Paleografia greca: appunti per l’esame

Appunti di Paleografia greca: papiro e pergamena, rotolo e codice, maiuscola biblica, minuscola, abbreviazioni, datazione, copisti, stampa. Domande.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Quasi tutto quello che leggi di Omero, di Platone o di Sofocle ti arriva attraverso mani che non conosci: quelle di copisti bizantini che, tra il IX e il XV secolo, hanno trascritto quei testi su pergamena e su carta. Senza di loro non avremmo la letteratura greca. La paleografia greca studia queste mani: le scritture, i libri che hanno prodotto, il modo in cui lavoravano, e ti insegna a leggere un manoscritto e a capire quando e dove è stato scritto.

L’esame si trova nei corsi di Filologia classica, di Lettere classiche e talvolta di Storia o di Beni culturali. Di solito comprende la storia della scrittura greca, dall’età ellenistica alla stampa; elementi di codicologia, cioè lo studio del libro manoscritto come oggetto; e una prova pratica di lettura, trascrizione e datazione su riproduzioni. All’orale ti mettono davanti una pagina e ti chiedono: che scrittura è, di che epoca, come si legge.

Esame Paleografia greca
Corsi di laurea Filologia classica, Lettere classiche, Scienze storiche, Beni culturali
Crediti di solito 6-12 CFU
SSD ex M-STO/09 (Paleografia)
Prova orale, con lettura e datazione di riproduzioni di manoscritti

Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.

Come usare questi appunti

Comincio dalle definizioni e dalla storia della disciplina. Poi vedi i supporti e le forme del libro, perché la scrittura cambia anche con il materiale. Poi la storia delle scritture: maiuscole, nascita della minuscola, stili della minuscola bizantina, scritture dell’Italia meridionale, età umanistica e stampa. Chiudo con abbreviazioni, datazione e strumenti di lavoro.

Il consiglio più importante: guarda tantissime immagini. Oggi molte grandi biblioteche hanno digitalizzato i loro manoscritti greci, e puoi sfogliarli online. Fatti un album di esempi per ogni scrittura, con data e segnatura. La paleografia si impara con gli occhi, non con le definizioni.

Che cos’è la paleografia greca

Oggetto e confini

La paleografia è lo studio delle scritture antiche e medievali: la loro forma, la loro evoluzione, il loro contesto. Per il greco il campo si estende in genere dalle prime testimonianze su papiro di età ellenistica fino alla diffusione della stampa nel XV e XVI secolo.

La disciplina ha confini mobili con altre scienze. La papirologia studia i papiri, in gran parte provenienti dall’Egitto, e i loro contenuti documentari e letterari. L’epigrafia studia le iscrizioni su materiali duri. La codicologia studia il libro manoscritto come oggetto materiale: supporto, fascicoli, rigatura, legatura, impaginazione. Nella pratica il paleografo greco lavora soprattutto su manoscritti medievali, e codicologia e paleografia vanno insieme.

La nascita della disciplina

Il nome viene dal titolo di un libro: la Palaeographia Graeca del benedettino francese Bernard de Montfaucon, pubblicata a Parigi nel 1708. Montfaucon era un confratello di Mabillon, il fondatore della diplomatica, e il suo libro fu il primo tentativo sistematico di descrivere l’evoluzione della scrittura greca, con tavole di esempi.

Nell’Ottocento e nel primo Novecento la disciplina si sviluppa soprattutto in Germania, con il manuale di Victor Gardthausen, Griechische Palaeographie, e con i grandi cataloghi delle biblioteche. Nel secondo Novecento le ricerche si fanno più attente agli stili, ai copisti e al contesto culturale. Tra i nomi che troverai spesso ci sono Herbert Hunger in Austria, Jean Irigoin e Paul Canart in Francia e in Vaticano, Guglielmo Cavallo in Italia.

Cosa ti chiedono all’orale (disciplina)

Che cosa studia la paleografia greca e con quali discipline confina? Studia le scritture greche manoscritte, la loro forma e la loro evoluzione, in genere dall’età ellenistica alla stampa. Confina con la papirologia, che studia i papiri soprattutto egiziani; con l’epigrafia, che studia le iscrizioni; e con la codicologia, che studia il libro manoscritto come oggetto materiale. Nella pratica paleografia e codicologia si studiano insieme.

Da dove viene il nome della disciplina? Dalla Palaeographia Graeca del benedettino Bernard de Montfaucon, pubblicata nel 1708. Montfaucon apparteneva alla congregazione di Saint-Maur, come Mabillon, che aveva fondato la diplomatica nel 1681. Fu il primo studio sistematico della scrittura greca, con tavole di esempi.

I supporti

Il papiro

Il papiro è il supporto principale del libro antico. Si ottiene dal midollo di una pianta palustre, coltivata soprattutto in Egitto: si tagliano strisce sottili, si dispongono in due strati perpendicolari, si pressano e si lasciano asciugare. Ne nascono fogli che si incollano per formare un rotolo. Il lato con le fibre orizzontali, scritto per primo, si chiama recto; quello con le fibre verticali, verso.

Il papiro si conserva bene solo in climi secchi. Per questo quasi tutti i papiri greci che possediamo vengono dall’Egitto, soprattutto da città come Ossirinco, dove la sabbia ha protetto per secoli le discariche di rifiuti. Fanno eccezione i papiri carbonizzati di Ercolano, conservati dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

La pergamena

La pergamena è pelle animale, di solito di pecora, capra o vitello, lavorata senza concia: lavata, depilata, raschiata, tesa ad asciugare. Il nome deriva da Pergamo, e Plinio il Vecchio racconta una storia (probabilmente leggendaria) secondo cui sarebbe stata inventata lì perché i Tolomei avevano bloccato l’esportazione del papiro.

La pergamena ha due facce diverse: il lato pelo, più scuro e ruvido, e il lato carne, più chiaro e liscio. È un dato codicologico importante, come vedrai tra poco. La pergamena è resistente, si può riutilizzare raschiando il testo per scriverne un altro sopra: nasce così il palinsesto, che a volte conserva sotto la scrittura recente testi antichi altrimenti perduti.

La carta

La carta arriva a Bisanzio dal mondo arabo. Nei manoscritti greci si trova sempre più spesso a partire dall’XI secolo e diventa comune nel XIII-XIV. Si distinguono di solito la carta “orientale” o araba, senza filigrana, e la carta “occidentale”, prodotta soprattutto in Italia, che porta filigrane: disegni impressi con un filo metallico nella forma, visibili in controluce. I repertori di filigrane, come quello di Charles-Moïse Briquet, permettono di datare una carta con un margine di pochi decenni.

Cosa ti chiedono all’orale (supporti)

Che differenza c’è tra recto e verso del papiro? Il foglio di papiro ha due strati di fibre perpendicolari. Il recto è il lato con le fibre orizzontali, che corrono nel senso della scrittura ed è scritto per primo; il verso è quello con le fibre verticali. In un rotolo di solito si scrive solo sul recto; il verso viene a volte riutilizzato per un altro testo.

A che cosa servono le filigrane? Sono disegni prodotti dal filo metallico applicato alla forma usata per fabbricare la carta occidentale, e si vedono in controluce. Ogni cartiera e ogni forma producevano filigrane riconoscibili e databili. Confrontando la filigrana di un manoscritto con i repertori, come quello di Briquet, si può datare la carta con buona approssimazione.

Dal rotolo al codice

Il rotolo

Il libro dell’età classica ed ellenistica è il rotolo (in latino volumen). Il testo è scritto in colonne parallele al lato lungo; il lettore svolge il rotolo con la destra e lo riavvolge con la sinistra. Un rotolo contiene di solito un’opera breve o un libro di un’opera lunga: la divisione dell’Iliade in ventiquattro libri, tradizionalmente attribuita ai filologi alessandrini, è legata anche alla misura di un rotolo.

Nel rotolo antico la scrittura è continua, senza spazi tra le parole (scriptio continua), con pochissima punteggiatura e senza accenti. Leggere era quindi un’operazione difficile, che si faceva quasi sempre ad alta voce.

Il codice

Il codice è il libro a pagine, come quello che usi oggi: fogli piegati e cuciti insieme. Esisteva già nel I secolo d.C., ma per molto tempo fu usato soprattutto per testi di uso pratico. Tra il II e il IV secolo sostituisce progressivamente il rotolo, e i cristiani lo adottano molto presto per i loro testi sacri, preferendolo al rotolo in proporzione molto più alta dei pagani.

I vantaggi sono evidenti: si scrive su entrambe le facce, quindi costa meno; si trova facilmente un passo; contiene molti testi in un solo volume. Il passaggio ebbe conseguenze enormi per la sopravvivenza della letteratura antica: le opere che non furono trascritte dal rotolo al codice si persero quasi tutte.

I fascicoli

Il codice è formato da fascicoli: gruppi di fogli piegati a metà e inseriti uno dentro l’altro. Il fascicolo più comune nei manoscritti greci è il quaternione, cioè quattro fogli piegati che danno otto carte e sedici pagine. I fascicoli venivano numerati, spesso con lettere greche, per facilitare il lavoro del legatore: è la segnatura dei fascicoli.

Nei codici di pergamena i fogli erano disposti in modo che, aprendo il libro, si avessero davanti due pagine dello stesso lato, pelo davanti a pelo, carne davanti a carne. È la cosiddetta regola di Gregory, formulata dal biblista Caspar René Gregory alla fine dell’Ottocento. Nei codici greci il fascicolo comincia di solito con il lato carne. Controllare queste disposizioni aiuta a capire se mancano fogli o se un fascicolo è stato rifatto.

Cosa ti chiedono all’orale (rotolo e codice)

Quando e perché il codice sostituisce il rotolo? Il codice esiste già nel I secolo d.C., ma si afferma tra il II e il IV secolo, adottato molto precocemente dai cristiani per i testi sacri. È più economico perché si scrive su entrambi i lati, permette di trovare rapidamente un passo e di raccogliere più opere in un solo volume. Le opere antiche che non furono copiate dal rotolo al codice si sono per lo più perdute.

Che cos’è la regola di Gregory? È la regolarità, osservata dal biblista Caspar René Gregory alla fine dell’Ottocento, per cui nei codici in pergamena, aprendo il libro, le due pagine affrontate presentano lo stesso lato della pelle: pelo davanti a pelo, carne davanti a carne. Nei codici greci il fascicolo comincia di solito con il lato carne. Serve a verificare la completezza e la struttura dei fascicoli.

Le scritture dei papiri

L’età tolemaica

Le più antiche testimonianze di scrittura libraria greca su papiro risalgono al IV secolo a.C. Il papiro di Timoteo, con i Persiani, trovato in una tomba ad Abusir, è spesso indicato come il più antico libro greco conservato. Il papiro di Derveni, carbonizzato e ritrovato in Macedonia, con un commento a un poema orfico, è un altro testimone antichissimo.

Nell’Egitto tolemaico la scrittura dei libri è ancora vicina a quella delle iscrizioni: lettere separate, di modulo spesso irregolare, con forme angolose. Accanto ad essa si sviluppano le scritture documentarie della burocrazia tolemaica, rapide e legate, usate per contratti, ricevute, lettere ufficiali. La massa di documenti greci d’Egitto è enorme, e ci permette di seguire l’evoluzione della corsiva quasi anno per anno.

L’età romana

In età romana, tra I e III secolo d.C., le scritture librarie si differenziano in tipi riconoscibili. I paleografi parlano tra l’altro di uno stile severo, con lettere strette e inclinate e forti contrasti di modulo, e di uno stile rotondo molto calligrafico, con lettere ampie e iscritte in un cerchio o in un quadrato, usato per testi letterari di pregio come molte copie di Omero. Da queste tendenze nascerà, nella tarda antichità, la maiuscola biblica.

La scrittura di un papiro letterario può dirci molto anche sul suo uso. Un testo in grafia calligrafica, su un rotolo ben impaginato, è un libro destinato a un lettore colto o a una biblioteca. Un testo in grafia rapida, con abbreviazioni, sul verso di un documento riutilizzato, è spesso una copia privata o scolastica.

Il contributo della papirologia

Il paleografo greco deve molto alla papirologia, perché i papiri sono spesso datati con precisione, o databili grazie ai documenti che si trovano sullo stesso rotolo. Questo permette di costruire una cronologia sicura delle scritture antiche, che poi si usa per datare le copie letterarie. Guglielmo Cavallo ha dedicato a questo tema il volume La scrittura greca e latina dei papiri. Una introduzione (2008). Per gli aspetti propri dei papiri vedi anche gli appunti di Papirologia.

Cosa ti chiedono all’orale (papiri)

Qual è il più antico libro greco conservato? Viene spesso indicato il papiro dei Persiani di Timoteo, trovato in una tomba ad Abusir e databile al IV secolo a.C. Tra i testimoni più antichi c’è anche il papiro di Derveni, carbonizzato, con un commento a un poema orfico. Entrambi mostrano una scrittura libraria ancora vicina a quella epigrafica.

Perché i papiri documentari sono importanti per la paleografia? Perché sono spesso datati con precisione e permettono di costruire una cronologia sicura delle scritture. Confrontando con essi le scritture dei papiri letterari, che di solito non portano date, si può datare anche questi ultimi. I papiri documentari mostrano inoltre l’evoluzione delle corsive, da cui deriveranno molte innovazioni librarie.

Le scritture maiuscole

Scrittura libraria e documentaria

Fin dai papiri devi distinguere due grandi tipi di scrittura. La scrittura libraria serve a copiare libri: è curata, posata, con lettere separate e regolari. La scrittura documentaria serve per atti, lettere, conti: è più rapida e corsiva, con lettere legate tra loro. Le due si influenzano a vicenda, e molte innovazioni delle scritture librarie nascono dalle corsive.

La maiuscola biblica

La scrittura libraria più importante della tarda antichità è la maiuscola biblica, così chiamata perché è usata nei grandi codici della Bibbia greca del IV e V secolo. Guglielmo Cavallo le ha dedicato uno studio fondamentale, Ricerche sulla maiuscola biblica (1967). Le lettere sono iscritte in un quadrato, con un contrasto modulare tra lettere larghe e strette e un tratteggio di spessore uniforme nella fase più antica. È una scrittura solenne e regolarissima.

I tre grandi codici biblici da conoscere sono:

  • il Codex Vaticanus (Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. gr. 1209), del IV secolo;
  • il Codex Sinaiticus, del IV secolo, scoperto da Konstantin von Tischendorf nel monastero di Santa Caterina sul Sinai nell’Ottocento e oggi in gran parte alla British Library di Londra;
  • il Codex Alexandrinus, del V secolo, anch’esso alla British Library.

La maiuscola biblica continua a essere usata per secoli, ma perde regolarità. Nelle fasi tarde il contrasto tra tratti spessi e sottili aumenta, e compaiono ornamenti alle estremità delle lettere.

Altre maiuscole

Accanto alla biblica i manuali descrivono altri tipi di maiuscola:

  • la maiuscola ogivale, inclinata o diritta, così chiamata per la forma a punta di alcune lettere, usata a lungo tra il V e il IX-X secolo;
  • la maiuscola alessandrina o copta, con forme arrotondate, legata all’Egitto;
  • le maiuscole liturgiche di età medievale, usate per i libri da leggere in chiesa anche dopo la diffusione della minuscola, per il loro carattere solenne.
Cosa ti chiedono all’orale (maiuscole)

Che cos’è la maiuscola biblica? È la principale scrittura libraria greca della tarda antichità, usata nei grandi codici biblici del IV e V secolo, come il Vaticanus, il Sinaiticus e l’Alexandrinus. Le lettere sono iscritte idealmente in un quadrato, con un contrasto tra lettere larghe e strette e, nella fase più antica, un tratteggio di spessore uniforme. È stata studiata in modo fondamentale da Guglielmo Cavallo.

Perché le maiuscole restano in uso anche dopo l’arrivo della minuscola? Perché avevano un valore di solennità. Per i libri liturgici, da leggere in chiesa, e per titoli e intestazioni si continuò a usare la maiuscola anche nei secoli in cui la minuscola era ormai la scrittura normale dei libri.

La nascita della minuscola

Un cambiamento decisivo

Tra la fine dell’VIII e il IX secolo si afferma nei libri una scrittura nuova: la minuscola. Le lettere sono più piccole, con aste che salgono e scendono sopra e sotto il rigo, e si legano spesso tra loro. Deriva dalle scritture corsive dei documenti, rese regolari e adatte al libro.

La minuscola è più rapida da scrivere e occupa meno spazio: in un periodo in cui la pergamena era costosa, poter copiare un testo in meno fogli era un vantaggio enorme. Con il tempo la scrittura introduce anche gli spazi tra le parole, gli accenti e gli spiriti in modo sistematico, e la punteggiatura.

Il più antico codice datato

Il più antico manoscritto in minuscola che porta una data è il cosiddetto Tetravangelo Uspenskij, un codice dei Vangeli oggi a San Pietroburgo, copiato nell’835. La scrittura è già matura, il che significa che la minuscola doveva esistere da qualche decennio. La sua origine viene spesso collegata al monastero di Studio a Costantinopoli e alla riforma monastica di Teodoro Studita, ma è un punto discusso.

La traslitterazione

Il passaggio dalla maiuscola alla minuscola ebbe un effetto cruciale per i testi classici. Nel IX e X secolo i dotti bizantini fecero copiare in minuscola i testi antichi che possedevano in maiuscola. Questo processo si chiama traslitterazione (in greco metacharakterismos). Le opere che furono traslitterate sopravvissero; quelle che non lo furono si persero quasi tutte. Gli errori di lettura della maiuscola che si trovano nei manoscritti minuscoli, per esempio confusioni tra lettere simili in maiuscola, sono una prova di questo passaggio.

Fozio, Areta e i grandi codici

Il IX e X secolo sono l’epoca della cosiddetta “rinascita macedone” o primo umanesimo bizantino. Il patriarca Fozio raccoglie nella Biblioteca riassunti e giudizi su centinaia di libri letti. Areta, arcivescovo di Cesarea, commissiona copie di autori antichi e le annota di sua mano. Il celebre codice di Platone oggi a Oxford, il Clarkianus 39, fu copiato nell’895 dal calligrafo Giovanni per Areta.

Cosa ti chiedono all’orale (minuscola)

Quando nasce la minuscola libraria e perché si afferma? Si afferma tra la fine dell’VIII e il IX secolo, derivando dalle corsive documentarie rese regolari. Il più antico codice datato è il Tetravangelo Uspenskij dell’835. Si impone perché è più rapida da scrivere e occupa meno spazio, quindi richiede meno pergamena, e con il tempo introduce spazi tra le parole, accenti e punteggiatura che facilitano la lettura.

Che cos’è la traslitterazione e che importanza ha? È la trascrizione dei testi dalla maiuscola alla minuscola, compiuta soprattutto nel IX e X secolo. Le opere traslitterate sono sopravvissute nella tradizione medievale, le altre in gran parte perdute. Gli errori dovuti alla cattiva lettura di lettere maiuscole simili nei codici minuscoli sono una testimonianza di questo passaggio.

Gli stili della minuscola bizantina

Perché si parla di stili

La minuscola bizantina non è una scrittura unica che cambia in modo lineare. È piuttosto una famiglia di stili, legati ad ambienti, epoche e funzioni diverse. I paleografi li hanno descritti e battezzati con nomi a volte curiosi. Non serve impararli tutti: impara i principali, con un esempio per ciascuno.

Minuscola antica

Nel IX e X secolo si parla di minuscola antica: lettere diritte o leggermente inclinate, poche forme di maiuscola mescolate, spiriti di forma angolare. Nella seconda metà del X secolo Jean Irigoin ha individuato uno stile che ha chiamato minuscola “bouletée”, caratterizzata da occhielli rotondi e piccoli, come piccole palle, e da un aspetto molto ordinato.

Perlschrift

Nell’XI secolo si afferma la Perlschrift, termine tedesco proposto da Herbert Hunger: una scrittura in cui le lettere sono tondeggianti e ben separate, come perle in fila. È una minuscola calligrafica, usata in molti libri di lusso e liturgici, e continuerà a essere imitata per secoli.

La “Fettaugen-Mode”

Nel XIII secolo Hunger ha descritto una moda grafica che chiamò Fettaugen-Mode, “moda degli occhi di grasso”, come le gocce d’olio che galleggiano nel brodo. Alcune lettere rotonde, come l’omicron e l’epsilon, sono ingrandite in modo esagerato in mezzo a lettere piccole. Il risultato è una pagina irregolare e vivace, molto riconoscibile, tipica di molti manoscritti di età paleologa e dell’epoca dell’impero di Nicea.

Lo stile degli Odeghi

Tra il XIV e il XV secolo un monastero di Costantinopoli, quello degli Odeghi, sviluppa uno stile calligrafico molto regolare, usato soprattutto per libri liturgici e biblici. È una ripresa consapevole della Perlschrift, con lettere tonde, ordinate, ben spaziate. Lo stile degli Odeghi ha avuto grande influenza anche dopo la caduta di Costantinopoli, perché molti copisti emigrati in Italia l’hanno portato con sé.

Le scritture dei dotti

Accanto agli stili calligrafici esistono scritture personali di eruditi, rapide, piene di abbreviazioni e legature. Nell’età dei Paleologi, tra XIII e XIV secolo, dotti come Massimo Planude e Teodoro Metochite raccolgono, correggono e commentano i testi antichi. Hunger ha parlato di uno “stile Metochite” per una minuscola erudita di tipo arcaizzante legata a quell’ambiente. Riconoscere la mano di un dotto è spesso decisivo per la storia di un testo: le correzioni di Planude all’Antologia greca, per esempio, hanno segnato tutta la tradizione successiva.

Cosa ti chiedono all’orale (stili)

Che cos’è la Perlschrift? È uno stile calligrafico della minuscola bizantina dell’XI secolo, così chiamato da Herbert Hunger perché le lettere, tondeggianti e ben separate, ricordano perle in fila. Era usato in libri di lusso e liturgici, e venne imitato nei secoli successivi, anche nello stile degli Odeghi del XIV e XV secolo.

Che cosa indica la Fettaugen-Mode? È un termine di Hunger per una moda grafica del XIII secolo in cui alcune lettere tonde, come omicron ed epsilon, sono ingrandite in modo vistoso in mezzo a lettere piccole, come gocce di grasso nel brodo. Dà alla pagina un aspetto irregolare e molto riconoscibile, utile per la datazione.

Il greco in Italia meridionale

Un mondo greco in Occidente

Per gran parte del medioevo la Calabria, la Puglia meridionale e parte della Sicilia furono terre di lingua e di cultura greca, legate a Bisanzio. Monasteri italo-greci, come quelli del Mercurion in Calabria o di San Nicola di Casole presso Otranto, copiarono libri liturgici, patristici e talvolta classici. L’abbazia di Grottaferrata, fondata da san Nilo di Rossano all’inizio dell’XI secolo, è ancora oggi un monastero di rito bizantino con una biblioteca di manoscritti greci.

Stili italo-greci

I paleografi hanno individuato stili propri di questi ambienti. Il più noto è lo stile di Reggio, studiato soprattutto da Paul Canart e Santo Lucà, diffuso in Calabria e in Sicilia nel XII e XIII secolo, con lettere angolose e un caratteristico contrasto di tratti. In Terra d’Otranto troviamo invece scritture di tipo diverso, spesso legate a una produzione libraria scolastica e dotta. Riconoscere un manoscritto italo-greco è importante, perché questi codici hanno talvolta conservato testi o varianti assenti dalla tradizione costantinopolitana.

Cosa ti chiedono all’orale (Italia meridionale)

Perché l’Italia meridionale è importante per la paleografia greca? Perché per secoli vi fiorirono monasteri e centri di cultura greca, in Calabria, Puglia e Sicilia, che produssero e conservarono manoscritti. Vi si svilupparono stili grafici propri, come lo stile di Reggio del XII-XIII secolo, e alcuni codici italo-greci trasmettono testi o varianti preziosi. Grottaferrata, fondata da san Nilo all’inizio dell’XI secolo, ne è ancora una testimonianza viva.

Che cos’è lo stile di Reggio? Uno stile della minuscola greca diffuso in Calabria e in Sicilia nel XII e XIII secolo, studiato soprattutto da Paul Canart e Santo Lucà. È riconoscibile per un aspetto angoloso e per il contrasto tra tratti spessi e sottili, e permette di attribuire un manoscritto all’ambiente italo-greco.

Umanesimo e stampa

I copisti greci in Italia

Tra la fine del XIV e il XVI secolo l’Occidente riscopre il greco. Manuele Crisolora insegna a Firenze dal 1397. Al concilio di Ferrara-Firenze (1438-1439) arrivano dotti bizantini, tra cui Bessarione, che diventerà cardinale e lascerà la sua grande biblioteca a Venezia, dove sarà il primo nucleo della Biblioteca Marciana. Dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453 molti copisti greci si trasferiscono in Italia e lavorano per umanisti, principi e papi.

Lavorano anche copisti occidentali che imparano a scrivere in greco, con mani spesso riconoscibili per l’influenza della scrittura latina umanistica. Il Repertorium der griechischen Kopisten, avviato da Ernst Gamillscheg e Dieter Harlfinger negli anni Ottanta, censisce i copisti del periodo 800-1600 conservati nelle biblioteche europee.

La stampa greca

Il primo libro interamente in greco con una data è la grammatica di Costantino Lascaris, gli Erotemata, stampata a Milano nel 1476. Ma il grande editore del greco è Aldo Manuzio, che a Venezia, dalla metà degli anni Novanta del Quattrocento, pubblica le prime edizioni di Aristotele, Aristofane, Tucidide, Sofocle, Platone e molti altri. I suoi caratteri greci imitano la scrittura corsiva dei copisti contemporanei, con moltissime legature e abbreviazioni.

A Parigi, negli anni Quaranta del Cinquecento, Claude Garamond incide per il re Francesco I i cosiddetti grecs du roi, modellati sulla scrittura del copista cretese Angelo Vergezio. Saranno il modello della tipografia greca per secoli. Con la stampa la funzione del copista non scompare subito, ma si riduce progressivamente.

Cosa ti chiedono all’orale (umanesimo e stampa)

Che ruolo ebbero i copisti greci nell’Italia umanistica? Dopo l’arrivo di dotti come Crisolora a Firenze nel 1397, il concilio di Ferrara-Firenze e soprattutto la caduta di Costantinopoli nel 1453, molti copisti greci lavorarono in Italia per umanisti e principi, copiando i testi classici e contribuendo alla formazione delle grandi biblioteche, come quella di Bessarione, nucleo della Marciana. Accanto a loro scrivevano in greco anche copisti occidentali.

Su quale modello furono incisi i grecs du roi? Claude Garamond li incise a Parigi negli anni Quaranta del Cinquecento per il re Francesco I, prendendo come modello la scrittura del copista cretese Angelo Vergezio. Furono a lungo il riferimento della tipografia greca. In precedenza Aldo Manuzio, a Venezia, aveva usato caratteri ispirati alla corsiva dei copisti del suo tempo.

Abbreviazioni e segni

Nomina sacra

Già nei papiri cristiani e nei codici biblici compaiono i nomina sacra: alcune parole sacre scritte in forma abbreviata, di solito con la prima e l’ultima lettera, e una linea orizzontale sopra. ΘΣ per θεός (Dio), ΚΣ per κύριος (Signore), ΙΣ per Ἰησοῦς, ΧΣ per Χριστός, ΠΝΑ per πνεῦμα (spirito). La lista si allarga col tempo. Più che risparmiare spazio, il sistema segnalava la sacralità di quei nomi.

Abbreviazioni nella minuscola

Nella minuscola le abbreviazioni si moltiplicano. I principali sistemi sono:

  • il troncamento: si scrive l’inizio della parola e si segnala la caduta della parte finale con un segno;
  • la sospensione con una lettera sovrapposta, spesso l’ultima della parte scritta;
  • i segni speciali per desinenze frequenti, come -ων, -ου, -ος, -ην, e per parole frequentissime come καί;
  • le legature, cioè lettere fuse insieme, alcune delle quali sono rimaste nella tipografia greca fino al Novecento.

All’esame di lettura le abbreviazioni sono l’ostacolo principale. Studia le tabelle dei manuali, e soprattutto esercitati: dopo un po’ le riconosci come le parole di una lingua.

Segni diacritici e punteggiatura

Accenti e spiriti, usati in modo sporadico nell’antichità, diventano sistematici nella minuscola. Nei manoscritti trovi anche lo iota sottoscritto scritto accanto, cioè ascritto, e segni di punteggiatura che non corrispondono ai nostri: il punto in alto, per esempio, vale grosso modo come il nostro punto e virgola.

Cosa ti chiedono all’orale (abbreviazioni)

Che cosa sono i nomina sacra? Sono parole sacre scritte in forma abbreviata nei manoscritti cristiani, con un segno orizzontale sopra: per esempio ΘΣ per θεός, ΚΣ per κύριος, ΙΣ per Ἰησοῦς, ΧΣ per Χριστός. Compaiono già nei papiri cristiani antichi. La loro funzione principale non è risparmiare spazio ma marcare graficamente la sacralità di quei nomi.

Quali tipi di abbreviazione trovi nella minuscola? Il troncamento, con l’inizio della parola e un segno che indica la caduta del resto; la sospensione con una lettera scritta sopra; segni speciali per desinenze e parole frequentissime, come καί; e le legature, cioè lettere fuse insieme. Sono l’ostacolo principale nella lettura dei manoscritti bizantini.

Codicologia: la pagina e il libro

La rigatura

Prima di scrivere, il copista preparava la pagina tracciando linee di riferimento per le righe e per i margini. Nei manoscritti greci in pergamena la rigatura è di solito a secco: le linee sono incise con una punta, senza inchiostro, premendo sul foglio, e si vedono in rilievo da un lato e in incavo dall’altro. Spesso si rigavano più fogli insieme, piegati, in modo che la pressione passasse dall’uno all’altro.

I codicologi descrivono i sistemi di rigatura, cioè l’ordine con cui sono stati rigati i fogli, e i tipi, cioè il disegno delle linee sulla pagina: quante colonne, quante linee verticali per i margini, se le righe attraversano tutto il foglio o si fermano. Esistono repertori di tipi di rigatura, come quello di Julien Leroy e Jacques-Hubert Sautel. Questi dettagli possono sembrare minuzie, ma permettono di collegare un manoscritto a un ambiente o a un’epoca.

L’impaginazione

L’impaginazione comprende il numero di colonne (una o due nella maggior parte dei casi), il numero di righe per pagina, il rapporto tra lo specchio di scrittura e i margini. I manoscritti con commento, come molti codici di autori classici, hanno impaginazioni complesse: il testo al centro, gli scoli, cioè le note esplicative antiche e bizantine, nei margini, a volte disposti in forme geometriche. Saper leggere questa disposizione è fondamentale per i filologi, perché gli scoli conservano spesso notizie e varianti preziose.

La decorazione

La decorazione comprende iniziali ornate, fregi all’inizio dei testi (in greco epititla), cornici, miniature. I colori più usati per i titoli e le iniziali sono il rosso e l’oro. Nei libri liturgici e nei Vangeli di lusso la decorazione può essere ricchissima. Anche lo stile della decorazione aiuta a datare e a localizzare: certe forme di fregio sono tipiche di un’epoca o di una regione.

La legatura

La legatura bizantina ha caratteristiche tecniche proprie: fascicoli cuciti senza nervi sporgenti sul dorso, assi di legno con scanalature sul taglio, fermagli di cuoio. Molti manoscritti greci conservati in Occidente sono stati però rilegati di nuovo nelle biblioteche che li hanno acquisiti, e la legatura originale si è persa.

Cosa ti chiedono all’orale (codicologia)

Che cos’è la rigatura e come si studia? È il sistema di linee che il copista tracciava sulla pagina per guidare righe e margini. Nei codici greci in pergamena è di solito a secco, incisa con una punta. Si studiano il sistema, cioè l’ordine in cui i fogli sono stati rigati, e il tipo, cioè il disegno delle linee sulla pagina, con l’aiuto di repertori come quello di Leroy e Sautel. Sono dati utili per datare e localizzare un manoscritto.

Che cosa sono gli scoli e perché interessano? Sono note esplicative, di origine antica o bizantina, scritte nei margini dei manoscritti di autori classici attorno al testo principale. Spiegano parole, fatti, allusioni, e spesso riportano varianti e notizie altrimenti perdute. La loro disposizione nella pagina è parte dello studio codicologico.

Datare un manoscritto

Le sottoscrizioni

Il modo più sicuro per datare un manoscritto è la sottoscrizione del copista, cioè una nota, di solito alla fine, in cui indica il proprio nome, spesso il committente, e la data. I copisti bizantini datano secondo l’anno del mondo, contato dalla creazione, che l’era bizantina fissa al 5509 a.C. L’anno comincia il 1° settembre. Per convertire una data in era cristiana si sottrae 5508 se il mese va da gennaio ad agosto, 5509 se va da settembre a dicembre.

Spesso la data comprende anche l’indizione, un ciclo di quindici anni di origine fiscale, che serve da controllo.

I manoscritti non datati

La maggior parte dei manoscritti non è datata. Il paleografo li data per confronto con i codici datati, usando tutti gli indizi disponibili:

  • la scrittura e il suo stile;
  • le caratteristiche codicologiche: supporto, fascicoli, tipo di rigatura, impaginazione;
  • la decorazione, cioè ornamenti, iniziali, miniature;
  • le filigrane, se il manoscritto è di carta;
  • il contenuto e le note di possesso aggiunte successivamente.

La datazione per sola scrittura ha di solito un margine di almeno mezzo secolo. All’esame non ti chiedono una data precisa, ma un’indicazione motivata: “minuscola del X secolo, per questi tratti”.

Prova a immaginare l’esercizio. Hai davanti una pagina in minuscola diritta, regolare, con pochissime lettere di forma maiuscola, spiriti di forma angolare, abbreviazioni rare e limitate alle desinenze più comuni. Sono tutti tratti di una minuscola ancora antica: la collocherai tra la fine del IX e il X secolo. Se invece vedi lettere di dimensioni molto diverse, omicron enormi accanto a lettere minute, molte forme maiuscole inserite, legature e abbreviazioni abbondanti e spiriti tondeggianti, sei con buona probabilità in età paleologa, tra XIII e XIV secolo. Dire perché, tratto per tratto, è quello che il docente vuole sentire.

Identificare il copista

Un passo ulteriore è l’identificazione della mano: riconoscere che due manoscritti sono stati copiati dalla stessa persona. Si confrontano le forme delle lettere, le legature, le abbreviazioni preferite, le abitudini di impaginazione. L’identificazione permette di collegare manoscritti dispersi, di ricostruire biblioteche e di capire in quale ambiente si è trasmesso un testo.

Cosa ti chiedono all’orale (datazione)

Come si converte una data bizantina? I copisti bizantini datano secondo l’anno del mondo, contato dalla creazione posta nel 5509 a.C., con l’anno che comincia il 1° settembre. Per avere l’anno dell’era cristiana si sottrae 5508 se la data cade tra gennaio e agosto, 5509 se cade tra settembre e dicembre. L’indizione, ciclo di quindici anni, permette un controllo.

Come si data un manoscritto senza sottoscrizione? Per confronto con manoscritti datati, valutando la scrittura e il suo stile, le caratteristiche codicologiche come supporto, fascicoli e rigatura, la decorazione, le eventuali filigrane della carta e le note successive. Il risultato è in genere una datazione approssimativa, al quarto o al mezzo secolo, sempre da motivare.

Strumenti di lavoro

Cataloghi e repertori

Il punto di partenza di qualunque ricerca su un manoscritto greco è il catalogo della biblioteca che lo conserva. I grandi fondi di manoscritti greci si trovano nella Biblioteca Apostolica Vaticana, nella Biblioteca Nazionale di Francia, nella Biblioteca Marciana di Venezia, nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, nella Laurenziana di Firenze, nella British Library, nella Bodleiana di Oxford, nelle biblioteche del Monte Athos, e in molte altre.

Per orientarti tra cataloghi e manoscritti esistono strumenti online molto utili:

  • Pinakes, una banca dati dell’Institut de recherche et d’histoire des textes di Parigi, che censisce i manoscritti greci e i testi che contengono;
  • Diktyon, una rete che assegna un identificativo unico a ogni manoscritto greco e collega le risorse digitali disponibili;
  • il Repertorium der griechischen Kopisten, già citato, per i copisti.

Riproduzioni

Molte biblioteche hanno digitalizzato i loro manoscritti greci e li offrono online in alta risoluzione. Per esercitarti a leggere è una fortuna senza precedenti. Scegli un codice datato e prova a trascrivere una pagina, poi confronta con un’edizione del testo.

Cosa ti chiedono all’orale (strumenti)

Da dove cominci per studiare un manoscritto greco? Dal catalogo della biblioteca che lo conserva, che ne dà descrizione, contenuto, datazione e bibliografia. Poi uso strumenti come Pinakes, che censisce i manoscritti greci e i testi che contengono, e Diktyon, che ne fornisce identificativi unici e collegamenti alle riproduzioni digitali. Per i copisti consulto il Repertorium der griechischen Kopisten.

Perché le riproduzioni digitali sono importanti per lo studio della paleografia? Perché permettono di vedere e confrontare un numero enorme di manoscritti senza recarsi nelle biblioteche, in alta risoluzione e con ingrandimenti. Facilitano l’esercizio di lettura, il confronto tra mani e la datazione per confronto con codici datati. Non sostituiscono però l’esame diretto dell’oggetto, necessario per molte osservazioni codicologiche.

Fonti e approfondimenti

Manuali

  • Guglielmo Cavallo, Ricerche sulla maiuscola biblica, Le Monnier, 1967.
  • Edoardo Crisci, Paola Degni (a cura di), La scrittura greca dall’antichità all’epoca della stampa. Una introduzione, Carocci, 2011.
  • Guglielmo Cavallo, La scrittura greca e latina dei papiri. Una introduzione, Fabrizio Serra, 2008.
  • Herbert Hunger, Schreiben und Lesen in Byzanz. Die byzantinische Buchkultur, Beck, 1989.
  • Victor Gardthausen, Griechische Palaeographie, Teubner.

Repertori

  • Ernst Gamillscheg, Dieter Harlfinger e altri, Repertorium der griechischen Kopisten 800-1600, Verlag der Österreichischen Akademie der Wissenschaften.

Per la scrittura latina vedi gli appunti di Paleografia latina; per i testi che questi manoscritti trasmettono, quelli di Letteratura greca. Gli altri esami sono nell’indice degli esami.

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Author

Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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