Il fu Mattia Pascal di Pirandello: i 18 capitoli, riassunti e testo

Antonio Garofano Antonio Garofano

Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello

Il fu Mattia Pascal è il romanzo che, nel 1904, rese famoso Pirandello. La storia parte da un equivoco: Mattia, bibliotecario in un paesino ligure, scappa di casa, vince una fortuna a Montecarlo e scopre dal giornale di essere stato riconosciuto in un annegato. Decide di approfittarne. Diventa Adriano Meis, un uomo senza passato, libero da tutto. Le altre opere e le idee dell’autore sono nella pagina su Luigi Pirandello.

Quella libertà però si rivela una trappola. Senza un nome registrato non si può comprare un cane, sposarsi, denunciare un ladro, battersi in duello. Il romanzo, raccontato in prima persona da Mattia stesso, è insieme comico e amaro: è il libro dell’umorismo pirandelliano, dove si ride e subito dopo ci si ferma a pensare.

Qui trovi la guida generale e i diciotto capitoli. Ogni capitolo ha il riassunto, i punti da ricordare, i personaggi, il testo integrale di Pirandello, un commento, un passo analizzato da vicino e alcune domande per il ripasso.

Autore Luigi Pirandello (1867-1936)
Genere romanzo, narrato in prima persona
Pubblicazione 1904, a puntate su «Nuova Antologia», poi in volume
Ambientazione Miragno (paese immaginario della Liguria), Montecarlo, Milano, Roma
Struttura 18 capitoli, più l’«Avvertenza sugli scrupoli della fantasia»
Edizione rivista 1921, con l’Avvertenza sugli scrupoli della fantasia
Narratore Interno, in prima persona: Mattia racconta a cose fatte

I diciotto capitoli in breve

I personaggi

Mattia Pascal è il narratore. Figlio di una famiglia benestante rovinata, sposato male, bibliotecario svogliato. Diventa Adriano Meis dopo la sua falsa morte, e alla fine torna a Miragno come «il fu Mattia Pascal».

A Miragno ci sono Romilda, la moglie; sua madre, la vedova Pescatore, la suocera terribile; Batta Malagna, l’amministratore che si è mangiato il patrimonio dei Pascal; Pomino, l’amico timido che alla fine sposerà Romilda; zia Scolastica; il fratello Berto; don Eligio Pellegrinotto, che spinge Mattia a scrivere.

A Roma ci sono Anselmo Paleari, il padrone di casa, filosofo e spiritista; la figlia Adriana, di cui Adriano si innamora; Silvia Caporale, maestra di pianoforte e medium; il genero Terenzio Papiano, intrigante e ladro, con il fratello Scipione; e poi Pepita Pantogada e il pittore Bernaldez.

I temi

L’identità. Il nome è «la sola» cosa che Mattia sa di certo, eppure lo perde. Il romanzo mostra che l’identità non è solo dentro di noi: dipende dai documenti, dalla legge, da quello che gli altri dicono.

La trappola e la libertà. La famiglia e il paese sono una trappola; ma la libertà assoluta di Adriano Meis è un’altra trappola, fatta di solitudine. Non c’è una via d’uscita pulita.

Il caso. La vincita a Montecarlo, il cadavere scambiato, il nome trovato in treno: la vita di Mattia è governata da coincidenze, non da scelte.

La crisi delle certezze. Copernico, lo strappo nel cielo di carta, la lanterninosofia: sono tre immagini dell’uomo moderno che ha perso il centro.

Lo stile e l’umorismo

Il romanzo è un memoriale scritto da Mattia dopo i fatti, con molte digressioni e riflessioni. Il tono è colloquiale, ironico, pieno di esclamazioni e di domande al lettore. Pirandello lo definirà più tardi, nel saggio L’umorismo (1908), con l’idea del «sentimento del contrario»: si comincia ridendo di una situazione, e poi, riflettendo, se ne vede il lato doloroso.

I luoghi

Miragno è un paese immaginario della Liguria, con la biblioteca Boccamazza e il podere della Stia, dove viene trovato l’annegato. Poi ci sono Nizza e Montecarlo, il casinò; le città dei viaggi di Adriano, tra cui Milano nella nebbia; Roma, con la casa Paleari in via Ripetta, il Tevere, Ponte Molle e Ponte Margherita; e Oneglia, dove vive il fratello Berto.

Avvertenza sugli scrupoli della fantasia (testo integrale)

Pirandello aggiunse questa appendice nell’edizione del 1921. Risponde a chi aveva giudicato inverosimile la storia di Mattia, partendo da un fatto di cronaca americano: il caso del signor Alberto Heintz di Buffalo. La sua tesi è che la vita non ha bisogno di essere verosimile, e che spesso copia, senza saperlo, l’arte.

Il signor Alberto Heintz, di Buffalo negli Stati Uniti, al bivio tra l’amore della moglie e quello d’una signorina ventenne, pensa bene di invitar l’una e l’altra a un convegno per prendere insieme con lui una decisione.

Le due donne e il signor Heintz si trovano puntuali al luogo convenuto; discutono a lungo, e alla fine si mettono d’accordo.

Decidono di darsi la morte tutti e tre.

La signora Heintz ritorna a casa; si tira una revolverata e muore. Il signor Heintz, allora, e la sua innamorata signorina ventenne, visto che con la morte della signora Heintz ogni ostacolo alla loro felice unione è rimosso, riconoscono di non aver più ragione d’uccidersi e risolvono di rimanere in vita e di sposarsi. Diversamente però risolve l’autorità giudiziaria, e li trae in arresto.

Conclusione volgarissima.

(Vedere i giornali di New York del 25 gennajo 1921, edizione del mattino.)

Poniamo che un disgraziato scrittor di commedie abbia la cattiva ispirazione di portare sulla scena un caso simile.

Si può esser sicuri che la sua fantasia si farà scrupolo prima di tutto di sanare con eroici rimedii l’assurdità di quel suicidio della signora Heintz, per renderlo in qualche modo verosimile.

Ma si può essere ugualmente sicuri, che, pur con tutti i rimedii eroici escogitati dallo scrittor di commedie, novantanove critici drammatici su cento giudicheranno assurdo quel suicidio e inverosimile la commedia.

Perché la vita, per tutte le sfacciate assurdità, piccole e grandi, di cui beatamente è piena, ha l’inestimabile privilegio di poter fare a meno di quella stupidissima verosimiglianza, a cui l’arte crede suo dovere obbedire.

Le assurdità della vita non hanno bisogno di parer verosimili, perché sono vere. All’opposto di quelle dell’arte che, per parer vere, hanno bisogno d’esser verosimili. E allora, verosimili, non sono più assurdità.

Un caso della vita può essere assurdo; un’opera d’arte, se è opera d’arte, no.

Ne segue che tacciare d’assurdità e d’inverosimiglianza, in nome della vita, un’opera d’arte è balordaggine.

In nome dell’arte, sì; in nome della vita, no.

C’è nella storia naturale un regno studiato dalla zoologia, perché popolato dagli animali.

Tra i tanti animali che lo popolano è compreso anche l’uomo.

E lo zoologo sì, può parlare dell’uomo e dire, per esempio, che non è un quadrupede ma un bipede, e che non ha la coda, vuoi come la scimmia, vuoi come l’asino, vuoi come il pavone.

All’uomo di cui parla lo zoologo non può mai capitar la disgrazia di perdere, poniamo, una gamba e di farsela mettere di legno; di perdere un occhio e di farselo mettere di vetro. L’uomo dello zoologo ha sempre due gambe, di cui nessuna di legno; sempre due occhi, di cui nessuno di vetro.

E contraddire allo zoologo è impossibile. Perché lo zoologo, se gli presentate un tale con una gamba di legno o con un occhio di vetro, vi risponde che egli non lo conosce, perché quello non è l’uomo, ma un uomo.

E’ vero però che noi tutti, a nostra volta, possiamo rispondere allo zoologo che l’uomo ch’egli conosce non esiste, e che invece esistono gli uomini, di cui nessuno è uguale all’altro e che possono anche avere per disgrazia una gamba di legno o un occhio di vetro.

Si domanda a questo punto se vogliono esser considerati come zoologi o come critici letterarii quei tali signori che, giudicando un romanzo o una novella o una commedia, condannano questo o quel personaggio, questa o quella rappresentazione di fatti o di sentimenti, non già in nome dell’arte come sarebbe giusto, ma in nome d’una umanità che sembra essi conoscano a perfezione, come se realmente in astratto esistesse, fuori cioè di quell’infinita varietà d’uomini capaci di commettere tutte quelle sullodate assurdità che non hanno bisogno di parer verosimili, perché sono vere.

Intanto, per l’esperienza che dal canto mio ho potuto fare d’una tal critica, il bello è questo: che mentre lo zoologo riconosce che l’uomo si distingue dalle altre bestie anche per il fatto che l’uomo ragiona e che le bestie non ragionano; il ragionamento appunto (vale a dire ciò che è più proprio dell’uomo) è apparso tante volte ai signori critici, non come un eccesso se mai, ma anzi come un difetto d’umanità in tanti miei non allegri personaggi. Perché pare che umanità, per loro, sia qualche cosa che più consista nel sentimento che nel ragionamento.

Ma volendo parlare così astrattamente come codesti critici fanno, non è forse vero che mai l’uomo tanto appassionatamente ragiona (o sragiona, che è lo stesso), come quando soffre, perché appunto delle sue sofferenze vuol veder la radice, e chi gliele ha date, e se e quanto sia stato giusto il dargliele; mentre, quando gode, si piglia il godimento e non ragiona, come se il godere fosse suo diritto?

Dovere delle bestie è il soffrire senza ragionare. Chi soffre e ragiona (appunto perché soffre), per quei signori critici non è umano; perché pare che, chi soffra, debba esser soltanto bestia, e che soltanto quando sia bestia, sia per essi umano.

Ma di recente ho pur trovato un critico, a cui son molto grato.

A proposito della mia disumana e, pare, inguaribile « cerebralità » e paradossale inverosimiglianza delle mie favole e dei miei personaggi, egli ha domandato a quegli altri critici donde attingevano il criterio per giudicare siffattamente il mondo della mia arte.

« Dalla cosiddetta vita normale? » ha domandato. « Ma cos’è questa se non un sistema di rapporti, che noi scegliamo nel caos degli eventi quotidiani e che arbitrariamente qualifichiamo normale? » Per concludere che « non si può giudicare il mondo d’un artista con un criterio di giudizio attinto altrove che da questo mondo medesimo ».

Debbo aggiungere, per dar credito a questo critico presso gli altri critici che non ostante questo, anzi proprio per questo, anch’egli poi giudica sfavorevolmente l’opera mia: perché gli pare, cioè, ch’io non sappia dar valore e senso universalmente umano alle mie favole e ai miei personaggi; tanto da lasciar perplesso chi deve giudicarli, se io non abbia inteso piuttosto limitarmi a riprodurre certi curiosi casi, certe particolarissime situazioni psicologiche.

Ma se il valore e il senso universalmente umano di certe mie favole e di certi miei personaggi, nel contrasto com’egli dice, tra realtà e illusione, tra volto individuale ed immagine sociale di esso, consistesse innanzi tutto nel senso e nel valore da dare a quel primo contrasto, il quale per una beffa costante della vita, ci si scopre sempre inconsistente, in quanto che, necessariamente purtroppo, ogni realtà d’oggi è destinata a scoprircisi illusione domani, ma illusione necessaria, se purtroppo fuori di essa non c’è per noi altra realtà? Se consistesse appunto in questo, che un uomo o una donna, messi da altri o da se stessi in una penosa situazione, socialmente anormale, assurda per quanto si voglia, vi durano, la sopportano, la rappresentano davanti agli altri, finché non la vedono, sia pure per la loro cecità o incredibile buonafede; perché appena la vedono come a uno specchio che sia posto loro davanti, non la sopportano più, ne provan tutto l’orrore e la infrangono o, se non possono infrangerla, se ne senton morire? Se consistesse appunto in questo, che una situazione, socialmente anormale, si accetta, anche vedendola a uno specchio, che in questo caso ci para davanti la nostra stessa illusione; e allora la si rappresenta, soffrendone tutto il martirio, finché la rappresentazione di essa sia possibile dentro la maschera soffocante che da noi stessi ci siamo imposta o che da altri o da una crudele necessità ci sia stata imposta, cioè fintanto che sotto questa maschera un sentimento nostro, troppo vivo, non sia ferito così addentro, che la ribellione alla fine prorompa e quella maschera si stracci e si calpesti?

« Allora, di colpo » dice il critico « un fiotto d’umanità invade questi personaggi, le marionette divengono improvvisamente creature di carne e di sangue, e parole che bruciano l’anima e straziano il cuore escono dalle loro labbra »

E sfido! Hanno scoperto il loro nudo volto individuale sotto quella maschera, che li rendeva marionette di se stessi, o in mano agli altri; che li faceva in prima apparir duri, legnosi, angolosi, senza finitezza e senza delicatezza, complicati e strapiombanti, come ogni cosa combinata e messa sù non liberamente ma per necessità, in una situazione anormale, inverosimile, paradossale, tale insomma che essi alla fine non han potuto più sopportarla e l’hanno rotta.

L’arruffìo, se c’è, dunque è voluto; il macchinismo, se c’è, dunque è voluto; ma non da me: bensì dalla favola stessa, dagli stessi personaggi; e si scopre subito, difatti: spesso è concertato apposta e messo sotto gli occhi nell’atto stesso di concertarlo e di combinarlo: è la maschera per una rappresentazione; il giuoco delle parti; quello che vorremmo o dovremmo essere; quello che agli altri pare che siamo; mentre quel che siamo, non lo sappiamo, fino a un certo punto, neanche noi stessi; la goffa incerta metafora di noi; la costruzione, spesso arzigogolata, che facciamo di noi, o che gli altri fanno di noi: dunque, davvero, un macchinismo, sì, in cui ciascuno volutamente, ripeto, è la marionetta di se stesso; e poi, alla fine, il calcio che manda all’aria tutta la baracca.

Credo che non mi resti che di congratularmi con la mia fantasia se, con tutti i suoi scrupoli, ha fatto apparir come difetti reali, quelli ch’eran voluti da lei: difetti di quella fittizia costruzione che i personaggi stessi han messo su di sé e della loro vita, o che altri ha messo sù per loro: i difetti insomma della maschera finché non si scopre nuda.

Ma una consolazione più grande m’è venuta dalla vita, o dalla cronaca quotidiana, a distanza di circa vent’anni dalla prima pubblicazione di questo mio romanzo Il fu Mattia Pascal, che ancora una volta oggi si ristampa.

Neppure ad esso, quando apparve per la prima volta, mancò, pur tra il consenso quasi unanime, chi lo tacciasse d’inverosimiglianza.

Ebbene, la vita ha voluto darmi la prova della verità di esso in una misura veramente eccezionale, fin nella minuzia di certi caratteristici particolari spontaneamente trovati dalla mia fantasia.

Ecco quanto si leggeva nel Corriere della Sera del 27 marzo 1920:

L’OMAGGIO DI UN VIVO ALLA PROPRIA TOMBA

Un singolare caso di bigamia, dovuto all’affermata ma non sussistente morte di un marito, si è rivelato in questi giorni. Risaliamo brevemente all’antefatto. Nel reparto Calvairate il 26 dicembre 1916 alcuni contadini pescavano dalle acque del canale delle « Cinque chiuse » il cadavere di un uomo rivestito di maglia e pantaloni color marrone. Del rinvenimento fu dato avviso ai carabinieri che iniziarono le investigazioni. Poco dopo il cadavere veniva identificato da tale Maria Tedeschi, ancor piacente donna sulla quarantina, e da certi Luigi Longoni e Luigi Majoli, per quello dell’elettricista Ambrogio Casati di Luigi, nato nel 1869 marito della Tedeschi. In realtà l’annegato assomigliava molto al Casati.

Quella testimonianza, a quanto ora è risultato, sarebbe stata alquanto interessata, specie per il Majoli e per la Tedeschi. Il vero Casati era vivo! Era, però, in carcere ancora dal 21 febbraio dell’anno precedente per un reato contro la proprietà e da tempo viveva diviso, sebbene non legalmente, dalla moglie. Dopo sette mesi di gramaglie, la Tedeschi passava a nuove nozze col Majoli, senza urtare contro nessuno scoglio burocratico. Il Casati finì di scontare la pena l’8 marzo del 1917 e solo in questi giorni egli apprese di essere… morto e che sua moglie si era rimaritata ed era scomparsa. Seppe tutto ciò quando si recò all’Ufficio di anagrafe in piazza Missori, avendo bisogno di un documento. L’impiegato, allo sportello, inesorabilmente gli osservò:

― Ma voi siete morto! Il vostro domicilio legale è al cimitero di Musocco, campo comune 44, fossa n. 550…

Ogni protesta di colui che voleva essere dichiarato vivo fu inutile. Il Casati si propone di far riconoscere i suoi diritti alla… resurrezione, e non appena rettificato, per quanto lo riguarda, lo stato civile, la presunta vedova rimaritata vedrà annullato il secondo matrimonio.

Intanto la stranissima avventura non ha punto afflitto il Casati: anzi si direbbe che l’ha messo di buon umore, e, desideroso di nuove emozioni, ha voluto far una capatina alla… propria tomba e come atto di omaggio alla sua memoria, ha deposto sul tumulo un fragrante mazzo di fiori e vi ha acceso un lumino votivo!

Il presunto suicidio in un canale; il cadavere estratto e riconosciuto dalla moglie e da chi poi sarà secondo marito di lei; il ritorno del finto morto e finanche l’omaggio alla propria tomba! Tutti i dati di fatto, naturalmente senza tutto quell’altro che doveva dare al fatto valore e senso, universalmente umano.

Non posso supporre che il signor Ambrogio Casati elettricista, abbia letto il mio romanzo e recato i fiori alla sua tomba per imitazione del fu Mattia Pascal.

La vita, intanto, col suo beatissimo dispregio d’ogni verosimiglianza, poté trovare un prete e un sindaco che unirono in matrimonio il signor Majoli e la signora Tedeschi senza curarsi di conoscere un dato di fatto, di cui pur forse era facilissimo aver notizia, che cioè il marito signor Casati si trovava in carcere e non sottoterra.

La fantasia si sarebbe fatto scrupolo, certamente, di passar sopra a un tal dato di fatto; e ora gode, ripensando alla taccia di inverosimiglianza che anche allora le fu data, di far conoscere di quali reali inverosimiglianze sia capace la vita anche nei romanzi che, senza saperlo, essa copia dall’arte.

Testo del Fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0.

Domande frequenti

Di che cosa parla Il fu Mattia Pascal?

Di un uomo, Mattia Pascal, che scopre di essere stato dichiarato morto: a Miragno hanno riconosciuto il suo corpo in quello di un annegato. Approfitta dell’errore per diventare un altro, Adriano Meis, ma senza un’identità riconosciuta non può amare, denunciare un furto o battersi in duello. Finge un secondo suicidio e torna a casa, dove la moglie si è risposata.

Quando è stato pubblicato?

Nel 1904, prima a puntate sulla rivista Nuova Antologia e poi in volume. In un’edizione successiva Pirandello aggiunse un’appendice, l’Avvertenza sugli scrupoli della fantasia.

Quanti capitoli ha il romanzo?

Diciotto capitoli, con titoli propri: si va dalla «Premessa» al capitolo finale, che si intitola come il romanzo, «Il fu Mattia Pascal».

Che cos'è lo strappo nel cielo di carta?

È un’immagine del capitolo 12. Anselmo Paleari immagina che durante una tragedia di marionette si strappi il cielo di carta del teatrino: Oreste, distratto da quel buco, diventerebbe Amleto. È il simbolo dell’uomo moderno, che ha perso le certezze e non riesce più ad agire.

Che cos'è la lanterninosofia?

È la teoria di Anselmo Paleari nel capitolo 13: ogni uomo porta in sé un lanternino, il sentimento della vita, che illumina un piccolo cerchio intorno a lui; oltre c’è il buio. Accanto ci sono i «lanternoni», i grandi ideali collettivi come Verità, Virtù, Bellezza, Onore, che si accendono e si spengono nella storia.