Nel 1956 un giovane studioso genovese di ventisei anni pubblica a Varese, presso un piccolo editore, un poemetto che quasi nessuno riesce a leggere. Si intitola Laborintus, un incrocio tra labirinto e lavoro, e comincia così: «composte terre in strutturali complessi sono Palus Putredinis». Latino, italiano, termini filosofici, frammenti di sogno, citazioni, tutto mescolato senza punteggiatura regolare. Il lettore si perde, ed è proprio quello che l’autore vuole. Il poeta è Edoardo Sanguineti, e quel libro è uno dei punti di partenza della neoavanguardia italiana.
Sanguineti è stato tante cose: poeta, romanziere, critico, professore universitario, traduttore, autore di teatro, deputato. A scuola lo si incontra di solito alla voce Gruppo 63, con una definizione rapida e un testo difficile. Vale la pena conoscerlo meglio, perché la sua idea di poesia pone domande che restano aperte: a che cosa serve una lingua poetica, in un mondo dominato dal linguaggio della pubblicità e della televisione?
Uno studioso di Dante
Edoardo Sanguineti nasce a Genova il 9 dicembre 1930, ma cresce a Torino, dove la famiglia si trasferisce quando lui è bambino. Studia all’università con Giovanni Getto e si laurea con una tesi su Dante, l’Interpretazione di Malebolge, poi pubblicata. Dante resterà per tutta la vita il suo autore di riferimento: il Dante più duro, quello dell’Inferno, dei diavoli e delle bolge, del linguaggio basso e violento.
La carriera accademica lo porta a insegnare letteratura italiana a Torino, poi a Salerno e infine a Genova. Scrive saggi su Dante, sul Liberty, su Gozzano, su Pascoli, sulla poesia del Novecento. È un critico rigoroso, di formazione marxista, convinto che la letteratura vada letta in rapporto con la storia e con l’ideologia. Questa doppia attività, di professore e di poeta sperimentale, è una delle chiavi per capirlo: dietro i suoi testi apparentemente caotici c’è sempre una cultura enorme.
Laborintus: il caos come metodo
Laborintus è un poemetto in ventisette sezioni. Non racconta una storia e non esprime i sentimenti di un io lirico. È un flusso di linguaggi diversi che si scontrano: il latino medievale, la terminologia della psicoanalisi di Jung, le parole dei manuali di filosofia, il linguaggio quotidiano, frammenti di sogni. Il titolo richiama un trattato medievale di retorica, ma anche il labirinto in cui si muove la mente.
Il senso dell’operazione, spiegato più volte dall’autore, è questo. La società borghese ha prodotto un linguaggio in crisi, logoro, pieno di formule vuote. La poesia tradizionale, con il suo io che parla di sé, finge che quella crisi non esista. Sanguineti invece la mostra, la porta dentro il testo. Il caos della forma è il caos del mondo. La «Palus Putredinis» del primo verso, la palude di putrefazione, è stata letta dalla critica proprio così: l’immagine di una cultura in decomposizione, che la poesia deve attraversare, fango compreso, invece di scavalcarla.
Come si legge, in pratica, un testo del genere? Non cercando una parafrasi riga per riga, che spesso non esiste. Conviene piuttosto osservare i materiali: quali lingue compaiono, da dove vengono le parole, che effetto fa il loro accostamento. Un termine della psicoanalisi accanto a una formula scolastica medievale, un’espressione affettuosa accanto a un vocabolo tecnico. Il senso nasce dall’attrito. È un esercizio utile anche per capire che cosa avevano in mente gli autori del Gruppo 63: non scrivere testi da capire, ma testi da attraversare, che obbligano il lettore a uscire dalle abitudini.
Non tutti accettarono la sfida. Molti critici, e molti poeti, giudicarono Laborintus illeggibile, un esercizio di laboratorio. Altri ci videro la prima risposta seria, in Italia, alle avanguardie europee del Novecento, da Joyce a Pound, dopo i futuristi. La discussione è ancora aperta, e in classe può diventare un buon dibattito: un testo che quasi nessuno capisce al primo colpo può essere grande poesia?
Il libro fu letto da pochi, ma attirò l’attenzione di Luciano Anceschi, il critico che dirigeva la rivista «Il Verri» e che stava raccogliendo intorno a sé un gruppo di giovani scrittori sperimentali.
I Novissimi e il Gruppo 63
Nel 1961 Alfredo Giuliani cura l’antologia I Novissimi. Poesie per gli anni ’60, con testi di cinque poeti: Giuliani stesso, Elio Pagliarani, Antonio Porta, Nanni Balestrini e Sanguineti. È il manifesto poetico della neoavanguardia. L’idea comune è rifiutare sia la tradizione lirica dell’Ermetismo sia l’impegno realistico del Neorealismo, e lavorare sul linguaggio come materiale, con le tecniche del montaggio, del collage, della frammentazione.
Nel 1963, a Palermo, nasce il Gruppo 63, che riunisce poeti, narratori, critici, musicisti. Sanguineti ne è uno dei teorici più lucidi e polemici. Il gruppo attacca gli scrittori affermati, da Cassola a Bassani, accusati di produrre una letteratura consolatoria, adatta al mercato. Le discussioni sono accese, le polemiche feroci. Tra le più note, quella con Pasolini, che accusava la neoavanguardia di essere un gioco intellettuale di borghesi.
Il romanzo e il teatro
Sanguineti sperimenta anche nella narrativa. Capriccio italiano (1963) è un romanzo fatto di sogni, frammenti, scene senza trama lineare, in cui la vita quotidiana di una coppia si mescola all’inconscio. Il giuoco dell’oca (1967) è costruito come il gioco da tavolo: centoundici caselle, ognuna una breve prosa, che il lettore può percorrere in un ordine non obbligato. Sono libri che rompono la forma tradizionale del romanzo, come facevano negli stessi anni gli scrittori francesi del nouveau roman.
Ancora più fortunato è il lavoro per il teatro. Nel 1969 firma con il regista Luca Ronconi una celebre riduzione dell’Orlando furioso di Ariosto, rappresentata in spazi aperti e capannoni, con più azioni simultanee e il pubblico che si sposta tra una scena e l’altra. Fu uno spettacolo che fece epoca. Sanguineti tradusse anche molti classici per la scena: tragedie greche, Seneca, Shakespeare, Goethe, Brecht.
Anche il lavoro di traduttore va ricordato, perché per Sanguineti tradurre era una forma di scrittura. Le sue versioni non cercano di rendere il classico «moderno» con un linguaggio neutro: lavorano sul suono, sul ritmo, sulla fisicità della parola, e pensano sempre alla voce dell’attore. È lo stesso principio della sua poesia, applicato ai testi degli altri.
Dopo l’avanguardia: l’ironia e il quotidiano
Dagli anni Settanta la poesia di Sanguineti cambia. Resta il gusto del montaggio e della citazione, ma il caos di Laborintus lascia il posto a testi più leggibili, spesso ironici, legati alla vita quotidiana, alla famiglia, ai viaggi, alla politica. Raccolte come Wirrwarr (1972), Postkarten (1978), Stracciafoglio (1980), Segnalibro (1982) mostrano un poeta che gioca con le forme della lirica tradizionale per smontarle dall’interno.
C’è anche un Sanguineti più privato, che sorprende chi conosce solo l’avanguardia. In molte poesie della maturità compaiono la moglie Luciana, i figli, le case, le vacanze, le piccole liti domestiche, le cartoline spedite dai viaggi, come dice il titolo tedesco di Postkarten. Il quotidiano entra nel verso senza essere abbellito, con una franchezza che a volte fa ridere. È un modo diverso di continuare la battaglia contro la lirica tradizionale: non più con il caos, ma con l’ironia e la normalità.
Uno dei testi più amati in questa fase è la Ballata delle donne, che usa il ritmo cantilenante della ballata per parlare della donna come gioia e dell’uomo come noia:
Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.
È un testo semplice solo in apparenza. La ballata è una delle forme più antiche della poesia italiana, quella di Cavalcanti e di Poliziano, e Sanguineti la sceglie con intenzione: il dantista sa bene da dove viene, e la rimette in circolo con un contenuto di oggi. La forma popolare, le rime facili, la ripetizione di «penso» sono usate con piena consapevolezza, quasi come una parodia affettuosa. Il poeta dell’avanguardia dimostra di saper scrivere anche in modo cantabile, ma senza rinunciare all’ironia.
L’impegno politico
Sanguineti non ha mai separato la letteratura dalla politica. Marxista dichiarato, fu eletto alla Camera come indipendente nelle liste del Partito comunista nel 1979, e partecipò attivamente alla vita politica e culturale fino agli ultimi anni. Ripeteva che la poesia è una forma di critica dell’ideologia: smontare il linguaggio significa smontare il modo in cui la società ci fa pensare. Muore a Genova il 18 maggio 2010.
Come studiarlo
A scuola Sanguineti si studia come voce principale della neoavanguardia. Per la verifica: Genova 1930-2010; la formazione da dantista; Laborintus (1956) e la poetica del caos linguistico; l’antologia dei Novissimi (1961) e il Gruppo 63; i romanzi sperimentali, Capriccio italiano e Il giuoco dell’oca; l’Orlando furioso con Ronconi; la svolta ironica degli anni Settanta e la Ballata delle donne.
Un buon confronto è con Pasolini, che negli stessi anni difendeva una poesia comunicativa e civile, e con Montale, che in Satura sceglieva anche lui una lingua prosastica, ma senza alcuna fiducia nell’avanguardia. Il quadro generale è nella pagina sulla poesia del secondo Novecento.
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