Eugenio Montale: biografia e opere principali

Eugenio Montale: biografia essenziale e opere principali per orientarsi nello studio della letteratura italiana.

Antonio Garofano Antonio Garofano 8 min di lettura

ORIENTAMENTO PER LO STUDIO

Profilo cronologico e opere nel catalogo

Nascita1896Morte1981
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Opere collegate

Eugenio Montale (1896-1981) è uno dei maggiori poeti italiani del Novecento, premio Nobel per la letteratura nel 1975. Le raccolte principali sono Ossi di seppia (1925), Le occasioni (1939), La bufera e altro (1956), Satura (1971) e Diario del ’71 e del ’72 (1973). La sua poesia esprime il «male di vivere», la ricerca di un varco verso un senso e una visione lucida e disincantata della storia.

Da Genova a Milano

Genova e la formazione

Nacque a Genova il 12 ottobre 1896 in una famiglia della piccola borghesia commerciale. La salute gli impedì di seguire una formazione universitaria regolare: si diplomò in ragioneria, ma coltivò da autodidatta interessi musicali (studiò canto), filosofici e letterari. Le estati trascorse a Monterosso, nelle Cinque Terre, gli diedero il paesaggio ligure di sole, mare, muri e rocce che domina la sua prima raccolta.

La guerra, Firenze e il Vieusseux

Partecipò alla prima guerra mondiale come ufficiale di fanteria. Nel 1925 pubblicò Ossi di seppia presso l’editore torinese Piero Gobetti e firmò il Manifesto degli intellettuali antifascisti promosso da Benedetto Croce. Nel 1927 si trasferì a Firenze e negli anni Trenta diresse il Gabinetto Vieusseux, dal quale fu allontanato nel 1938 perché non iscritto al Partito fascista. A Firenze conobbe Irma Brandeis, la studiosa americana che diventerà la «Clizia» delle sue poesie.

Milano, il Corriere e il Nobel

Dopo la guerra si trasferì a Milano e lavorò a lungo al Corriere della Sera come redattore, critico letterario e musicale. Nel 1967 fu nominato senatore a vita e nel 1975 ricevette il Nobel. Morì a Milano il 12 settembre 1981. Fu poeta, critico e giornalista; scrisse anche prose, raccolte in volumi come Farfalla di Dinard.

Il male di vivere e il varco

Il male di vivere

Per Montale l’esistenza è segnata da un disagio profondo, che il poeta non consola ma registra. In Spesso il male di vivere ho incontrato il dolore è reso con oggetti concreti (il rivo strozzato, la foglia riarsa, il cavallo stramazzato), e l’unico rimedio è la «divina Indifferenza». Il poeta non offre verità: in Non chiederci la parola dichiara di poter dire solo «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

Il varco e il miracolo

Accanto alla negatività c’è l’attesa di un «varco», un’anomalia che permetta di uscire dalla catena delle cose e intravedere un senso. Nelle raccolte successive questa possibilità è affidata a figure femminili: Clizia nelle Occasioni e nella Bufera, donna-angelo portatrice di valori; la moglie Drusilla Tanzi, detta Mosca, ricordata negli Xenia di Satura.

Il correlativo oggettivo

Montale esprime i sentimenti attraverso oggetti e situazioni precise, senza dichiararli direttamente: è una tecnica vicina al «correlativo oggettivo» teorizzato da T. S. Eliot. Per questo la sua poesia è spesso associata all’Ermetismo, anche se Montale ne resta distinto per la concretezza del lessico.

Le raccolte

  • Ossi di seppia (1925): il paesaggio ligure come specchio dell’aridità esistenziale; testi come Meriggiare pallido e assorto, I limoni, Non chiederci la parola.
  • Le occasioni (1939): poesia più chiusa e allusiva, dominata dalla memoria e dalla figura di Clizia; i Mottetti, La casa dei doganieri.
  • La bufera e altro (1956): la guerra e il dopoguerra; la bufera è insieme evento storico e simbolo.
  • Satura (1971): svolta verso un linguaggio prosastico e ironico; gli Xenia dedicati alla moglie scomparsa, tra cui Ho sceso, dandoti il braccio.
  • Diario del ’71 e del ’72 (1973): riflessioni disincantate sulla società di massa e sulla storia.

Testi da conoscere per la scuola

Meriggiare pallido e assorto è tra le poesie più richieste: vedi l’analisi di Meriggiare pallido e assorto e la tipologia A svolta. Per il male di vivere leggi l’analisi di Spesso il male di vivere e quella di Non chiederci la parola.

Il muro e i cocci di bottiglia

Per capire come lavora Montale conviene partire da un testo solo, e leggerlo fino in fondo. Meriggiare pallido e assorto si apre con un’azione all’infinito, senza soggetto: «Meriggiare pallido e assorto / presso un rovente muro d’orto». Non c’è un io che parla di sé. C’è un pomeriggio d’estate, un muro che scotta, il verso dei merli, le formiche, le cicale. Il lettore vede, sente il caldo, ascolta i suoni secchi delle parole: sterpi, schiocchi, scricchi. Montale ha scelto consonanti dure perché il paesaggio è duro.

Solo nell’ultima strofa arriva il senso, e arriva tutto insieme:

e andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

La vita è camminare lungo un muro che non si può scavalcare. Il muro non è un simbolo dichiarato, è un muro vero, con i cocci in cima come se ne vedono ancora nelle campagne liguri. Ed è proprio questo il punto: il sentimento non viene detto, viene affidato a un oggetto. È il procedimento che abbiamo chiamato correlativo oggettivo, visto all’opera in pochi versi. La poesia è giovanile, scritta prima degli Ossi, ma contiene già quasi tutto Montale.

Una poetica in negativo

Non chiederci la parola è il testo da tenere accanto. Il poeta si rivolge al lettore e gli chiede di non aspettarsi da lui la parola «che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe». Non ci sono formule che diano un senso alla vita, e il poeta non vuole fingere di possederle. L’ultimo verso è una dichiarazione di poetica: possiamo dirti solo ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

È una posizione molto lontana da quella di D’Annunzio, il poeta-vate che pochi anni prima pretendeva di guidare la nazione con la parola. Montale rifiuta quel ruolo. Il poeta non è un profeta, è un uomo come gli altri, solo più attento. Ed è lontana anche dall’Ungaretti dell’Allegria, che cerca la parola essenziale, quasi sacra, capace di illuminare. Montale non cerca illuminazioni. Cerca esattezza.

La memoria che non tiene

Nelle Occasioni il paesaggio cambia e il tono si fa più chiuso. Uno dei testi più studiati è La casa dei doganieri, che comincia con un verso rivolto a una donna: «Tu non ricordi la casa dei doganieri». Il poeta ricorda un luogo sulla costa, un incontro, forse un amore; lei no. La memoria, che dovrebbe conservare, si sfilaccia. Il filo che li legava si è spezzato, la bussola gira a vuoto, e il poeta resta solo a tenere un capo del ricordo. È una poesia sul tempo che separa, e sulla fatica di salvare qualcosa dal passato.

Qui si vede bene la differenza tra le prime due raccolte. Negli Ossi c’era il sole abbagliante, l’aria aperta, il mare. Nelle Occasioni ci sono interni, sere, nebbie, oggetti minuti caricati di significato. Il lettore deve lavorare di più: molti riferimenti sono privati, e la poesia procede per allusioni. È il periodo in cui Montale è più vicino all’Ermetismo, pur restandone fuori.

Le scale di Satura

Tutt’altro tono negli Xenia, scritti dopo la morte della moglie Drusilla Tanzi nel 1963. Il più famoso comincia così: «Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale». Il verso è lungo, quasi prosastico, e parla di una cosa quotidiana: scendere le scale insieme, lei quasi cieca, lui che la accompagna. Ma la poesia arriva a una conclusione inattesa. Era lei, che vedeva poco, a vedere davvero; le sue pupille, pur offuscate, erano le sole vere.

È il Montale dell’ultima stagione: ironico, colloquiale, affettuoso, lontanissimo dalla densità delle Occasioni. La donna non è più l’angelo salvifico come Clizia, ma una compagna di vita concreta, con i suoi piccoli gesti, le sue manie. Il varco, se c’è, passa per la quotidianità. Nel 1975, ritirando il Nobel, Montale tenne un discorso dal titolo che è quasi una domanda a se stesso: È ancora possibile la poesia?. In un mondo dominato dai mezzi di comunicazione di massa, la risposta non era scontata, e lui la diede con la sua opera intera.

Domande frequenti

Perché Montale ha vinto il Nobel?

Il premio del 1975 riconobbe una poesia che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il segno di una visione della vita priva di illusioni.

Montale è un poeta ermetico?

È vicino all’Ermetismo per la densità e l’allusività di alcuni testi, soprattutto nelle Occasioni, ma se ne distingue per il lessico concreto e il legame con gli oggetti.

Chi sono Clizia e Mosca?

Clizia è Irma Brandeis, figura femminile salvifica delle Occasioni e della Bufera; Mosca è la moglie Drusilla Tanzi, ricordata negli Xenia di Satura.

Come studiarlo

  • Associa ogni raccolta alla sua data e al suo tema dominante.
  • Spiega «male di vivere», «varco» e correlativo oggettivo con un esempio testuale.
  • Ricorda i legami con la storia: Manifesto antifascista (1925), Vieusseux (1938), senatore a vita (1967), Nobel (1975).
  • Confronta la prima e l’ultima fase: dal linguaggio denso degli Ossi al tono colloquiale di Satura.

Montale e i suoi lettori

La raccolta di saggi che ha fissato, in Italia, il modo di leggere Montale è di Gianfranco Contini: Una lunga fedeltà. Scritti su Eugenio Montale, Einaudi 1974. «Lunga fedeltà» è il titolo giusto. Contini lo segue raccolta dopo raccolta, senza ridurlo all’Ossi e senza scioglierlo nell’Ermetismo. Il Nobel del 1975 arriva un anno dopo, e conferma una fama che fra i lettori italiani c’era già. Per la scuola il rischio è un altro: fermarsi al male di vivere e non aprire Satura, dove la voce è più bassa, più ironica, e la donna non è più solo Clizia.

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