«La mia fanciullezza fu libera e gagliarda». Comincia così Una donna, il romanzo che nel 1906 rese famosa una scrittrice di trent’anni che firmava con un nome inventato, Sibilla Aleramo. La prima frase parla di libertà e di forza. Il resto del libro racconta come quella libertà le fu tolta, e come, a fatica, se la riprese. Ma a un prezzo che molti lettori del tempo trovarono scandaloso: per essere libera, la protagonista abbandona il figlio.
Il libro ebbe un successo enorme, fu tradotto in molte lingue, diventò una bandiera del primo femminismo italiano. Oggi è un testo essenziale per chi studia la condizione delle donne nell’Italia di inizio Novecento, e un esempio di come l’autobiografia possa diventare un discorso pubblico.
Da Alessandria a Porto Civitanova
Sibilla Aleramo si chiamava in realtà Rina Faccio. Nasce ad Alessandria il 14 agosto 1876, prima di quattro figli. Il padre, Ambrogio, è un insegnante di scienze, poi tecnico e dirigente d’industria; un uomo colto, laico, che la bambina adora. Dopo alcuni anni a Milano, nel 1888 la famiglia si trasferisce a Porto Civitanova, nelle Marche, dove il padre dirige una vetreria. Rina, a dodici anni, lascia la scuola e lavora come contabile in fabbrica. È una ragazza intelligente, vivace, che si sente pari ai maschi.
La madre, invece, è una donna fragile, depressa. Tenta il suicidio e finisce i suoi giorni in un manicomio. Questa figura materna, sofferente e sconfitta, sarà uno dei grandi temi di Una donna: la figlia si chiede da dove venga quella rassegnazione, e giura a se stessa che non diventerà come lei.
La violenza e il matrimonio
A quindici anni Rina subisce una violenza da parte di un impiegato della fabbrica del padre, Ulderico Pierangeli. Secondo la mentalità del tempo, l’unico rimedio per salvare l’onore è il cosiddetto matrimonio riparatore. Nel 1893 lo sposa. Il marito è geloso, violento, meschino. Nel 1895 nasce un figlio, Walter. La vita in provincia è soffocante; Rina si sente prigioniera. Nel 1897 tenta il suicidio.
La salvezza viene dalla scrittura e dalla lettura. Comincia a collaborare con riviste, legge testi sulla questione femminile, scopre Ibsen e la sua Casa di bambola, in cui Nora lascia marito e figli per diventare una persona. Nel 1899 si trasferisce per qualche tempo a Milano con il marito e dirige il settimanale «L’Italia femminile». Conosce intellettuali socialisti ed emancipazionisti. Il ritorno nelle Marche è insopportabile. Nel 1902 prende la decisione: lascia il marito e parte per Roma. Il figlio resta al padre, e la legge non le permetterà di rivederlo per decenni.
Una donna
A Roma vive con lo scrittore Giovanni Cena, direttore della «Nuova Antologia», che la incoraggia a scrivere la sua storia. È lui a suggerirle lo pseudonimo. Il romanzo esce nel 1906. La protagonista non ha un nome: è «una donna», qualsiasi donna. Il racconto segue esattamente la vita dell’autrice, l’infanzia felice, il padre ammirato, la madre malata, la violenza, il matrimonio, la nascita del figlio, il tentativo di suicidio, la scoperta delle idee femministe, la fuga.
Il cuore del libro è una riflessione sulla maternità. Per la cultura del tempo la madre deve sacrificare tutto ai figli, e la sua stessa infelicità è una virtù. La protagonista si ribella a questa idea. Il passo più citato merita di essere letto per intero nelle sue prime righe:
Perché nella maternità adoriamo il sacrificio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena.
La catena è questa: ogni figlia sente di non aver ripagato il sacrificio della madre, e allora si sacrifica a sua volta per i propri figli, offrendo loro un nuovo esempio di «mortificazione». E se la catena si spezzasse? Se una madre non sopprimesse in sé la donna, e il figlio imparasse dalla sua vita un esempio di dignità? I figli, conclude il passo, dovrebbero essere grati ai genitori per quello che sono, non perché questi abbiano rinunciato a essere se stessi. Si noti che il ragionamento parte dalla madre della protagonista: è guardando la sua lenta disfatta che la figlia capisce che restare non è sempre un atto d’amore. È un ragionamento che ancora oggi divide.
Lo stile è asciutto, sobrio, quasi da confessione, lontano dagli abbellimenti della prosa dannunziana allora di moda. Non ci sono grandi effetti narrativi: la forza del libro sta nella sincerità e nella lucidità con cui l’autrice analizza se stessa e la società. Il romanzo si chiude con la speranza che il figlio, crescendo, legga un giorno quelle pagine e capisca.
Il libro uscì da un editore torinese, Roux e Viarengo, e fu subito al centro delle discussioni sui giornali e nei salotti letterari, ben oltre la cerchia delle lettrici emancipazioniste. Le reazioni furono opposte. Per i cattolici e per molti benpensanti era un libro immorale, che giustificava l’abbandono della famiglia. Per le femministe e per molti socialisti era un atto di coraggio, il racconto vero di una condizione che riguardava migliaia di donne costrette a matrimoni infelici, senza divorzio, senza diritti sui figli, senza indipendenza economica. In pochi anni fu tradotto in tedesco, francese, inglese, spagnolo, russo. Per un romanzo italiano d’esordio, scritto da una donna sconosciuta, era un risultato straordinario.
Gli anni dell’impegno
Con Cena, Sibilla si impegna nelle scuole per i contadini dell’Agro romano, una zona paludosa e malarica dove vivevano braccianti poverissimi e analfabeti. Insieme ad altri intellettuali, come il medico Angelo Celli e la moglie Anna, aprono scuole serali e festive, ambulatori, piccole biblioteche. È un’esperienza di impegno sociale concreto, che la scrittrice ricorderà sempre con orgoglio. Partecipa anche alle campagne per il voto alle donne e scrive articoli sulla condizione femminile.
Nel 1910 la relazione con Cena finisce. Da quel momento Sibilla vive una vita libera e inquieta, fatta di viaggi, amori, amicizie con artisti e scrittori. Frequenta i futuristi, i vociani di Firenze, il mondo letterario parigino. Ha relazioni con molti uomini e anche con alcune donne, che racconterà apertamente nei diari e nei libri. Per la morale del tempo è una figura scandalosa; per molti giovani intellettuali, un simbolo di libertà.
Aleramo e Campana
Tra il 1916 e il 1917 vive la relazione più famosa e più dolorosa, quella con Dino Campana, l’autore dei Canti orfici. È un amore travolgente e violento. Campana è già segnato dalla malattia mentale, alterna tenerezza e furia, e la relazione si consuma tra fughe, litigi, riconciliazioni. Pochi mesi dopo la fine del rapporto, nel 1918, il poeta viene internato nel manicomio di Castel Pulci, dove resterà fino alla morte.
Il carteggio tra i due, pubblicato molti anni dopo, è un documento straordinario: si vede la passione, la paura, il tentativo di Sibilla di aiutare un uomo che non si può aiutare. Nel 2002 la loro storia è diventata un film, Un viaggio chiamato amore di Michele Placido.
Le altre opere
Dopo Una donna, Aleramo scrive molto, ma nessun libro avrà lo stesso impatto. Il passaggio (1919) è una prosa lirica autobiografica, più frammentata e visionaria. Amo dunque sono (1927) è un romanzo in forma di lettere a un amante lontano. Il frustino (1932) racconta un’altra storia d’amore difficile. Pubblica diverse raccolte di poesie, da Momenti (1921) a Selva d’amore (1947), e soprattutto i diari, che coprono decenni della sua vita e sono forse la sua opera più moderna.
Negli anni del fascismo vive in difficoltà economiche, e accetta un sussidio dal regime: un compromesso che le fu poi rimproverato. Nel dopoguerra si iscrive al Partito comunista, scrive sull’«Unità», viaggia, tiene conferenze. Muore a Roma il 13 gennaio 1960.
Perché leggerla oggi
A scuola il rischio è leggere Una donna solo come documento sociologico, la prova di quanto fosse dura la vita delle donne un secolo fa. Lo è, certamente. Ma è anche un libro costruito con cura, che sceglie una voce, un ritmo, una struttura. La protagonista senza nome è una scelta letteraria precisa: trasforma una storia individuale in una storia esemplare.
E c’è un nodo che resta aperto. La scelta di lasciare il figlio, che la protagonista presenta come un atto di coerenza e di dignità, continua a dividere i lettori. È giusta? È egoista? Era l’unica possibile, in un’Italia in cui una donna separata non aveva diritti sui figli? Non serve rispondere in modo definitivo. Serve capire perché la domanda, nel 1906, era quasi impronunciabile, e perché un libro ebbe il coraggio di porla.
Come studiarla
Da ricordare: Rina Faccio, Alessandria 1876, Roma 1960; Porto Civitanova, la violenza e il matrimonio riparatore; la fuga del 1902; Una donna (1906), con la protagonista senza nome e la riflessione sulla maternità; l’impegno nelle scuole dell’Agro romano con Cena; la relazione con Campana; i diari. Aleramo è essenziale per un percorso sull’emancipazione femminile, con collegamenti alla storia (il voto alle donne, in Italia solo nel 1946) e all’educazione civica. Il confronto naturale è con Grazia Deledda, sua contemporanea, e con Natalia Ginzburg per il secondo Novecento.
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