Riassunto del canto XXXIV
Astolfo entra nella caverna e scende all’inferno. Lì incontra lo spirito di Lidia, figlia del re di Lidia, punita perché in vita era stata ingrata e crudele con chi la amava. Lidia racconta la sua storia. Poi Astolfo risale, si lava dal fumo infernale e vola sull’ippogrifo fino alla cima di un monte altissimo: è il paradiso terrestre.
Qui lo accoglie san Giovanni evangelista, che gli spiega perché è arrivato fin lì: Dio ha punito Orlando con la follia perché aveva abbandonato la difesa della fede per amore di una pagana. Ora è il momento di guarirlo, e il suo senno si trova sulla luna. San Giovanni accompagna Astolfo sulla luna sul carro di fuoco del profeta Elia.
Sulla luna c’è un vallone dove si raccoglie tutto ciò che gli uomini perdono sulla terra: la fama, le preghiere, le lacrime degli amanti, il tempo perso nel gioco, i progetti mai realizzati. C’è anche il senno degli uomini, chiuso in ampolle. Astolfo trova l’ampolla di Orlando, la più grande, e anche una piccola parte del proprio senno, che si affretta a riprendersi.
Da ricordare
- Il canto XXXIV è il canto del viaggio di Astolfo sulla luna.
- Sulla luna si trova tutto ciò che gli uomini perdono sulla terra.
- Il senno di Orlando è chiuso in un’ampolla.
- Anche Astolfo scopre di aver perso una parte del proprio senno.
Il canto in due righe
Astolfo sulla luna. Guidato da san Giovanni, Astolfo sale sulla luna e recupera il senno di Orlando tra le cose perdute dagli uomini.
Il viaggio lunare è una delle massime immagini ironiche del poema: la distanza cosmica permette di guardare con lucidità alle vanità terrene.
Astolfo sulla luna: parafrasi delle ottave 70-87
Ottave 70-72: l’arrivo sulla luna
Attraversano tutta la sfera del fuoco e da lì arrivano al regno della luna. Vedono che quel luogo, per la maggior parte, è come un acciaio senza nessuna macchia, e lo trovano grande quanto la terra, o poco meno, contando anche il mare che la circonda. Qui Astolfo si stupisce due volte: perché quel paese, visto da vicino, è così grande, mentre a noi che lo guardiamo da quaggiù sembra un piccolo disco; e perché deve aguzzare bene la vista se da lassù vuole distinguere la terra e il mare, che non avendo luce propria si vedono appena. Lassù ci sono altri fiumi, altri laghi, altre campagne che da noi non esistono; altre pianure, valli e montagne, con città e castelli, e case così grandi che il paladino non ne vide mai di simili, né prima né dopo; e ci sono boschi vasti e solitari dove le ninfe cacciano sempre le belve.
Ottave 73-75: il vallone delle cose perdute
Il duca non si fermò a esplorare tutto, perché non era salito per quello. San Giovanni lo portò in un vallone stretto fra due montagne, dove per miracolo era raccolto tutto ciò che si perde per colpa nostra, del tempo o della Fortuna: quello che si perde quaggiù, lassù si raduna. Non parlo solo di regni e ricchezze, su cui gira la ruota instabile della Fortuna, ma anche di ciò che la Fortuna non ha il potere di togliere o di dare. Lassù c’è molta fama, che quaggiù il tempo a lungo andare divora come un tarlo; lassù stanno infinite preghiere e voti che noi peccatori rivolgiamo a Dio. Le lacrime e i sospiri degli innamorati, il tempo sprecato nel gioco, il lungo ozio degli ignoranti, i progetti vani mai realizzati, i desideri inutili sono così tanti da occupare la maggior parte di quel luogo: insomma, tutto quello che hai perso quaggiù, salendo lassù potrai ritrovarlo.
Ottave 76-81: l’elenco satirico
Passando tra quei mucchi, il paladino chiede alla guida ora di una cosa ora di un’altra. Vede un monte di vesciche gonfie, che sembrano contenere tumulti e grida, e viene a sapere che sono le antiche corone degli Assiri, dei Lidi, dei Persiani e dei Greci, un tempo famosi e oggi quasi dimenticati. Poco più in là vede un ammasso di ami d’oro e d’argento: sono i doni fatti ai re, ai principi avari e ai protettori nella speranza di una ricompensa. Vede lacci nascosti dentro ghirlande, e gli dicono che sono le adulazioni; i versi scritti per lodare i signori hanno l’aspetto di cicale scoppiate. Gli amori finiti male hanno la forma di nodi d’oro e di catene con gemme. Ci sono artigli d’aquila, cioè il potere che i signori concedono ai loro sottoposti; i mantici che riempiono i pendii sono i favori dei principi verso i loro giovani protetti, che svaniscono quando finisce la giovinezza. Ci sono rovine di città e castelli con grandi tesori: sono i trattati e le congiure mal nascoste. Vede serpenti con il volto di fanciulla, che sono l’opera dei falsari e dei ladri, e bottiglie rotte di ogni tipo, che sono il servizio prestato nelle corti misere. Vede un mucchio di minestre rovesciate, e la guida gli spiega che è l’elemosina lasciata per testamento, da fare dopo la morte. Passa poi davanti a un grande monte di fiori, che un tempo profumava e ora puzza: era la donazione che Costantino fece a papa Silvestro. Vede anche molte paniuzze col vischio, che sono, o donne, le vostre bellezze. Sarebbe troppo lungo mettere in versi tutto ciò che gli fu mostrato: ci sono tutte le cose che ci capitano. Solo la pazzia lassù non c’è, né poca né tanta: quella resta quaggiù e non se ne va mai.
Ottave 82-85: il monte del senno
Lì Astolfo rivide alcuni suoi giorni e azioni che aveva perduto, e senza la guida non li avrebbe riconosciuti. Poi arrivò a ciò che ci sembra di possedere così bene che nessuno ha mai pregato Dio per averlo: il senno. Ce n’era un monte, più grande di tutte le altre cose messe insieme. Era come un liquido sottile e leggero, pronto a evaporare se non si tiene ben chiuso, e lo si vedeva raccolto in ampolle di varie misure. La più grande di tutte conteneva il gran senno del folle signore di Anglante, ed era riconoscibile perché fuori c’era scritto: «Senno d’Orlando». Anche tutte le altre portavano il nome di chi aveva perso il senno. Il valoroso duca vide gran parte del proprio; ma si meravigliò ancora di più per molti che credeva non ne avessero perso nemmeno un grammo, e che lì dimostravano invece di averne poco, perché lassù ce n’era una gran quantità. C’è chi lo perde amando, chi inseguendo gli onori, chi cercando ricchezze per mare, chi sperando nei favori dei signori, chi dietro alle sciocchezze della magia, chi nelle gemme, chi nei quadri, chi in ciò che apprezza più di tutto. Dei sofisti, degli astrologi e anche dei poeti ce n’era molto.
Ottave 86-87: Astolfo riprende il suo senno
Astolfo si riprese il suo, con il permesso dell’autore dell’oscura Apocalisse: si mise sotto il naso l’ampolla, e sembra che il senno tornasse al suo posto. Turpino racconta che da allora Astolfo visse a lungo da saggio, ma che un errore commesso più tardi gli tolse di nuovo il cervello. Astolfo prende poi l’ampolla più grande e piena, quella con il senno che rendeva saggio il conte, e scopre che non è leggera come gli era sembrata quando era insieme alle altre.
Da sapere. «Biche» sono i mucchi; «vesiche» le vesciche gonfie d’aria, simbolo di vanità; «panie con visco» sono le trappole per uccelli spalmate di colla. La «donazione di Costantino» è il documento con cui, secondo la tradizione, l’imperatore avrebbe dato al papa il potere temporale: Ariosto la mette tra le cose che puzzano. Turpino è il vescovo che Ariosto finge di usare come fonte, per scherzo.
Testo del canto XXXIV
1.
Oh famelice, inique e fiere arpie
ch’all’accecata Italia e d’error piena,
per punir forse antique colpe rie,
in ogni mensa alto giudicio mena!
Innocenti fanciulli e madri pie
cascan di fame, e veggon ch’una cena
di questi mostri rei tutto divora
ciò che del viver lor sostegno fôra.
2.
Troppo fallò chi le spelonche aperse,
che giá molt’anni erano state chiuse;
onde il fetore e l’ingordigia emerse,
ch’ad ammorbare Italia si diffuse.
Il bel vivere allora si summerse;
e la quïete in tal modo s’escluse,
ch’in guerre, in povertá sempre e in affanni
è dopo stata, et è per star molt’anni:
3.
fin ch’ella un giorno ai neghitosi figli
scuota la chioma, e cacci fuor di Lete,
gridando lor: — Non fia chi rassimigli
alla virtú di Calai e di Zete?
che le mense dal puzzo e dagli artigli
liberi, e torni a lor mondizia liete,
come essi giá quelle di Fineo, e dopo
fe’ il paladin quelle del re etïopo. —
4.
Il paladin col suono orribil venne
le brutte arpie cacciando in fuga e in rotta,
tanto ch’a piè d’un monte si ritenne,
ove esse erano entrate in una grotta.
L’orecchie attente allo spiraglio tenne,
e l’aria ne sentí percossa e rotta
da pianti e d’urli e da lamento eterno:
segno evidente quivi esser lo ’nferno.
5.
Astolfo si pensò d’entrarvi dentro,
e veder quei c’hanno perduto il giorno,
e penetrar la terra fin al centro,
e le bolgie infernal cercare intorno.
— Di che debbo temer (dicea) s’io v’entro,
che mi posso aiutar sempre col corno?
Farò fuggir Plutone e Satanasso,
e ’l can trifauce leverò dal passo. —
6.
De l’alato destrier presto discese,
e lo lasciò legato a un arbuscello:
poi si calò ne l’antro, e prima prese
il corno, avendo ogni sua speme in quello.
Non andò molto inanzi, che gli offese
il naso e gli occhi un fumo oscuro e fello,
piú che di pece grave e che di zolfo:
non sta d’andar per questo inanzi Astolfo.
7.
Ma quanto va piú inanzi, piú s’ingrossa
il fumo e la caligine, e gli pare
ch’andare inanzi piú troppo non possa;
che sará forza a dietro ritornare.
Ecco, non sa che sia, vede far mossa
da la volta di sopra, come fare
il cadavero appeso al vento suole,
che molti dí sia stato all’acqua e al sole.
8.
Sí poco, e quasi nulla era di luce
in quella affumicata e nera strada,
che non comprende e non discerne il duce
chi questo sia che sí per l’aria vada;
e per notizia averne si conduce
a dargli uno o duo colpi de la spada.
Stima poi ch’uno spirto esser quel debbia;
che gli par di ferir sopra la nebbia.
9.
Allor sentí parlar con voce mesta:
— Deh, senza fare altrui danno, giú cala!
Pur troppo il negro fumo mi molesta,
che dal fuoco infernal qui tutto esala. —
Il duca stupefatto allor s’arresta,
e dice all’ombra: — Se Dio tronchi ogni ala
al fumo, sí ch’a te piú non ascenda,
non ti dispiaccia che ’l tuo stato intenda.
10.
E se vuoi che di te porti novella
nel mondo su, per satisfarti sono. —
L’ombra rispose: — Alla luce alma e bella
tornar per fama ancor sí mi par buono,
che le parole è forza che mi svella
il gran desir c’ho d’aver poi tal dono,
e che ’l mio nome e l’esser mio ti dica,
ben che ’l parlar mi sia noia e fatica. —
11.
E cominciò: — Signor, Lidia sono io,
del re di Lidia in grande altezza nata,
qui dal giudicio altissimo di Dio
al fumo eternamente condannata,
per esser stata al fido amante mio,
mentre io vissi, spiacevole et ingrata.
D’altre infinite è questa grotta piena,
poste per simil fallo in simil pena.
12.
Sta la cruda Anassarete piú al basso,
ove è maggiore il fumo e piú martíre.
Restò converso al mondo il corpo in sasso,
e l’anima qua giú venne a patire,
poi che veder per lei l’afflitto e lasso
suo amante appeso poté sofferire.
Qui presso è Dafne, ch’or s’avvede quanto
errasse a fare Apollo correr tanto.
13.
Lungo saria se gl’infelici spirti
de le femine ingrate, che qui stanno,
volesse ad uno ad uno riferirti;
che tanti son, ch’in infinito vanno.
Piú lungo ancor saria gli uomini dirti,
a’ quai l’essere ingrato ha fatto danno,
e che puniti sono in peggior loco,
ove il fumo gli accieca, e cuoce il fuoco.
14.
Perchè le donne piú facili e prone
a creder son, di piú supplicio è degno
chi lor fa inganno. Il sa Teseo e Iasone
e chi turbò a Latin l’antiquo regno;
sallo ch’incontra sé il frate Absalone
per Tamar trasse a sanguinoso sdegno;
et aitri et altre: che sono infiniti,
che lasciato han chi moglie e chi mariti.
15.
Ma per narrar di me piú che d’altrui,
e palesar l’error che qui mi trasse,
bella, ma altiera piú, sí in vita fui,
che non so s’altra mai mi s’aguagliasse:
né ti saprei ben dir, di questi dui,
s’in me l’orgoglio o la beltá avanzasse;
quantunque il fasto e l’alterezza nacque
da la beltá ch’a tutti gli occhi piacque.
16.
Era in quel tempo in Tracia un cavalliero
estimato il miglior del mondo in arme,
il qual da piú d’un testimonio vero
di singular beltá sentí lodarme;
tal che spontaneamente fe’ pensiero
di volere il suo amor tutto donarme,
stimando meritar per suo valore,
che caro aver di lui dovessi il core.
17.
In Lidia venne; e d’un laccio piú forte
vinto restò, poi che veduta m’ebbe.
Con gli altri cavallier si messe in corte
del padre mio, dove in gran fama crebbe.
L’alto valore e le piú d’una sorte
prodezze che mostrò, lungo sarebbe
a raccontarti, e il suo merto infinito,
quando egli avesse a piú grato uom servito.
18.
Panfilia e Caria e il regno de’ Cilici
per opra di costui mio padre vinse;
che l’esercito mai contra i nimici,
se non quanto volea costui, non spinse.
Costui, poi che gli parve i benefici
suoi meritarlo, un dí col re si strinse
a domandargli in premio de le spoglie
tante arrecate, ch’io fossi sua moglie.
19.
Fu repulso dal re, ch’in grande stato
maritar disegnava la figliuola,
non a costui che cavallier privato
altro non tien che la virtude sola:
e ’l padre mio troppo al guadagno dato,
e all’avarizia, d’ogni vizio scuola,
tanto apprezza costumi, o virtú ammira,
quanto l’asino fa il suon de la lira.
20.
Alceste, il cavallier di ch’io ti parlo
(che cosí nome avea), poi che si vede
repulso da chi piú gratificarlo
era piú debitor, commiato chiede;
e lo minaccia, nel partir, di farlo
pentir che la figliuola non gli diede.
Se n’andò al re d’Armenia, emulo antico
del re di Lidia e capital nimico;
21.
e tanto stimulò, che lo dispose
a pigliar l’arme e far guerra a mio padre.
Esso per l’opre sue chiare e famose
fu fatto capitan di quelle squadre.
Pel re d’Armenia tutte l’altre cose
disse ch’acquisteria: sol le leggiadre
e belle membra mie volea per frutto
de l’opra sua, vinto ch’avesse il tutto.
22.
Io non ti potre’ esprimere il gran danno
ch’Alceste al padre mio fa in quella guerra.
Quattro eserciti rompe, e in men d’un anno
lo mena a tal, che non gli lascia terra,
fuor ch’un castel ch’alte pendici fanno
fortissimo; e lá dentro il re si serra
con la famiglia che piú gli era accetta,
e col tesor che trar vi puote in fretta.
23.
Quivi assedionne Alceste; et in non molto
termine a tal disperazion ne trasse,
che per buon patto avria mio padre tolto
che moglie e serva ancor me gli lasciasse
con la metá del regno, s’indi assolto
restar d’ogni altro danno si sperasse.
Vedersi in breve de l’avanzo privo
era ben certo, e poi morir captivo.
24.
Tentar, prima ch’accada, si dispone
ogni rimedio che possibil sia;
e me, che d’ogni male era cagione,
fuor de la ròcca, ov’era Alceste invia.
Io vo ad Alceste con intenzïone
di dargli in preda la persona mia,
e pregar che la parte che vuol tolga
del regno nostro, e l’ira in pace volga.
25.
Come ode Alceste ch’io vo a ritrovarlo,
mi viene incontra pallido e tremante:
di vinto e di prigione, a riguardarlo,
piú che di vincitore, have sembiante.
Io che conosco ch’arde, non gli parlo
sí come avea giá disegnato inante:
vista l’occasïon, fo pensier nuovo
convenïente al grado in ch’io lo trovo.
26.
A maledir comincio l’amor d’esso,
e di sua crudeltá troppo a dolermi,
ch’iniquamente abbia mio padre oppresso,
e che per forza abbia cercato avermi;
che con piú grazia gli saria successo
indi a non molti dí, se tener fermi
saputo avesse i modi cominciati,
ch’al re et a tutti noi sí furon grati.
27.
E se ben da principio il padre mio
gli avea negata la domanda onesta
(però che di natura è un poco rio,
né mai si piega alla prima richiesta),
farsi per ciò di ben servir restio
non doveva egli, e aver l’ira sí presta;
anzi, ognor meglio oprando, tener certo
venire in breve al desïato merto.
28.
E quando anco mio padre a lui ritroso
stato fosse, io l’avrei tanto pregato,
ch’avria l’amante mio fatto mio sposo.
Pur, se veduto io l’avessi ostinato,
avrei fatto tal opra di nascoso,
che di me Alceste si saria lodato.
Ma poi ch’a lui tentar parve altro modo,
io di mai non l’amar fisso avea il chiodo.
29.
E se ben era a lui venuta, mossa
da la pietá ch’al mio padre portava,
sia certo che non molto fruir possa
il piacer ch’al dispetto mio gli dava;
ch’era per far di me la terra rossa,
tosto ch’io avessi alla sua voglia prava
con questa mia persona satisfatto
di quel che tutto a forza saria fatto.
30.
Queste parole e simili altre usai,
poi che potere in lui mi vidi tanto;
e ’l piú pentito lo rendei, che mai
si trovasse ne l’eremo alcun santo.
Mi cadde a’ piedi, e supplicommi assai,
che col coltel che si levò da canto
(e volea in ogni modo ch’io ’l pigliassi)
di tanto fallo suo mi vendicassi.
31.
Poi ch’io lo trovo tale, io fo disegno
la gran vittoria insin al fin seguire:
gli do speranza di farlo anco degno
che la persona mia potrá fruire,
s’emendando il suo error, l’antiquo regno
al padre mio fará restituire;
e nel tempo a venir vorrá acquistarme
servendo, amando, e non mai piú per arme.
32.
Cosí far mi promesse, e ne la ròcca
intatta mi mandò, come a lui venni,
né di baciarmi pur s’ardí la bocca:
vedi s’al collo il giogo ben gli tenni;
vedi se bene Amor per me lo tocca,
se convien che per lui piú strali impenni.
Al re d’Armenia andò, di cui dovea
esser per patto ciò che si prendea:
33.
e con quel miglior modo ch’usar puote,
lo priega ch’al mio padre il regno lassi,
del qual le terre ha depredate e vòte,
et a goder l’antiqua Armenia passi.
Quel re, d’ira infiammando ambe le gote,
disse ad Alceste che non vi pensassi;
che non si volea tor da quella guerra,
fin che mio padre avea palmo di terra.
34.
E s’Alceste è mutato alle parole
d’una vil feminella, abbiasi il danno.
Giá a’ prieghi esso di lui perder non vuole
quel ch’a fatica ha preso in tutto un anno.
Di nuovo Alceste il priega, e poi si duole
che seco effetto i prieghi suoi non fanno.
All’ultimo s’adira, e lo minaccia
che vuol, per forza o per amor lo faccia.
35.
L’ira multiplicò sí, che li spinse
da le male parole ai peggior fatti.
Alceste contra il re la spada strinse
fra mille ch’in suo aiuto s’eran tratti,
e mal grado lor tutti, ivi l’estinse;
e quel dí ancor gli Armeni ebbe disfatti,
con l’aiuto de’ Cilici e de’ Traci
che pagava egli, e d’altri suoi seguaci.
36.
Seguitò la vittoria, et a sue spese,
senza dispendio alcun del padre mio,
ne rendé tutto il regno in men d’un mese.
Poi per ricompensarne il danno rio,
oltr’alle spoglie che ne diede, prese
in parte, e gravò in parte di gran fio
Armenia e Capadocia che confina,
e scórse Ircania fin su la marina.
37.
In luogo di trionfo, al suo ritorno,
facemmo noi pensier dargli la morte.
Restammo poi, per non ricever scorno;
che lo veggián troppo d’amici forte.
Fingo d’amarlo, e piú di giorno in giorno
gli do speranza d’essergli consorte;
ma prima contra altri nimici nostri
dico voler che sua virtú dimostri.
38.
E quando sol, quando con poca gente
lo mando a strane imprese e perigliose,
da farne morir mille agevolmente:
ma lui successer ben tutte le cose;
che tornò con vittoria, e fu sovente
con orribil persone e monstruose,
con Giganti a battaglia e Lestrigoni,
ch’erano infesti a nostre regïoni.
39.
Non fu da Euristeo mai, non fu mai tanto
da la matrigna esercitato Alcide
in Lerna, in Nemea, in Tracia, in Erimanto,
alle valli d’Etolia, alle Numide,
sul Tevre, su l’Ibero e altrove; quanto
con prieghi finti e con voglie omicide
esercitato fu da me il mio amante,
cercando io pur di torlomi davante.
40.
Né potendo venire al primo intento,
vengone ad un di non minore effetto:
gli fo quei tutti ingiurïar, ch’io sento
che per lui sono, e a tutti in odio il metto.
Egli che non sentia maggior contento
che d’ubbidirmi, senza alcun rispetto
le mani ai cenni miei sempre avea pronte,
senza guardare un piú d’un altro in fronte.
41.
Poi che mi fu, per questo mezzo, aviso
spento aver del mio padre ogni nimico,
e per lui stesso Alceste aver conquiso,
che non si avea, per noi, lasciato amico;
quel ch’io gli avea con simulato viso
celato fin allor, chiaro gli esplico:
che grave e capitale odio gli porto,
e pur tuttavia cerco che sia morto.
42.
Considerando poi, s’io lo facessi,
ch’in publica ignominia ne verrei
(sapeasi troppo quanto io gli dovessi,
e crudel detta sempre ne sarei),
mi parve fare assai ch’io gli togliessi
di mai venir piú inanzi agli occhi miei.
Né veder né parlar mai piú gli volsi,
né messo udi’, né lettera ne tolsi.
43.
Questa mia ingratitudine gli diede
tanto martír, ch’al fin dal dolor vinto,
e dopo un lungo domandar mercede,
infermo cadde, e ne rimase estinto.
Per pena ch’al fallir mio si richiede,
or gli occhi ho lacrimosi, e il viso tinto
del negro fumo: e cosí avrò in eterno;
che nulla redenzione è ne l’inferno. —
44.
Poi che non parla piú Lidia infelice,
va il duca per saper s’altri vi stanzi:
ma la caligine alta ch’era ultrice
de l’opre ingrate, sí gl’ingrossa inanzi,
ch’andare un palmo sol piú non gli lice;
anzi a forza tornar gli conviene, anzi,
perché la vita non gli sia intercetta
dal fumo, i passi accelerar con fretta.
45.
Il mutar spesso de le piante ha vista
di corso, e non di chi passeggia o trotta.
Tanto, salendo inverso l’erta, acquista,
che vede dove aperta era la grotta;
e l’aria, giá caliginosa e trista,
dal lume cominciava ad esser rotta.
Al fin con molto affanno e grave ambascia
esce de l’antro, e dietro il fumo lascia.
46.
E perché del tornar la via sia tronca
a quelle bestie c’han sí ingorde l’epe,
raguna sassi, e molti arbori tronca,
che v’eran qual d’amomo e qual di pepe;
e come può, dinanzi alla spelonca
fabrica di sua man quasi una siepe:
e gli succede cosí ben quell’opra,
che piú l’arpie non torneran di sopra.
47.
Il negro fumo de la scura pece,
mentre egli fu ne la caverna tetra,
non macchiò sol quel ch’apparia, et infece,
ma sotto i panni ancora entra e penètra;
sí che per trovare acqua andar lo fece
cercando un pezzo; e al fin fuor d’una pietra
vide una fonte uscir ne la foresta,
ne la qual si lavò dal piè alla testa.
48.
Poi monta il volatore, e in aria s’alza
per giunger di quel monte in su la cima,
che non lontan con la superna balza
dal cerchio de la luna esser si stima.
Tanto è il desir che di veder lo ’ncalza,
ch’al cielo aspira, e la terra non stima.
De l’aria piú e piú sempre guadagna,
tanto ch’al giogo va de la montagna.
49.
Zafir, rubini, oro, topazi e perle,
e diamanti e crisoliti e iacinti
potriano i fiori assimigliar, che per le
liete piaggie v’avea l’aura dipinti:
sí verdi l’erbe, che possendo averle
qua giú, ne fôran gli smeraldi vinti;
né men belle degli arbori le frondi,
e di frutti e di fior sempre fecondi.
50.
Cantan fra i rami gli augelletti vaghi
azzurri e bianchi e verdi e rossi e gialli.
Murmuranti ruscelli e cheti laghi
di limpidezza vincono i cristalli.
Una dolce aura che ti par che vaghi
a un modo sempre e dal suo stil non falli,
facea sí l’aria tremolar d’intorno,
che non potea noiar calor del giorno:
51.
e quella ai fiori, ai pomi e alla verzura
gli odor diversi depredando giva,
e di tutti faceva una mistura
che di soavitá l’alma notriva.
Surgea un palazzo in mezzo alla pianura,
ch’acceso esser parea di fiamma viva:
tanto splendore intorno e tanto lume
raggiava, fuor d’ogni mortal costume.
52.
Astolfo il suo destrier verso il palagio
che piú di trenta miglia intorno aggira,
a passo lento fa muovere ad agio,
e quinci e quindi il bel paese ammira;
e giudica, appo quel, brutto e malvagio,
e che sia al cielo et a natura in ira
questo ch’abitian noi fetido mondo:
tanto è soave quel, chiaro e giocondo.
53.
Come egli è presso al luminoso tetto,
attonito riman di maraviglia;
che tutto d’una gemma è ’l muro schietto,
piú che carbonchio lucida e vermiglia.
O stupenda opra, o dedalo architetto!
Qual fabrica tra noi le rassimiglia?
Taccia qualunque le mirabil sette
moli del mondo in tanta gloria mette.
54.
Nel lucente vestibulo di quella
felice casa un vecchio al duca occorre,
che ’l manto ha rosso, e bianca la gonnella,
che l’un può al latte, e l’altro al minio opporre.
I crini ha bianchi, e bianca la mascella
di folta barba ch’al petto discorre;
et è sí venerabile nel viso,
ch’un degli eletti par del paradiso.
55.
Costui con lieta faccia al paladino,
che riverente era d’arcion disceso,
disse: — O baron, che per voler divino
sei nel terrestre paradiso asceso;
come che né la causa del camino,
né il fin del tuo desir da te sia inteso;
pur credi che non senza alto misterio
venuto sei da l’artico emisperio.
56.
Per imparar come soccorrer déi
Carlo, e la santa fé tor di periglio,
venuto meco a consigliar ti sei
per cosí lunga via, senza consiglio.
Né a tuo saper, né a tua virtú vorrei
ch’esser qui giunto attribuissi, o figlio;
che né il tuo corno, né il cavallo alato
ti valea, se da Dio non t’era dato.
57.
Ragionerem piú ad agio insieme poi,
e ti dirò come a procedere hai:
ma prima vienti a ricrear con noi;
che ’l digiun lungo de’ noiarti ormai. —
Continuando il vecchio i detti suoi,
fece maravigliare il duca assai,
quando, scoprendo il nome suo, gli disse
esser colui che l’evangelio scrisse:
58.
quel tanto al Redentor caro Giovanni,
per cui il sermone tra i fratelli uscío,
che non dovea per morte finir gli anni;
sí che fu causa che ’l figliuol di Dio
a Pietro disse: — Perché pur t’affanni,
s’io vo’ che cosí aspetti il venir mio? —
Ben che non disse: egli non de’ morire,
si vede pur che cosí volse dire.
59.
Quivi fu assunto, e trovò compagnia,
che prima Enoch, il patriarca, v’era;
eravi insieme il gran profeta Elia,
che non han vista ancor l’ultima sera;
e fuor de l’aria pestilente e ria
si goderan l’eterna primavera,
fin che dian segno l’angeliche tube,
che torni Cristo in su la bianca nube.
60.
Con accoglienza grata il cavalliero
fu dai santi alloggiato in una stanza;
fu provisto in un’altra al suo destriero
di buona biada, che gli fu a bastanza.
De’ frutti a lui del paradiso diero,
di tal sapor, ch’a suo giudicio, sanza
scusa non sono i duo primi parenti,
se per quei fur sí poco ubbidïenti.
61.
Poi ch’a natura il duca aventuroso
satisfece di quel che se le debbe,
come col cibo, cosí col riposo,
che tutti e tutti i commodi quivi ebbe;
lasciando giá l’Aurora il vecchio sposo,
ch’ancor per lunga etá mai non l’increbbe,
si vide incontra ne l’uscir del letto
il discipul da Dio tanto diletto;
62.
che lo prese per mano, e seco scórse
di molte cose di silenzio degne:
e poi disse: — Figliuol, tu non sai forse
che in Francia accada, ancor che tu ne vegne.
Sappi che ’l vostro Orlando, perché torse
dal camin dritto le commesse insegne,
è punito da Dio, che piú s’accende
contra chi egli ama piú, quando s’offende.
63.
Il vostro Orlando, a cui nascendo diede
somma possanza Dio con sommo ardire,
e fuor de l’uman uso gli concede
che ferro alcun non lo può mai ferire;
perché a difesa di sua santa fede
cosí voluto l’ha constituire,
come Sansone incontra a’ Filistei
constituí a difesa degli Ebrei:
64.
renduto ha il vostro Orlando al suo Signore
di tanti benefici iniquo merto;
che quanto aver piú lo dovea in favore,
n’è stato il fedel popul piú deserto.
Sí accecato l’avea l’incesto amore
d’una pagana, ch’avea giá sofferto
due volte e piú venire empio e crudele,
per dar la morte al suo cugin fedele.
65.
E Dio per questo fa ch’egli va folle,
e mostra nudo il ventre, il petto e il fianco;
e l’intelletto sí gli offusca e tolle,
che non può altrui conoscere, e sé manco.
A questa guisa si legge che volle
Nabuccodonosor Dio punir anco,
che sette anni il mandò di furor pieno,
sí che, qual bue, pasceva l’erba e il fieno.
66.
Ma perch’assai minor del paladino,
che di Nabucco, è stato pur l’eccesso,
sol di tre mesi dal voler divino
a purgar questo error termine è messo.
Né ad altro effetto per tanto camino
salir qua su t’ha il Redentor concesso,
se non perché da noi modo tu apprenda,
come ad Orlando il suo senno si renda.
67.
Gli è ver che ti bisogna altro vïaggio
far meco, e tutta abbandonar la terra.
Nel cerchio de la luna a menar t’aggio,
che dei pianeti a noi piú prossima erra,
perché la medicina che può saggio
rendere Orlando, lá dentro si serra.
Come la luna questa notte sia
sopra noi giunta, ci porremo in via. —
68.
Di questo e d’altre cose fu diffuso
il parlar de l’apostolo quel giorno.
Ma poi che ’l sol s’ebbe nel mar rinchiuso,
e sopra lor levò la luna il corno,
un carro apparecchiòsi, ch’era ad uso
d’andar scorrendo per quei cieli intorno:
quel giá ne le montagne di Giudea
da’ mortali occhi Elia levato avea.
69.
Quattro destrier via piú che fiamma rossi
al giogo il santo evangelista aggiunse;
e poi che con Astolfo rassettossi,
e prese il freno, inverso il ciel li punse.
Ruotando il carro, per l’aria levossi,
e tosto in mezzo il fuoco eterno giunse;
che ’l vecchio fe’ miracolosamente,
che, mentre lo passâr, non era ardente.
70.
Tutta la sfera varcano del fuoco,
et indi vanno al regno de la luna.
Veggon per la piú parte esser quel loco
come un acciar che non ha macchia alcuna;
e lo trovano uguale, o minor poco
di ciò ch’in questo globo si raguna,
in questo ultimo globo de la terra,
mettendo il mar che la circonda e serra.
71.
Quivi ebbe Astolfo doppia maraviglia:
che quel paese appresso era sí grande,
il quale a un picciol tondo rassimiglia
a noi che lo miriam da queste bande;
e ch’aguzzar conviengli ambe le ciglia,
s’indi la terra e ’l mar ch’intorno spande,
discerner vuol; che non avendo luce,
l’imagin lor poco alta si conduce.
72.
Altri fiumi, altri laghi, altre campagne
sono lá su, che non son qui tra noi;
altri piani, altre valli, altre montagne,
c’han le cittadi, hanno i castelli suoi,
con case de le quai mai le piú magne
non vide il paladin prima né poi:
e vi sono ampie e solitarie selve,
ove le ninfe ognor cacciano belve.
73.
Non stette il duca a ricercare il tutto;
che lá non era asceso a quello effetto.
Da l’apostolo santo fu condutto
in un vallon fra due montagne istretto,
ove mirabilmente era ridutto
ciò che si perde o per nostro diffetto,
o per colpa di tempo o di Fortuna:
ciò che si perde qui, lá si raguna.
74.
Non pur di regni o di ricchezze parlo,
in che la ruota instabile lavora;
ma di quel ch’in poter di tor, di darlo
non ha Fortuna, intender voglio ancora.
Molta fama è lá su, che, come tarlo,
il tempo al lungo andar qua giú divora:
lá su infiniti prieghi e voti stanno,
che da noi peccatori a Dio si fanno.
75.
Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l’inutil tempo che si perde a giuoco,
e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desidèri sono tanti,
che la piú parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giú perdesti mai,
lá su salendo ritrovar potrai.
76.
Passando il paladin per quelle biche,
or di questo or di quel chiede alla guida.
Vide un monte di tumide vesiche,
che dentro parea aver tumulti e grida;
e seppe ch’eran le corone antiche
e degli Assirii e de la terra lida,
e de’ Persi e de’ Greci, che giá furo
incliti, et or n’è quasi il nome oscuro.
77.
Ami d’oro e d’argento appresso vede
in una massa, ch’erano quei doni
che si fan con speranza di mercede
ai re, agli avari principi, ai patroni.
Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede,
et ode che son tutte adulazioni.
Di cicale scoppiate imagine hanno
versi ch’in laude dei signor si fanno.
78.
Di nodi d’oro e di gemmati ceppi
vede c’han forma i mal seguiti amori.
V’eran d’aquile artigli; e che fur, seppi,
l’autoritá ch’ai suoi danno i signori.
I mantici ch’intorno han pieni i greppi,
sono i fumi dei principi e i favori
che danno un tempo ai ganimedi suoi,
che se ne van col fior degli anni poi.
79.
Ruine di cittadi e di castella
stavan con gran tesor quivi sozzopra.
Domanda, e sa che son trattati, e quella
congiura che sí mal par che si cuopra.
Vide serpi con faccia di donzella,
di monetieri e di ladroni l’opra:
poi vide boccie rotte di piú sorti,
ch’era il servir de le misere corti.
80.
Di versate minestre una gran massa
vede, e domanda al suo dottor ch’importe.
— L’elemosina è (dice) che si lassa
alcun, che fatta sia dopo la morte. —
Di varii fiori ad un gran monte passa,
ch’ebbe giá buono odore, or putia forte.
Questo era il dono (se però dir lece)
che Constantino al buon Silvestro fece.
81.
Vide gran copia di panie con visco,
ch’erano, o donne, le bellezze vostre.
Lungo sará, se tutte in verso ordisco
le cose che gli fur quivi dimostre;
che dopo mille e mille io non finisco,
e vi son tutte l’occurrenzie nostre:
sol la pazzia non v’è poca né assai;
che sta qua giú, né se ne parte mai.
82.
Quivi ad alcuni giorni e fatti sui,
ch’egli giá avea perduti, si converse;
che se non era interprete con lui,
non discernea le forme lor diverse.
Poi giunse a quel che par sí averlo a nui,
che mai per esso a Dio voti non fêrse;
io dico il senno: e n’era quivi un monte,
solo assai piú che l’altre cose conte.
83.
Era come un liquor suttile e molle,
atto a esalar, se non si tien ben chiuso;
e si vedea raccolto in varie ampolle,
qual piú, qual men capace, atte a quell’uso.
Quella è maggior di tutte, in che del folle
signor d’Anglante era il gran senno infuso;
e fu da l’altre conosciuta, quando
avea scritto di fuor: Senno d’Orlando.
84.
E cosí tutte l’altre avean scritto anco
il nome di color di chi fu il senno.
Del suo gran parte vide il duca franco;
ma molto piú maravigliar lo fenno
molti ch’egli credea che dramma manco
non dovessero averne, e quivi dénno
chiara notizia che ne tenean poco;
che molta quantitá n’era in quel loco.
85.
Altri in amar lo perde, altri in onori,
altri in cercar, scorrendo il mar, richezze;
altri ne le speranze de’ signori,
altri dietro alle magiche sciocchezze;
altri in gemme, altri in opre di pittori,
et altri in altro che piú d’altro aprezze.
Di sofisti e d’astrologhi raccolto,
e di poeti ancor ve n’era molto.
86.
Astolfo tolse il suo; che gliel concesse
lo scrittor de l’oscura Apocalisse.
L’ampolla in ch’era al naso sol si messe,
e par che quello al luogo suo ne gisse:
e che Turpin da indi in qua confesse
ch’Astolfo lungo tempo saggio visse;
ma ch’uno error che fece poi, fu quello
ch’un’altra volta gli levò il cervello.
87.
La piú capace e piena ampolla, ov’era
Il senno che solea far savio il conte,
Astolfo tolle; e non è sí leggiera,
come stimò, con l’altre essendo a monte.
Prima che ’l paladin da quella sfera
piena di luce alle piú basse smonte,
menato fu da l’apostolo santo
in un palagio ov’era un fiume a canto;
88.
ch’ogni sua stanza avea piena di velli
di lin, di seta, di coton, di lana,
tinti in varii colori e brutti e belli.
Nel primo chiostro una femina cana
fila a un aspo traea da tutti quelli,
come veggián l’estate la villana
traer dai bachi le bagnate spoglie,
quando la nuova seta si raccoglie.
89.
V’è chi, finito un vello, rimettendo
ne viene un altro, e chi ne porta altronde:
un’altra de le filze va scegliendo
il bel dal brutto che quella confonde.
— Che lavor si fa qui, ch’io non l’intendo? —
dice a Giovanni Astolfo; e quel risponde:
— Le vecchie son le Parche, che con tali
stami filano vite a voi mortali.
90.
Quanto dura un de’ velli, tanto dura
l’umana vita, e non di piú un momento.
Qui tien l’occhio e la Morte e la Natura,
per saper l’ora ch’un debba esser spento.
Sceglier le belle fila ha l’altra cura,
perché si tesson poi per ornamento
del paradiso; e dei piú brutti stami
si fan per li dannati aspri legami. —
91.
Di tutti i velli ch’erano giá messi
in aspo, e scelti a farne altro lavoro,
erano in brevi piastre i nomi impressi,
altri di ferro, altri d’argento o d’oro:
e poi fatti n’avean cumuli spessi,
de’ quali, senza mai farvi ristoro,
portarne via non si vedea mai stanco
un vecchio, e ritornar sempre per anco.
92.
Era quel vecchio sí espedito e snello,
che per correr parea che fosse nato;
e da quel monte il lembo del mantello
portava pien del nome altrui segnato.
Ove n’andava, e perché facea quello,
ne l’altro canto vi sará narrato,
se d’averne piacer segno farete
con quella grata udienza che solete.
Testo dell’Orlando furioso (edizione del 1532 a cura di S. Debenedetti, Laterza 1928) da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0. Grafia dell’edizione riprodotta.
Analisi e commento del canto XXXIV
Il trentaquattresimo canto è uno dei più famosi della letteratura italiana. Contiene il viaggio di Astolfo all’inferno, al paradiso terrestre e sulla luna. È una parodia della Commedia di Dante, ma anche una riflessione profonda sulla vanità delle cose umane.
La discesa all’inferno è breve. Astolfo incontra un solo spirito, Lidia, punita per la sua ingratitudine verso chi l’amava. La sua storia è una piccola novella, e il suo castigo è curioso: in un inferno così ridotto, il peccato punito è la crudeltà in amore. Ariosto rovescia la gerarchia dei peccati di Dante.
Il paradiso terrestre è descritto come un giardino di delizie, con fiori, frutti, acque limpide. San Giovanni accoglie Astolfo con cortesia e gli spiega la ragione del viaggio. La follia di Orlando è un castigo divino: Orlando ha abbandonato la difesa della fede per amore di una pagana. È una spiegazione morale, ma detta con un tono leggero.
Il viaggio sulla luna è il centro del canto. Astolfo e san Giovanni salgono sul carro di Elia, e arrivano su un mondo simile alla terra, con città, fiumi e montagne. In un vallone si trova tutto ciò che gli uomini hanno perso. Ariosto fa un elenco ironico e amaro: la fama, i voti, le preghiere, le lacrime, i sospiri, il tempo perso nel gioco, i favori dei potenti, le promesse dei principi.
L’elenco è una satira della società del tempo. Tra le cose perdute ci sono i doni fatti ai signori per ottenere favori, gli adulatori, le congiure, i progetti politici. È un ritratto della corte, che Ariosto conosceva bene. La luna diventa uno specchio rovesciato della terra.
Poi Astolfo trova il senno. È chiuso in ampolle, ognuna con il nome del proprietario. Quella di Orlando è la più grande. Ma Astolfo trova anche quella con il proprio nome, e si accorge di aver perso una parte del suo senno. Lo riprende, e Ariosto commenta che molti uomini, sulla terra, credono di essere saggi e hanno il senno sulla luna.
Il passo più famoso è proprio questo: la scoperta che quasi tutti gli uomini hanno perso un po’ di senno, chi per amore, chi per ambizione, chi per denaro. La follia di Orlando non è un’eccezione, è un caso estremo di una condizione comune. Il poema torna così al proemio, dove il poeta si diceva anche lui un po’ pazzo.
Nel lavoro a casa, il canto XXXIV è il più adatto a un commento ampio. Conviene saper spiegare il significato del vallone delle cose perdute e il valore simbolico del senno nell’ampolla.
Un’ottava da vicino (canto XXXIV, ottava 1)
Oh famelice, inique e fiere arpie
ch’all’accecata Italia e d’error piena,
per punir forse antique colpe rie,
in ogni mensa alto giudicio mena!
Innocenti fanciulli e madri pie
cascan di fame, e veggon ch’una cena
di questi mostri rei tutto divora
ciò che del viver lor sostegno fôra.
Il canto più famoso del poema si apre con una maledizione. Le Arpie che tormentano il re Senapo diventano un’immagine dell’Italia contemporanea: «all’accecata Italia e d’error piena», mostri affamati divorano il cibo di bambini innocenti e madri pie.
Chi sono queste Arpie? Ariosto non lo dice apertamente, ma il lettore del tempo capiva: gli eserciti stranieri che saccheggiavano l’Italia, e forse anche i signori italiani che li chiamavano. L’allegoria del canto XXXIII, con il Senapo, diventa satira politica.
L’immagine della «mensa» è forte. Le Arpie, nel mito, sporcano e rubano il cibo del re Fineo. Qui rubano il cibo della povera gente, e la fame dei bambini è descritta con un realismo che non ci si aspetta. «Cascan di fame», dice il verso, con un verbo semplice e duro.
Il proemio ci ricorda che il viaggio fantastico di Astolfo non è una fuga dalla realtà. Ariosto va sulla luna, ma ha ben presenti le guerre d’Italia.
Torna alla guida all’Orlando furioso o leggi il riassunto generale del poema.
Domande frequenti
In quale canto Astolfo va sulla luna?
Nel canto XXXIV dell’Orlando furioso. Il viaggio sulla luna occupa le ottave 70-87; prima Astolfo è sceso all’inferno e salito al paradiso terrestre, dove lo accoglie san Giovanni.
Come arriva Astolfo sulla luna?
Sul carro di fuoco del profeta Elia, trainato da quattro cavalli rossi e guidato da san Giovanni evangelista.
Che cosa si trova sulla luna?
Tutto ciò che gli uomini perdono sulla terra: fama, preghiere, lacrime degli innamorati, tempo perso, progetti mai realizzati, favori dei potenti. C’è anche il senno, chiuso in ampolle con il nome del proprietario. Solo la pazzia non c’è, perché resta sempre sulla terra.
Perché Orlando ha perso il senno?
Per amore di Angelica: quando scopre che lei ama Medoro impazzisce. San Giovanni spiega ad Astolfo che è anche una punizione di Dio, perché Orlando ha trascurato la difesa della fede per una donna pagana.
Qual è il significato dell’episodio?
È una satira: Ariosto mostra che quasi tutti hanno perso un po’ di senno, chi per amore, chi per ambizione, chi per denaro. La follia di Orlando è solo il caso più evidente di una debolezza comune a tutti.