Gerusalemme liberata canto 1: proemio, parafrasi e testo

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto del canto primo

Il poema si apre nel sesto anno della crociata. Dio guarda la Terra santa e vede che tra i capi cristiani solo Goffredo di Buglione pensa davvero a liberare il Sepolcro: gli altri sono distratti da ambizioni, amori e conquiste personali. Manda allora l’arcangelo Gabriele a Goffredo, accampato vicino a Tortosa, perché riunisca i principi. Nel consiglio Goffredo ricorda perché sono partiti e invita tutti a puntare su Gerusalemme; Pietro l’Eremita propone di dare il comando a un solo capo, e la scelta cade proprio su di lui. Segue la rassegna dell’esercito, una lunga sfilata di schiere e di nomi, da Tancredi al giovanissimo Rinaldo. Goffredo fa partire il campo verso la città santa. Intanto a Gerusalemme il re Aladino, saputo dell’arrivo dei crociati, si prepara alla difesa e sfoga i suoi sospetti contro i cristiani che vivono dentro le mura.

Da ricordare

  • Il proemio dichiara l’argomento: le “arme pietose” e il capitano che liberò il Sepolcro.
  • Tasso chiede perdono alla Musa cristiana se mescola al vero qualche invenzione: è la poetica del vero abbellito.
  • Il poema è dedicato ad Alfonso II d’Este, duca di Ferrara.
  • Goffredo è il capo voluto da Dio: rappresenta l’unità contro le forze che disperdono.
  • La rassegna dei crociati richiama i cataloghi dell’epica classica, da Omero a Virgilio.

Parafrasi dei passi chiave

Ottave 1-2

Canto la guerra santa e il capitano che liberò il grande sepolcro di Cristo. Fece molto con l’intelligenza e con il braccio, e molto sopportò in quella gloriosa conquista. Inutilmente l’Inferno gli si oppose, inutilmente si armarono contro di lui i popoli mescolati dell’Asia e dell’Africa: il Cielo lo favorì, e lui riportò sotto le sante insegne i compagni che si erano dispersi. O Musa, tu che non porti in testa gli allori che appassiscono sull’Elicona, ma in cielo, tra i cori dei beati, hai una corona d’oro fatta di stelle che non muoiono, ispira al mio petto un ardore celeste, rendi chiaro il mio canto e perdonami se intreccio al vero qualche ornamento e se in parte abbellisco le pagine con piaceri diversi dai tuoi.

Ottave 3-4

Tu sai che il mondo corre là dove il Parnaso, lusinghiero, versa più dolcezze, e che la verità condita in versi gradevoli convince anche i più restii. È come quando a un bambino malato bagniamo l’orlo del bicchiere con un liquido dolce: lui beve, ingannato, la medicina amara, e da quell’inganno riceve la vita. E tu, magnanimo Alfonso, che strappi alla furia della sorte me, viandante sperduto tra gli scogli e le onde, quasi inghiottito, e mi guidi in porto, accogli con volto sereno queste pagine, che ti porto come un’offerta votiva. Forse un giorno la mia penna, che già lo presagisce, oserà scrivere di te quello che adesso accenna soltanto.

Ottava 5

È giusto, se mai un giorno il buon popolo cristiano tornerà in pace e cercherà di riprendere al feroce Turco, con navi e cavalli, la grande preda che ha conquistato ingiustamente, che conceda a te il comando sulla terra o, se preferisci, il supremo comando sui mari. Tu, che emuli Goffredo, intanto ascolta i miei versi e preparati alle armi.

Da sapere. Il proemio occupa le prime cinque ottave e ha le tre parti classiche: la protasi, cioè l’argomento (ottava 1); l’invocazione alla Musa, che qui è cristiana e abita in cielo (ottave 2-3); la dedica ad Alfonso II d’Este (ottave 4-5). «Il fero Trace» è il Turco, «la grande ingiusta preda» è Gerusalemme e la Terra santa. Il paragone del fanciullo malato (ottava 3) viene da Lucrezio ed è la chiave della poetica di Tasso: il diletto poetico serve a far accettare la verità.

Testo del canto primo

Argomento.
Questo testo è riletto e controllato.

1.
Canto l’arme pietose, e ’l Capitano
Che ’l gran sepolcro liberò di Cristo.
Molto egli oprò col senno e con la mano;
Molto soffrì nel glorioso acquisto:
E invan l’Inferno a lui s’oppose; e invano
s’armò d’Asia e di Libia il popol misto:
Chè ’l Ciel gli diè favore, e sotto ai santi
Segni ridusse i suoi compagni erranti.

2.
O Musa, tu, che di caduchi allori
Non circondi la fronte in Elicona,
Ma su nel Cielo infra i beati cori
Hai di stelle immortali aurea corona;
Tu spira al petto mio celesti ardori,
Tu rischiara il mio canto, e tu perdona
S’intesso fregj al ver, s’adorno in parte
D’altri diletti, che de’ tuoi le carte.

3.
Sai che là corre il mondo, ove più versi
Di sue dolcezze il lusinghier Parnaso;
E che ’l vero condito in molli versi,
I più schivi allettando ha persuaso.
Così all’egro fanciul porgiamo aspersi
Di soavi licor gli orli del vaso:
Succhi amari, ingannato, intanto ei beve,
E dall’inganno suo vita riceve.

4.
Tu magnanimo Alfonso, il qual ritogli
Al furor di fortuna, e guidi in porto
Me peregrino errante, e fra gli scoglj,
E fra l’onde agitato, e quasi assorto;
Queste mie carte in lieta fronte accogli,
Che quasi in voto a te sacrate i’ porto.
Forse un dì fia, che la presaga penna
Osi scriver di te quel ch’or n’accenna.

5.
È ben ragion, (s’egli averrà che ’n pace
Il buon popol di Cristo unqua si veda,
E con navi e cavalli al fero Trace
Cerchi ritor la grande ingiusta preda,)
Ch’a te lo scettro in terra o, se ti piace
L’alto imperio de’ mari a te conceda.
Emulo di Goffredo, i nostri carmi
Intanto ascolta, e t’apparecchia a l’armi.

6.
Già ’l sesto anno volgea, che ’n Oriente
Passò il campo Cristiano a l’alta impresa;
E Nicea per assalto, e la potente
Antiochia con arte avea già presa.
L’avea poscia in battaglia incontra gente
Di Persia innumerabile difesa,
E Tortosa espugnata; indi a la rea
Stagion diè loco, e ’l novo anno attendea.

7.
E ’l fine omai di quel piovoso inverno,
Che fea l’arme cessar, lunge non era;
Quando da l’alto soglio il Padre eterno,
Ch’è ne la parte più del Ciel sincera,
E quanto è da le stelle al basso inferno,
Tanto è più in su de la stellata spera,
Gli occhi in giù volse, e in un sol punto e in una
Vista mirò ciò che ’n se il mondo aduna.

8.
Mirò tutte le cose, ed in Soría
S’affissò poi ne’ Principi Cristiani;
E con quel guardo suo ch’addentro spia
Nel più secreto lor gli affetti umani,
Vede Goffredo che scacciar desia
Dalla santa Città gli empj Pagani:
E pien di fè, di zelo, ogni mortale
Gloria, impero, tesor mette in non cale.

9.
Ma vede in Baldovin cupido ingegno
Ch’all’umane grandezze intento aspira:
Vede Tancredi aver la vita a sdegno,
Tanto un suo vano amor l’ange e martira!
E fondar Boemondo al novo regno
Suo d’Antiochia alti principj mira;
E leggi imporre, ed introdur costume,
Ed arti, e culto di verace nume.

10.
E cotanto internarsi in tal pensiero,
Ch’altra impresa non par che più rammenti.
Scorge in Rinaldo ed animo guerriero,
E spirti di riposo impazienti.
Non cupidigia in lui d’oro o d’impero,
Ma d’onor brame immoderate, ardenti.
Scorge che dalla bocca intento pende
Di Guelfo, e i chiari antichi esempj apprende.

11.
Ma poich’ebbe di questi, e d’altri cori
Scorti gl’intimi sensi il Re del mondo;
Chiama a se da gli angelici splendori
Gabriel, che ne’ primi era secondo.
È tra Dio, questi, e l’anime migliori
Interprete fedel, nunzio giocondo:
Giù i decreti del Ciel porta, ed al Cielo
Riporta de’ mortali i preghi, e ’l zelo.

12.
Disse al suo nunzio Dio: Goffredo trova,
E in mio nome dì lui; perchè si cessa?
Perchè la guerra omai non si rinnova,
A liberar Gerusalemme oppressa?
Chiami i Duci a consiglio, e i tardi mova
All’alta impresa: ei capitan fia d’essa.
Io quì l’eleggo, e ’l faran gli altri in terra,
Già suoi compagni, or suoi ministri in guerra.

13.
Così parlogli; e Gabriel s’accinse
Veloce ad esequir l’imposte cose.
La sua forma invisibil d’aria cinse,
Ed al senso mortal la sottopose.
Umane membra, aspetto uman si finse,
Ma di celeste maestà il compose.
Tra giovane e fanciullo età confine
Prese, ed ornò di raggi il biondo crine.

14.
Ali bianche vestì c’han d’or le cime,
Infaticabilmente agili e preste.
Fende i venti e le nubi, e va sublime
Sovra la terra, e sovra il mar con queste.
Così vestito, indirizzossi all’ime
Parti del mondo il messaggier celeste:
Pria sul Libano monte ei si ritenne,
E si librò sull’adeguate penne.

15.
E ver le piagge di Tortosa poi
Drizzò, precipitando, il volo in giuso.
Sorgeva il nuovo sol dai lidi Eoi,
Parte già fuor, ma ’l più nell’onde chiuso:
E porgea mattutini i preghi suoi
Goffredo a Dio, come egli avea per uso;
Quando a paro col sol, ma più lucente,
L’Angelo gli apparì dall’Oriente.

16.
E gli disse; Goffredo, ecco opportuna
Già la stagion ch’al guerreggiar s’aspetta:
Perchè dunque trapor dimora alcuna
A liberar Gerusalem soggetta?
Tu i Principi a consiglio omai raguna:
Tu al fin dell’opra i neghittosi affretta.
Dio per lor duce già t’elegge; ed essi
Sopporran volontarj a te se stessi.

17.
Dio messaggier mi manda: io ti rivelo
La sua mente in suo nome. Oh quanta spene
Aver d’alta vittoria, oh quanto zelo
Dell’oste a te commessa or ti conviene!
Tacque; e sparito, rivolò del Cielo
Alle parti più eccelse e più serene.
Resta Goffredo ai detti, allo splendore,
D’occhj abbagliato, attonito di core.

18.
Ma poi che si riscuote, e che discorre
Chi venne, chi mandò, chè gli fu detto,
Se già bramava, or tutto arde d’imporre
Fine alla guerra, ond’egli è duce eletto.
Non che ’l vedersi agli altri in Ciel preporre
D’aura d’ambizion gli gonfi il petto;
Ma il suo voler più nel voler s’infiamma
Del suo signor, come favilla in fiamma.

19.
Dunque gli Eroi compagni, i quai non lunge
Erano sparsi, a ragunarsi invita.
Lettere a lettre, e messi a messi aggiunge:
Sempre al consiglio è la preghiera unita.
Ciò ch’alma generosa alletta e punge,
Ciò che può risvegliar virtù sopita,
Tutto par che ritrovi; e in efficace
Modo l’adorna sì, che sforza e piace.

20.
Vennero i Duci, e gli altri anco seguiro;
E Boemondo sol quì non convenne.
Parte fuor s’attendò, parte nel giro,
E tra gli alberghi suoi Tortosa tenne.
I grandi dell’esercito s’uniro
(Glorioso senato!) in dì solenne.
Quì il pio Goffredo incominciò tra loro,
Augusto in volto, ed in sermon sonoro:

21.
Guerrier di Dio, ch’a ristorare i danni
Della sua fede il Re del Cielo elesse:
E securi fra l’arme, e fra gl’inganni
Della terra e del mar, vi scorse e resse;
Sicch’abbiam tante e tante in sì pochi anni
Ribellanti provincie a lui sommesse:
E fra le genti debellate e dome,
Stese l’insegne sue vittrici, e ’l nome;

22.
Già non lasciammo i dolci pegni, e ’l nido
Nativo noi (se ’l creder mio non erra)
Nè la vita esponemmo al mare infido,
Ed a’ periglj di lontana guerra,
Per acquistar di breve suono un grido
Volgare, e posseder barbara terra;
Chè proposto ci avremmo angusto e scarso
Premio, e in danno dell’alme il sangue sparso.

23.
Ma fu de’ pensier nostri ultimo segno
Espugnar di Sion le nobil mura;
E sottrarre i Cristiani al giogo indegno
Di servitù così spiacente e dura:
Fondando in Palestina un novo regno,
Ov’abbia la pietà sede sicura:
Nè sia chi neghi al peregrin devoto
D’adorar la gran tomba, e sciorre il voto.

24.
Dunque il fatto sin ora al rischio è molto,
Più che molto al travaglio, all’onor poco,
Nulla al disegno; ove o si fermi, o volto
Sia l’impeto dell’arme in altro loco.
Che gioverà l’aver d’Europa accolto
Sì grande sforzo, e posto in Asia il foco,
Quando sia poi di sì gran moti il fine,
Non fabbriche di regni, ma ruine?

25.
Non edifica quei che vuol gl’imperi
Su fondamenti fabricar mondani:
Ove ha pochi di patria e fè stranieri,
Fra gl’infiniti popoli Pagani:
Ove ne’ Greci non convien che speri,
E i favor d’Occidente ha sì lontani;
Ma ben move ruine, ond’egli oppresso,
Sol construtto un sepolcro abbia a se stesso.

26.
Turchi, Persi, Antiochia (illustre suono,
E di nome magnifico e di cose!)
Opre nostre non già; ma del Ciel dono
Furo, e vittorie in ver maravigliose.
Or, se da noi rivolte, e torte sono
Contra quel fin che ’l donator dispose;
Temo cen privi; e favola alle genti
Quel sì chiaro rimbombo alfin diventi.

27.
Ah non sia alcun, per Dio, che sì graditi
Doni in uso sì reo perda, e diffonda.
A quei che sono alti principj orditi,
Di tutta l’opra il filo, e ’l fin risponda.
Ora che i passi liberi e spediti,
Ora che la stagione abbiam seconda,
Chè non corriamo alla città ch’è meta
D’ogni nostra vittoria? e chè più ’l vieta?

28.
Principi, io vi protesto (i miei protesti
Udrà il mondo presente, udrà il futuro:
L’odono or su nel Ciel anco i celesti)
Il tempo dell’impresa è già maturo.
Men divien opportun, più che si resti:
Incertissimo fia quel che è sicuro.
Presago son, s’è lento il nostro corso,
Ch’avrà d’Egitto il Palestin soccorso.

29.
Disse: e ai detti seguì breve bisbiglio;
Ma sorse poscia il solitario Piero,
Che, privato, fra’ Principi a consiglio
Sedea, del gran passaggio autor primiero.
Ciò ch’esorta Goffredo, ed io consiglio:
Nè loco a dubbio v’ha, sì certo è il vero,
E per se noto; ei dimostrollo a lungo,
Voi l’approvate: io questo sol v’aggiungo:

30.
Se ben raccolgo le discordie e l’onte
Quasi a prova da voi fatte e patite,
I ritrosi pareri, e le non pronte,
E in mezzo all’esequire opre impedite;
Reco ad un’alta originaria fonte
La cagion d’ogni indugio e d’ogni lite:
A quella autorità, che in molti e varj
D’opinion, quasi librata, è pari.

31.
Ove un sol non impera, onde i giudícj
Pendano poi de’ premj, e delle pene,
Onde sian compartite opre, ed uficj;
Ivi errante il governo esser conviene.
Deh fate un corpo sol di membri amici:
Fate un capo che gli altri indrizzi e frene:
Date ad un sol lo scettro, e la possanza,
E sostenga di Re vece, e sembianza.

32.
Qui tacque il veglio. Or quai pensier, quai petti
Son chiusi a te, sant’aura, e divo ardore?
Inspiri tu dell’Eremita i detti,
E tu gl’imprimi ai cavalier nel core:
Sgombri gl’inserti, anzi gl’innati affetti
Di sovrastar, di libertà, d’onore:
Sicchè Guglielmo e Guelfo, i più sublimi,
Chiamar Goffredo per lor Duce i primi.

33.
L’approvar gli altri. Esser sue parti denno
Deliberare, e comandare altrui.
Imponga ai vinti legge egli a suo senno:
Porti la guerra, e quando vuole, e a cui.
Gli altri, già pari, ubbidienti al cenno
Siano or ministri de gl’imperj sui.
Concluso ciò, fama ne vola, e grande
Per le lingue degli uomini si spande.

34.
Ei si mostra ai soldati: e ben lor pare
Degno dell’alto grado ove l’han posto;
E riceve i saluti, e ’l militare
Applauso, in volto placido e composto.
Poich’alle dimostranze umili e care
D’amor, d’ubbidienza ebbe risposto,
Impon che ’l dì seguente, in un gran campo,
Tutto si mostri a lui schierato il Campo.

35.
Facea nell’Oriente il Sol ritorno,
Sereno e luminoso oltre l’usato;
Quando co’ raggj uscì del novo giorno
Sotto l’insegne ogni guerriero armato:
E si mostrò quanto potè più adorno
Al pio Buglion, girando il largo prato.
S’era egli fermo, e si vedea davanti
Passar distinti i cavalieri e i fanti.

36.
Mente, degli anni, e dell’obblio nemica,
Delle cose custode, e dispensiera,
Vagliami tua ragion, sicch’io ridica
Di quel campo ogni Duce, ed ogni schiera:
Suoni e risplenda la lor fama antica,
Fatta dagli anni omai tacita e nera;
Tolto da’ tuoi tesori, orni mia lingua
Ciò ch’ascolti ogni età, nulla l’estingua.

37.
Prima i Franchi mostrarsi: il Duce loro
Ugone esser solea, del Re fratello.
Nell’Isola di Francia eletti foro
Fra quattro fiumi, ampio paese e bello.
Poscia ch’Ugon morì, de’ Giglj d’oro
Seguì l’usata insegna il fier drappello
Sotto Clotareo capitano egregio,
A cui, se nulla manca, è il nome regio.

38.
Mille son di gravissima armatura:
Sono altrettanti i cavalier seguenti,
Di disciplina ai primi, e di natura,
E d’arme e di sembianza indifferenti;
Normandi tutti, e gli ha Roberto in cura,
Ch’è principe natío di quelle genti.
Poi duo pastor di popoli spiegaro
Le squadre lor, Guglielmo, ed Ademaro.

39.
L’uno e l’altro di lor, che ne’ divini
Uficj già trattò pio ministero,
Sotto l’elmo premendo i lunghi crini,
Esercita dell’arme or l’uso fero:
Dalla Città d’Orange, e dai confini
Quattrocento guerrier scelse il primiero.
Ma guida quei di Poggio in guerra l’altro,
Numero egual, nè men nell’arme scaltro.

40.
Baldovin poscia in mostra addur si vede
Co’ Bolognesi suoi quei del germano:
Che le sue genti il pio fratel gli cede
Or ch’ei de’ Capitani è Capitano.
Il conte de’ Carnuti indi succede,
Potente di consiglio, e pro’ di mano.
Van con lui quattrocento: e triplicati
Conduce Baldovino in sella armati.

41.
Occupa Guelfo il campo a lor vicino,
Uom che all’alta fortuna agguaglia il merto.
Conta costui per genitor Latino
Degli avi Estensi un lungo ordine e certo.
Ma German di cognome e di domíno,
Nella gran casa de’ Guelfoni è inserto.
Regge Carintia, e presso l’Istro e ’l Reno
Ciò che i prischi Suevi e i Reti avieno.

42.
A questo, che retaggio era materno,
Acquisti ei giunse gloriosi e grandi.
Quindi gente traea che prende a scherno
D’andar contra la morte, ov’ei comandi:
Usa a temprar ne’ caldi alberghi il verno,
E celebrar con lieti inviti i prandi.
Fur cinquemila alla partenza; e appena
(De’ Persi avanzo) il terzo or quì ne mena.

43.
Seguia la gente poi candida e bionda,
Che tra i Franchi, e i Germani, e ’l mar si giace,
Ove la Mosa, ed ove il Reno inonda,
Terra di biade e d’animai ferace:
E gl’Insulani lor, che d’alta sponda
Riparo fansi all’Ocean vorace:
L’Ocean, che non pur le merci e i legni,
Ma intere inghiotte le cittadi, e i regni.

44.
Gli uni e gli altri son mille: e tutti vanno
Sotto un altro Roberto insieme a stuolo.
Maggior alquanto è lo squadron Britanno:
Guglielmo il regge al Re minor figliuolo.
Sono gl’Inglesi sagittarj, ed hanno
Gente con lor, ch’è più vicina al polo.
Questi dall’alte selve irsuti manda
La divisa dal mondo ultima Irlanda.

45.
Vien poi Tancredi; e non è alcun fra tanti
(Tranne Rinaldo) o feritor maggiore,
O più bel di maniere e di sembianti,
O più eccelso ed intrepido di core.
S’alcun’ombra di colpa i suoi gran vanti
Rende men chiari, è sol follia d’amore:
Nato fra l’arme, amor di breve vista,
Che si nutre d’affanni, e forza acquista.

46.
È fama che quel dì che glorioso
Fe’ la rotta de’ Persi il popol Franco:
Poichè Tancredi alfin vittorioso
I fuggitivi di seguir fu stanco;
Cercò di refrigerio, e di riposo
All’arse labbia, al travagliato fianco:
E trasse, ove invitollo al rezzo estivo,
Cinto di verdi seggj, un fonte vivo.

47.
Quivi a lui d’improvviso una donzella,
Tutta, fuor che la fronte, armata apparse.
Era Pagana, e là venuta anch’ella
Per l’istessa cagion di ristorarse.
Egli mirolla, ed ammirò la bella
Sembianza, e d’essa si compiacque, e n’arse.
Oh maraviglia! Amor ch’appena è nato,
Già grande vola, e già trionfa armato.

48.
Ella d’elmo coprissi, e se non era
Ch’altri quivi arrivar, ben l’assaliva.
Partì dal vinto suo la donna altera,
Ch’è per necessità sol fuggitiva;
Ma l’immagine sua bella e guerriera
Tale ei serbò nel cor, qual’essa è viva.
E sempre ha nel pensiero e l’atto e ’l loco,
In che la vide, esca continua al foco.

49.
E ben nel volto suo la gente accorta
Legger potria: questi arde, e fuor di spene;
Così vien sospiroso, e così porta
Basse le ciglia, e di mestizia piene.
Gli ottocento a cavallo, a cui fa scorta,
Lasciar le piagge di campagna amene;
Pompa maggior della Natura, e i colli
Che vagheggia il Tirren fertili e molli.

50.
Venian dietro ducento in Grecia nati,
Che son quasi di ferro in tutto scarchi:
Pendon spade ritorte all’un de’ lati:
Suonano al tergo lor faretre ed archi:
Asciutti hanno i cavalli al corso usati,
Alla fatica invitti, al cibo parchi:
Nell’assalir son pronti, e nel ritrarsi;
E combatton fuggendo erranti e sparsi.

51.
Tazio regge la schiera; e sol fu questi
Che, Greco, accompagnò l’arme Latine.
Oh vergogna, o misfatto! or non avesti
Tu Grecia quelle guerre a te vicine?
E pur quasi a spettacolo sedesti,
Lenta aspettando de’ grand’atti il fine.
Or se tu sei vil serva, è il tuo servaggio
(Non ti lagnar) giustizia, e non oltraggio.

52.
Squadra d’ordine estrema ecco vien poi,
Ma d’onor prima, e di valore e d’arte.
Son quì gli avventurieri invitti eroi,
Terror dell’Asia, e folgori di Marte.
Taccia Argo i Mini, e taccia Artù que’ suoi
Erranti, che di sogni empion le carte:
Ch’ogni antica memoria appo costoro
Perde: or qual duce fia degno di loro?

53.
Dudon di Consa è il duce; e perchè duro
Fu il giudicar di sangue e di virtute,
Gli altri sopporsi a lui concordi furo,
Ch’avea più cose fatte, e più vedute.
Ei di virilità grave e maturo
Mostra in fresco vigor chiome canute.
Mostra, quasi d’onor vestigj degni,
Di non brutte ferite impressi segni.

54.
Eustazio è poi fra’ primi: e i proprj pregj
Illustre il fanno, e più il fratel Buglione.
Gernando v’è, nato di Re Norvegi,
Che scettri vanta, e titoli, e corone.
Ruggier di Balnavilla infra gli egregj,
La vecchia fama, ed Engerlan ripone.
E celebrati son fra’ più gagliardi
Un Gentonio, un Rambaldo e duo Gherardi.

55.
Son fra lodati Ubaldo anco, e Rosmondo,
Del gran Ducato di Lincastro erede.
Non fia ch’Obizo il Tosco aggravi al fondo
Chi fa delle memorie avare prede:
Nè i tre fratei Lombardi al chiaro mondo
Involi, Achille, Sforza, e Palamede:
O ’l forte Otton, che conquistò lo scudo,
In cui dall’angue esce il fanciullo ignudo.

56.
Nè Guasco, nè Ridolfo addietro lasso:
Nè l’un nè l’altro Guido, ambo famosi.
Non Eberardo, e non Gernier trapasso
Sotto silenzio ingratamente ascosi.
Ove voi me, di numerar già lasso,
Gildippe, ed Odoardo amanti e sposi
Rapite? o nella guerra anco consorti,
Non sarete disgiunti, ancor che morti.

57.
Nelle scuole d’Amor che non s’apprende?
Ivi si fe’ costei guerriera ardita.
Va sempre affissa al caro fianco, e pende
Da un fato solo l’una e l’altra vita.
Colpo ch’ad un sol noccia unqua non scende,
Ma indiviso è il dolor d’ogni ferita.
E spesso è l’un ferito, e l’altro langue:
E versa l’alma quel, se questa il sangue.

58.
Ma il fanciullo Rinaldo e sovra questi,
E sovra quanti in mostra eran condutti,
Dolcemente feroce alzar vedresti
La regal fronte, e in lui mirar sol tutti.
L’età precorse, e la speranza: e presti
Pareano i fior, quando n’usciro i frutti.
Se ’l miri fulminar nell’arme avvolto,
Marte lo stimi: Amor, se scopre il volto.

59.
Lui nella riva d’Adige produsse
A Bertoldo Sofia, Sofia la bella
A Bertoldo il possente: e pria che fusse
Tolto quasi il bambin dalla mammella,
Matilda il volle, e nutricollo, e instrusse
Nell’arti regie; e sempre ei fu con ella,
Sin ch’invaghì la giovinetta mente
La tromba che s’udia dall’Oriente.

60.
Allor (nè pur tre lustri avea finiti)
Fuggì soletto, e corse strade ignote:
Varcò l’Egeo, passò di Grecia i liti,
Giunse nel campo in region remote.
Nobilissima fuga, e che l’imiti
Ben degna alcun magnanimo nipote.
Tre anni son ch’è in guerra: e intempestiva
Molle piuma del mento appena usciva.

61.
Passati i cavalieri, in mostra viene
La gente a piedi, ed è Raimondo avanti.
Reggea Tolosa, e scelse infra Pirene,
E fra Garona, e l’Ocean suoi fanti.
Son quattromila, e ben armati, e bene
Instrutti, usi al disagio, e tolleranti.
Buona è la gente, e non può da più dotta,
O da più forte guida esser condotta.

62.
Ma cinquemila Stefano d’Ambuosa
E di Blesse, e di Turs in guerra adduce.
Non è gente robusta o faticosa,
Sebben tutta di ferro ella riluce.
La terra molle e lieta e dilettosa,
Simili a se gli abitator produce.
Impeto fan nelle battaglie prime;
Ma di leggier poi langue, e si reprime.

63.
Alcasto il terzo vien, qual presso a Tebe
Già Capaneo, con minaccioso volto.
Sei mila Elvezj, audace e fiera plebe,
Dagli Alpini castelli avea raccolto:
Che ’l ferro uso a far solchi, e franger glebe,
In nove forme, e in più degne opre ha volto,
E con la man, che guardò rozzi armenti,
Par che i Regi sfidar nulla paventi.

64.
Vedi appresso spiegar l’alto vessillo
Col diadema di Piero, e con le chiavi.
Quì settemila aduna il buon Cammillo
Pedoni, d’arme rilucenti e gravi:
Lieto, ch’a tanta impresa il ciel sortillo,
Ove rinnovi il prisco onor degli avi:
O mostri almen ch’alla virtù Latina,
O nulla manca, o sol la disciplina.

65.
Ma già tutte le squadre eran con bella
Mostra passate, e l’ultima fu questa:
Quando Goffredo i maggior duci appella,
E la sua mente a lor fa manifesta.
Come appaja diman l’alba novella
Vuo’ che l’oste s’invii leggiera e presta:
Sicch’ella giunga alla città sacrata,
Quanto è possibil più, meno aspettata.

66.
Preparatevi dunque ed al viaggio
Ed alla pugna, e alla vittoria ancora.
Questo ardito parlar d’uom così saggio
Sollecita ciascuno, e l’avvalora.
Tutti d’andar son pronti al novo raggio,
E impazienti in aspettar l’aurora.
Ma ’l provvido Buglion senza ogni tema
Non è però, benchè nel cor la prema.

67.
Perch’egli avea certe novelle intese,
Che s’è d’Egitto il Re già posto in via
In verso Gaza, bello e forte arnese
Da fronteggiare i regni di Soria.
Nè creder può, che l’uomo, a fere imprese
Avvezzo sempre, or lento in ozio stia;
Ma d’averlo, aspettando, aspro nemico,
Parla al fedel suo messaggiero Enrico:

68.
Sovra una lieve saettía, tragitto
Vuo’ che tu faccia nella Greca terra.
Ivi giunger dovea (così m’ha scritto
Chi mai per uso in avvisar non erra)
Un giovine regal, d’animo invitto,
Ch’a farsi vien nostro compagno in guerra:
Prence è de’ Dani, e mena un grande stuolo
Sin dai paesi sottoposti al polo.

69.
Ma perchè ’l Greco Imperator fallace
Seco forse userà le solite arti,
Per far ch’o torni indietro, o ’l corso audace
Torca in altre da noi lontane parti;
Tu, nunzio mio, tu, consiglier verace,
In mio nome il disponi a ciò che parti
Nostro e suo bene: e dì che tosto vegna;
Chè di lui fora ogni tardanza indegna.

70.
Non venir seco tu; ma resta appresso
Al Re de’ Greci a procurar l’ajuto;
Che già più d’una volta a noi promesso,
È per ragion di patto anco dovuto.
Così parla, e l’informa; e poichè ’l messo
Le lettre ha di credenza, e di saluto;
Toglie, affrettando il suo partir, congedo:
E tregua fa co’ suoi pensier Goffredo.

71.
Il dì seguente, allor ch’aperte sono
Del lucido Oriente al Sol le porte,
Di trombe udissi, e di tamburi un suono,
Ond’al cammino ogni guerrier s’esorte.
Non è sì grato ai caldi giorni il tuono,
Che speranza di pioggia al mondo apporte,
Come fu caro alle feroci genti
L’altero suon de’ bellici instrumenti.

72.
Tosto ciascun, da gran desio compunto,
Veste le membra delle usate spoglie:
E tosto appar di tutte l’arme in punto:
Tosto sotto i suoi Duci ogn’uom s’accoglie.
E l’ordinato esercito congiunto
Tutte le sue bandiere al vento scioglie;
E nel vessillo imperiale e grande
La trionfante Croce al ciel si spande.

73.
Intanto il Sol, che de’ celesti campi
Va più sempre avanzando, e in alto ascende,
L’armi percote, e ne trae fiamme e lampi
Tremuli e chiari, onde le viste offende.
L’aria par di faville intorno avvampi,
E quasi d’alto incendio in forma splende;
E co’ feri nitriti il suono accorda
Del ferro scosso, e le campagne assorda.

74.
Il Capitan, che da’ nemici agguati
Le schiere sue d’assicurar desia,
Molti a cavallo leggiermente armati
A scoprir il paese intorno invia.
E innanzi i guastatori avea mandati,
Da cui si debba agevolar la via,
E i voti luoghi empire, e spianar gli erti:
E da cui siano i chiusi passi aperti.

75.
Non è gente Pagana insieme accolta,
Non muro cinto di profonda fossa,
Non gran torrente, o monte alpestre, o folta
Selva, che ’l lor viaggio arrestar possa.
Così degli altri fiumi il Re talvolta,
Quando superbo oltra misura ingrossa,
Sovra le sponde ruinoso scorre:
Nè cosa è mai che gli s’ardisca opporre.

76.
Sol di Tripoli il Re, che ’n ben guardate
Mura, genti, tesori, ed arme serra,
Forse le schiere Franche avria tardate;
Ma non osò di provocarle in guerra.
Lor con messi, e con doni anco placate
Ricettò volontario entro la terra:
E ricevè condizion di pace,
Siccome imporle al pio Goffredo piace.

77.
Quì del Monte Seir, ch’alto e sovrano
Dall’Oriente alla Cittade è presso,
Gran turba scese di fedeli al piano,
D’ogni età mescolata, e d’ogni sesso.
Portò suoi doni al vincitor Cristiano:
Godea in mirarlo, e in ragionar con esso:
Stupia dell’armi peregrine: e guida
Ebbe da lor Goffredo amica e fida.

78.
Conduce ei sempre alle marittime onde
Vicino il campo per diritte strade;
Sapendo ben che le propinque sponde
L’amica armata costeggiando rade:
La qual può far che tutto il campo abbonde
De’ necessarj arnesi; e che le biade
Ogn’isola de’ Greci a lui sol mieta:
E Scio pietrosa gli vendemmi, e Creta.

79.
Geme il vicino mar sotto l’incarco
Dell’alte navi, e de’ più levi pini:
Sicchè non s’apre omai sicuro varco
Nel mar Mediterraneo ai Saracini.
Ch’oltre a quei c’ha Giorgio armati, e Marco
Ne’ Viniziani, e Liguri confini;
Altri Inghilterra, e Francia, ed altri Olanda,
E la fertil Sicilia altri ne manda.

80.
E questi che son tutti insieme uniti
Con saldissimi laccj in un volere,
S’eran carchi, e provvisti in varj liti
Di ciò ch’è d’uopo alle terrestri schiere:
Le quai trovando liberi e sforniti
I passi de’ nemici alle frontiere;
In corso velocissimo sen vanno
Là ’ve Cristo soffrì mortale affanno.

81.
Ma precorsa è la fama apportatrice
De’ veraci romori, e de’ bugiardi:
Ch’unito è il campo vincitor felice:
Che già s’è mosso, e che non è chi ’l tardi:
Quante e quai sian le squadre ella ridice:
Narra il nome, e ’l valor de’ più gagliardi:
Narra i lor vanti, e con terribil faccia
Gli usurpatori di Sion minaccia.

82.
E l’aspettar del male è mal peggiore,
Forse, che non parrebbe il mal presente;
Pende ad ogn’aura incerta di romore
Ogni orecchia sospesa, ed ogni mente:
E un confuso bisbiglio, entro e di fuore,
Trascorre i campi, e la città dolente.
Ma il vecchio Re ne’ già vicin periglj
Volge nel dubbio cor feri consiglj.

83.
Aladin detto è il Re, che di quel regno
Novo signor, vive in continua cura.
Uom già crudel; ma ’l suo feroce ingegno
Pur mitigato avea l’età matura.
Egli, che de’ Latini udì il disegno
C’han d’assalir di sua città le mura,
Giunge al vecchio timor novi sospetti;
E de’ nemici pave, e de’ soggetti.

84.
Perocchè dentro a una città commisto
Popolo alberga, di contraria fede,
La debil parte e la minore in Cristo,
La grande e forte in Macometto crede:
Ma quando il Re fe’ di Sion l’acquisto,
E vi cercò di stabilir la sede,
Scemò i publici pesi a’ suoi Pagani;
Ma più gravonne i miseri Cristiani.

85.
Questo pensier, la ferità nativa
Che dagli anni sopita, e fredda langue,
Irritando inasprisce, e la ravviva
Sì, ch’assetata è più che mai di sangue.
Tal fero torna alla stagione estiva
Quel che parve nel giel piacevol angue:
Così leon domestico riprende
L’innato suo furor, s’altri l’offende.

86.
Veggio (dicea) della letizia nova
Veraci segni in questa turba infida.
Il danno universal solo a lei giova:
Sol nel pianto comun par ch’ella rida.
E forse insidie e tradimenti or cova,
Rivolgendo fra sè come m’uccida:
O come al mio nemico, e suo consorte
Popolo, occultamente apra le porte.

87.
Ma nol farà; prevenirò questi empj
Disegni loro, e sfogherommi appieno.
Gli ucciderò, faronne acerbi scempj:
Svenerò i figlj alle lor madri in seno:
Arderò loro alberghi, e insieme i tempj.
Questi i debiti roghi ai morti fieno,
E su quel lor sepolcro, in mezzo ai voti,
Vittime pria farò de’ Sacerdoti.

88.
Così l’iniquo fra suo cor ragiona;
Pur non segue pensier sì mal concetto.
Ma s’a quegli innocenti egli perdona,
È di viltà, non di pietade effetto.
Chè s’un timor a incrudelir lo sprona,
Il ritien più potente altro sospetto:
Troncar le vie d’accordo, e de’ nemici
Troppo teme irritar l’arme vittrici.

89.
Tempra dunque il fellon la rabbia insana:
Anzi altrove pur cerca ove la sfoghi;
I rustici edifizj abbatte e spiana,
E dà in preda alle fiamme i culti luoghi;
Parte alcuna non lascia integra o sana,
Ove il Franco si pasca, ove s’alloghi.
Turba le fonti e i rivi, e le pure onde
Di veneni mortiferi confonde.

90.
Spietatamente è cauto: e non obblia
Di rinforzar Gerusalem frattanto.
Da tre lati fortissima era pria:
Sol verso Borea è men sicura alquanto.
Ma da’ primi sospetti ei le munia
D’alti ripari il suo men forte canto;
E v’accogliea gran quantitade, in fretta,
Di gente mercenaria e di soggetta.

Testo della Gerusalemme liberata da Wikisource, disponibile con licenza CC BY-SA 3.0. Grafia dell’edizione riprodotta; la numerazione delle ottave può differire di poco da quella delle edizioni scolastiche.

Analisi e commento del canto primo

Il primo canto fa tre cose: dichiara l’argomento, presenta il capo e mette in marcia l’esercito. È un canto di preparazione, e a una prima lettura può sembrare lento, con la lunga rassegna delle schiere. Ma senza questo canto non si capirebbe la tensione su cui si regge tutto il poema, quella tra l’unità voluta da Dio e i desideri dei singoli cavalieri.

Il proemio va letto con attenzione. Tasso canta «l’arme pietose, e ’l Capitano / Che ’l gran sepolcro liberò di Cristo»: l’aggettivo «pietose» dice subito che queste armi sono al servizio della fede. Poi due versi che cominciano con «Molto»: Goffredo «Molto egli oprò col senno e con la mano; / Molto soffrì nel glorioso acquisto». Senno e mano, cioè prudenza e forza, sono le doti del capitano perfetto. E alla fine dell’ottava c’è già il tema del poema: Dio gli diede favore, e lui riportò sotto le insegne sante «i suoi compagni erranti». Gli erranti, chi si allontana: Rinaldo, Tancredi, i cavalieri sedotti da Armida.

Nella seconda e terza ottava Tasso invoca una Musa che non abita l’Elicona ma il cielo, la Musa cristiana. E le chiede perdono se «S’intesso fregj al ver», se intreccia ornamenti alla verità storica. Subito dopo spiega perché lo fa, con un paragone che vale la pena saper citare: come al bambino malato si cospargono di liquido dolce gli orli del bicchiere perché beva la medicina amara, così la poesia attira il lettore con la dolcezza e intanto gli dà il vero. È la poetica del «vero condito», l’idea che il diletto serva all’insegnamento.

Segue la dedica ad Alfonso II d’Este, il duca di Ferrara alla cui corte Tasso viveva. È un omaggio d’obbligo, ma Tasso lo collega al poema: spera che un giorno un principe cristiano guidi una nuova crociata contro i Turchi. Nel 1571 c’era stata la battaglia di Lepanto, e il tema non era lontano dalla politica del tempo.

Poi la narrazione. Dio guarda dall’alto il campo cristiano e vede che solo Goffredo pensa alla liberazione del Sepolcro. Gli altri capi hanno ciascuno la propria distrazione: Baldovino l’ambizione, Tancredi l’amore, Boemondo il suo regno d’Antiochia, Rinaldo la gloria. È un passaggio importante, perché in poche ottave Tasso disegna tutti i conflitti che seguiranno. Gabriele scende da Goffredo, che riunisce i principi; Pietro l’Eremita propone di eleggere un capo unico, e la scelta cade su di lui.

La rassegna dell’esercito riprende un modello antico, il catalogo delle navi dell’Iliade. Qui si conoscono i personaggi: Tancredi, ferito d’amore da quando ha visto una guerriera alla fonte; Rinaldo, giovanissimo, già il più forte; e molti altri che torneranno nel racconto. Il canto si chiude in campo nemico: il re Aladino, a Gerusalemme, viene a sapere dell’arrivo dei crociati e si prepara alla difesa. Con lui comincia anche il motivo dell’incanto, perché nel canto successivo comparirà il mago Ismeno.

Per lo studio, tenete a mente il «vero condito» del proemio e la scena di Dio che guarda il campo: sono le due chiavi di lettura dell’intero poema, una poetica e l’altra narrativa.

Torna alla guida alla Gerusalemme liberata.

Domande frequenti

Quante ottave occupa il proemio della Gerusalemme liberata?

Cinque: la prima contiene la protasi, la seconda e la terza l’invocazione alla Musa, la quarta e la quinta la dedica ad Alfonso II d’Este.

Chi è la Musa invocata da Tasso?

Non è una delle Muse dell’Elicona ma una Musa celeste, cristiana, che ha in cielo una corona di stelle. Tasso le chiede di perdonarlo se mescola al vero alcune invenzioni.

Che cosa significa la similitudine del fanciullo malato?

Come al bambino si cosparge di dolce l’orlo del bicchiere perché beva la medicina amara, così il poeta rende piacevole la verità con la poesia, perché il lettore la accolga.

A chi è dedicata la Gerusalemme liberata?

Ad Alfonso II d’Este, duca di Ferrara, che Tasso ringrazia per averlo accolto e invita a imitare Goffredo in una futura crociata contro i Turchi.