Ultimo canto di Saffo di Leopardi: testo e parafrasi

Antonio Garofano Antonio Garofano 16 min di lettura

Siamo nel maggio del 1822 quando Leopardi compone l’Ultimo canto di Saffo. Lo spunto è la leggenda tramandata da Ovidio nelle Eroidi: Saffo, poetessa somma ma di aspetto sgraziato, si strugge per il giovane Faone, che non la ricambia, e decide di lanciarsi dalla rupe di Leucade. Il canto coglie la sua ultima notte. Sotto la maschera greca si intravede Leopardi, tormentato dal proprio aspetto e da un amore che avvertiva come impossibile. Le quattro strofe sono spezzate in sequenze più brevi, per non perdere il filo.

✔ Mettiti alla prova: quiz con soluzioni in fondo alla pagina

In sintesi

  • Che cos’è: la canzone che Giacomo Leopardi scrive nel maggio 1822 e che immagina l’ultima notte della poetessa greca Saffo.
  • Il tema: Saffo, innamorata di Faone ma brutta d’aspetto, si sente esclusa dalla bellezza della natura e decide di morire.
  • Perché si studia: è uno dei canti più personali di Leopardi, che nella figura di Saffo proietta il proprio dolore.

Contesto: gli anni delle canzoni filosofiche, tra Recanati e il primo viaggio a Roma. Tempo di lettura: circa 11 minuti.

Il testo di Ultimo canto di Saffo

Placida notte, e verecondo raggio
della cadente luna; e tu, che spunti
fra la tacita selva in su la rupe,
nunzio del giorno; oh dilettose e care,
mentre ignote mi fûr l’Erinni e il Fato, 5
sembianze agli occhi miei; giá non arride
spettacol molle ai disperati affetti.
Noi l’insueto allor gaudio ravviva,
quando per l’etra liquido si volve
e per li campi trepidanti il flutto 10
polveroso de’ Noti, e quando il carro,
grave carro di Giove, a noi sul capo
tonando, il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
natar giova tra’ nembi, e noi la vasta 15
fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto
fiume alla dubbia sponda
il suono e la vittrice ira dell’onda.

Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
sei tu, rorida terra. Ahi! di codesta 20
infinita beltá parte nessuna
alla misera Saffo i numi e l’empia
sorte non fenno. A’ tuoi superbi regni
vile, o Natura, e grave ospite addetta,
e dispregiata amante, alle vezzose 25
tue forme il core e le pupille invano
supplichevole intendo. A me non ride
l’aprico margo, e dall’eterea porta
il mattutino albor; me non il canto
de’ colorati augelli, e non de’ faggi 30
il murmure saluta; e dove all’ombra
degl’inchinati salici dispiega
candido rivo il puro seno, al mio
lubrico piè le flessuose linfe
disdegnando sottragge, 35
e preme in fuga l’odorate spiagge.

Qual fallo mai, qual sí nefando eccesso
macchiommi anzi il natale, onde sí torvo
il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
In che peccai bambina, allor che ignara 40
di misfatto è la vita, onde poi scemo
di giovanezza, e disfiorato, al fuso
dell’indomita Parca si volvesse
il ferrigno mio stame? Incaute voci
spande il tuo labbro: i destinati eventi 45
move arcano consiglio. Arcano è tutto,
fuor che il nostro dolor. Negletta prole
nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
de’ celesti si posa. Oh cure, oh speme
de’ piú verd’anni! Alle sembianze il Padre, 50
alle amene sembianze, eterno regno
die’ nelle genti; e per virili imprese,
per dotta lira o canto,
virtú non luce in disadorno ammanto.

Morremo. Il velo indegno a terra sparto, 55
rifuggirá l’ignudo animo a Dite,
e il crudo fallo emenderá del cieco
dispensator de’ casi. E tu, cui lungo
amore indarno, e lunga fede, e vano
d’implacato desio furor mi strinse, 60
vivi felice, se felice in terra
visse nato mortal. Me non asperse
del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perîr gl’inganni e il sogno
della mia fanciullezza. Ogni piú lieto 65
giorno di nostra etá primo s’invola.
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra
della gelida morte. Ecco di tante
sperate palme e dilettosi errori,
il Tartaro m’avanza; e il prode ingegno 70
han la tenaria diva,
e l’atra notte, e la silente riva.

Testo: Wikisource, Canti a cura di Alessandro Donati (Bari, Laterza, 1917), licenza CC BY-SA 4.0.

Parafrasi di Ultimo canto di Saffo

Ogni sequenza si apre con un clic. Nel titolo trovi i versi a cui si riferisce, così segui sul testo.

Versi 1-7: la notte e l’alba non consolano più

Notte tranquilla, raggio pudico della luna che tramonta; e tu, stella del mattino, che spunti sopra la rupe tra il bosco silenzioso: finché non conobbi le Furie e il Destino, eravate per i miei occhi immagini piacevoli e care; ma ormai uno spettacolo così dolce non piace più a chi è disperato.

Parole e passaggi difficili. «Verecondo» = pudico, poco vivo. Il «nunzio del giorno» è Lucifero, la stella del mattino (il pianeta Venere). Le «Erinni» sono le Furie, qui il tormento di un cuore disperato. «Arride» = sorride, piace. «Molle» = dolce, tranquillo. «Disperati affetti» = sentimenti disperati.

Versi 8-18: la bufera piace a chi soffre

A noi infelici dà invece una gioia insolita il turbine di polvere dei venti del sud, quando si avvolge nel cielo limpido e sui campi che tremano, e il carro di Giove, il pesante carro, che tuonando sopra le nostre teste squarcia l’aria buia. A noi piace vagare tra le nuvole sulle alture e nelle valli profonde; ci piacciono la fuga disordinata delle greggi spaventate, o il fragore e la furia vittoriosa dell’acqua di un fiume in piena contro la riva che vacilla.

Parole e passaggi difficili. «Noi» sono gli infelici come Saffo. «Insueto gaudio» = gioia insolita. «Etra liquido» = cielo limpido. «Il flutto polveroso de’ Noti» = l’ondata di polvere sollevata dai Noti, i venti di mezzogiorno. Il «carro di Giove» è il tuono: gli antichi immaginavano il rumore come quello di un carro che corre sul cielo. «Natar» = nuotare, cioè vagare immersi tra le nuvole. «Giova» = piace (latino iuvat). «Dubbia sponda» = riva instabile, che rischia di franare. «Vittrice» = vittoriosa.

Versi 19-27: la natura bella che esclude Saffo

È bello il tuo manto, divino cielo, e sei bella tu, terra bagnata di rugiada. Ahimè, di questa bellezza infinita gli dèi e la sorte crudele non hanno dato nessuna parte alla povera Saffo. Nel tuo regno superbo, Natura, sono assegnata come un’ospite disprezzata e molesta, come un’amante respinta; e invano rivolgo, supplicando, il cuore e gli occhi alle tue forme incantevoli.

Parole e passaggi difficili. «Rorida» = coperta di rugiada, perché sta per venire il mattino. «Fenno» = fecero, diedero. «Vile e grave ospite» = ospite di poco conto e sgradita. «Addetta» = assegnata, costretta. «Intendo» = rivolgo, tengo fisso. È il cuore della canzone: la bellezza del mondo è tutta intorno a Saffo, ma non le appartiene.

Versi 27-36: tutto la respinge

Per me non sorride la riva illuminata dal sole, né la luce del mattino dalla porta del cielo; non mi salutano il canto degli uccelli colorati né lo stormire dei faggi; e dove, all’ombra dei salici piegati, un ruscello limpido distende le sue acque pure, quelle acque sinuose, quasi con disprezzo, si sottraggono al mio piede che scivola e fuggono premendo le rive profumate.

Parole e passaggi difficili. «Aprico margo» = riva o orizzonte illuminato dal sole. «Eterea porta» = l’oriente, la porta del cielo da cui esce il sole. «Murmure» = mormorio, fruscio delle foglie. «Lubrico» = che scivola. «Flessuose linfe» = acque che si piegano, tortuose. Saffo immagina che perfino il ruscello la rifiuti, come l’ha rifiutata Faone.

Versi 37-44: quale colpa?

Quale colpa, quale delitto così orrendo mi ha macchiato prima della nascita, perché il cielo e la sorte mi guardassero con un volto così ostile? In che cosa ho peccato da bambina, quando la vita non conosce ancora la colpa, perché poi il filo cupo della mia vita si avvolgesse al fuso della Parca inflessibile privo di giovinezza e di fiori?

Parole e passaggi difficili. «Anzi il natale» = prima della nascita: alcuni filosofi antichi pensavano che l’anima pagasse in questa vita le colpe di una vita precedente. «Torvo» = bieco, ostile. «Scemo di giovanezza» = privo delle gioie della giovinezza. Le Parche filavano il destino di ogni uomo; lo «stame» è il filo, «ferrigno» = scuro come il ferro, cioè infelice. «Indomita» = che non si lascia piegare.

Versi 44-54: tutto è mistero, tranne il dolore

Parole avventate escono dalla tua bocca: un disegno misterioso muove gli eventi stabiliti dal destino. Tutto è misterioso, tranne il nostro dolore. Siamo nati figli trascurati, destinati al pianto, e la ragione di tutto sta nascosta in seno agli dèi. Oh affanni, oh speranze degli anni più giovani! Giove ha dato tra gli uomini un regno eterno all’aspetto, all’aspetto bello; e per quanto siano grandi le imprese, la poesia dotta e il canto, il valore non risplende in un corpo senza bellezza.

Parole e passaggi difficili. Saffo si rimprovera da sola: «incaute voci» = parole imprudenti. «Arcano consiglio» = un piano segreto, che non possiamo capire. «Negletta prole» = figli trascurati, abbandonati. «In grembo de’ celesti» riprende un’espressione di Omero: queste cose stanno sulle ginocchia degli dèi. «Il Padre» è Giove. «Virtú» qui è il talento, la bravura. «Disadorno ammanto» = un corpo non bello, come un vestito povero.

Versi 55-62: la decisione di morire e l’addio a Faone

Moriremo. Gettato a terra questo corpo indegno, l’anima nuda fuggirà nel regno dei morti e correggerà l’errore crudele del cieco distributore della sorte. E tu, a cui mi legarono invano un lungo amore, una lunga fedeltà e il furore inutile di un desiderio mai placato, vivi felice, se mai un uomo nato mortale visse felice sulla terra.

Parole e passaggi difficili. «Il velo indegno» è il corpo, considerato una veste non degna dell’anima. «Sparto» = sparso, gettato. «Dite» è il regno dei morti. Il «cieco dispensator de’ casi» è il destino, che distribuisce la sorte senza vedere. «E tu»: è Faone, nominato solo ora, senza mai dire il nome. «Implacato desio» = desiderio mai soddisfatto.

Versi 62-72: la giovinezza che fugge e la morte

Giove non mi ha bagnata con il dolce liquore del suo vaso avaro da quando sono finite le illusioni e il sogno della mia fanciullezza. I giorni più lieti della nostra vita sono i primi a fuggire. Arrivano la malattia, la vecchiaia e l’ombra della morte gelida. Ecco: di tante vittorie sperate e di tanti dolci errori mi resta il Tartaro; e il mio nobile ingegno lo prendono la dea dell’oltretomba, la notte oscura e la riva silenziosa.

Parole e passaggi difficili. Il «doglio» è uno dei due vasi che, secondo Omero, stanno nella casa di Giove: uno pieno di beni e uno di mali. È «avaro» perché dà pochissimo bene. «Primo s’invola» = è il primo a volar via (Leopardi traduce quasi alla lettera un verso delle Georgiche di Virgilio). «Palme» = vittorie, glorie. «Il Tartaro m’avanza» = mi resta l’inferno. La «tenaria diva» è Proserpina, regina dei morti (l’ingresso dell’oltretomba era al capo Tenaro). La «silente riva» è quella dei fiumi infernali.

Da ricordare

  • Composta a Recanati in sette giorni del maggio 1822 (Marenduzzo; Straccali riprende la data dal Mestica), uscì a stampa per la prima volta nell’edizione bolognese delle Canzoni del 1824. Nei Canti ha il numero IX.
  • Metro: quattro strofe di 18 versi, sedici endecasillabi sciolti più un settenario e un endecasillabo finali, legati da rima.
  • Saffo fa da schermo: per bocca sua Leopardi parla della propria infelicità e di un corpo che sentiva sgraziato.
  • Nucleo tematico: la bellezza negata. La natura splende, ma tiene fuori chi bello non è.
  • Il dolore smette di essere un fatto storico (antichi felici, moderni infelici): perfino una donna del mondo antico soffre. È un passo verso il pessimismo «cosmico».
  • Leopardi stesso, nelle note ai Canti, cita come fondamento i versi di Ovidio: «se la natura mi ha negato la bellezza».

A che punto sei? Fai il quiz di verifica e controlla le soluzioni.

Tracce di Maturità per allenarsi

Per mettere alla prova quello che avete studiato, provate una di queste prove svolte, prima da soli e poi confrontando:

Tutte le altre sono raccolte nella pagina Tipologia A svolte.

Collegamenti utili

Analisi del testo per livelli

L’Ultimo canto di Saffo è un monologo, e i livelli aiutano a seguirne lo sviluppo.

Livello della forma

Quattro strofe di diciotto versi, quasi tutti endecasillabi, ognuna chiusa da una rima baciata. Parla sempre Saffo, in prima persona.

Livello dello stile

Lessico alto, con latinismi e apostrofi alla notte, alla luna, alla natura. Le domande senza risposta danno al testo un tono drammatico.

Livello delle idee

La natura è bella ma indifferente, e il destino ha escluso Saffo dalla felicità. Il valore dell’anima non conta, conta l’aspetto.

Livello del contesto

La leggenda viene dalle Eroidi di Ovidio. Leopardi la usa come maschera per parlare di sé e della propria esclusione.


Collegamenti per l’orale

  • Leopardi: la vita e le opere.
  • Latino: Ovidio e le Eroidi, lettere di donne innamorate.
  • Greco: la vera Saffo, poetessa di Lesbo del VII-VI secolo a.C.
  • Letteratura: il Romanticismo e il tema dell’escluso.


Bibliografia essenziale

  • Giacomo Leopardi, Canti, a cura di Giuseppe e Domenico De Robertis, Mondadori, Milano 1978.
  • Luigi Blasucci, I tempi dei «Canti», Einaudi, Torino 1996.


Approfondimento: Saffo come maschera di Leopardi

Leopardi stesso, in una lettera, spiega che nel canto ha voluto rappresentare l’infelicità di un animo delicato chiuso in un corpo sgraziato. Il riferimento a sé è evidente, ma va spiegato con misura.

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Fonti e approfondimenti

Glossario: parole da capire

Le parole e le espressioni che più spesso mettono in difficoltà, spiegate in breve. Tenetele sotto mano mentre rileggete il testo.

  • Canzone: componimento lirico in strofe; quelle di Leopardi sono anche filosofiche.
  • Leucade: isola greca con una rupe da cui, secondo la leggenda, si gettò Saffo.
  • Erinni: divinità greche della vendetta e del rimorso.
  • Verecondo: pudico, timido.


Quiz di verifica: Ultimo canto di Saffo

Otto domande per controllare se avete fissato i punti essenziali. Rispondete senza guardare il testo, poi aprite le soluzioni.

  1. Quando compone Leopardi il canto?

    A) Nel maggio 1822   B) Nel 1819   C) Nel 1836

  2. Da quale autore viene la leggenda di Saffo e Faone?

    A) Da Ovidio, nelle Eroidi   B) Da Virgilio   C) Da Omero

  3. Di chi è innamorata Saffo?

    A) Di Apollo   B) Di Ettore   C) Di Faone

  4. Da dove decide di gettarsi Saffo?

    A) Dalla rupe di Leucade   B) Da una torre   C) Da una nave

  5. Come si apre il canto?

    A) «Silvia, rimembri ancora»   B) «Sempre caro mi fu»   C) «Placida notte, e verecondo raggio»

  6. Da che cosa si sente esclusa Saffo?

    A) Dalla bellezza della natura   B) Dalla gloria poetica   C) Dalla vita politica

  7. Chi si intravede sotto la maschera di Saffo?

    A) Leopardi stesso   B) Foscolo   C) Petrarca

  8. In quante strofe è il canto?

    A) Due   B) Quattro   C) Dieci

Soluzioni del quiz
  1. A) Nel maggio 1822. Gli anni delle canzoni filosofiche.
  2. A) Da Ovidio, nelle Eroidi. Ovidio la tramanda.
  3. C) Di Faone. Il giovane non la ricambia.
  4. A) Dalla rupe di Leucade. Il canto coglie la sua ultima notte.
  5. C) «Placida notte, e verecondo raggio». Sono il primo verso.
  6. A) Dalla bellezza della natura. «Parte nessuna» di quella beltà le è data.
  7. A) Leopardi stesso. Tormentato dal proprio aspetto.
  8. B) Quattro. Nella pagina sono divise in sequenze.

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L'autore

Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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