Chiedi a uno studente di dirti la differenza fra un dialetto e una lingua, e quasi sempre risponderà che il dialetto è “una lingua più piccola”, o “una deformazione dell’italiano”. Sono le due risposte sbagliate da cui parte ogni corso di Dialettologia. I dialetti italiani non derivano dall’italiano: sono fratelli dell’italiano, nati tutti dal latino parlato, ciascuno lungo la propria strada.
È un esame che si sostiene di solito nella magistrale in Filologia moderna o al terzo anno della triennale, con 6 o 9 crediti. Si presuppone che tu abbia già fatto Linguistica italiana o Storia della lingua: qui le nozioni di fonetica storica si danno per acquisite e si applicano alla carta geografica. La prova è in genere orale, spesso con l’analisi di un breve testo dialettale o di una carta di un atlante.
| Esame | Dialettologia italiana |
|---|---|
| Corsi di laurea | Lettere (L-10), Filologia moderna (LM-14) |
| Crediti | di solito 6-9 CFU |
| SSD | LIFI-01/A (ex L-FIL-LET/12) |
Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.
Come usare questi appunti
La dialettologia si studia con le orecchie e con le carte. Mentre leggi, prova a pronunciare gli esempi; e quando trovi un fenomeno, chiediti dove lo hai sentito. Quasi tutti abbiamo un nonno, un amico, un collega di un’altra regione: sono il tuo primo corpus.
Le trascrizioni in questi appunti sono semplificate per essere leggibili anche senza i caratteri fonetici. All’esame, però, ti verrà chiesto di usare l’alfabeto fonetico internazionale o quello dei dialettologi italiani: ripassalo a parte.
Che cos’è un dialetto: definizioni e status
Lingua e dialetto
Dal punto di vista strutturale non esiste alcuna differenza fra una lingua e un dialetto. Il napoletano, il veneziano, il siciliano hanno un sistema fonologico, una morfologia, una sintassi e un lessico completi, esattamente come l’italiano. La differenza è sociolinguistica: una lingua è una varietà che ha ottenuto prestigio, codificazione (grammatiche, dizionari), uso scritto e funzioni ufficiali. Il dialetto è una varietà che, pur avendo avuto talvolta una ricca letteratura, è rimasta confinata in usi più locali e informali.
C’è una battuta resa celebre dal linguista Max Weinreich che è utile ricordare, anche come aneddoto: una lingua è un dialetto con un esercito e una flotta. Weinreich la riportò nel 1945, in yiddish, attribuendola a un insegnante che l’aveva ascoltato a una conferenza: non è quindi sua, ma è lui ad averla fatta circolare. Funziona perché mette in evidenza che la distinzione è politica e storica, non linguistica.
Dialetti primari, secondari, terziari
Una classificazione che molti docenti usano è quella, derivata da Eugenio Coseriu, dei dialetti primari, secondari e terziari. I dialetti primari sono quelli nati direttamente dal latino nello stesso momento in cui nasceva il fiorentino: sono i “dialetti italiani” in senso stretto. I dialetti secondari sono le varietà regionali della lingua comune, nate dalla diffusione della lingua standard su un territorio: corrispondono a ciò che chiamiamo italiano regionale. I terziari sono ulteriori differenziazioni sociali o locali di queste varietà.
È una distinzione che ti salva in molte domande. Quando un milanese dice “la Maria”, sta parlando italiano regionale, cioè un dialetto secondario; quando dice “la mia mama la va a cà”, sta parlando milanese, un dialetto primario.
Perché in Italia ci sono tanti dialetti
La frammentazione dialettale italiana è tra le più forti d’Europa. Le ragioni sono storiche. La prima è il sostrato: il latino si sovrappose a lingue diverse (celtico al nord, osco-umbro al centro-sud, greco nell’estremo sud, etrusco in Toscana), e queste lasciarono tracce diverse. La seconda è la frammentazione politica, durata fino al 1861: non c’è stato per secoli un centro unificatore paragonabile a Parigi. La terza sono i superstrati, cioè le lingue dei dominatori successivi (longobardo, arabo in Sicilia, francese, spagnolo), che hanno inciso soprattutto sul lessico.
Cosa ti chiedono all’orale (lingua e dialetto)
Qual è la differenza fra lingua e dialetto? Strutturalmente nessuna: ogni dialetto è un sistema linguistico completo. La differenza riguarda lo status sociale e le funzioni: la lingua ha codificazione, uso scritto e ufficiale, prestigio; il dialetto è legato a usi più locali. I dialetti italiani non derivano dall’italiano, ma dal latino, come il fiorentino da cui è nato l’italiano. Per questo si parla di dialetti primari, distinti dagli italiani regionali, che sono dialetti secondari.
Perché l’Italia ha una frammentazione dialettale così forte? Per l’azione dei sostrati preromani, diversi da area ad area, per la lunga frammentazione politica, che ha impedito l’affermarsi di un centro linguistico egemone, e per i diversi superstrati medievali e moderni. Conta anche la geografia, con l’Appennino che separa aree di comunicazione. La lingua comune si è diffusa come lingua parlata solo nel Novecento.
Storia degli studi
Dante e il De vulgari eloquentia
Il primo testo che classifica i dialetti italiani è il De vulgari eloquentia di Dante, scritto nei primi anni del Trecento e rimasto incompiuto. Nel primo libro Dante passa in rassegna i volgari d’Italia, ne conta quattordici, divisi dalla catena dell’Appennino in una parte destra e una sinistra, e li scarta uno dopo l’altro alla ricerca del volgare illustre. Non lo trova in nessuno di essi, nemmeno nel fiorentino. È un testo da conoscere, perché è il primo esempio di quella che oggi chiameremmo una carta dialettale. Se vuoi ripassarne il contesto, puoi partire dalla pagina su Dante Alighieri.
Ascoli e la nascita della dialettologia scientifica
La dialettologia come scienza nasce con Graziadio Isaia Ascoli, che nel 1873 fonda l’Archivio glottologico italiano e nel primo volume pubblica i Saggi ladini. Ascoli applica ai dialetti il metodo della linguistica storica comparativa: ricostruisce gli esiti dei suoni latini e li confronta. Gli si deve il concetto di “sostrato” come causa dei mutamenti, e la prima classificazione scientifica dei dialetti italiani, pubblicata alla fine dell’Ottocento.
Ascoli è anche l’autore del Proemio all’Archivio, in cui polemizza con la soluzione manzoniana della questione della lingua: l’italiano non si impone per decreto adottando il fiorentino parlato, ma si forma con la diffusione della cultura. È un passaggio che collega la dialettologia alla storia della lingua.
Gli atlanti linguistici
Il grande strumento della dialettologia è l’atlante linguistico, cioè una raccolta di carte in cui, per ogni parola o fenomeno, è segnata la forma rilevata in ciascun punto d’inchiesta. Il modello è l’Atlas linguistique de la France di Jules Gilliéron ed Edmond Edmont, pubblicato all’inizio del Novecento.
Per l’Italia il primo grande atlante è l’AIS, Sprach- und Sachatlas Italiens und der Südschweiz (Atlante linguistico ed etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale), di Karl Jaberg e Jakob Jud, pubblicato fra il 1928 e il 1940. Il raccoglitore principale fu Paul Scheuermeier. La parola “Sach” (cose) nel titolo indica il metodo “Wörter und Sachen”, parole e cose: si registrano insieme i nomi e gli oggetti, gli attrezzi, le tecniche.
L’ALI, Atlante linguistico italiano, progettato da Matteo Bartoli e affidato poi a Ugo Pellis come raccoglitore, ha avuto una lunghissima gestazione: le inchieste partirono negli anni Venti e la pubblicazione dei volumi è cominciata solo nel 1995. Accanto a questi esistono molti atlanti regionali, come l’ALS (Atlante linguistico della Sicilia).
La carta di Pellegrini
La classificazione più usata nei manuali è quella di Giovan Battista Pellegrini, che nel 1977 pubblicò la Carta dei dialetti d’Italia. Pellegrini divide i dialetti in cinque grandi sistemi: settentrionale (o cisalpino), friulano, toscano, centro-meridionale, sardo. Su questo schema ritorneremo, perché è quello che dovrai saper disegnare.
Cosa ti chiedono all’orale (storia degli studi)
Qual è il ruolo di Ascoli nella dialettologia italiana? Ascoli fonda nel 1873 l’Archivio glottologico italiano, il cui primo volume contiene i Saggi ladini. Applica ai dialetti il metodo comparativo e storico, ricostruendo gli esiti dei suoni latini. Introduce il concetto di sostrato e propone la prima classificazione scientifica dei dialetti italiani. Nel Proemio critica inoltre la proposta manzoniana sulla lingua.
Che cos’è un atlante linguistico e quali sono quelli italiani principali? È una raccolta di carte che riportano, per ogni punto d’inchiesta, la forma dialettale di una parola o di una frase. I principali per l’Italia sono l’AIS di Jaberg e Jud (1928-1940), con le inchieste di Scheuermeier e il metodo “parole e cose”, e l’ALI, ideato da Bartoli, con raccoglitore principale Pellis, la cui pubblicazione è iniziata nel 1995. A essi si affiancano gli atlanti regionali.
Gli strumenti: isoglosse e confini
L’isoglossa
Un’isoglossa è una linea che unisce i punti estremi in cui si presenta un certo fenomeno linguistico. Per esempio, si può tracciare la linea oltre la quale il latino -CT- passa a -it- (latino FACTUM, piemontese fait) anziché a -tt- (italiano fatto). Le isoglosse raramente coincidono: ogni fenomeno ha la sua linea. Quando molte isoglosse si addensano lungo una stessa zona si parla di fascio di isoglosse, ed è lì che si traccia un confine dialettale.
La linea La Spezia-Rimini
Il confine più importante dei dialetti italiani è la cosiddetta linea La Spezia-Rimini, che separa i dialetti settentrionali da quelli toscani e centro-meridionali. In realtà il fascio di isoglosse è più a sud e corre grosso modo fra Massa e Senigallia: per questo molti manuali parlano di linea Massa-Senigallia. Il nome La Spezia-Rimini, divulgato da Walther von Wartburg, è entrato nell’uso e lo trovi ovunque.
A nord della linea i fenomeni tipici sono: la lenizione delle consonanti occlusive sorde intervocaliche (latino ROTA, veneto roda), lo scempiamento delle consonanti doppie (italiano gatto, milanese gat), la caduta delle vocali finali diverse da -a (milanese lüm, “lume”). Molte di queste caratteristiche accomunano i dialetti settentrionali al francese e alle altre lingue della Romània occidentale.
La linea Roma-Ancona
Un secondo confine importante è la linea Roma-Ancona, che separa il toscano e le varietà mediane da quelle meridionali vere e proprie. Anche qui è un fascio di isoglosse, non una linea netta. Il tratto più evidente che la distingue è la gestione delle vocali finali: a sud della linea si ha in gran parte del territorio l’indebolimento delle vocali atone finali in una vocale indistinta, che si scrive con la e rovesciata (lo schwa: napoletano ‘a casa, pronunciato con la finale attenuata).
Cosa ti chiedono all’orale (isoglosse)
Che cos’è un’isoglossa e come si traccia un confine dialettale? L’isoglossa è una linea che segna il limite di estensione di un fenomeno linguistico. Poiché ogni fenomeno ha una sua linea, raramente le isoglosse coincidono. Un confine dialettale si traccia dove le isoglosse si addensano in un fascio. Il caso più noto è la linea La Spezia-Rimini, che in realtà corre fra Massa e Senigallia.
Quali fenomeni distinguono i dialetti settentrionali da quelli toscani? A nord della linea La Spezia-Rimini si ha la lenizione delle occlusive sorde intervocaliche (ROTA > roda), lo scempiamento delle geminate (gat), la caduta delle vocali finali tranne -a in molte varietà, e in alcune aree le vocali turbate ü e ö. Il toscano conserva le geminate, le vocali finali e in genere le sorde intervocaliche. Questi tratti avvicinano il settentrione alla Romània occidentale.
Il vocalismo: i grandi sistemi
Dal latino al romanzo
Per capire la dialettologia devi partire dal vocalismo tonico latino. Il latino classico aveva dieci vocali, cinque lunghe e cinque brevi. Nel latino parlato la distinzione di quantità si trasformò in distinzione di timbro. Nella maggior parte della Romània, compreso il fiorentino, si ottenne il sistema detto “italo-romanzo” o occidentale, con sette vocali toniche: Ī > i; Ĭ e Ē > é (chiusa); Ĕ > è (aperta); A > a; Ŏ > ò (aperta); Ō e Ŭ > ó (chiusa); Ū > u.
È la base. Ma in Italia esistono altri sistemi, e qui si vede la ricchezza dei dialetti.
Il vocalismo sardo
Il sardo ha un vocalismo a cinque vocali, che si è formato eliminando semplicemente la quantità: Ĭ e Ī danno i, Ŭ e Ū danno u. Per questo il sardo ha pilu da PĬLUM (italiano pelo) e nughe da NŬCEM (italiano noce). È considerato il sistema più conservativo.
Il vocalismo siciliano
Il siciliano, il calabrese centro-meridionale e il salentino hanno un sistema a cinque vocali di tipo diverso: Ī, Ĭ ed Ē confluiscono in i; Ū, Ŭ e Ō confluiscono in u. Per questo il siciliano ha tila (tela, da TĒLAM) e vuci (voce, da VŌCEM). Le vocali medie sopravvivono solo come è e ò aperte, da Ĕ e Ŏ.
L’area Lausberg
Nella zona al confine fra Basilicata e Calabria, studiata da Heinrich Lausberg negli anni Trenta e che oggi porta il suo nome, si trova un vocalismo di tipo sardo, o misto, in pieno continente. È un’area arcaica, isolata, che conserva un sistema scomparso altrove. Spesso viene chiesta come caso esemplare di area laterale e conservativa.
Cosa ti chiedono all’orale (vocalismo)
Confronta il vocalismo tonico toscano, sardo e siciliano. Il toscano ha un sistema a sette vocali: Ĭ ed Ē confluiscono in é chiusa, Ŭ e Ō in ó chiusa, mentre Ĕ e Ŏ danno vocali aperte. Il sardo ha cinque vocali perché elimina la quantità senza fusioni: PĬLUM > pilu. Il siciliano ha cinque vocali, ma con un’altra distribuzione: Ī, Ĭ, Ē > i e Ū, Ŭ, Ō > u, quindi TĒLAM > tila. Saper costruire lo schema alla lavagna è fondamentale.
Che cos’è l’area Lausberg? È una piccola zona fra Basilicata meridionale e Calabria settentrionale, studiata da Heinrich Lausberg, in cui si conserva un vocalismo di tipo sardo, o misto, all’interno del sistema meridionale. È un esempio di area laterale e isolata che conserva tratti arcaici. Mostra che la distribuzione dei sistemi vocalici non segue semplicemente i confini regionali.
Fenomeni chiave: metafonesi e dittongazione
La metafonesi
La metafonesi è il fenomeno per cui la vocale tonica si modifica sotto l’influsso di una vocale finale, di solito -i o -u. È uno dei tratti più importanti dei dialetti italiani, ed è assente dal fiorentino.
Il meccanismo è un’anticipazione articolatoria: la vocale finale alta “attira” verso l’alto la vocale tonica. Esistono due tipi principali. Nella metafonesi per innalzamento (detta anche di tipo “sabino” o “ciociaresco”) le vocali medio-alte si chiudono: é > i, ó > u. Nella metafonesi per dittongazione (detta “napoletana”) le vocali medio-basse è, ò dittongano in ie, uo.
Gli esempi napoletani sono quelli che ti chiederanno. Al singolare buono, cioè con la finale originaria -U, si ha buono con dittongo; al femminile bona, senza dittongo. Lo stesso con russo (maschile, con u per metafonesi da ó) contro rossa (femminile). Nota che, poiché a Napoli le vocali finali si sono indebolite, la metafonesi diventa l’unico segnale del genere o del numero: la morfologia si sposta all’interno della parola.
Metafonesi nel settentrione
Anche molti dialetti settentrionali conoscono la metafonesi, ma di solito solo da -i. È per questo che in alcune varietà lombarde e venete si hanno plurali come quisti accanto a questo. Il dettaglio cambia da area ad area: se il tuo docente dedica spazio al settentrione, segui i suoi esempi.
La dittongazione toscana
Diversa è la dittongazione spontanea del toscano, che non dipende dalla vocale finale. In fiorentino Ĕ e Ŏ toniche in sillaba libera dittongano: PĔDEM > piede, BŎNUM > buono. In sillaba chiusa no: TĔRRAM > terra. Questa regola è il motivo per cui in italiano abbiamo buono e piede, ma è un fenomeno diverso dalla metafonesi napoletana, anche se il risultato superficiale può sembrare simile. Distinguerli è una domanda tipica.
Cosa ti chiedono all’orale (metafonesi)
Che cos’è la metafonesi e quali tipi esistono? È la modificazione della vocale tonica causata da una vocale finale alta, -i o -u. Nel tipo per innalzamento le vocali medio-alte si chiudono (ó > u); nel tipo napoletano le medio-basse dittongano (ò > uo). In molti dialetti meridionali, dato l’indebolimento delle vocali finali, la metafonesi diventa un segnale morfologico di genere e numero. È assente nel fiorentino.
Che differenza c’è fra dittongazione toscana e metafonesi napoletana? La dittongazione toscana è spontanea: dipende dalla struttura della sillaba (Ĕ e Ŏ toniche in sillaba libera dittongano, in sillaba chiusa no). La metafonesi dipende invece dalla vocale finale: a Napoli si ha buono ma bona, perché il dittongo appare solo con finale originaria in -U o -I. Il risultato può sembrare identico, ma la causa è diversa.
Il consonantismo: fenomeni da riconoscere
Lenizione e scempiamento
Al nord le occlusive sorde intervocaliche si sonorizzano e possono anche cadere: latino CAPILLUM > settentrionale cavèi, FATIGA > fadiga. Il fiorentino ha solo alcuni casi isolati (lago, strada), che i manuali spiegano spesso come prestiti settentrionali o come esiti oscillanti. Lo scempiamento, già visto, riduce le consonanti doppie a scempie.
La gorgia toscana
La gorgia è la spirantizzazione delle occlusive sorde intervocaliche nel toscano: la casa pronunciato con un suono aspirato al posto della c, la mano no (perché la m non è un’occlusiva sorda). Il fenomeno riguarda c, t, p fra vocali, anche fra parole: si ha in la casa ma non in in casa. Attenzione: non è un fenomeno di scrittura e non è entrato in italiano.
Assimilazioni centro-meridionali
Tra i fenomeni più tipici delle varietà centro-meridionali c’è l’assimilazione progressiva dei nessi nd > nn e mb > mm: quando > quanno, mondo > monno, gamba > gamma. Il romanesco li ha in larga parte. Altri fenomeni da ricordare sono la sonorizzazione delle sorde dopo nasale (campo > cambo, tanto > tando) e il betacismo, cioè la confusione fra b e v (napoletano ‘a vocca, “la bocca”).
Le cacuminali siciliane
Il nesso latino -LL- in Sicilia, in Calabria meridionale e nel Salento dà un suono retroflesso, detto anche cacuminale, che si scrive spesso ddh o con una d con un punto sotto: cavaddu (cavallo), beddu (bello). È uno dei tratti più riconoscibili del siciliano, e se ne discute l’origine: c’è chi ha pensato a un sostrato preromano, ma la questione è controversa e non va presentata come risolta.
Il raddoppiamento fonosintattico
Il raddoppiamento fonosintattico è l’allungamento della consonante iniziale di una parola dopo certe parole (in toscano e nell’italiano centro-meridionale: a casa pronunciato a ccasa, tre libri come tre llibri). Al nord manca. È un buon esempio per mostrare che l’italiano regionale riflette la fonologia dei dialetti di base.
Cosa ti chiedono all’orale (consonantismo)
Che cos’è la gorgia toscana? È la spirantizzazione delle occlusive sorde c, t, p in posizione intervocalica, anche fra parole: la casa si pronuncia con una fricativa al posto della c. Il fenomeno non si verifica dopo consonante (in casa) né nel raddoppiamento fonosintattico. È limitato al toscano e non è stato accolto nell’italiano standard. Fa capire che il toscano parlato e l’italiano non coincidono.
Elenca alcuni tratti consonantici dei dialetti centro-meridionali. L’assimilazione di nd > nn e mb > mm (quanno, gamma), la sonorizzazione delle sorde dopo nasale (tando), il betacismo (vocca). Nell’estremo sud si aggiungono le cacuminali da -LL- (cavaddu). Molti di questi tratti passano all’italiano regionale.
Il quadro geografico: la carta di Pellegrini
Il sistema settentrionale
Il sistema settentrionale (o cisalpino) comprende i dialetti gallo-italici (piemontese, lombardo, ligure, emiliano-romagnolo) e i dialetti veneti. Il nome “gallo-italico” indica la vicinanza con il gallo-romanzo, ma non significa che derivino dal celtico: è una definizione geografica e tipologica. Il veneto si distingue per essere più conservativo sulle vocali finali (gato, ma con la o) e per non avere le vocali turbate del lombardo e del piemontese.
Il ligure ha caratteristiche proprie, come l’esito di PL- in ci- (ciàn, “piano”), che lo avvicinano per alcuni aspetti al sud.
Il friulano e il ladino
Il friulano, con il ladino dolomitico, viene trattato in un sistema autonomo. Qui si apre la cosiddetta “questione ladina”: Ascoli aveva sostenuto l’unità di friulano, ladino dolomitico e romancio dei Grigioni; Carlo Battisti la negò, considerando i ladini dolomitici dialetti settentrionali arcaici. Il dibattito ha avuto anche risvolti politici, legati ai confini nazionali. Oggi il friulano è tutelato come lingua minoritaria dalla legge 482 del 1999.
Il toscano
Il toscano è la base dell’italiano, ma è a sua volta un insieme di varietà: fiorentino, senese, pisano-livornese, aretino-chianaiolo, e altre. Ha la gorgia, il raddoppiamento fonosintattico, la dittongazione spontanea, l’assenza di metafonesi. Il corso spesso insiste su quanto il fiorentino moderno si sia allontanato da quello trecentesco su cui si fonda la lingua letteraria: per esempio con forme come noi si va.
Il centro-meridionale
Il sistema centro-meridionale si divide in tre gruppi: i dialetti mediani (Lazio centro-settentrionale, Umbria, Marche centrali, con Roma che ha una storia particolare), gli alto-meridionali (Abruzzo, Molise, Campania, Lucania, Puglia settentrionale e centrale, Calabria settentrionale) e gli estremo-meridionali (Salento, Calabria centro-meridionale, Sicilia).
Il romanesco merita una nota. Nel Medioevo Roma parlava un dialetto di tipo meridionale; dal Rinascimento, con la corte papale e l’immigrazione di toscani, la lingua della città si toscanizzò. Questo fenomeno è noto come toscanizzazione del romanesco ed è un argomento classico.
Il sardo
Il sardo, infine, è considerato da molti linguisti una lingua romanza autonoma, non un dialetto italiano. Si divide in logudorese, campidanese e, con un’identità discussa, gallurese e sassarese, che sono più vicini al corso. Il sardo conserva tratti molto arcaici, come il vocalismo a cinque vocali e la conservazione delle occlusive velari davanti a vocale palatale in alcune varietà (logudorese kentu, “cento”).
Cosa ti chiedono all’orale (classificazione)
Descrivi la classificazione dei dialetti di Pellegrini. La Carta dei dialetti d’Italia (1977) distingue cinque sistemi: settentrionale (gallo-italico e veneto), friulano, toscano, centro-meridionale (mediano, alto-meridionale, estremo-meridionale) e sardo. Le principali linee di separazione sono la La Spezia-Rimini (in realtà Massa-Senigallia) e la Roma-Ancona. Il friulano e il sardo hanno uno statuto particolare e sono tutelati come lingue minoritarie. Saper disegnare la carta è spesso richiesto.
Che cos’è la questione ladina? È il dibattito sull’unità di friulano, ladino dolomitico e romancio. Ascoli, nei Saggi ladini (1873), li considerò un’unità; Carlo Battisti negò questa unità, riconducendo il ladino dolomitico ai dialetti dell’Italia settentrionale. Il dibattito ha avuto implicazioni politiche legate ai confini. La legge 482 del 1999 tutela oggi friulano e ladino come lingue minoritarie.
Morfologia e sintassi dei dialetti
I clitici soggetto
Uno dei tratti morfosintattici più studiati dei dialetti settentrionali è la presenza dei pronomi clitici soggetto, obbligatori in molte persone: fiorentino e’ dice, milanese el dis, veneto el dise. Il pronome clitico non è un vero pronome libero come lui, ma una marca verbale, tanto che può comparire insieme al soggetto pieno: el Mario el dis. Gli studi di Paola Benincà e di altri linguisti hanno fatto di questi clitici un campo di grande interesse per la sintassi.
Il possessivo enclitico e il perfetto
Al centro-sud si trova il possessivo enclitico con i nomi di parentela: màmmata (tua madre), fràtemo (mio fratello). Nella morfologia verbale, il passato remoto (perfetto) è molto vitale al sud, dove serve anche per eventi recenti, mentre al nord è quasi scomparso a favore del passato prossimo. Questo si riflette sull’italiano regionale: un siciliano dice “ieri andai”, un milanese “ieri sono andato”.
Altri tratti
Ricorda anche l’accusativo preposizionale meridionale (aggio visto a Maria), che compare con oggetti animati, e l’uso del verbo tenere per “avere” nel senso di possesso, diffuso al sud. Nell’estremo sud (Salento, Calabria meridionale, Sicilia nord-orientale) l’infinito tende a essere evitato e sostituito da una proposizione finita introdotta da mu, mi o cu (vogghiu mu mangiu, “voglio mangiare”): un tratto che si confronta spesso con il greco.
Cosa ti chiedono all’orale (morfosintassi)
Che cosa sono i clitici soggetto dei dialetti settentrionali? Sono forme pronominali atone, obbligatorie in molte persone del verbo, che si appoggiano al verbo: milanese el dis. Possono coesistere con il soggetto pieno (el Mario el dis), e per questo sono considerate più vicine a marche di accordo che a pronomi veri e propri. Sono presenti anche nel fiorentino popolare (e’ dice). Sono un tema centrale della sintassi dialettale.
Che cos’è l’accusativo preposizionale? È l’uso della preposizione a davanti al complemento oggetto animato, tipico dei dialetti meridionali: aggio visto a Maria. Il fenomeno è presente anche in spagnolo. Compare in genere con nomi propri, pronomi e persone definite. Spesso passa nell’italiano regionale del sud, dove viene percepito come errore.
Le minoranze linguistiche
La legge 482 del 1999
L’Italia ospita numerose comunità alloglotte, cioè che parlano lingue diverse dall’italiano e dai dialetti italo-romanzi. La legge 482 del 1999, “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”, ne tutela dodici: albanesi, catalani, germaniche, greche, slovene, croate, e le popolazioni che parlano francese, franco-provenzale, friulano, ladino, occitano e sardo. Ricordale bene, è una domanda frequente.
Alcune comunità
Gli arbëreshë sono gli albanesi d’Italia, arrivati fra il XV e il XVIII secolo, presenti in Calabria, Sicilia (Piana degli Albanesi), Basilicata, Puglia, Molise e altrove. Le comunità grecaniche e griko si trovano in Calabria meridionale e nel Salento: qui si discute da tempo se derivino dalla Magna Grecia (tesi di Gerhard Rohlfs) o dalla presenza bizantina medievale. Ad Alghero si parla una varietà di catalano. In Molise ci sono comunità croate. Nel nord ci sono comunità germaniche (come i walser e i cimbri) e franco-provenzali in Valle d’Aosta e Piemonte.
Le isole linguistiche interne
Accanto alle minoranze alloglotte esistono isole di dialetti italo-romanzi “fuori posto”, per esempio i dialetti gallo-italici di Sicilia e Basilicata, portati da coloni settentrionali nel Medioevo (San Fratello, Piazza Armerina, Potenza e altri centri). Sono preziosi perché mostrano come un dialetto si conserva e si trasforma in un ambiente diverso.
Cosa ti chiedono all’orale (minoranze)
Quali minoranze tutela la legge 482 del 1999? Le popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e quelle che parlano francese, franco-provenzale, friulano, ladino, occitano e sardo: dodici in tutto. La legge prevede l’uso della lingua minoritaria nelle scuole, negli enti locali e nei media in determinati ambiti territoriali. Restano escluse, fra le altre, le lingue dei rom e sinti. È un riferimento giuridico centrale per la politica linguistica italiana.
Qual è il dibattito sull’origine del greco d’Italia? Gerhard Rohlfs sostenne che le parlate greche della Calabria e del Salento derivassero direttamente dalla Magna Grecia antica. Altri studiosi, fra cui molti linguisti italiani, le ritengono invece dovute alla grecità bizantina medievale. Il dibattito tocca questioni di storia e di identità locale. Oggi molti propendono per soluzioni intermedie che ammettono più fasi.
Dialetto e società: italiano regionale e sociolinguistica
Diglossia e dilalia
Il rapporto fra italiano e dialetto si descrive con concetti sociolinguistici. La diglossia, nella definizione di Charles Ferguson (1959), indica una situazione in cui due varietà convivono con funzioni distinte: una “alta” per gli usi formali e scritti, una “bassa” per la conversazione quotidiana. Gaetano Berruto ha proposto per l’Italia il termine dilalia: anche l’italiano viene usato nella conversazione di tutti i giorni, quindi le funzioni non sono separate come nella diglossia classica.
Il declino e il ritorno del dialetto
Secondo i dati dell’ISTAT, nel corso del secondo Novecento l’uso esclusivo del dialetto è diminuito fortemente, mentre è cresciuto l’uso alternato di dialetto e italiano. Non hai bisogno di ricordare cifre esatte: devi conoscere la tendenza e i motivi (scuola, migrazioni interne, televisione). Tullio De Mauro, nella Storia linguistica dell’Italia unita (1963), ha mostrato quanto fosse bassa la percentuale di italofoni al momento dell’Unità e come la lingua comune si sia diffusa solo nel Novecento.
Negli ultimi decenni molti studiosi hanno notato una “risorgenza” del dialetto in ambiti nuovi: la canzone, la pubblicità, i social. È un dialetto spesso usato in modo espressivo, ludico, identitario, più che come lingua quotidiana.
Code-switching e code-mixing
Il passaggio da una varietà all’altra durante una conversazione si chiama commutazione di codice (code-switching) quando avviene fra frasi o turni, e mescolanza (code-mixing) quando avviene dentro la stessa frase. Molti italiani lo fanno ogni giorno senza accorgersene: si parla italiano con il collega e si passa al dialetto per una battuta o per un’emozione forte.
Cosa ti chiedono all’orale (sociolinguistica)
Che differenza c’è fra diglossia e dilalia? La diglossia, nel senso di Ferguson, è una situazione con due varietà a funzioni separate: una alta per usi formali, una bassa per la conversazione. La dilalia, termine di Berruto, descrive meglio l’Italia: l’italiano si usa anche nella conversazione quotidiana, mentre il dialetto resta in alcuni ambiti informali. Le funzioni quindi si sovrappongono in parte.
Che cos’è l’italiano regionale? È la varietà di italiano parlata in una regione, con tratti fonetici, lessicali e sintattici che derivano dal dialetto di base. Corrisponde ai dialetti secondari di Coseriu. Esempi sono il raddoppiamento fonosintattico al centro-sud, la sua assenza al nord, l’uso del passato remoto in Sicilia o l’articolo davanti ai nomi propri femminili al nord. È oggi la varietà effettivamente parlata dalla maggior parte degli italiani.
La letteratura dialettale: cenni
Una tradizione riflessa
La letteratura in dialetto, dopo l’affermazione del toscano come lingua letteraria nel Cinquecento, diventa una letteratura “riflessa”, come la chiamò Benedetto Croce: scelta consapevolmente, in rapporto e spesso in contrasto con la lingua letteraria. Ricorda alcuni nomi. Nel Seicento Giambattista Basile scrive in napoletano Lo cunto de li cunti, pubblicato postumo fra il 1634 e il 1636. Carlo Goldoni usa il veneziano in molte commedie, per esempio I rusteghi. Carlo Porta scrive in milanese all’inizio dell’Ottocento, Giuseppe Gioachino Belli scrive in romanesco oltre duemila sonetti.
Nel Novecento la poesia in dialetto conosce una stagione straordinaria, con Virgilio Giotti a Trieste, Delio Tessa a Milano, e poi Albino Pierro in tursitano, Franco Loi e altri. Anche Pier Paolo Pasolini scrive in friulano le Poesie a Casarsa (1942) e cura l’antologia Poesia dialettale del Novecento con Mario Dell’Arco (1952).
Il dialetto nei testi letterari
Al dialettologo interessa anche il dialetto “dentro” la letteratura in lingua: il siciliano in Verga, il romanesco in Pasolini e Gadda, il napoletano in De Filippo. Qui la dialettologia incontra la stilistica. Se ti interessa il rapporto fra lingua e dialetto in Verga, collegalo a quanto sai sul verismo.
Cosa ti chiedono all’orale (letteratura dialettale)
Che cosa si intende per letteratura dialettale riflessa? È la definizione di Croce per la letteratura in dialetto nata dopo l’affermazione del toscano come lingua letteraria: una scelta consapevole e spesso polemica, in rapporto con la tradizione in lingua. Ne sono esempi Basile in napoletano, Porta in milanese e Belli in romanesco. Il dialetto diventa uno strumento espressivo e, talvolta, di realismo.
Perché Pasolini è importante per il dialetto? Perché scrive poesia in friulano, a cominciare dalle Poesie a Casarsa (1942), e cura con Mario Dell’Arco l’antologia Poesia dialettale del Novecento (1952), che ha dato dignità critica alla poesia in dialetto. Nei romanzi romani usa poi il romanesco delle borgate. Il suo lavoro mostra come il dialetto possa essere una lingua della poesia moderna.
Fonti e approfondimenti
Manuali
- Michele Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Laterza.
- Corrado Grassi, Alberto A. Sobrero, Tullio Telmon, Fondamenti di dialettologia italiana, Laterza.
- Gerhard Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, Einaudi, 3 voll.
- Martin Maiden, Mair Parry (a cura di), The Dialects of Italy, Routledge, 1997.
Strumenti
- Giovan Battista Pellegrini, Carta dei dialetti d’Italia, Pacini, 1977.
- Karl Jaberg, Jakob Jud, Sprach- und Sachatlas Italiens und der Südschweiz (AIS), 1928-1940.
- Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Laterza, 1963.