte.

Versi 91-105: gli animali non sanno nulla

Ecco, tra i sassi nudi o sui rami verdi, l’animale selvatico e l’uccello, con il petto pieno del solito oblio, non sanno nulla della grande rovina e del destino cambiato del mondo: e appena il tetto del contadino operoso si arrosserà all’alba, l’uno sveglierà le valli con il canto del mattino, l’altro inseguirà per i dirupi la folla debole degli animali più piccoli. Oh vicende! Oh stirpe vana! Siamo una parte spregevole delle cose; e la nostra sventura non ha turbato né le zolle insanguinate né le grotte piene di ululati, e il dolore umano non ha fatto impallidire le stelle.

Parole e passaggi difficili. «Fèra» = animale selvatico. «Gravido» = pieno. «Industre» = operoso. «Quel… quella» = l’uccello e la belva. «Inferma plebe delle minori belve» = gli animali più deboli, prede. «Gener vano» = la stirpe umana, vana. «Abbietta parte» = parte senza valore. «Tinte glebe» = le zolle macchiate di sangue. «Ululati spechi» = le caverne dove ululano le belve. «Umana cura» = il dolore umano.

Versi 106-120: né dèi né posteri

Io, morendo, non invoco i re sordi dell’Olimpo o del Cocito, né la terra indegna, né la notte; e nemmeno te, età futura che saprai di me, ultimo raggio nella nera morte. Forse i singhiozzi placarono mai una tomba sdegnosa, o le parole e i doni di una folla vile la onorarono? I tempi precipitano verso il peggio; e male si affida a discendenti corrotti l’onore delle anime nobili e la suprema vendetta degli infelici. Intorno a me l’uccello scuro e avido faccia girare le ali; mi calpesti la belva, la bufera trascini il mio cadavere senza nome, e il vento raccolga il mio nome e il mio ricordo.

Parole e passaggi difficili. «Cocito» = fiume infernale: «i sordi regi» sono gli dèi del cielo e dell’oltretomba, che non ascoltano. «Conscia futura età» = i posteri, che conosceranno la mia storia: la fama è l’«ultimo raggio» nella morte. «Sdegnoso avello» = tomba che disprezza gli onori. «Caterva» = folla. «Putridi nepoti» = discendenti corrotti. «La suprema de’ miseri vendetta» = il giudizio dei posteri, ultima vendetta degli sconfitti. «Bruno augello» = l’uccello rapace. «Tratti» = trascini. «Ignota spoglia» = il corpo senza nome. L’ultimo verso rifiuta perfino la gloria.

Da ricordare

  • Composto in 20 giorni del dicembre 1821, pubblicato nelle Canzoni del 1824.
  • Otto strofe di 15 versi, endecasillabi e settenari, con lo stesso schema di rime.
  • Bruto, sconfitto a Filippi, si prepara al suicidio e accusa la virtù («stolta virtú»), gli dèi e il destino.
  • Per Leopardi con Bruto finisce l’età delle illusioni antiche e comincia il dominio del vero.
  • Il suicidio è difeso come atto del forte contro il destino; la religione che lo vieta è una «legge arcana».
  • La natura (luna, animali) resta indifferente al dolore umano.

Tracce di Maturità su Leopardi

Leopardi è uno degli autori più presenti nell’analisi del testo. Per allenarvi su una prova vera, con domande e svolgimento, partite da queste:

Tutte le altre sono raccolte nella pagina Tipologia A svolte.

Collegamenti utili

Fonti e approfondimenti

  • Giacomo Leopardi, Bruto minore, in Canti, a cura di Alessandro Donati, Laterza, Bari 1917 (Wikisource).
  • Giacomo Leopardi, Canti, con introduzione e commento di Antonio Marenduzzo, Raffaello Giusti, Livorno 1910: copia digitale su Internet Archive.
  • I canti di Giacomo Leopardi commentati da Alfredo Straccali, terza edizione corretta e accresciuta da Oreste Antognoni, G. C. Sansoni, Firenze 1919: copia digitale su Internet Archive.
  • «LEOPARDI, Giacomo», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani).

Glossario: le parole difficili della canzone

Le parole e le espressioni che più spesso mettono in difficoltà, spiegate in breve. Tenetele sotto mano mentre rileggete il testo.

  • divelta: sradicata (v. 1).
  • Esperia: l’Italia, la terra a occidente per i Greci (v. 4).
  • cui l’Orsa algida preme: le terre del nord gelido (v. 7).
  • gotici brandi: le spade dei barbari (v. 9).
  • fraterno sangue: sangue romano, di una guerra civile (v. 10).
  • erma sede: luogo solitario (v. 11).
  • inesorandi: che non si lasciano commuovere (v. 12).
  • averno: l’oltretomba (v. 13).
  • larve: fantasmi (v. 17).
  • marmorei numi: dèi freddi, insensibili, che forse esistono solo nelle statue (v. 19).
  • Flegetonte: fiume infernale: indica gli dèi inferi (v. 20).
  • frodolenta legge: la religione, che promette un premio alla virtù e poi inganna (vv. 23-24).
  • si pompeggia: si vanta (v. 42).
  • violento irrompe nel Tartaro: chi si dà la morte da solo (vv. 46-47).


Quiz di verifica: Bruto minore

Otto domande per controllare se avete fissato i punti essenziali. Rispondete senza guardare il testo, poi aprite le soluzioni.

  1. Quando fu composto?

    A) In 20 giorni del dicembre 1821   B) Nel 1818   C) Nel 1836

  2. Dove è stato sconfitto Bruto?

    A) A Filippi   B) A Farsalo   C) A Canne

  3. Che cosa fa Bruto nella notte?

    A) Accusa la virtù, gli dèi e il destino   B) Scrive a Cassio   C) Prega gli dèi

  4. Come chiama Bruto la virtù?

    A) «Antica virtú»   B) «Stolta virtú»   C) «Santa virtú»

  5. Quante strofe ha la canzone?

    A) Dodici strofe   B) Otto strofe di 15 versi   C) Quattro strofe libere

  6. Che cosa finisce con Bruto, per Leopardi?

    A) L’età delle illusioni antiche   B) La poesia epica   C) L’impero romano

  7. Quale prosa precede la canzone?

    A) La Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto   B) Lo Zibaldone   C) Il Dialogo della Natura e di un Islandese

  8. Come appare la natura nella canzone?

    A) Pietosa con Bruto   B) Indifferente al dolore umano   C) Vendicatrice

Soluzioni del quiz
  1. A) In 20 giorni del dicembre 1821. Pubblicato nelle Canzoni del 1824.
  2. A) A Filippi. Nel 42 a.C.
  3. A) Accusa la virtù, gli dèi e il destino. Prima di uccidersi.
  4. B) «Stolta virtú». È l’attacco della seconda strofa.
  5. B) Otto strofe di 15 versi. Endecasillabi e settenari, con lo stesso schema di rime.
  6. A) L’età delle illusioni antiche. Comincia il dominio del vero.
  7. A) La Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto. Uscita con le Canzoni del 1824.
  8. B) Indifferente al dolore umano. La luna e gli animali non si curano di lui.

Aggiornato il
Condividi:

L'autore

Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

Tutti gli articoli →

Join the discussion

Fai una domanda, lascia un commento o suggerisci un argomento per le prossime pagine.

0 commenti