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I fiumi è la poesia più lunga del Porto sepolto e una delle più importanti di L’Allegria. Giuseppe Ungaretti la scrisse a Cotici, sul Carso, il 16 agosto 1916. Lui stesso la considerava la sua carta d’identità: in pochi versi ci sono la sua vita, le sue origini e la sua idea di poesia.
Parafrasi guidata dei Fiumi
La notte nella dolina. Il poeta si regge a un albero mutilato dalle bombe, abbandonato in una dolina, una conca del terreno carsico, che ha l’aria malinconica di un circo prima o dopo lo spettacolo. Guarda le nuvole passare piano davanti alla luna.
Il bagno nell’Isonzo. Ricorda ciò che è successo quella mattina. Si è disteso nell’acqua del fiume come in un’urna e ha riposato come una reliquia. L’Isonzo, scorrendo, lo levigava come uno dei suoi sassi. Poi si è alzato e se n’è andato come un acrobata sull’acqua. Si è accovacciato accanto ai suoi panni sporchi di guerra e, come un beduino, si è chinato a ricevere il sole.
Il riconoscimento. Questo è l’Isonzo, dice, e qui si è riconosciuto come una docile fibra dell’universo. Il suo tormento è quando non si sente in armonia con il mondo. Ma ora, toccato da mani misteriose che lo hanno impastato, ha conosciuto una rara felicità.
I fiumi della vita. Ha ripassato le epoche della sua vita. Il Serchio, a cui hanno attinto per forse duemila anni la sua gente di campagna, suo padre e sua madre: le origini lucchesi della famiglia. Il Nilo, che lo ha visto nascere e crescere ad Alessandria d’Egitto, e bruciare di inconsapevolezza nelle grandi pianure. La Senna, nella cui acqua torbida si è rimescolato e si è conosciuto: gli anni di Parigi, della formazione culturale.
La chiusa. Questi sono i suoi fiumi, contati nell’Isonzo. Questa è la nostalgia che in ognuno di loro gli traspare, ora che è notte e la sua vita gli sembra una corolla di tenebre.
Un battesimo laico
Il bagno nell’Isonzo ha qualcosa di rituale. Il soldato, sporco di guerra, entra nell’acqua e ne esce purificato, come in un battesimo. Le immagini sono religiose, l’urna, la reliquia, ma il senso è laico: la grazia che il poeta riceve è sentirsi parte della natura, una piccola fibra dell’universo. In mezzo alla guerra, che spezza ogni legame, questo momento di armonia è un dono raro.
L’autobiografia per acque
La seconda parte trasforma la poesia in un’autobiografia. Ogni fiume è una tappa: le radici toscane, l’infanzia africana, la giovinezza parigina, e infine la guerra. Tutti confluiscono nell’Isonzo, perché è lì, al fronte, che il poeta ha preso coscienza di sé. L’identità di Ungaretti è fatta di molti luoghi, ed è per questo che nella guerra cerca disperatamente un senso di appartenenza.
Il finale
Dopo la felicità del mattino, la sera riporta la malinconia. La vita appare come una corolla di tenebre: un fiore, ma scuro. È un finale tipicamente ungarettiano, in cui la luce e il buio convivono.
Stile
Versi liberi, brevi, senza punteggiatura, raggruppati in strofe di lunghezza diversa. Le analogie sono numerose e rapide: il circo, l’urna, la reliquia, l’acrobata, il beduino. Per altre poesie dello stesso periodo vedi Veglia e Soldati, e per il tema della guerra la pagina Ungaretti nelle trincee.
Dentro le analogie
Ungaretti costruisce la poesia con immagini rapide, che accostano cose lontane senza usare il “come”. La dolina ha l’aria di un circo prima o dopo lo spettacolo: un luogo vuoto, malinconico, dove qualcosa è appena finito o deve ancora cominciare. Il soldato nel fiume diventa un sasso levigato, una reliquia in un’urna, un acrobata sull’acqua, un beduino accovacciato che riceve il sole. In poche righe passa dalla morte alla vita, dall’immobilità al movimento, dal sacro all’esotico.
Il centro della poesia è un’espressione brevissima: il poeta si è riconosciuto “una docile fibra / dell’universo”. È la scoperta di un’armonia, la sensazione di far parte di qualcosa di più grande, proprio nel luogo in cui gli uomini si uccidono. Questa è la contraddizione che attraversa tutta l’Allegria: la guerra rivela la fragilità dell’uomo e, insieme, il suo attaccamento disperato alla vita.
Quattro fiumi, una identità
La seconda parte va letta come una carta d’identità. Il Serchio indica le origini: la famiglia di Ungaretti veniva dalla campagna lucchese. Il Nilo è l’infanzia e la giovinezza ad Alessandria d’Egitto, dove il poeta nacque nel 1888. La Senna è Parigi, dove studiò e conobbe le avanguardie e poeti come Apollinaire. L’Isonzo, infine, è la guerra, il luogo in cui tutto si raccoglie. Ungaretti, che si sentiva spesso straniero ovunque, trova nel fiume del fronte il punto in cui la sua storia acquista un senso.
Come preparare l’orale
Per presentare la poesia conviene seguire tre passaggi: la situazione notturna iniziale, il ricordo del bagno mattutino con il riconoscimento di sé, e la rassegna dei fiumi fino alla chiusa malinconica. Poi si può collegare il testo al tema dell’identità e delle radici, o al rapporto tra uomo e natura in tempo di guerra. Per un quadro completo dell’autore e della sua esperienza al fronte c’è anche la pagina su Ungaretti e la poesia di guerra.
Un ultimo dettaglio: nelle edizioni successive Ungaretti ritoccò più volte il testo, eliminando parole e spezzando ancora i versi. È un lavoro di sottrazione tipico della sua poetica, e spiega perché a volte si trovano versioni leggermente diverse della stessa poesia.
Per orientarti tra autori e opere del secolo apri l’indice del Novecento e di oggi.
Fonti e approfondimenti
- Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo. Tutte le poesie, a cura di Leone Piccioni, Mondadori, «I Meridiani», Milano 1969.
- «UNGARETTI, Giuseppe», in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani).
- «Ungarétti, Giuseppe», voce dell’Enciclopedia Treccani online.
- Giulio Ferroni, Storia della letteratura italiana, Einaudi Scuola, Milano 1991 (4 voll.).
- Storia della letteratura italiana, diretta da Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, Garzanti, Milano 1965-1969.
Poetica e pensiero di Ungaretti nei Fiumi
I fiumi porta in calce un luogo e una data: Cotici, 16 agosto 1916. Ungaretti è soldato semplice sul Carso, e la poesia nasce in una pausa della guerra, dopo un bagno nell’Isonzo. Entra nel Porto sepolto, la plaquette stampata a Udine alla fine del 1916 in ottanta copie, e poi nell’Allegria.
Il testo è una specie di autobiografia in versi. Immerso nell’acqua dell’Isonzo, il poeta si sente «una docile fibra dell’universo» e ritrova, uno dopo l’altro, i fiumi della sua vita: il Serchio dei suoi antenati lucchesi, il Nilo di Alessandria d’Egitto dove è nato e cresciuto, la Senna di Parigi dove si è formato. È un momento di armonia raro nella poesia di guerra, quasi un rito di purificazione.
Qui si capisce il senso della poetica ungarettiana di questi anni. Davanti alla morte la parola deve tornare essenziale, quasi nuda. Non serve l’eloquenza: serve una parola che dica l’esperienza vissuta con il minimo dei mezzi. Il titolo della raccolta maggiore, L’allegria, va letto così: non gioia ingenua, ma lo slancio vitale di chi si scopre vivo in mezzo alla distruzione.
Analisi stilistica dei testi
Il primo verso è «Mi tengo a quest’albero mutilato». Un albero ferito dalle granate, un appoggio fragile: l’immagine di guerra entra subito, senza commento. I versi sono brevissimi, spesso di una o due parole, e la punteggiatura è assente. Lo spazio bianco della pagina diventa parte del testo e costringe a pause lunghe, quasi silenzi.
Il lessico è semplice, ma le parole vengono isolate e così caricate di significato. La struttura procede per blocchi: la situazione presente, il rito dell’acqua, l’elenco dei fiumi, la conclusione sulla propria vita che «pare una corolla di tenebre». L’analogia lega il dato concreto a una dimensione esistenziale.
La critica letteraria sui Fiumi
La critica concorda nel vedere nel Porto sepolto una delle date d’inizio della poesia moderna italiana: la frantumazione del verso tradizionale, la parola isolata, il rifiuto dell’ornamento. Molti commentatori hanno letto I fiumi come la poesia in cui Ungaretti fa per la prima volta il bilancio della propria identità, divisa tra Italia, Egitto e Francia.
Fonti per la verifica: doppiozero, «Giuseppe Ungaretti. Mi tengo a quest’albero mutilato»; scheda sul Porto sepolto (Udine 1916, 80 copie numerate, ed. Ettore Serra).
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