Il sogno è un idillio del 1819 in endecasillabi sciolti, costruito come un dialogo. Il senso, in breve: all’alba il poeta sogna la ragazza amata, morta da poco; parlano della sua morte e dell’amore mai dichiarato, lui le chiede di stringerle la mano, lei gli ricorda che è morta e svanisce.
Il sogno è uno degli idilli del 1819; uscì il 13 agosto 1825 nel Caffè di Bologna e poi, nel gennaio 1826, nel Nuovo Ricoglitore con gli altri idilli. All’alba il poeta sogna la ragazza che amava, morta da alcuni mesi: parlano della sua morte, della giovinezza sprecata, dell’amore mai detto; lui le chiede di toccarle la mano, lei gli ricorda che è morta e scompare. Quasi tutti i commentatori pensano a Teresa Fattorini, la futura Silvia; altri a una ragazza di nome Brini, ricordata in alcuni appunti del 1819. È un dialogo in endecasillabi sciolti, e la parafrasi lo segue un passaggio alla volta.
Il testo di Il sogno
Era il mattino, e tra le chiuse imposte
per lo balcone insinuava il sole
nella mia cieca stanza il primo albore;
quando, in sul tempo che piú leve il sonno
e piú soave le pupille adombra, 5
stettemi allato e riguardommi in viso
il simulacro di colei che amore
prima insegnommi, e poi lasciommi in pianto.
Morta non mi parea, ma trista, e quale
degl’infelici è la sembianza. Al capo 10
appressommi la destra, e sospirando,
— Vivi — mi disse — e ricordanza alcuna
serbi di noi? — Donde — risposi — e come
vieni, o cara beltá? Quanto, deh! quanto
di te mi dolse e duol: né mi credea 15
che risaper tu lo dovessi; e questo
facea piú sconsolato il dolor mio.
Ma sei tu per lasciarmi un’altra volta?
Io n’ho gran tema. Or dimmi, e che t’avvenne?
Sei tu quella di prima? E che ti strugge 20
internamente? — Obblivione ingombra
i tuoi pensieri, e gli avviluppa il sonno,
— disse colei. — Son morta, e mi vedesti
l’ultima volta, or son piú lune. — Immensa
doglia m’oppresse a queste voci il petto. 25
Ella seguí: — Nel fior degli anni estinta,
quand’è il viver piú dolce, e pria che il core
certo si renda com’è tutta indarno
l’umana speme. A desiar colei,
che d’ogni affanno il tragge, ha poco andare 30
l’egro mortal; ma sconsolata arriva
la morte ai giovanetti, e duro è il fato
di quella speme che sotterra è spenta.
Vano è saper quel che natura asconde
agl’inesperti della vita, e molto 35
all’immatura sapienza il cieco
dolor prevale. — Oh sfortunata, oh cara,
taci, taci — diss’io, — ché tu mi schianti
con questi detti il cor. Dunque sei morta,
o mia diletta, ed io son vivo, ed era 40
pur fisso in ciel che quei sudori estremi
cotesta cara e tenerella salma
provar dovesse, a me restasse intera
questa misera spoglia? Oh quante volte,
in ripensar che piú non vivi, e mai 45
non avverrá ch’io ti ritrovi al mondo,
creder nol posso! Ahi! ahi! che cosa è questa
che morte s’addimanda? Oggi per prova
intenderlo potessi, e il capo inerme
agli atroci del fato odii sottrarre! 50
Giovane son, ma si consuma e perde
la giovanezza mia come vecchiezza;
la qual pavento, e pur m’è lunge assai.
Ma poco da vecchiezza si discorda
il fior dell’etá mia. — Nascemmo al pianto 55
— disse — ambedue; felicitá non rise
al viver nostro; e dilettossi il cielo
de’ nostri affanni. — Or, se di pianto il ciglio,
— soggiunsi — e di pallor velato il viso
per la tua dipartita, e se d’angoscia 60
porto gravido il cor; dimmi: d’amore
favilla alcuna, o di pietá, giammai
verso il misero amante il cor t’assalse
mentre vivesti? Io disperando allora
e sperando traea le notti e i giorni; 65
oggi nel vano dubitar si stanca
la mente mia. Che se una volta sola
dolor ti strinse di mia negra vita,
non mel celar, ti prego, e mi soccorra
la rimembranza or che il futuro è tolto 70
ai nostri giorni. — E quella: — Ti conforta,
o sventurato. Io di pietade avara
non ti fui mentre vissi, ed or non sono,
ché fui misera anch’io. Non far querela
di questa infelicissima fanciulla. 75
— Per le sventure nostre, e per l’amore
che mi strugge — esclamai, — per lo diletto
nome di giovanezza e la perduta
speme dei nostri dí, concedi, o cara,
che la tua destra io tocchi. — Ed ella, in atto 80
soave e tristo, la porgeva. Or, mentre
di baci la ricopro e, d’affannosa
dolcezza palpitando, all’anelante
seno la stringo, di sudore il volto
ferveva e il petto, nelle fauci stava 85
la voce, al guardo traballava il giorno.
Quando colei, teneramente affissi
gli occhi negli occhi miei: — Giá scordi, o caro,
— disse, — che di beltá son fatta ignuda,
e tu d’amore, o sfortunato, indarno 90
ti scaldi e fremi? Or finalmente addio.
Nostre misere menti e nostre salme
son disgiunte in eterno. A me non vivi,
e mai piú non vivrai: giá ruppe il fato
la fé che mi giurasti. Allor, d’angoscia 95
gridar volendo, e spasimando, e pregne
di sconsolato pianto le pupille,
dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi
pur mi restava, e nell’incerto raggio
del sol vederla io mi credeva ancora. 100
Testo: Wikisource, Canti a cura di Alessandro Donati (Bari, Laterza, 1917), licenza CC BY-SA 4.0.
Parafrasi di Il sogno
Tieni il testo sott’occhio e apri una sequenza per volta: i numeri nel titolo rimandano ai versi.
Versi 1-8: l’apparizione all’alba
Era mattino, e attraverso le imposte chiuse della finestra il sole faceva entrare la prima luce nella mia stanza buia; quando, nell’ora in cui il sonno copre gli occhi in modo più leggero e più dolce, mi stette accanto e mi guardò in viso l’immagine di colei che per prima mi insegnò l’amore e poi mi lasciò nel pianto.
Parole e passaggi difficili. «Balcone» = finestra. «Cieca stanza» = stanza buia. «Albore» = luce dell’alba. «Leve» = leggero. «Adombra» = vela. «Stettemi allato» = mi stette accanto. «Simulacro» = immagine, fantasma. Marenduzzo ricorda che Dante e Petrarca credevano veri i sogni dell’alba; Leopardi dice soltanto che a quell’ora il sonno è più leggero, e ha in mente un idillio di Mosco che aveva tradotto.
Versi 9-21: «Vivi, e ricordanza alcuna serbi di noi?»
Non mi sembrava morta, ma triste, con l’aspetto degli infelici. Mi avvicinò la mano alla testa e, sospirando, mi disse: «Sei vivo, e conservi qualche ricordo di noi?». Risposi: «Da dove vieni, e come, cara bellezza? Quanto, ah quanto ho sofferto e soffro per te! E non pensavo che tu l’avresti mai saputo, e questo rendeva il mio dolore più sconsolato. Ma stai per lasciarmi un’altra volta? Ne ho tanta paura. Dimmi, che cosa ti è successo? Sei quella di prima? E che cosa ti consuma dentro?».
Parole e passaggi difficili. «Trista» = triste. «Al capo appressommi la destra» = mi avvicinò la mano alla testa. «Serbi» = conservi. Il poeta, nel sogno, ha dimenticato che lei è morta. «Risaper» = venire a sapere. «Tema» = paura. «Ti strugge» = ti consuma.
Versi 21-37: «Son morta»
Lei disse: «L’oblio ingombra i tuoi pensieri e il sonno li avvolge. Sono morta, e mi hai vista l’ultima volta molti mesi fa». A queste parole un dolore immenso mi oppresse il petto. Lei continuò: «Sono morta nel fiore degli anni, quando la vita è più dolce, e prima che il cuore si convinca di quanto è vana ogni speranza umana. Il malato è vicino a desiderare la morte, che lo libera da ogni affanno; ma ai giovani la morte arriva senza conforto, ed è duro il destino della speranza che si spegne sotto terra. È inutile sapere quello che la natura nasconde a chi non ha esperienza della vita, e il dolore cieco vince di molto una saggezza arrivata troppo presto».
Parole e passaggi difficili. «Obblivione» = oblio. «Or son piú lune» = molti mesi fa. «Doglia» = dolore. «Certo si renda» = si convinca. «Indarno» = invano. «Colei che d’ogni affanno il tragge» = la morte. «Ha poco andare» = ci mette poco ad arrivare. «Egro» = malato. «Vano è saper…»: conoscere in anticipo i mali che la natura prepara non servirebbe a evitarli (così Straccali). «Immatura sapienza» = una saggezza troppo precoce, che non vince il dolore.
Versi 37-55: il poeta: la giovinezza come vecchiaia
«Oh sfortunata, oh cara, taci, taci», dissi, «perché mi spezzi il cuore con queste parole. Dunque sei morta, mia amata, e io sono vivo? Ed era stabilito in cielo che il tuo corpo caro e delicato provasse l’agonia, e a me restasse intatto questo corpo infelice? Oh, quante volte, pensando che non vivi più e che non potrò mai ritrovarti al mondo, non riesco a crederci! Ahi, ahi, che cos’è questa cosa che si chiama morte? Potessi capirlo oggi per esperienza, e sottrarre la mia testa indifesa agli odi atroci del destino! Sono giovane, ma la mia giovinezza si consuma e si perde come la vecchiaia, che temo, anche se è ancora molto lontana. Ma il fiore della mia età è poco diverso dalla vecchiaia».
Parole e passaggi difficili. «Mi schianti il cor» = mi spezzi il cuore. «Fisso in ciel» = stabilito dal cielo. «Sudori estremi» = l’agonia. «Salma» = corpo. «Spoglia» = corpo. «S’addimanda» = si chiama. «Per prova» = per esperienza diretta, cioè morendo. «Inerme» = indifeso. «Pavento» = temo. «Si discorda» = è diverso.
Versi 55-75: nati al pianto: l’amore mai detto
«Siamo nati tutti e due per il pianto», disse; «la felicità non ha mai sorriso alla nostra vita, e il cielo ha goduto dei nostri affanni». «Ora, se ho gli occhi pieni di lacrime», aggiunsi, «e il viso pallido per la tua morte, e il cuore pieno di angoscia, dimmi: mentre eri viva, ti è mai entrata nel cuore una scintilla d’amore o di pietà per il tuo infelice innamorato? Io allora passavo le notti e i giorni tra disperazione e speranza; oggi la mia mente si stanca in un dubbio inutile. Se anche una sola volta ti ha stretto il dolore per la mia vita nera, non nascondermelo, ti prego, e mi aiuti il ricordo, ora che il futuro è tolto ai nostri giorni». E lei: «Consolati, infelice. Mentre ero viva non sono stata avara di pietà verso di te, e non lo sono ora, perché sono stata infelice anch’io. Non lamentarti di questa fanciulla tanto sventurata».
Parole e passaggi difficili. «Dilettossi» = si compiacque. «Dipartita» = morte. «Gravido» = pieno. «Favilla» = scintilla. «T’assalse» = ti prese. «Negra vita» = vita infelice. «Ti conforta» = consolati. «Non far querela» = non lamentarti. Marenduzzo riporta l’osservazione del Tambara: lei tace sull’amore e parla solo di pietà.
Versi 76-91: la mano e il congedo
«Per le nostre sventure», esclamai, «per l’amore che mi consuma, per il caro nome di giovinezza e per la speranza perduta dei nostri giorni, permettimi, cara, di toccare la tua mano». E lei, con un gesto dolce e triste, me la porgeva. Ora, mentre la copro di baci e, palpitando di una dolcezza piena d’affanno, la stringo al petto ansimante, il viso e il petto erano bollenti di sudore, la voce mi si fermava in gola, la luce mi tremava davanti agli occhi. Allora lei, fissando teneramente gli occhi nei miei, disse: «Dimentichi già, caro, che sono rimasta senza bellezza, e che tu, infelice, ti accendi e fremi d’amore inutilmente? Ora, finalmente, addio».
Parole e passaggi difficili. «Destra» = mano. «Anelante» = ansimante. «Ferveva» = era caldo. «Nelle fauci stava la voce» = la voce mi restava in gola (come in Virgilio, vox faucibus haesit). «Traballava il giorno» = tremava la luce. «Affissi» = fissati. «Di beltá son fatta ignuda» = sono rimasta priva della bellezza, cioè del corpo: è morta.
Versi 92-100: il risveglio
«Le nostre menti infelici e i nostri corpi sono separati per sempre. Per me non vivi, e non vivrai mai più: il destino ha già spezzato la fede che mi giurasti». Allora, volendo gridare per l’angoscia, tra gli spasimi, con gli occhi pieni di pianto sconsolato, mi sciolsi dal sonno. Lei mi restava ancora negli occhi, e nella luce incerta del sole mi sembrava ancora di vederla.
Parole e passaggi difficili. «Salme» = corpi. «Disgiunte in eterno»: Marenduzzo nota che qui non c’è la speranza cristiana di ritrovarsi dopo la morte. «A me non vivi» = non vivi per me. «Il fato» = la morte. «La fé» = la promessa. «Pregne» = piene. «Mi disciolsi» = mi svegliai.
Da ricordare
- Idillio del 1819, in endecasillabi sciolti; pubblicato nel 1825 e nel 1826.
- È un dialogo in sogno con la fanciulla amata, morta da mesi.
- Per quasi tutti i commentatori è Teresa Fattorini, la stessa di A Silvia; altri pensano a una ragazza di nome Brini.
- Tema: la morte in giovinezza, la speranza spenta, la giovinezza del poeta che è già vecchiaia.
- Modelli: le visioni di Laura morta in Petrarca; ma qui non c’è consolazione religiosa («disgiunte in eterno»).
Collegamenti utili
- Il sogno nell’indice dei Canti
- A Silvia: parafrasi
- Odi, Melisso: parafrasi
- I Canti di Leopardi: l’opera
Fonti e approfondimenti
- Giacomo Leopardi, Il sogno, in Canti, a cura di Alessandro Donati, Laterza, Bari 1917 (Wikisource).
- Giacomo Leopardi, Canti, con introduzione e commento di Antonio Marenduzzo, Raffaello Giusti, Livorno 1910: copia digitale su Internet Archive.
- I canti di Giacomo Leopardi commentati da Alfredo Straccali, terza edizione corretta e accresciuta da Oreste Antognoni, G. C. Sansoni, Firenze 1919: copia digitale su Internet Archive.
- «LEOPARDI, Giacomo», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani).
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