Prendi in mano un libro qualsiasi, anche un tascabile comprato in stazione. Ha una copertina, un frontespizio con il titolo e l’editore, pagine numerate, un indice, magari una nota sul copyright e un codice ISBN sul retro. Nessuna di queste cose è naturale: ognuna è nata in un momento preciso, per rispondere a un bisogno preciso, e ha una storia di secoli. La storia del libro studia proprio questo: come sono stati fatti, prodotti, venduti, letti e conservati i libri, dalla tavoletta d’argilla all’ebook.
In questi appunti trovi i grandi passaggi che un corso di Elementi di storia del libro affronta quasi sempre: i supporti antichi e il passaggio dal rotolo al codice, il libro manoscritto medievale, l’invenzione della stampa a caratteri mobili, gli incunaboli, Aldo Manuzio e la tipografia veneziana, il libro nel Cinquecento e la censura, l’editoria italiana moderna, la descrizione del libro antico e i grandi indirizzi di studio. Ogni sezione si chiude con due domande d’orale e una risposta modello.
| Esame | Elementi di storia del libro |
|---|---|
| Corsi di laurea | Lettere, Beni culturali, Biblioteconomia, Editoria |
| Crediti | di solito 6 CFU |
| SSD | M-STO/08 (Archivistica, bibliografia e biblioteconomia) |
Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.
Come affrontare l’esame
La storia del libro è una disciplina a cavallo fra storia, bibliografia, filologia e storia della cultura. Per questo l’esame ha quasi sempre due anime. Da una parte c’è la narrazione storica: quando nasce il codice, chi era Gutenberg, che cosa fece Manuzio, come funzionava la censura. Dall’altra c’è la parte tecnica: che cosa sono un formato in-quarto, una segnatura, un colophon, una filigrana, e come si descrive un esemplare antico.
Il modo migliore per prepararti è tenere insieme le due parti. Quando studi un’innovazione, chiediti sempre tre cose: che problema risolveva, chi ne ha beneficiato, che cosa ha cambiato nel modo di leggere. Il passaggio dal rotolo al codice, per esempio, non è un dettaglio tecnico: ha reso possibile sfogliare, confrontare passi lontani, scrivere su entrambi i lati, rilegare insieme più opere. Ha cambiato il modo di studiare.
Se il corso lo prevede, vai in una biblioteca con un fondo antico e chiedi di vedere un incunabolo o una cinquecentina. Tenere in mano un libro del Quattrocento, osservare la carta controluce, contare le righe, cercare il colophon, ti farà capire in un’ora più di quanto possano fare molte pagine di manuale. Molti docenti, del resto, all’orale mostrano una riproduzione e chiedono di descriverla.
Infine, costruisciti una cronologia essenziale con poche date sicure: la diffusione del codice fra II e IV secolo, la Bibbia di Gutenberg verso la metà del Quattrocento, il primo libro stampato in Italia nel 1465, le aldine del 1501, l’Indice dei libri proibiti del 1559. Su questo scheletro appenderai tutto il resto.
I supporti antichi: dalla tavoletta al rotolo
La scrittura nasce prima del libro. In Mesopotamia, alla fine del IV millennio a.C., si scriveva incidendo tavolette di argilla con uno stilo dalla punta triangolare: è la scrittura cuneiforme. Le tavolette potevano essere cotte e conservate in archivi e biblioteche, come la celebre biblioteca del re assiro Assurbanipal a Ninive, nel VII secolo a.C., i cui resti sono oggi in gran parte al British Museum.
In Egitto, invece, il supporto principale era il papiro. Si ricavava dal fusto di una pianta che cresceva lungo il Nilo: il midollo veniva tagliato in strisce, disposte in due strati perpendicolari, pressate e fatte asciugare. I fogli così ottenuti si incollavano uno di seguito all’altro per formare un rotolo, che si leggeva svolgendolo orizzontalmente con una mano e riavvolgendolo con l’altra. Il testo era disposto in colonne parallele.
Il rotolo di papiro fu il libro del mondo greco e romano. Era leggero e relativamente economico, ma aveva limiti precisi. Si scriveva di solito su un solo lato, quello in cui le fibre erano orizzontali. Un rotolo conteneva un’opera di estensione limitata, ed è per questo che molte opere antiche sono divise in “libri”, che corrispondono in origine a singoli rotoli. Trovare un passo preciso richiedeva di svolgere tutto il rotolo. E il papiro, in climi umidi, si deteriorava.
Accanto al papiro c’era la pergamena, ottenuta dalla pelle di animali, soprattutto pecore, capre e vitelli, lavorata con calce, raschiata, tesa e fatta asciugare. Il nome viene dalla città di Pergamo, in Asia Minore. Plinio il Vecchio riferisce una tradizione secondo cui la pergamena sarebbe stata sviluppata a Pergamo quando l’Egitto tolemaico bloccò l’esportazione del papiro per rivalità fra le due biblioteche, quella di Alessandria e quella di Pergamo. È un racconto da prendere con cautela: le pelli erano usate come supporto scrittorio già da prima. Ma dice bene quanto i supporti fossero legati alla competizione culturale fra le grandi biblioteche ellenistiche.
La biblioteca di Alessandria, fondata dai Tolomei all’inizio del III secolo a.C., è il simbolo della cultura del rotolo. Lì lavorarono i grandi filologi ellenistici, come Zenodoto, Aristofane di Bisanzio e Aristarco, che stabilirono i testi di Omero e dei classici. Callimaco compilò i Pinakes, un grande catalogo ragionato degli autori e delle opere: è considerato un antenato della bibliografia.
Per scrivere su tavolette di legno coperte di cera, invece, i Romani usavano uno stilo appuntito. Più tavolette legate insieme formavano un codex, un blocco. È da qui che nascerà la forma del libro che usiamo ancora oggi.
Cosa ti chiedono all’orale (supporti antichi)
Quali erano i limiti del rotolo di papiro? Si scriveva in genere su un solo lato, conteneva un testo di estensione limitata, per cui le opere lunghe erano divise in più rotoli, e la consultazione era scomoda: per trovare un passo bisognava svolgere il rotolo fino al punto cercato, tenendolo con entrambe le mani. Inoltre il papiro era fragile e temeva l’umidità. Questi limiti spiegano in parte il successo del codice.
Da dove viene il nome pergamena? Dalla città di Pergamo, in Asia Minore. Plinio il Vecchio riporta una tradizione secondo cui la pergamena vi sarebbe stata introdotta quando l’Egitto bloccò l’esportazione del papiro, per rivalità fra la biblioteca di Alessandria e quella di Pergamo. Gli studiosi considerano il racconto una leggenda in buona parte, perché le pelli erano già usate per scrivere, ma Pergamo ebbe un ruolo nella diffusione e nel perfezionamento di questo supporto.
Dal rotolo al codice
Il codice è il libro fatto di fogli piegati, riuniti in fascicoli e cuciti insieme lungo un lato, protetti da una legatura. È la forma che hai davanti ogni volta che apri un libro. Nell’antichità, però, il codice fu a lungo un oggetto secondario, usato per appunti, conti, testi di consultazione.
Il passaggio dal rotolo al codice si svolge fra il I e il IV-V secolo d.C. Già il poeta Marziale, alla fine del I secolo, menziona edizioni dei classici in piccoli codici di pergamena, comodi da portare in viaggio. Ma la svolta vera avviene più tardi. I papiri ritrovati in Egitto mostrano che i codici crescono lentamente nel II e III secolo e diventano prevalenti nel IV secolo.
Un elemento chiave è il cristianesimo. I testi cristiani conservati su papiro sono, fin da epoca molto antica, in netta prevalenza codici, mentre i testi pagani coevi sono ancora in maggioranza rotoli. Gli studiosi hanno proposto molte spiegazioni: la comodità per consultare e confrontare passi delle Scritture, l’economicità, la possibilità di riunire più testi in un solo volume, forse anche la volontà di distinguersi dalla cultura libraria pagana. Qualunque sia la causa, il libro cristiano fu un motore della diffusione del codice.
I vantaggi del codice sono evidenti. Si scrive su entrambi i lati del foglio, quindi a parità di materiale contiene più testo. Si consulta facilmente, aprendolo al punto voluto. Si possono inserire rimandi, indici, numerazioni. Si conserva meglio in piedi o disteso. E può contenere un’opera intera, o addirittura più opere: una Bibbia completa diventa un oggetto unico, non una serie di rotoli.
Il passaggio dal rotolo al codice fu anche un momento di selezione. Le opere che nel IV-V secolo non vennero ricopiate dal rotolo al codice ebbero molte meno possibilità di arrivare fino a noi. Una parte delle perdite della letteratura antica si spiega così: non con distruzioni violente, ma con il mancato passaggio al nuovo supporto. È una lezione che vale anche per il passaggio odierno dalla carta al digitale.
Insieme al codice cambiano le pratiche di lettura. Nell’antichità la lettura ad alta voce era molto diffusa, anche se non esclusiva. Il codice, con la sua pagina, favorisce nel tempo un rapporto più raccolto con il testo, la consultazione, l’annotazione nei margini. Non bisogna però semplificare: la lettura silenziosa esisteva anche prima, e il codice convisse a lungo con il rotolo.
Cosa ti chiedono all’orale (codice)
Quando e perché il codice sostituì il rotolo? Il passaggio si compie fra il I e il IV-V secolo d.C., con il codice che diventa prevalente nel IV secolo. Le ragioni sono pratiche, perché il codice si scrive su entrambi i lati, contiene più testo e si consulta più facilmente, e culturali: i cristiani adottarono il codice molto presto e in modo quasi esclusivo per i loro testi, favorendone la diffusione.
Che conseguenze ebbe il passaggio al codice sulla trasmissione dei testi antichi? Fu un momento di selezione: le opere ricopiate dal rotolo al codice ebbero molte più possibilità di sopravvivere, mentre quelle rimaste solo su rotolo andarono spesso perdute. Una parte delle perdite della letteratura antica si spiega con questo mancato passaggio. Il caso mostra quanto la forma materiale del libro condizioni la sopravvivenza dei testi.
Il libro manoscritto nel Medioevo
Nell’Alto Medioevo la produzione del libro si concentra nei monasteri. Lo scriptorium è il luogo in cui i monaci copiano i testi, sacri e profani. Centri come Bobbio, Montecassino, Nonantola in Italia, o Corbie, Fleury, San Gallo oltralpe, conservarono e trasmisero una parte decisiva della cultura antica. Molti classici latini ci sono arrivati attraverso copie di epoca carolingia.
Fare un codice era un lavoro lungo e costoso. Bisognava preparare la pergamena, tagliarla, piegarla e riunirla in fascicoli, di solito di quattro fogli piegati, detti quaternioni. Poi si tracciava la rigatura, che stabiliva lo specchio di scrittura e le righe. Il copista scriveva con penna d’oca e inchiostro; il rubricatore aggiungeva titoli e iniziali in rosso; il miniatore decorava le iniziali e le pagine più importanti. Alla fine il codice veniva legato, spesso con assi di legno coperte di pelle.
Un momento importante è la riforma carolingia, fra VIII e IX secolo. Alla corte di Carlo Magno e nei grandi centri monastici si diffonde una scrittura nuova, la minuscola carolina, chiara, regolare, con lettere ben separate. Rispetto alle scritture precedenti, spesso difficili e diverse da regione a regione, la carolina rende la lettura più agevole e unifica le pratiche di scrittura in gran parte d’Europa. Gli umanisti del Quattrocento la riscopriranno credendola antica, e da essa deriverà il carattere tipografico che chiamiamo tondo, o romano.
Dal XII-XIII secolo il centro della produzione si sposta dai monasteri alle città e alle università. Nascono botteghe laiche di copisti, cartolai e librai. Nelle università, come Bologna e Parigi, si afferma il sistema della pecia: un esemplare ufficiale e controllato di un testo di studio veniva diviso in fascicoli, le peciae, che gli stazionari noleggiavano agli studenti o ai copisti perché li copiassero un pezzo alla volta. Era un modo per moltiplicare le copie in fretta e con un controllo sulla correttezza del testo.
Si afferma anche la scrittura gotica, più compressa e angolosa, che permette di risparmiare spazio, e cresce l’uso di strumenti per orientarsi nel testo: titoli correnti, divisione in capitoli, indici alfabetici, glosse nei margini. Il libro universitario è un libro da studiare, fitto di commenti.
Infine, dal Trecento si diffonde il libro in volgare, prodotto per un pubblico nuovo di mercanti, notai, donne e uomini colti che non leggono il latino. A Firenze, per esempio, circolano numerose copie della Commedia di Dante, spesso in scritture mercantesche o cancelleresche, molto diverse dai grandi codici di lusso. Il libro comincia a entrare nelle case.
Cosa ti chiedono all’orale (manoscritto)
Che cos’era il sistema della pecia? Era un sistema di riproduzione dei testi universitari diffuso dal XIII secolo, per esempio a Bologna e Parigi. Un esemplare controllato del testo, depositato presso uno stazionario, era diviso in fascicoli chiamati peciae, che venivano dati a noleggio a studenti e copisti per essere copiati uno alla volta. Così più persone potevano copiare contemporaneamente lo stesso testo e la qualità dell’esemplare era garantita dall’università.
Perché la minuscola carolina è importante per la storia del libro? Perché fra VIII e IX secolo unificò la scrittura in gran parte d’Europa con una grafia chiara e leggibile, nella quale furono copiati molti classici latini. Gli umanisti del Quattrocento la ripresero come modello della loro scrittura, la littera antiqua, e da questa derivò il carattere tipografico tondo, o romano, che usiamo ancora oggi.
Gutenberg e l’invenzione della stampa
L’invenzione della stampa a caratteri mobili in Europa si lega al nome di Johannes Gutenberg, orafo di Magonza, nato verso la fine del XIV secolo e morto nel 1468. Dopo un soggiorno a Strasburgo, dove sperimentò tecniche segrete di cui sappiamo poco, tornò a Magonza e intorno al 1450 avviò la sua officina, con il finanziamento del mercante Johann Fust, al quale si unì poi Peter Schöffer.
È bene ricordare che la stampa con caratteri mobili era già nota in Asia. In Cina, nell’XI secolo, Bi Sheng aveva usato caratteri di terracotta; in Corea si stampava con caratteri metallici già nel XIII-XIV secolo, e il Jikji, un testo buddhista stampato nel 1377, è il più antico libro conservato stampato con caratteri metallici mobili. Non ci sono prove di un legame diretto con Gutenberg. In Europa, inoltre, esistevano già le xilografie, stampe da matrici di legno intagliate.
L’invenzione di Gutenberg non è un singolo oggetto, ma un sistema. Comprende la produzione dei caratteri, con un punzone d’acciaio inciso in rilievo, battuto in una matrice di rame, dalla quale si fondono molti caratteri uguali con uno strumento detto forma da fondere; una lega di piombo, stagno e antimonio che fonde a bassa temperatura e si solidifica rapidamente; un inchiostro a base oleosa, adatto al metallo; e un torchio adattato da quelli usati per il vino o per la carta. Il compositore allineava i caratteri in un compositoio, formava le righe e le pagine, le chiudeva in un telaio, la forma tipografica, che veniva inchiostrata e pressata sul foglio.
Il capolavoro dell’officina è la Bibbia detta di Gutenberg, o Bibbia a 42 linee, per il numero di righe per colonna. Fu completata intorno al 1454-1455, in due volumi in folio, in una tiratura stimata in circa 180 esemplari, parte su carta e parte su pergamena. Ne sopravvivono alcune decine di esemplari, completi o incompleti. Il carattere imita la scrittura gotica dei manoscritti liturgici, e le iniziali e le rubriche venivano aggiunte a mano: il primo libro a stampa voleva sembrare un manoscritto.
Gutenberg non si arricchì. Nel 1455 una causa con Fust lo privò di una parte dell’attrezzatura, e l’officina passò di fatto a Fust e Schöffer, che nel 1457 pubblicarono il Salterio di Magonza, il primo libro con un colophon che indica data e tipografi, e con iniziali stampate a colori. Nel 1462 il sacco di Magonza disperse molti tipografi, che portarono la nuova arte in altre città. In pochi decenni la stampa si diffuse in tutta Europa.
Cosa ti chiedono all’orale (Gutenberg)
In che cosa consiste l’invenzione di Gutenberg? In un sistema integrato: la fusione di caratteri mobili in metallo, tutti uguali, con punzone, matrice e forma da fondere; una lega di piombo, stagno e antimonio; un inchiostro oleoso adatto al metallo; e un torchio per imprimere la forma tipografica sulla carta. La novità sta nella combinazione di queste tecniche, che rese possibile produrre molte copie identiche di un testo in tempi ridotti.
Che cos’è la Bibbia a 42 linee? È la Bibbia stampata a Magonza nell’officina di Gutenberg e completata intorno al 1454-1455, in due volumi in folio, con 42 righe per colonna. Fu tirata in circa 180 esemplari, su carta e su pergamena, e ne restano alcune decine. Il carattere gotico e le decorazioni a mano la fanno somigliare a un manoscritto: i primi stampatori imitavano il libro che il pubblico conosceva.
Gli incunaboli e la stampa in Italia
Si chiamano incunaboli i libri stampati in Europa dalle origini della stampa fino al 31 dicembre 1500. Il termine viene dal latino incunabula, “fasce della culla”, cioè l’infanzia della stampa. La data del 1500 è convenzionale: non segna un cambiamento tecnico, ma è comoda per i repertori. I libri stampati nel Cinquecento si chiamano invece cinquecentine.
Il grande catalogo internazionale degli incunaboli è l’ISTC, Incunabula Short Title Catalogue, gestito dalla British Library, che registra circa 30.000 edizioni. Per avere un’idea dell’impatto della stampa, basta pensare che in meno di cinquant’anni furono prodotti, secondo le stime correnti, molti milioni di copie.
L’Italia fu uno dei paesi in cui la stampa si diffuse prima e con più forza. I primi tipografi in Italia furono due chierici tedeschi, Konrad Sweynheym e Arnold Pannartz, che si stabilirono nel monastero benedettino di Santa Scolastica a Subiaco, vicino a Roma. Lì, intorno al 1465, stamparono un Donato, la grammatica latina, di cui non resta nessun esemplare, il De oratore di Cicerone e, nel 1465, il De divinis institutionibus di Lattanzio, primo libro stampato in Italia con data certa. Nel 1467 si trasferirono a Roma.
Il centro più importante divenne presto Venezia. Nel 1469 Giovanni da Spira ottenne dal governo veneziano un privilegio quinquennale per l’esercizio della stampa; morì poco dopo e il privilegio decadde, aprendo la città a molti altri tipografi. Fra questi il francese Nicolas Jenson, che disegnò un carattere romano di grande eleganza. Alla fine del Quattrocento Venezia era il primo centro tipografico d’Europa per numero di edizioni. Contavano la ricchezza della città, i commerci, la disponibilità di capitali e carta, la vicinanza all’università di Padova, la presenza di dotti greci.
Anche altre città italiane ebbero officine importanti: Roma, Milano, Firenze, Bologna, Napoli, Ferrara, Foligno. A Foligno, nel 1472, Johann Neumeister stampò la prima edizione della Commedia di Dante. Nello stesso anno uscirono altre edizioni del poema a Mantova e a Iesi. Firenze, nel 1481, produsse la grande edizione della Commedia con il commento di Cristoforo Landino e incisioni tratte da disegni di Botticelli.
Gli incunaboli mantengono molti caratteri del manoscritto. Spesso non hanno frontespizio: il testo comincia con un incipit e le informazioni su tipografo, luogo e data, quando ci sono, si trovano nel colophon finale. Le iniziali sono spesso lasciate in bianco perché un miniatore le aggiunga a mano, magari con una piccola lettera d’attesa stampata al centro dello spazio vuoto, che indicava quale iniziale disegnare.
Un altro tratto tipico è l’uso di abbreviazioni ereditate dai manoscritti, e la mancanza, nei primi anni, di numerazione delle pagine. Per ordinare i fogli il tipografo usava le segnature, lettere e numeri stampati in basso sul recto dei primi fogli di ogni fascicolo, e i richiami, la prima parola della pagina successiva stampata in fondo alla precedente. Spesso alla fine del libro c’era un registro, l’elenco delle segnature, che serviva al legatore per controllare che i fascicoli fossero completi e in ordine.
Cosa ti chiedono all’orale (incunaboli)
Che cos’è un incunabolo? È un libro stampato con caratteri mobili in Europa dalle origini della stampa fino al 31 dicembre 1500. Il termine deriva dal latino incunabula, le fasce della culla, e indica l’infanzia della stampa. Il limite del 1500 è convenzionale. Gli incunaboli sono censiti nel catalogo ISTC della British Library, che registra circa 30.000 edizioni, e spesso conservano tratti del manoscritto, come la mancanza di frontespizio.
Dove e quando nasce la stampa in Italia? A Subiaco, nel monastero di Santa Scolastica, dove i tipografi tedeschi Sweynheym e Pannartz stamparono intorno al 1465 un Donato perduto, il De oratore di Cicerone e il Lattanzio, datato 1465, prima edizione italiana con data certa. Nel 1467 si spostarono a Roma. Il centro più importante divenne però Venezia, dove dal 1469 la stampa crebbe fino a fare della città il primo centro tipografico europeo alla fine del secolo.
Aldo Manuzio e la tipografia veneziana
Aldo Manuzio, nato a Bassiano, nel Lazio, verso il 1450 e morto a Venezia nel 1515, è la figura più celebre della storia della tipografia italiana. Era un umanista e un insegnante, non un tipografo di mestiere. Arrivato a Venezia, avviò verso il 1494-1495 un’impresa editoriale con l’obiettivo di pubblicare i classici greci in edizioni corrette, in un momento in cui i testi greci a stampa erano ancora pochissimi.
Fra il 1495 e il 1498 uscì l’edizione delle opere di Aristotele in greco, in cinque volumi. Seguirono Aristofane, Tucidide, Sofocle, Erodoto, Euripide, Platone e molti altri. Per stampare in greco Manuzio fece incidere caratteri che riproducevano la scrittura corsiva dei dotti greci, con molte legature, e lavorò con un gruppo di collaboratori eruditi, fra cui umanisti greci emigrati in Italia. Intorno alla sua bottega si raccolse la cosiddetta Accademia aldina, un circolo di letterati.
Nel 1499 Manuzio stampò l’Hypnerotomachia Poliphili, attribuita a Francesco Colonna, un romanzo allegorico illustrato da xilografie. È considerato uno dei libri più belli del Rinascimento per l’equilibrio fra testo e immagini e per la composizione tipografica, con pagine in cui il testo prende forme geometriche.
La novità più duratura arrivò nel 1501. Manuzio pubblicò un Virgilio in formato in-ottavo, piccolo e maneggevole, composto con un nuovo carattere inclinato, il corsivo, inciso da Francesco Griffo da Bologna sulla base della scrittura cancelleresca. Il corsivo era stretto e permetteva di far entrare più testo nella pagina, contenendo i costi. Lo stesso anno uscì in questo formato il Petrarca volgare, curato da Pietro Bembo, e nel 1502 Dante, sempre a cura di Bembo. Erano libri da portare con sé e leggere senza commento, per un pubblico colto che leggeva per piacere: sono noti come libelli portatiles, libri portatili.
Il successo fu tale che le aldine furono subito contraffatte, soprattutto a Lione. Manuzio ottenne privilegi dal governo veneziano e dal papa per proteggere le sue edizioni e i suoi caratteri, e pubblicò anche un avviso contro le contraffazioni lionesi. Il suo marchio, l’àncora con il delfino, accompagnato dal motto Festina lente, “affrettati lentamente”, divenne uno dei simboli più noti della storia dell’editoria. Dopo la sua morte l’impresa continuò con i suoceri della famiglia Torresani, con il figlio Paolo e il nipote Aldo il Giovane, fino alla fine del Cinquecento.
Per non confondere le date, fissa quelle certe: il 1495 dell’inizio dell’Aristotele greco, il 1499 dell’Hypnerotomachia, il 1501 del Virgilio in-ottavo e del Petrarca curato da Bembo, il 1502 di Dante.
Venezia restò per tutto il Cinquecento la capitale dell’editoria italiana. Accanto ad Aldo lavorarono grandi editori come Gabriele Giolito de’ Ferrari, che fece della letteratura in volgare un affare, pubblicando molte edizioni del Petrarca, dell’Orlando furioso e di autori contemporanei, e i Giunti, attivi fra Firenze, Venezia e Lione. Nella Venezia del Cinquecento lavoravano anche i poligrafi, letterati come Ludovico Dolce o Francesco Sansovino, che vivevano scrivendo, traducendo e curando libri per gli editori: tra le prime figure di intellettuale che si mantiene con il mercato editoriale.
Cosa ti chiedono all’orale (Manuzio)
Quali sono le principali innovazioni di Aldo Manuzio? Le edizioni dei classici greci in testo originale, a partire dall’Aristotele del 1495-1498; il carattere corsivo, inciso da Francesco Griffo; e il formato in-ottavo per i classici latini e volgari, inaugurato nel 1501 con Virgilio e con il Petrarca curato da Bembo. Erano libri piccoli, senza commento, destinati a un pubblico colto che leggeva per piacere, e cambiarono il modo di leggere i classici.
Che cos’è l’Hypnerotomachia Poliphili? È un romanzo allegorico in una lingua che mescola volgare, latino e greco, attribuito a Francesco Colonna e stampato da Aldo Manuzio a Venezia nel 1499. È famoso per le xilografie e per l’armonia fra immagini e testo, che in alcune pagine è composto in forme geometriche. È considerato uno dei capolavori della tipografia del Rinascimento.
Il libro nel Cinquecento: forma, mercato, lettori
Nel corso del Cinquecento il libro a stampa assume la forma che conosciamo. Il frontespizio, comparso già alla fine del Quattrocento, diventa normale: una pagina con il titolo, il nome dell’autore, il luogo, l’editore, la data, spesso la marca tipografica. Si diffondono la numerazione delle pagine, prima per carte e poi per pagine, gli indici, le dediche, le prefazioni, gli errata. Il libro si dota di quello che Gérard Genette, nel 1987, avrebbe chiamato paratesto: tutto ciò che circonda il testo e ne orienta la lettura.
Cambiano anche i caratteri. Il gotico resta a lungo in uso nei paesi tedeschi, mentre in Italia e in Francia si afferma il tondo, o romano, accanto al corsivo. In Francia Claude Garamond incide caratteri romani di grande fortuna, che ancora oggi danno il nome a una famiglia di font.
Il mercato del libro si organizza. Le grandi fiere, come quella di Francoforte, diventano luoghi di scambio fra editori di tutta Europa; dal 1564 si stampano cataloghi delle novità presentate alla fiera. Gli editori più grandi hanno filiali in diverse città e lavorano con reti di librai. Ad Anversa Christophe Plantin crea una delle maggiori imprese tipografiche del secolo, la cui sede è oggi un museo, il Museo Plantin-Moretus.
La stampa ha avuto effetti profondi, ma gli storici ne discutono la portata. Elizabeth Eisenstein, nel suo libro del 1979 The Printing Press as an Agent of Change, sostenne che la stampa fu una vera rivoluzione: fissò i testi in molte copie identiche, permise di confrontarli, di accumulare e correggere il sapere, e favorì Rinascimento, Riforma e rivoluzione scientifica. Altri studiosi, come Adrian Johns in The Nature of the Book, del 1998, hanno ridimensionato questa visione, mostrando quanto i libri a stampa fossero in realtà instabili, pieni di errori, contraffazioni e varianti, e quanto la fiducia nel libro stampato sia stata una costruzione sociale lenta.
Un caso esemplare dell’impatto della stampa è la Riforma protestante. Le opere di Lutero, i suoi opuscoli in tedesco e la sua traduzione della Bibbia circolarono in un numero enorme di copie, e la stampa fu uno strumento decisivo della propaganda riformata e di quella cattolica. Da qui la reazione della Chiesa con la censura, di cui parliamo nella prossima sezione.
Cresce anche il pubblico. Con libri più economici, in volgare, di piccolo formato, la lettura si allarga oltre il mondo dei dotti. Accanto ai grandi libri ci sono gli opuscoli, gli almanacchi, i fogli volanti, i libretti popolari di devozione, i romanzi cavallereschi, le raccolte di novelle, i manuali pratici. Una parte di questa produzione, di consumo, è quasi del tutto scomparsa, proprio perché usata fino a consumarsi.
Cosa ti chiedono all’orale (Cinquecento)
Che cos’è il frontespizio e quando si afferma? È la pagina all’inizio del libro che riporta titolo, autore, luogo, editore, data e spesso la marca tipografica. Compare alla fine del Quattrocento e diventa normale nel corso del Cinquecento, sostituendo progressivamente il colophon finale come luogo dei dati editoriali. È parte di quello che Genette ha chiamato paratesto.
Qual è la tesi di Elizabeth Eisenstein e quali critiche ha ricevuto? Nel libro del 1979 The Printing Press as an Agent of Change Eisenstein sostiene che la stampa fu un agente di cambiamento rivoluzionario, perché fissò e standardizzò i testi, ne permise il confronto e la diffusione, e favorì Rinascimento, Riforma e rivoluzione scientifica. Critici come Adrian Johns hanno mostrato invece che il libro a stampa era spesso instabile e poco affidabile, e che la sua autorità si costruì lentamente.
Censura e controllo del libro
La stampa moltiplica i libri, e con essi le idee considerate pericolose. Le autorità religiose e civili reagiscono presto con forme di controllo. Già alla fine del Quattrocento alcuni vescovi tedeschi introducono l’obbligo di approvazione preventiva per i libri, e nel 1515 il Concilio Lateranense V stabilisce che nessun libro possa essere stampato senza licenza ecclesiastica.
Con la Riforma il controllo si intensifica. Nel 1559 papa Paolo IV promulga il primo Indice dei libri proibiti valido per tutta la Chiesa, molto severo: proibisce interi autori, compresi alcuni umanisti come Erasmo, e molte edizioni della Bibbia in volgare. Nel 1564, dopo il Concilio di Trento, esce l’Indice tridentino, con regole generali per giudicare i libri. Nel 1571 Pio V istituisce la Congregazione dell’Indice, che aggiorna l’elenco per secoli. L’Indice fu soppresso solo nel 1966, dopo il Concilio Vaticano II.
La censura agiva in più modi. C’era la censura preventiva, cioè l’obbligo di ottenere l’approvazione prima della stampa, le cui tracce si vedono nelle formule di licenza, come l’imprimatur, riportate nei libri. C’era la censura repressiva, con la proibizione e il rogo dei libri già stampati e il controllo delle biblioteche e delle librerie. E c’era l’espurgazione: alcuni libri non venivano vietati del tutto, ma potevano circolare corretti, cancellando o modificando i passi giudicati inaccettabili. Il Decameron di Boccaccio, per esempio, circolò nella seconda metà del Cinquecento in versioni rassettate, come quella curata da Lionardo Salviati nel 1582.
Gli effetti della censura sull’editoria italiana sono discussi. Molti storici ritengono che abbia contribuito al declino della tipografia veneziana alla fine del Cinquecento e all’arretramento dell’editoria italiana rispetto a quella dei Paesi Bassi e della Francia nel Seicento, quando Amsterdam e Leida diventano centri di stampa di libri proibiti altrove. Ma pesarono anche fattori economici e politici.
Il controllo del libro non era solo religioso. Gli Stati regolavano la stampa con privilegi, licenze, monopoli. In Inghilterra la Stationers’ Company, la corporazione dei librai e tipografi di Londra, ottenne nel 1557 un privilegio reale che le dava di fatto il controllo della stampa. Da questo sistema nascerà, con lo Statuto di Anna del 1710, la prima legge moderna sul diritto d’autore, che riconosce agli autori un diritto esclusivo sulle loro opere per un periodo limitato.
Cosa ti chiedono all’orale (censura)
Che cos’era l’Indice dei libri proibiti? Era l’elenco dei libri di cui la Chiesa cattolica vietava la lettura, la stampa e il possesso. Il primo Indice universale fu promulgato da Paolo IV nel 1559; seguì l’Indice tridentino del 1564, con regole generali, e nel 1571 fu istituita la Congregazione dell’Indice per aggiornarlo. Fu abolito nel 1966. Accanto alla proibizione esisteva l’espurgazione, cioè la circolazione di testi corretti.
Che cos’è lo Statuto di Anna? È la legge inglese del 1710 considerata la prima legge moderna sul diritto d’autore. Superando il monopolio della Stationers’ Company, attribuiva agli autori, e a chi acquistava i loro diritti, un diritto esclusivo di stampa per un periodo limitato, dopo il quale l’opera diventava libera. È un passaggio chiave verso l’idea moderna di proprietà intellettuale.
L’editoria italiana moderna
Nell’Italia preunitaria l’editoria è frammentata quanto gli Stati. Ogni Stato ha le sue leggi, le sue censure, le sue dogane, e mancano norme comuni sul diritto d’autore: le edizioni pirata sono la regola. Alessandro Manzoni ne fece l’esperienza con i Promessi sposi del 1827, ristampati senza autorizzazione in molte città; anche per questo curò personalmente l’edizione illustrata del 1840-1842, sperando in un guadagno che in realtà non arrivò. Una convenzione fra Austria e Regno di Sardegna sul diritto d’autore fu firmata nel 1840.
Fra Ottocento e Novecento nascono le grandi case editrici. A Torino lavora Giuseppe Pomba, da cui deriverà la UTET. A Firenze Felice Le Monnier pubblica la Biblioteca nazionale, collana di classici italiani, e Gaspero Barbèra fonda la sua casa. A Milano, che diventa la capitale dell’editoria italiana, operano i Treves, editori di Verga e di D’Annunzio, Sonzogno, con le collane popolari come la Biblioteca universale, Hoepli con i suoi manuali, e Ricordi per la musica. A Bologna Nicola Zanichelli pubblica Carducci. A Bari, nel primo Novecento, Laterza diventa l’editore di Benedetto Croce.
Nel Novecento si affermano le case che segnano la cultura italiana. Arnoldo Mondadori comincia a Ostiglia nel 1907 e porta l’impresa a Milano, puntando su una produzione ampia, dai libri per la scuola ai romanzi, fino ai “Gialli” del 1929, che diedero il nome a un genere. Giulio Einaudi fonda la sua casa a Torino nel 1933, con un gruppo di collaboratori come Leone Ginzburg, Cesare Pavese e poi Elio Vittorini e Italo Calvino, e ne fa un laboratorio di cultura antifascista e poi repubblicana. Valentino Bompiani a Milano, nel 1929, pubblica letteratura contemporanea e la celebre antologia Americana curata da Vittorini, stampata nel 1941, bloccata dalla censura fascista e uscita solo nel 1942 con una prefazione di Emilio Cecchi al posto delle note di Vittorini. Nel dopoguerra nascono Feltrinelli, nel 1954, che pubblica nel 1957 la prima edizione mondiale del Dottor Živago di Pasternak e nel 1958 Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, e Adelphi, nel 1962.
Un fenomeno importante del Novecento è il tascabile. In Inghilterra Allen Lane fonda nel 1935 i Penguin Books, libri di qualità a prezzo bassissimo. In Italia i tascabili di massa arrivano negli anni Sessanta: gli Oscar Mondadori, nel 1965, venduti anche in edicola, portano i classici e i romanzi contemporanei a un pubblico molto ampio. La BUR di Rizzoli era nata già nel 1949.
Cosa ti chiedono all’orale (editoria italiana)
Perché nell’Ottocento la pirateria editoriale era così diffusa in Italia? Perché l’Italia era divisa in più Stati, ciascuno con le sue leggi, e mancava una tutela comune del diritto d’autore: un libro pubblicato in uno Stato poteva essere ristampato liberamente in un altro. Manzoni ne fu vittima con i Promessi sposi del 1827. La convenzione austro-sarda del 1840 e poi l’unificazione avviarono una tutela più uniforme.
Che ruolo ebbe la casa editrice Einaudi nella cultura italiana? Fondata a Torino nel 1933 da Giulio Einaudi, con collaboratori come Leone Ginzburg, Cesare Pavese, poi Vittorini e Calvino, fu un centro della cultura antifascista e, nel dopoguerra, uno dei principali luoghi di elaborazione culturale del paese. Le sue collane, le traduzioni e le scelte editoriali influenzarono profondamente la letteratura e la saggistica italiane.
Descrivere il libro antico
Una parte importante del corso riguarda la descrizione del libro antico: come si legge e si cataloga un esemplare. Qui serve un piccolo vocabolario tecnico.
Il formato indica quante volte il foglio di stampa è stato piegato. Se il foglio è piegato una volta, si ottengono due carte e quattro pagine: è il formato in-folio. Piegato due volte dà quattro carte e otto pagine: in-quarto. Piegato tre volte dà otto carte: in-ottavo. Ci sono poi formati più piccoli, come l’in-dodicesimo e l’in-sedicesimo. Il formato non indica di per sé le dimensioni del libro, che dipendono dalla grandezza del foglio, ma si riconosce osservando la direzione delle vergelle e dei filoni e la posizione della filigrana: nell’in-folio le vergelle sono orizzontali e la filigrana è al centro di una carta, nell’in-quarto le vergelle sono verticali e la filigrana è a cavallo della piegatura, nell’in-ottavo le vergelle tornano orizzontali e la filigrana si trova in alto, verso la cucitura.
La carta, o foglio del libro, ha due facce: il recto, quella a destra quando il libro è aperto, e il verso. Nei libri antichi la numerazione può riguardare le carte, ed è la cartulazione, o le pagine, ed è la paginazione. Il fascicolo è l’insieme di carte ottenute da uno o più fogli piegati e inseriti l’uno nell’altro. La formula di collazione descrive la struttura dei fascicoli, indicando le segnature e il numero di carte di ciascuno.
Il colophon è la nota finale che riporta tipografo, luogo e data di stampa. La marca tipografica è il simbolo dell’officina, come l’àncora aldina. Il frontespizio, come abbiamo visto, è la pagina con il titolo. Nella descrizione si distinguono l’edizione, cioè l’insieme delle copie prodotte da una stessa composizione tipografica, e l’esemplare, la singola copia. Ogni esemplare ha una storia propria: note di possesso, ex libris, annotazioni a margine, legature, timbri di biblioteche. Lo studio di questi elementi, la storia degli esemplari, dice molto su chi ha posseduto e letto il libro.
Un fenomeno caratteristico del libro antico è che copie della stessa edizione possono differire fra loro, perché la correzione delle bozze avveniva mentre si stampava: i fogli già stampati con un errore non venivano gettati, ma legati insieme ad altri corretti. Per questo esistono varianti di stato all’interno della stessa edizione, ed è uno dei temi della bibliografia testuale.
Per lavorare servono i repertori. Per gli incunaboli c’è l’ISTC; per le edizioni italiane del Cinquecento c’è EDIT16, il censimento curato dall’Istituto centrale per il catalogo unico, l’ICCU; per il Seicento e oltre si usa il catalogo del Servizio bibliotecario nazionale, SBN. Le descrizioni catalografiche seguono standard internazionali, come l’ISBD.
Cosa ti chiedono all’orale (descrizione)
Come si riconosce il formato di un libro antico? Osservando il foglio controluce. Il formato dipende da quante volte il foglio di stampa è stato piegato: una volta per l’in-folio, due per l’in-quarto, tre per l’in-ottavo. Ogni piegatura cambia la direzione delle vergelle e la posizione della filigrana: nell’in-folio le vergelle sono orizzontali e la filigrana al centro della carta, nell’in-quarto le vergelle sono verticali e la filigrana sulla piegatura, nell’in-ottavo le vergelle sono di nuovo orizzontali e la filigrana in alto verso la cucitura.
Che differenza c’è fra edizione ed esemplare? L’edizione è l’insieme delle copie prodotte dalla stessa composizione tipografica; l’esemplare è la singola copia conservata. Ogni esemplare ha caratteristiche proprie, come legatura, note di possesso, postille, mutilazioni, e a volte varianti di stato dovute a correzioni fatte durante la stampa. Per questo i cataloghi descrivono sia l’edizione sia i singoli esemplari.
Storia del libro e storia della lettura: gli indirizzi di studio
La storia del libro come disciplina moderna nasce in Francia con il libro di Lucien Febvre e Henri-Jean Martin L’apparition du livre, pubblicato nel 1958, in italiano La nascita del libro. Il volume, legato alla scuola delle Annales, studia il libro non come oggetto di collezione, ma come merce e come fermento: guarda alla produzione, ai costi, alle tirature, ai mestieri, alla geografia del commercio librario, all’effetto del libro sulla cultura.
Nel mondo anglosassone la tradizione è diversa. La bibliografia analitica, sviluppata nel Novecento da studiosi come Ronald McKerrow, Walter Greg e Fredson Bowers, studia il libro come oggetto materiale per ricostruirne il processo di produzione, soprattutto per stabilire i testi, per esempio quelli di Shakespeare. Donald F. McKenzie, nelle lezioni raccolte in Bibliography and the Sociology of Texts, del 1986, ha allargato questa prospettiva: la forma materiale di un testo contribuisce al suo significato, e la bibliografia deve diventare una sociologia dei testi, attenta a come sono prodotti, trasmessi e ricevuti.
Robert Darnton, nel saggio del 1982 “What Is the History of Books?”, ha proposto un modello molto citato, il circuito della comunicazione: il libro passa dall’autore all’editore, ai tipografi, ai fornitori, ai trasportatori, ai librai, ai lettori, e i lettori a loro volta influenzano gli autori. Ogni fase va studiata, ed è inserita in un contesto economico, politico e intellettuale.
Con Roger Chartier l’attenzione si sposta sulla lettura. Chartier sottolinea che non esiste un testo indipendente dalla sua forma materiale e che i lettori non ricevono passivamente i testi, ma se ne appropriano in modi diversi. La storia della lettura studia chi leggeva, che cosa, come, dove: a voce alta o in silenzio, da soli o in gruppo, in modo intensivo, rileggendo pochi libri, o estensivo, leggendone molti una volta sola. Il volume Storia della lettura nel mondo occidentale, curato da Guglielmo Cavallo e Roger Chartier, pubblicato da Laterza nel 1995, è un buon punto di partenza.
In Italia la storia del libro ha una tradizione forte, legata alla paleografia e alla bibliografia. Armando Petrucci ha studiato la scrittura e il libro come fatti sociali, attento a chi sapeva scrivere e leggere e ai luoghi della cultura scritta. Molti studiosi lavorano oggi sulla tipografia del Quattro e Cinquecento, sulla censura, sull’editoria otto-novecentesca e sulla storia delle biblioteche.
Cosa ti chiedono all’orale (indirizzi di studio)
Perché La nascita del libro di Febvre e Martin è un’opera fondativa? Perché nel 1958 propose di studiare il libro non come oggetto di collezione o di bibliofilia, ma come fenomeno economico, sociale e culturale: una merce prodotta con certi costi e tecniche, venduta in un mercato, capace di trasformare la cultura. Legata alla scuola delle Annales, ha dato avvio alla storia del libro come disciplina storica.
Che cos’è il circuito della comunicazione di Darnton? È un modello proposto da Robert Darnton nel 1982 per descrivere la vita di un libro: dall’autore all’editore, ai tipografi, ai fornitori di carta, ai trasportatori, ai librai, ai lettori, che a loro volta influenzano gli autori. Ogni fase è condizionata dal contesto economico, politico e intellettuale. Serve a studiare il libro come processo sociale, non solo come oggetto o testo.
Fonti e approfondimenti
Opere di riferimento
- Lucien Febvre, Henri-Jean Martin, La nascita del libro, Laterza (ed. originale L’apparition du livre, 1958).
- Elizabeth L. Eisenstein, The Printing Press as an Agent of Change, Cambridge University Press, 1979.
- Adrian Johns, The Nature of the Book, University of Chicago Press, 1998.
- Guglielmo Cavallo, Roger Chartier (a cura di), Storia della lettura nel mondo occidentale, Laterza, 1995.
- Donald F. McKenzie, Bibliography and the Sociology of Texts, British Library, 1986.
- Robert Darnton, “What Is the History of Books?”, Daedalus, 1982.
Repertori
- ISTC, Incunabula Short Title Catalogue, British Library.
- EDIT16, Censimento nazionale delle edizioni italiane del XVI secolo, ICCU.
- Catalogo del Servizio bibliotecario nazionale (SBN OPAC).
Per gli altri esami, consulta l’indice degli esami; per un argomento vicino, vedi gli appunti di Editoria multimediale e digitale.