Meriggio è una lirica di Alcyone, la raccolta di Gabriele d’Annunzio del 1903. Nell’ora più calda di un giorno d’estate, sulla costa toscana, il poeta si sente sciogliere nella natura fino a diventare parte del paesaggio: è il momento più alto del panismo dannunziano.
✔ Mettiti alla prova: quiz con soluzioni in fondo alla pagina
In sintesi
- Che cos’è: una lirica di Alcyone, il terzo libro delle Laudi, uscito nel dicembre 1903 (molte fonti riportano 1904). Ha quattro strofe di ventisette versi e un verso finale isolato, in tutto 109 versi.
- Che cosa racconta: è mezzogiorno alla foce dell’Arno. Il mare è fermo e non si sente un suono. Il poeta perde il nome, diventa fiume, monte e selva, e si sente divino.
- Perché si studia: è il testo più usato per spiegare il panismo di d’Annunzio. Serve anche per la metrica, perché mostra la strofa lunga di Alcyone.
- Quando fu scritta: la data non si conosce con certezza. Si pensa all’estate del 1902, tra metà luglio e metà agosto, quando d’Annunzio era a Romena, nel Casentino.
- Come studiarla qui: parti dalla parafrasi, poi leggi i tre livelli di lettura e i collegamenti per l’orale.
Tempo di lettura: circa 17 minuti.
Indice della pagina
Mappa concettuale
Tutto Meriggio in una pagina: che cos’è, la scena, il paesaggio, la metamorfosi, il panismo, la metrica. Clicca sull’immagine per ingrandirla.

Meriggio è una delle liriche centrali di Alcyone. Se La pioggia nel pineto racconta una metamorfosi condivisa con Ermione, qui Gabriele d’Annunzio è solo. È mezzogiorno, in piena estate, alla foce dell’Arno. Il caldo ferma tutto, e il poeta vive un’esperienza di fusione totale con il paesaggio.
Il culmine del meriggio estivo, quando tutto sembra immobile, è il mezzogiorno pieno: il meriggio stesso, che la tradizione greca chiamava l’ora di Pan, o ora panica. È il momento che d’Annunzio racconta in questa lirica. Da non confondere con la controra, parola del Sud che indica le ore di riposo del primo pomeriggio, più o meno dalle tredici alle sedici.
Testo e parafrasi completa di Meriggio
Il testo segue Alcyone (Treves, 1903): quattro strofe di ventisette versi e un verso finale isolato. Sotto il testo, la parafrasi completa strofa per strofa.
A mezzo il giorno
sul Mare etrusco
pallido verdicante
come il dissepolto
bronzo dagli ipogei, grava
la bonaccia. Non bava
di vento intorno
alita. Non trema canna
su la solitaria
spiaggia aspra di rusco,
di ginepri arsi. Non suona
voce, se ascolto.
Riga di vele in panna
verso Livorno
biancica. Pel chiaro
silenzio il Capo Corvo
l’isola del Faro
scorgo; e più lontane,
forme d’aria nell’aria,
l’isole del tuo sdegno,
o padre Dante,
la Capraia e la Gorgona.
Marmorea corona
di minaccevoli punte,
le grandi Alpi Apuane
regnano il regno amaro,
dal loro orgoglio assunte.La foce è come salso
stagno. Del marin colore,
per mezzo alle capanne,
per entro alle reti
che pendono dalla croce
degli staggi, si tace.
Come il bronzo sepolcrale
pallida verdica in pace
quella che sorridea.
Quasi letèa,
obliviosa, eguale,
segno non mostra
di corrente, non ruga
d’aura. La fuga
delle due rive
si chiude come in un cerchio
di canne, che circonscrive
l’oblìo silente; e le canne
non han susurri. Più foschi
i boschi di San Rossore
fan di sé cupa chiostra;
ma i più lontani,
verso il Gombo, verso il Serchio,
son quasi azzurri.
Dormono i Monti Pisani
coperti da inerti
cumuli di vapore.Bonaccia, calura,
per ovunque silenzio.
L’Estate si matura
sul mio capo come un pomo
che promesso mi sia,
che cogliere io debba
con la mia mano,
che suggere io debba
con le mie labbra solo.
Perduta è ogni traccia
dell’uomo. Voce non suona,
se ascolto. Ogni duolo
umano m’abbandona.
Non ho più nome.
E sento che il mio volto
s’indora dell’oro
meridiano,
e che la mia bionda
barba riluce
come la paglia marina;
sento che il lido rigato
con sì delicato
lavoro dall’onda
e dal vento è come
il mio palato, è come
il cavo della mia mano
ove il tatto s’affina.E la mia forza supina
si stampa nell’arena,
diffondesi nel mare;
e il fiume è la mia vena,
il monte è la mia fronte,
la selva è la mia pube,
la nube è il mio sudore.
E io sono nel fiore
della stiancia, nella scaglia
della pina, nella bacca
del ginepro; io son nel fuco,
nella paglia marina,
in ogni cosa esigua,
in ogni cosa immane,
nella sabbia contigua,
nelle vette lontane.
Ardo, riluco.
E non ho più nome.
E l’alpi e l’isole e i golfi
e i capi e i fari e i boschi
e le foci ch’io nomai
non han più l’usato nome
che suona in labbra umane.
Non ho più nome né sorte
tra gli uomini; ma il mio nome
è Meriggio. In tutto io vivo
tacito come la Morte.E la mia vita è divina.
Strofa 1 (vv. 1-27)
A mezzogiorno sul mare etrusco, pallido e verdastro come il bronzo dissotterrato dalle tombe sotterranee, pesa la bonaccia. Non spira intorno un filo di vento. Non trema una canna sulla spiaggia solitaria, ruvida di pungitopo e di ginepri bruciati dal sole. Non si sente una voce, se tendo l’orecchio. Verso Livorno biancheggia una fila di vele ferme. Nel silenzio limpido distinguo il Capo Corvo e l’isola del Faro; e più lontano, come forme d’aria nell’aria, le isole del tuo sdegno, padre Dante, la Capraia e la Gorgona. Le grandi Alpi Apuane, corona di marmo dalle punte minacciose, dominano il regno amaro del mare, sollevate in alto dal loro stesso orgoglio.
Strofa 2 (vv. 28-54)
La foce dell’Arno è come uno stagno salato. L’acqua, del colore del mare, tace tra le capanne e tra le reti che pendono dalla croce dei pali. Quell’acqua che prima sorrideva ora è pallida e verdastra in pace, come il bronzo di un sepolcro. Quasi fosse il Lete, il fiume dell’oblio, immobile e uniforme, non mostra segno di corrente né increspatura di vento. La fuga delle due rive si chiude come in un cerchio di canne, che racchiude l’oblio silenzioso; e le canne non mormorano. I boschi di San Rossore, più scuri, formano un recinto cupo; ma quelli più lontani, verso il Gombo e verso il Serchio, sono quasi azzurri. I Monti Pisani dormono coperti da ammassi immobili di vapore.
Strofa 3 (vv. 55-81)
Bonaccia, calura, silenzio dappertutto. L’Estate matura sopra la mia testa come un frutto che mi sia stato promesso, che io debba cogliere con la mia mano, che io debba succhiare soltanto con le mie labbra. È scomparsa ogni traccia dell’uomo. Non si sente una voce, se ascolto. Ogni dolore umano mi abbandona. Non ho più nome. E sento che il mio volto si indora dell’oro del mezzogiorno, e che la mia barba bionda luccica come la paglia marina; sento che la spiaggia, rigata con un lavoro così delicato dall’onda e dal vento, è come il mio palato, è come il cavo della mia mano, dove il tatto diventa più sensibile.
Strofa 4 (vv. 82-108)
E la mia forza, distesa supina, si imprime nella sabbia e si diffonde nel mare; e il fiume è la mia vena, il monte è la mia fronte, il bosco è il mio pube, la nuvola è il mio sudore. E io sono nel fiore della stiancia, nella squama della pigna, nella bacca del ginepro; sono nell’alga, nella paglia marina, in ogni cosa piccolissima, in ogni cosa immensa, nella sabbia vicina, nelle cime lontane. Ardo, risplendo. E non ho più nome. E le Alpi, le isole, i golfi, i promontori, i fari, i boschi e le foci che ho nominato non hanno più il nome consueto che suona sulle labbra degli uomini. Non ho più nome né destino tra gli uomini; ma il mio nome è Meriggio. Vivo in tutte le cose, silenzioso come la Morte.
Verso finale (v. 109)
E la mia vita è divina.
Note lessicali. «Verdicante» = verdastro. «Ipogei» = tombe sotterranee. «Bava di vento» = soffio leggerissimo. «Rusco» = pungitopo. «In panna» = ferme, con le vele che non prendono vento. «Biancica» = biancheggia. «Le isole del tuo sdegno» = Capraia e Gorgona, invocate da Dante contro Pisa (Inferno XXXIII). «Letèa» = simile al Lete, il fiume dell’oblio. «Chiostra» = recinto. «Stiancia» = pianta palustre. «Fuco» = alga.
Dal nulla al tutto
La poesia ha una struttura chiara: prima la descrizione di una natura immobile, poi la perdita dell’identità, infine l’esaltazione. Il punto delicato è il passaggio centrale. Perdere il nome potrebbe sembrare una morte, una sparizione. Per d’Annunzio è il contrario: dissolvendosi nella natura, l’io si dilata, diventa tutto. È per questo che l’ultima parola può essere “divina”.
È qui che il panismo dannunziano mostra la sua parentela con il superuomo. L’uomo che si fonde con la natura non diventa umile, diventa un dio.
L’ora panica
Il mezzogiorno non è un’ora qualsiasi. Nella cultura greca era l’ora di Pan, il dio dei boschi e della natura selvaggia, e chi lo incontrava poteva essere colto da un terrore improvviso, il timor panico. D’Annunzio riprende questa tradizione e la rovescia: l’incontro con la natura non provoca paura, ma estasi.
Stile
Le quattro strofe lunghe sono fatte di versi brevi, dal quinario all’ottonario, con rime e assonanze sparse. Le negazioni dell’inizio, non bava di vento, non trema canna, non suona voce, costruiscono il silenzio; la ripetizione di “non ho più nome” segna il momento della trasformazione. Il lessico è ricercato, prezioso, pieno di parole rare e di colori precisi. Il ritmo è lento, come l’immobilità che descrive. Interessante il confronto con Meriggiare pallido e assorto di Montale: lo stesso mezzogiorno estivo, ma al posto dell’estasi c’è un muro con cocci aguzzi di bottiglia.
Dante alla foce dell’Arno
Il riferimento alla Capraia e alla Gorgona non è un dettaglio geografico. Nel canto XXXIII dell’Inferno, dopo la storia del conte Ugolino, Dante lancia un’invettiva contro Pisa e invoca le due isole perché si muovano e “faccian siepe ad Arno in su la foce”, cioè chiudano il fiume e anneghino la città colpevole. D’Annunzio guarda lo stesso paesaggio e lo carica di memoria letteraria. Anche il Lete, il fiume dell’oblio evocato poco dopo, viene dalla Commedia, dove scorre in cima al Purgatorio. Il poeta moderno si muove dentro un paesaggio pieno di letteratura, e la sua estasi passa anche attraverso questa cultura. Per ripassare il canto di Ugolino puoi partire dalla pagina sulla Divina Commedia.
A che punto sei? Fai il quiz di verifica e controlla le soluzioni.
Il grande meriggio
Il mezzogiorno ha anche una risonanza filosofica. Nel Così parlò Zarathustra di Nietzsche, autore che d’Annunzio leggeva e reinterpretava a modo suo, il “grande meriggio” è l’ora in cui l’uomo arriva al culmine del suo cammino e annuncia l’avvento di un’umanità nuova. Non serve forzare il collegamento: d’Annunzio non traduce Nietzsche in versi. Ma l’idea di un istante pieno, sospeso, in cui l’io si sente al di sopra della condizione umana, attraversa entrambi.
Un percorso dentro Alcyone
Se metti in fila tre poesie di Alcyone vedi bene lo sviluppo del libro. In La sera fiesolana siamo all’inizio dell’estate, in un paesaggio dolce di colline e ulivi, e la natura viene contemplata con delicatezza. Nella Pioggia nel pineto la fusione con il bosco avviene in coppia, con Ermione, ed è ancora una metamorfosi gioiosa. In Meriggio il poeta è solo, e la fusione diventa totale, quasi religiosa. Poi, verso la fine del libro, arriveranno le poesie della stagione che declina e della malinconia. È un percorso che si presta molto bene all’orale, perché permette di parlare dell’intera raccolta partendo da pochi testi. Un quadro più ampio della corrente si trova nella pagina sul Decadentismo.
Per le altre opere del periodo apri l’indice del secondo Ottocento.
Tre livelli di lettura di Meriggio
La parafrasi dice che cosa c’è scritto. Qui guardiamo come è fatta la poesia, che cosa vuol dire e dove si colloca. Per le immagini e le parole rare apri lo stile; per il rapporto con Dante vai a Dante alla foce dell’Arno.
Livello formale: la strofa lunga e le due coppie di strofe
Meriggio ha quattro strofe di ventisette versi e un verso finale che sta da solo. I versi sono brevi, dal quinario all’ottonario. Le rime ci sono, ma cadono in punti irregolari. Arnaldo Di Benedetto osserva che non siamo davanti al verso libero: il numero dei versi per strofa è fisso e ogni verso, preso da solo, rientra nella tradizione.
Le strofe sono legate a due a due. La prima e la seconda descrivono un paesaggio fermo. La terza e la quarta raccontano la metamorfosi. Tra le prime due i richiami sono precisi. Il mare «pallido verdicante come il dissepolto bronzo» torna nell’acqua della foce, che «come il bronzo sepolcrale pallida verdica». Il «non bava di vento» della prima strofa trova risposta nel «non ruga d’aura» della seconda. Alle canne che non tremano rispondono le canne che «non han susurri».
Nelle prime due strofe i luoghi hanno un nome: Livorno, Capo Corvo, la Capraia, la Gorgona, le Apuane, San Rossore, il Serchio. Poi i nomi spariscono. Nella quarta strofa le Alpi, le isole, i golfi e i fari sono citati solo in generale e «non han più l’usato nome / che suona in labbra umane». Cambiano anche i paragoni. Nella terza strofa la barba del poeta riluce «come la paglia marina». Nella quarta il poeta dice «io son nel fuco, nella paglia marina». Il «come» cade e la somiglianza diventa identità.
Al verso 55 la terza strofa si apre con una frase senza verbo: «Bonaccia, calura, per ovunque silenzio». Riassume il paesaggio e prepara la trasformazione. Poi il ritmo stringe: «che cogliere io debba», «che suggere io debba», «E sento che… e che… sento che». «Non ho più nome» torna ai versi 68, 99 e 105. Una rima in -ina lega le ultime due strofe e il verso finale: marina, s’affina, supina, pina, marina e infine «divina».
Livello tematico: l’ora di Pan e la perdita del nome
Per i Greci il mezzogiorno era l’ora di Pan. Nel primo idillio di Teocrito il capraio non vuole suonare il flauto a quell’ora, perché ha paura di Pan, che stanco della caccia riposa e si irrita se lo disturbano. In Meriggio Pan non è mai nominato. C’è la sua ora, e ci sono gli effetti: il poeta non si spaventa, vive un’estasi.
Nella terza strofa il poeta dice «Non ho più nome». Nella quarta il fiume è la sua vena, il monte la sua fronte, la nube il suo sudore. In queste due strofe, scrive Di Benedetto, mancano gli uomini e i loro oggetti. Restano il mare, la sabbia, il fuco, la pina.
Il finale non è del tutto sereno. Il poeta vive «tacito come la Morte», e un verso dopo dice: «E la mia vita è divina». Diventa divino nel momento in cui smette di essere un uomo.
Il meriggio ha in d’Annunzio un doppio volto. Qui porta beatitudine. Altrove porta crudeltà: nelle Elegie romane ha un aspetto funebre, nella Figlia di Iorio il «demonio di mezzodì» possiede i mietitori. È un’ambivalenza che i miti sul mezzogiorno hanno da sempre.
Livello storico-culturale: Alcyone e la tradizione del meriggio
Alcyone esce nel dicembre 1903 insieme a Elettra, secondo il Dizionario biografico Treccani, che vede nel terzo libro delle Laudi il culmine della ricerca poetica di d’Annunzio. L’Enciclopedia Treccani lo legge come una «tregua»: la trama è una vacanza estiva a contatto con la natura toscana, e gli argomenti sono privati e sentimentali. Nella raccolta Meriggio sta tra I camelli e Le madri. Nello stesso libro c’è La pioggia nel pineto, che racconta la stessa fusione con la natura, ma in due.
Il tema era già nella poesia italiana. Di Benedetto ricorda un passo di Carducci, Davanti San Guido, nelle Rime nuove. I cipressi dicono: «Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno… tutto è silenzio ne l’ardente pian». Il meriggio di Carducci è l’ora in cui Pan porta pace, e l’espressione «a mezzo il giorno» è proprio quella con cui comincia Meriggio. Non si può dire che d’Annunzio la prenda da lì. È un parallelo che mostra quanto il tema fosse già pronto.
Un secondo parallelo è nella Vita solitaria di Leopardi, nei Canti: a mezzogiorno «erba o foglia non si crolla al vento» e il poeta, fermo, sente le membra che si sciolgono nella quiete. Le negazioni somigliano a quelle di d’Annunzio. C’è però una differenza. Leopardi descrive uno stato già raggiunto, d’Annunzio racconta un processo che avanza strofa dopo strofa. Il meriggio torna anche nella raccolta Maia: nella lirica L’annunzio il nuovo annuncio arriva nel silenzio del mezzogiorno, e si sente dire che il gran Pan non è morto.
Tracce di Maturità su d’Annunzio
Per allenarvi all’analisi del testo su d’Annunzio, partite dalla prova svolta sulla lirica gemella di Alcyone:
Tutte le altre sono raccolte nella pagina Tipologia A svolte.
Collegamenti per l’orale
- Letteratura italiana: il meriggio come ora speciale. In Carducci (Davanti San Guido) porta pace, in Leopardi (Vita solitaria) quiete, in d’Annunzio estasi. In Montale, Meriggiare pallido e assorto, è un’ora di fatica davanti a un muro. Contini la chiama un’ora «topica» degli Ossi di seppia. Sono confronti sul tema, non influenze dimostrate.
- Letteratura europea e musica: la poesia francese aveva già cantato Pan e il mezzogiorno con Leconte de Lisle e con Mallarmé, che nel 1876 pubblica L’après-midi d’un faune. Debussy, nel 1894, ne trae il Prélude per orchestra. Di Benedetto pensa che d’Annunzio conoscesse questa tradizione, ma che la riprendesse in modo suo. Nel Cimetière marin Valéry vive la stessa tentazione di perdersi nel Tutto e la rifiuta, con l’epigrafe di Pindaro: «O mia anima, non aspirare alla vita immortale».
- Filosofia: il «grande meriggio» di Nietzsche, nello Zarathustra. Löwith, citato da Di Benedetto, lo spiega come il punto di mezzo di un cammino verso il superuomo. In d’Annunzio il meriggio è invece uno stato fuori dal tempo. Trovi il confronto nella sezione Il grande meriggio.
- Mito e antichità: Pan e il suo riposo a mezzogiorno in Teocrito, idillio I, versi 15-17. Il racconto di Plutarco, nel De defectu oraculorum, sulla morte del gran Pan, che Carducci e d’Annunzio rovesciano: Pan non è morto.
Domande frequenti
Che cosa significa la parola meriggio?
Mezzogiorno, l’ora in cui il sole è più alto. Viene dal latino meridies. In poesia è anche l’ora più calda e immobile della giornata, quella in cui sembra che il tempo si fermi.
In quale raccolta si trova Meriggio?
In Alcyone, il terzo libro delle Laudi, uscito alla fine del 1903. È il libro dell’estate. I luoghi sono quelli della Versilia e della foce dell’Arno, anche se non tutte le liriche furono scritte lì.
Che cos’è il panismo in Meriggio?
È il sentimento di fusione totale con la natura: il poeta perde i confini del proprio corpo, diventa fiume, mare, colle, e alla fine si sente divino. Il nome viene da Pan, il dio greco della natura, legato proprio all’ora del mezzogiorno.
Bibliografia essenziale
- Gabriele d’Annunzio, Alcyone, edizione critica a cura di Pietro Gibellini, con commento di Giulia Belletti, Sara Campardo ed Enrica Gambin e scheda metrica di Gianfranca Lavezzi, Marsilio, Venezia 2018.
- Gabriele d’Annunzio, Alcyone, a cura di Federico Roncoroni, Mondadori, Milano 1988 (Oscar poesia).
- Arnaldo Di Benedetto, «Meriggio» di Gabriele D’Annunzio, testo della conferenza tenuta a Brescia l’11 febbraio 1992 per la Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura, disponibile su ccdc.it.
Approfondimento per gli iscritti: Meriggio e Meriggiare, d’Annunzio contro Montale
Il confronto più utile per l’orale è quello con una poesia di Montale che riprende la stessa ora del giorno per dire l’opposto.
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Fonti e approfondimenti
- Gabriele D’Annunzio, Versi d’amore e di gloria, a cura di Annamaria Andreoli e Niva Lorenzini, Mondadori, «I Meridiani», Milano 1982-1984.
- «D’ANNUNZIO, Gabriele», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani).
- «D’Annùnzio, Gabriele», voce dell’Enciclopedia Treccani online.
- Giulio Ferroni, Storia della letteratura italiana, Einaudi Scuola, Milano 1991 (4 voll.).
- Storia della letteratura italiana, diretta da Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, Garzanti, Milano 1965-1969.
Glossario: le parole difficili di Meriggio
Le parole e le espressioni che più spesso mettono in difficoltà, spiegate in breve. Tenetele sotto mano mentre rileggete il testo.
- verdicante: verdastro (v. 3).
- ipogei: tombe sotterranee (v. 5).
- bonaccia: mare calmo, senza vento (v. 6).
- bava di vento: soffio leggerissimo (vv. 6-7).
- rusco: pungitopo (v. 11).
- in panna: ferme, con le vele che non prendono vento (v. 14).
- biancica: biancheggia (v. 16).
- le isole del tuo sdegno: la Capraia e la Gorgona, invocate da Dante contro Pisa (vv. 22-24).
- letèa: simile al Lete, il fiume dell’oblio.
- chiostra: recinto.
- fuco: alga.
- stiancia: pianta palustre.
- panismo: il sentimento di fusione con la natura, dal dio Pan.
Quiz di verifica: Meriggio di d’Annunzio
Otto domande per controllare se avete fissato i punti essenziali. Rispondete senza guardare il testo, poi aprite le soluzioni.
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In quale libro delle Laudi si trova Meriggio?
A) Alcyone, il terzo B) Elettra, il secondo C) Maia, il primo
-
Dove è ambientata la lirica?
A) A Pescara B) Sul lago di Garda C) Alla foce dell’Arno
-
Quanti versi ha in tutto?
A) 65 B) 27 C) 109
-
Che cosa significa «bonaccia»?
A) Mare calmo, senza vento B) Tempesta C) Pioggia leggera
-
Quale esperienza racconta il poeta?
A) Un viaggio per mare B) La fusione con la natura, il panismo C) Un amore perduto
-
Quali isole sono «le isole del tuo sdegno», o padre Dante?
A) La Capraia e la Gorgona B) L’Elba e il Giglio C) Capri e Ischia
-
Come si chiamava l’ora del mezzogiorno nella tradizione greca?
A) L’ora di Apollo B) L’ora di Pan C) L’ora di Zeus
-
Dove si pensa che d’Annunzio la scrisse?
A) A Romena, nel Casentino B) A Fiume C) Al Vittoriale
Soluzioni del quiz
- A) Alcyone, il terzo. Uscito nel dicembre 1903.
- C) Alla foce dell’Arno. È mezzogiorno, in piena estate.
- C) 109. Quattro strofe di ventisette versi e un verso finale.
- A) Mare calmo, senza vento. «Grava la bonaccia».
- B) La fusione con la natura, il panismo. Il poeta perde il nome e si sente divino.
- A) La Capraia e la Gorgona. Invocate da Dante contro Pisa, Inferno XXXIII.
- B) L’ora di Pan. Per questo si parla di ora panica.
- A) A Romena, nel Casentino. Probabilmente nell’estate del 1902.
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