Sopra il monumento di Dante di Leopardi: parafrasi

Antonio Garofano Antonio Garofano 23 min di lettura

Sopra il monumento di Dante è una canzone del 1818, in strofe di endecasillabi e settenari, uscita a Roma insieme ad All’Italia. Il senso, in breve: il progetto fiorentino di un monumento a Dante diventa per Leopardi l’occasione per piangere l’Italia serva dei francesi e i giovani italiani morti in Russia per Napoleone.

Nel luglio del 1818 un gruppo di nobili e intellettuali fiorentini, tra cui Gino Capponi, pubblicò un manifesto per innalzare a Dante un monumento in Santa Croce. Leopardi ne prese spunto per questa canzone, scritta a Recanati tra settembre e ottobre del 1818, «opera di dieci o dodici giorni», come annotò lui stesso (lo riporta Straccali). Uscì a Roma nello stesso anno insieme ad All’Italia, con una dedica a Vincenzo Monti. Il monumento, dello scultore Stefano Ricci, fu scoperto solo il 24 marzo 1830. La canzone parte da Dante ma parla dell’Italia del presente: la parte più lunga è dedicata alle rapine dei francesi e ai soldati italiani morti nella ritirata di Russia del 1812. Tienilo presente mentre leggi: Dante è il punto di partenza, non l’argomento.

Il testo di Sopra il monumento di Dante

Perché le nostre genti
Pace sotto le bianche ali raccolga,
non fien da’ lacci sciolte
dell’antico sopor l’itale menti
s’ai patrii esempi della prisca etade 5
questa terra fatal non si rivolga.
O Italia, a cor ti stia
far ai passati onor; ché d’altrettali
oggi vedove son le tue contrade,
né v’è chi d’onorar ti si convegna. 10
Volgiti indietro e guarda, o patria mia,
quella schiera infinita d’immortali,
e piangi e di te stessa ti disdegna;
ché senza sdegno omai la doglia è stolta:
volgiti e ti vergogna e ti riscuoti, 15
e ti punga una volta
pensier degli avi nostri e de’ nepoti.

D’aria e d’ingegno e di parlar diverso
per lo toscano suol cercando gía
l’ospite desioso 20
dove giaccia colui per lo cui verso
il meonio cantor non è piú solo.
Ed, oh vergogna! udía
che, non che il cener freddo e l’ossa nude
giaccian esuli ancora 25
dopo il funereo dí sott’altro suolo,
ma non sorgea dentro a tue mura un sasso,
Firenze, a quello per la cui virtude
tutto il mondo t’onora.
Oh voi pietosi, onde sí tristo e basso 30
obbrobrio laverá nostro paese!
Bell’opra hai tolta e di che amor ti rende,
schiera prode e cortese,
qualunque petto amor d’Italia accende.

Amor d’Italia, o cari, 35
amor di questa misera vi sproni,
ver’ cui pietade è morta
in ogni petto omai, perciò che amari
giorni dopo il seren dato n’ha il cielo.
spirti v’aggiunga e vostra opra coroni 40
misericordia, o figli,
e duolo e sdegno di cotanto affanno
onde bagna costei le guance e il velo.
Ma voi di quale ornar parola o canto
si debbe, a cui non pur cure o consigli, 45
ma dell’ingegno e della man daranno
i sensi e le virtudi eterno vanto
oprate e mostre nella dolce impresa?
Quali a voi note invio, sí che nel core,
sí che nell’alma accesa 50
nova favilla indurre abbian valore?

Voi spirerá l’altissimo subbietto,
ed acri punte premeravvi al seno.
Chi dirá l’onda e il turbo
del furor vostro e dell’immenso affetto? 55
chi pingerá l’attonito sembiante?
chi degli occhi il baleno?
qual può voce mortal celeste cosa
agguagliar figurando?
Lunge sia, lunge, alma profana. Oh quante 60
lacrime al nobil sasso Italia serba!
Come cadrá? come dal tempo rósa
fia vostra gloria o quando?
Voi, di che il nostro mal si disacerba,
sempre vivete, o care arti divine, 65
conforto a nostra sventurata gente,
fra l’itale ruine
gl’itali pregi a celebrare intente.

Ecco, voglioso anch’io
ad onorar nostra dolente madre 70
porto quel che mi lice,
e mesco all’opra vostra il canto mio,
sedendo u’ vostro ferro i marmi avviva.
O dell’etrusco metro inclito padre,
se di cosa terrena, 75
se di costei, che tanto alto locasti
qualche novella ai vostri lidi arriva,
io so ben che per te gioia non senti,
che saldi men che cera e men ch’arena,
verso la fama che di te lasciasti, 80
son bronzi e marmi; e dalle nostre menti
se mai cadesti ancor, s’unqua cadrai,
cresca, se crescer può, nostra sciaura,
e in sempiterni guai
pianga tua stirpe a tutto il mondo oscura. 85

Ma non per te; per questa ti rallegri
povera patria tua, s’unqua l’esempio
degli avi e de’ parenti
ponga ne’ figli sonnacchiosi ed egri
tanto valor che un tratto alzino il viso. 90
Ahi, da che lungo scempio
vedi afflitta costei, che sí meschina
te salutava allóra
che di novo salisti al paradiso!
oggi ridotta sí che, a quel che vedi, 95
fu fortunata allor donna e reina.
Tal miseria l’accora
qual tu forse, mirando, a te non credi.
Taccio gli altri nemici e l’altre doglie,
ma non la piú recente e la piú fera, 100
per cui presso alle soglie
vide la patria tua l’ultima sera.

Beato te, che il fato
a viver non dannò fra tanto orrore;
che non vedesti in braccio 105
L’itala moglie a barbaro soldato;
non predar, non guastar cittadi e colti
l’asta inimica e il peregrin furore;
non degl’itali ingegni
tratte l’opre divine a miseranda 110
schiavitude oltre l’alpe, e non de’ folti
carri impedita la dolente via;
non gli aspri cenni ed i superbi regni;
non udisti gli oltraggi e la nefanda
voce di libertá che ne schernía 115
tra il suon delle catene e de’ flagelli.
Chi non si duol? che non soffrimmo? intatto
che lasciaron quei felli?
qual tempio, quale altare o qual misfatto?

Perché venimmo a sí perversi tempi? 120
perché il nascer ne desti, o perché prima
non ne desti il morire,
acerbo fato? onde, a stranieri ed empi
nostra patria vedendo ancella e schiava,
e da mordace lima 125
roder la sua virtú, di null’aita
e di nullo conforto
lo spietato dolor, che la stracciava,
ammollir ne fu dato in parte alcuna.
Ahi! non il sangue nostro e non la vita 130
avesti, o cara; e morto
io non son per la tua cruda fortuna.
Qui l’ira al cor, qui la pietade abbonda:
pugnò, cadde gran parte anche di noi:
ma per la moribonda 135
Italia no; per li tiranni suoi.

Padre, se non ti sdegni,
mutato sei da quel che fosti in terra.
Morían per le rutene
squallide piagge, ahi! d’altra morte degni, 140
gl’itali prodi; e lor fea l’aere e il cielo
e gli uomini e le belve immensa guerra.
Cadeano a squadre a squadre,
semivestiti, maceri e cruenti,
ed era letto agli egri corpi il gelo. 145
Allor, quando traean l’ultime pene,
membrando questa desiata madre,
diceano: — Oh non le nubi e non i venti,
ma ne spegnesse il ferro, e per tuo bene,
o patria nostra. Ecco, da te rimoti, 150
quando piú bella a noi l’etá sorride,
a tutto il mondo ignoti,
moriam per quella gente che t’uccide. —

Di lor querela il boreal deserto
e conscie fûr le sibilanti selve. 155
Cosí vennero al passo,
e i negletti cadaveri all’aperto
su per quello di neve orrido mare
dilacerâr le belve;
e sará il nome degli egregi e forti 160
pari mai sempre ed uno
con quel de’ tardi e vili. Anime care,
bench’infinita sia vostra sciagura,
datevi pace; e questo vi conforti
che conforto nessuno 165
avrete in questa o nell’etá futura.
In seno al vostro smisurato affanno
posate, o di costei veraci figli,
al cui supremo danno
il vostro solo è tal che s’assomigli. 170

Di voi giá non si lagna
la patria vostra, ma di chi vi spinse
a pugnar contra lei,
sí ch’ella sempre amaramente piagna
e il suo col vostro lacrimar confonda. 175
Oh, di costei, ch’ogni altra gloria vinse,
pietá nascesse in core
a tal de’ suoi, ch’affaticata e lenta
di sí buia vorago e sí profonda
la ritraesse! O glorioso spirto, 180
dimmi: d’Italia tua morto è l’amore?
Di’: quella fiamma, che t’accese, è spenta?
Di’: né piú mai rinverdirá quel mirto
ch’alleggiò per gran tempo il nostro male?
nostre corone al suol fien tutte sparte? 185
né sorgerá mai tale,
che ti rassembri in qualsivoglia parte?

In eterno perimmo? e il nostro scorno
non ha verun confine? —
Io, mentre viva, andrò sclamando intorno: 190
— Volgiti agli avi tuoi, guasto legnaggio;
mira queste ruine
e le carte e le tele e i marmi e i templi;
pensa qual terra premi; e, se destarti
non può la luce di cotanti esempli, 195
che stai? lévati e parti.
Non si conviene a sí corrotta usanza
questa d’animi eccelsi altrice e scòla:
se di codardi è stanza,
meglio l’è rimaner vedova e sola. 200

Testo: Wikisource, Canti a cura di Alessandro Donati (Bari, Laterza, 1917), licenza CC BY-SA 4.0.

Parafrasi di Sopra il monumento di Dante

Leggi prima il testo, poi apri le sequenze una per una. I numeri indicano i versi.

Versi 1-17: l’Italia si volti indietro

Anche se la Pace raccoglie i nostri popoli sotto le sue ali bianche, le menti italiane non si scioglieranno dai lacci dell’antico torpore, se questa terra segnata dal destino non si volge agli esempi dei padri e dell’età antica. O Italia, abbi a cuore di onorare chi è passato, perché oggi le tue terre sono prive di uomini simili a loro, e non c’è nessuno che sia giusto onorare. Voltati indietro, patria mia, e guarda quella schiera infinita di immortali; piangi e provi sdegno di te stessa, perché il dolore senza sdegno è ormai sciocco. Voltati, vergognati e scuotiti, e ti punga finalmente il pensiero degli antenati e dei nipoti.

Parole e passaggi difficili. «Perché» = sebbene, come in Dante. «Pace»: è la pace seguita ai trattati di Vienna e di Parigi del 1815, una pace «di schiavi», dice Straccali. Le ali sono bianche perché la Pace non si macchia di sangue (Straccali). «Antico sopor» = il lungo torpore: Marenduzzo rimanda a Petrarca, «pigro sonno». «Terra fatal» = terra segnata dal destino. «Altrettali» = uomini simili. «Vedove» = prive. «Ti si convegna» = ti sia giusto. «Senza sdegno… la doglia è stolta» = piangere senza ribellarsi non serve. Per Marenduzzo l’inizio della strofa mette in versi il manifesto fiorentino, che lamentava lo stupore dello straniero davanti alla tomba mancante.

Versi 18-34: lo straniero cerca la tomba

Il forestiero, diverso da noi per clima, per carattere e per lingua, andava per la Toscana desideroso di trovare dove fosse sepolto colui per il cui poema Omero non è più solo. E, che vergogna, sentiva dire che non solo le ceneri fredde e le ossa nude giacciono ancora in esilio, sotto un’altra terra, dopo il giorno della morte, ma che dentro le tue mura, Firenze, non sorgeva una pietra in onore di colui per il cui valore tutto il mondo ti onora. Oh voi, pietosi, grazie a cui il nostro paese laverà una vergogna così triste e bassa! Hai intrapreso una bella opera, schiera valorosa e gentile, e ti ripagherà con amore ogni petto che ama l’Italia.

Parole e passaggi difficili. «D’aria»: Marenduzzo lo intende come clima, regione, e ricorda che altri lo spiegano come «aspetto», sul modello di Petrarca. «Il meonio cantor» = Omero, detto meonio perché una tradizione lo voleva nato in Meonia, cioè in Lidia. «Non che» = non solo. «Esuli» = le spoglie di Dante sono a Ravenna, ancora in esilio. «Sasso» = monumento, come nei Sepolcri di Foscolo. «Voi pietosi» = i promotori del monumento. «Tolta» = intrapresa. «Di che amor ti rende» = per cui ti ricambia con amore.

Versi 35-51: ai promotori e agli artisti

Vi sproni, cari, l’amore per l’Italia, l’amore per questa infelice, per cui ormai la pietà è morta in ogni petto, dato che il cielo, dopo i giorni sereni, ci ha dato giorni amari. Figli, la compassione vi dia forza e coroni la vostra opera, insieme al dolore e allo sdegno per il grande affanno con cui lei si bagna di lacrime le guance e il velo. Ma voi, con quale parola o canto si deve celebrarvi, voi a cui non solo le cure e i consigli, ma le idee dell’ingegno e la bravura della mano, usate e mostrate in questa dolce impresa, daranno fama eterna? Quali versi vi mando, che abbiano la forza di accendere una scintilla nuova nel cuore e nell’anima già accesa?

Parole e passaggi difficili. «Questa misera» = l’Italia. «Ver’ cui» = verso la quale. «Il seren» = la grandezza antica. «Spirti v’aggiunga» = vi dia forza. «Costei» = l’Italia, rappresentata come una donna in lutto, come nella canzone All’Italia. Dal v. 44 si rivolge agli artisti: Marenduzzo riprende la spiegazione di Straccali, che ammette di trovarsi davanti a un periodo «un po’ intralciato ed oscuro». «Note» = versi. «Indurre» = suscitare.

Versi 52-68: l’ispirazione e le arti

Vi ispirerà l’altissimo soggetto e vi premerà nel petto come uno sprone acuto. Chi saprà dire l’onda e la tempesta del vostro entusiasmo e del vostro immenso affetto? Chi dipingerà il volto rapito, chi il lampo degli occhi? Quale voce mortale può eguagliare, descrivendola, una cosa celeste? Lontano, lontano da qui le anime profane. Oh, quante lacrime l’Italia conserva per quella nobile pietra! Come potrà cadere? Come e quando la vostra gloria sarà consumata dal tempo? Voi, care arti divine, che addolcite il nostro male, vivete per sempre, conforto per la nostra gente sventurata, intente a celebrare tra le rovine d’Italia le glorie italiane.

Parole e passaggi difficili. «Spirerà» = ispirerà. «Acri punte» = stimoli pungenti. «Furor» = l’entusiasmo creativo, nel senso latino. «L’attonito sembiante»: alcuni lo riferiscono al volto di Dante scolpito; Marenduzzo, d’accordo con Fornaciari e Straccali, lo riferisce agli artisti rapiti dall’ispirazione, per la sintassi e perché il poeta vuole incoraggiarli. «Lunge sia… alma profana»: viene da Virgilio («procul, o procul este, profani») e da Orazio. «Nobil sasso» = il monumento. «Rósa» = consumata. «Si disacerba» = si addolcisce, da Petrarca.

Versi 69-85: il poeta parla a Dante

Ecco, anch’io, desideroso di onorare la nostra madre dolente, porto quel poco che posso e unisco il mio canto alla vostra opera, sedendo dove il vostro scalpello dà vita ai marmi. O illustre padre della poesia toscana, se nel vostro mondo arriva qualche notizia delle cose terrene, e di questa terra che hai innalzato così in alto, so bene che non provi gioia per te stesso, perché, rispetto alla fama che hai lasciato, bronzi e marmi sono meno saldi della cera e della sabbia. E se mai sei caduto o cadrai dalle nostre menti, cresca, se può crescere, la nostra sventura, e la tua stirpe pianga in eterno, sconosciuta a tutto il mondo.

Parole e passaggi difficili. «Mi lice» = mi è permesso, posso. «U’» = dove, dal latino ubi. «Avviva» = dà vita: Marenduzzo ricorda i «vivos vultus» di Virgilio. «Etrusco metro» = la poesia toscana. «Ai vostri lidi» = nel mondo dei morti. «Per te» = per amore di te. Nella traccia in prosa Leopardi scriveva: «questo già non ti tocca per amor di te, che non hai bisogno di monumento» (Marenduzzo). «Unqua» = mai. «Sciaura» = sventura. «A tutto il mondo oscura» = ignota a tutti.

Versi 86-102: gioisci per la patria

Non per te, dunque, ma per questa tua povera patria rallegrati, se mai l’esempio degli antenati e dei padri metterà nei figli addormentati e malati tanto valore da far loro alzare la testa, almeno una volta. Ahi, da quale lunga strage vedi afflitta lei, che era già così infelice quando ti salutò il giorno in cui salisti di nuovo in paradiso! Oggi è ridotta in modo tale che, rispetto a ciò che vedi, allora era una signora e una regina fortunata. Una miseria così grande la addolora che forse, guardandola, non credi ai tuoi occhi. Taccio degli altri nemici e degli altri dolori, ma non della sventura più recente e più crudele, per cui la tua patria vide vicinissima l’ultima sera.

Parole e passaggi difficili. «Sonnacchiosi ed egri» = pigri e malati. «Un tratto» = una buona volta. «Avi» e «parenti» = gli antenati più lontani e quelli più vicini (Marenduzzo). «Di novo salisti al paradiso» = moristi: Dante c’era già stato in visione nella Commedia. «Donna e reina» = signora. «La più recente e la più fera» = la dominazione francese. Nella prima edizione il v. 100 era «Ma non la Francia scellerata e nera»; Leopardi spiegò poi al Brighenti che non potendo nominare gli austriaci aveva messo in scena i francesi «come per pretesto e figura» (Marenduzzo). «Presso alle soglie… l’ultima sera»: Marenduzzo intende con i più che l’Italia vide la morte arrivare fino alla soglia di casa, e ricorda che Carducci e il Negri riferiscono le soglie alla morte stessa; il senso cambia poco.

Versi 103-119: le violenze dei francesi

Beato te, che il destino non condannò a vivere fra tanto orrore; che non vedesti la moglie italiana in braccio al soldato straniero; non vedesti la lancia nemica e la furia forestiera saccheggiare e devastare città e campi; non vedesti le opere divine degli ingegni italiani portate oltre le Alpi in una schiavitù da far pietà, né la strada dolente ingombra di carri fitti; non vedesti i comandi duri e il dominio superbo; non udisti gli oltraggi e la voce sacrilega della libertà che ci derideva tra il rumore delle catene e delle fruste. Chi non soffre? Che cosa non abbiamo sopportato? Che cosa lasciarono intatto quei malvagi? Quale tempio, quale altare? O quale delitto non commisero?

Parole e passaggi difficili. «Barbaro soldato» = il soldato francese. Straccali, citato da Marenduzzo, nota che la strofa elenca solo violenze degli stranieri, non colpe degli italiani. «Colti» = campi coltivati. «Peregrin furore» = la violenza straniera, da Petrarca. «L’opre divine… oltre l’alpe» = le opere d’arte portate in Francia da Napoleone e restituite solo in parte dopo il 1815. «Folti carri» = i convogli del bottino. «Regni» = atti di governo. «Nefanda voce di libertà»: la libertà proclamata dai francesi era una beffa; Marenduzzo cita la Mascheroniana di Monti. I versi finali vengono da Orazio (Odi I, 35). «Felli» = malvagi.

Versi 120-136: perché siamo nati ora

Perché siamo venuti al mondo in tempi così malvagi? Perché ci hai dato la nascita, destino crudele, o perché non ci hai dato prima la morte? Così, vedendo la nostra patria serva e schiava di stranieri empi, e la sua virtù consumata da una lima che morde, non abbiamo potuto addolcire in nessun modo, con nessun aiuto o conforto, il dolore spietato che la straziava. Ahi, cara patria, non hai avuto il nostro sangue e la nostra vita; e io non sono morto per la tua sorte crudele. Qui il cuore si riempie di rabbia e di pietà: anche gran parte di noi combatté e cadde, ma non per l’Italia morente: per i suoi tiranni.

Parole e passaggi difficili. «Prima» va con «morire»: morire prima di arrivare a questi tempi (Marenduzzo). «Ancella» = serva. «Mordace lima» = la corruzione lenta, metafora di Dante e Petrarca. «Aita» = aiuto. «Ammollir» = addolcire. «E morto io non son» = il desiderio di morire per la patria, come nel grido «L’armi, qua l’armi» di All’Italia. «Per li tiranni suoi» = gli italiani caddero nelle guerre napoleoniche, al servizio dei francesi.

Versi 137-153: i soldati in Russia

Padre, se non provi sdegno, sei cambiato da quello che eri in terra. Nelle squallide pianure della Russia morivano, degni di un’altra morte, i valorosi italiani; e l’aria, il cielo, gli uomini e le belve facevano loro una guerra immensa. Cadevano a schiere, mezzi nudi, smagriti e insanguinati, e il gelo era il letto dei corpi malati. Allora, mentre soffrivano le ultime pene, ricordando questa madre amata, dicevano: «Oh, ci uccidessero non le nubi e i venti, ma il ferro, e per il tuo bene, patria nostra. Ecco, lontani da te, quando la vita ci sorride più bella, sconosciuti a tutto il mondo, moriamo per quel popolo che ti uccide».

Parole e passaggi difficili. «Se non ti sdegni… mutato sei» = Dante fu l’«alma sdegnosa» dell’Inferno (VIII, 45). «Rutene squallide piagge» = le steppe russe: è la campagna di Napoleone del 1812; dopo la ritirata da Mosca, scrive Marenduzzo, di ventimila italiani ne tornò circa un migliaio. «L’aere e il cielo» = il vento gelido e la neve. «Le belve»: nella traccia in prosa le bestie feroci li assalivano «urlando su per la neve». «Maceri» = smagriti. «Cruenti» = insanguinati. «Traean l’ultime pene» = agonizzavano. «L’età» = la giovinezza. Straccali, citato da Marenduzzo, nota la vicinanza con la chiusa della terza strofa di All’Italia.

Versi 154-170: datevi pace

Dei loro lamenti furono testimoni il deserto del nord e le foreste fischianti di vento. Così arrivarono alla morte, e le belve sbranarono i cadaveri abbandonati all’aperto, su quell’orrido mare di neve. E il nome dei valorosi sarà per sempre uguale e tutt’uno con quello dei pigri e dei vili. Anime care, anche se la vostra sventura è infinita, datevi pace; e vi consoli questo, che non avrete nessun conforto né in questa età né in quella futura. Riposate in seno al vostro dolore smisurato, veri figli di lei: solo la vostra sventura è tale da somigliare alla sua, che è la più grande.

Parole e passaggi difficili. «Boreal deserto» = le pianure del nord. «Conscie» = testimoni, alla latina. «Al passo» = alla morte. «Quello di neve orrido mare»: per Fornaciari «mare» vale come il latino aequor, una distesa piatta, e il verso apre alla fantasia un’immensa pianura gelata. «Sarà il nome… pari… con quel de’ tardi e vili» = morti senza testimoni, i valorosi saranno dimenticati come i codardi (Marenduzzo, con il Negri). «Questo vi conforti che conforto nessuno avrete»: il paradosso viene dalla traccia in prosa. «Veraci figli»: Straccali intende «figli infelicissimi di madre infelicissima»; Marenduzzo preferisce il Negri, figli veri perché simili alla madre per grandezza di virtù e di dolore.

Versi 171-187: Dante, è morto l’amore per l’Italia?

La vostra patria non si lamenta di voi, ma di chi vi spinse a combattere contro di lei, tanto che piange sempre amaramente e mescola il suo pianto al vostro. Oh, se nascesse pietà per lei, che superò ogni altra gloria, nel cuore di qualcuno dei suoi figli, che la tirasse fuori, stanca e indebolita, da un abisso così buio e profondo! O spirito glorioso, dimmi: è morto l’amore per la tua Italia? Dimmi: è spenta quella fiamma che ti accese? Dimmi: non rinverdirà mai più quel mirto che per tanto tempo alleggerì il nostro male? Le nostre corone saranno tutte sparse a terra? Non sorgerà mai nessuno che ti somigli in qualche cosa?

Parole e passaggi difficili. «A pugnar contra lei» = combattere per lo straniero era combattere contro l’Italia. «Ch’ogni altra gloria vinse» = come in All’Italia. «Lenta» = senza forze, da Petrarca. «Vorago» = voragine. «Quella fiamma» = l’amore di patria e lo sdegno contro i vizi (Castagnola, citato da Marenduzzo). «Mirto» = la pianta con cui si incoronavano i poeti: la gloria letteraria che alleviò la servitù. «Alleggiò» = alleviò. «Corone» = le glorie di ogni tipo. «Ti rassembri» = ti somigli.

Versi 188-200: alzati e vattene

Siamo morti per sempre? La nostra vergogna non ha nessun limite? Io, finché vivrò, andrò gridando intorno: «Voltati verso i tuoi antenati, stirpe guasta; guarda queste rovine, i libri, i quadri, le statue e i templi; pensa quale terra calpesti; e se non riesce a svegliarti la luce di tanti esempi, che fai qui? Alzati e vattene. A costumi così corrotti non si addice questa terra, che nutre ed educa animi grandi: se deve essere dimora di vigliacchi, meglio per lei restare vedova e sola».

Parole e passaggi difficili. «Perimmo» = siamo morti. «Scorno» = vergogna. «Mentre viva» = finché vivrò. «Guasto legnaggio» = stirpe degenerata. «Le carte e le tele e i marmi e i templi» = in un solo verso letteratura, pittura, scultura e architettura (Fornaciari, citato da Marenduzzo e Straccali). «Premi» = calpesti. «Che stai?» = perché resti? «Altrice e scòla» = nutrice e maestra. «Vedova e sola» = senza abitanti, come la Roma «vedova e sola» del Purgatorio (VI, 113).

Da ricordare

  • Scritta a Recanati tra settembre e ottobre del 1818, dopo il manifesto fiorentino per un monumento a Dante in Santa Croce; pubblicata a Roma nel 1818 con All’Italia.
  • Canzone di 12 strofe: le prime 11 di 17 versi, l’ultima di 13.
  • Il monumento è il punto di partenza: il vero tema è l’Italia del presente, serva e addormentata.
  • Il centro del canto: le violenze dei francesi e i soldati italiani morti nella ritirata di Russia del 1812, caduti per i tiranni e non per la patria.
  • Dietro i francesi Leopardi indicava anche gli austriaci, come spiegò lui stesso al Brighenti nel 1820.

Collegamenti utili

Fonti e approfondimenti

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L'autore

Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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