Dino Campana pubblicò un solo libro, e lo dovette scrivere due volte. Nel 1913 consegnò a Papini e Soffici, a Firenze, l’unico manoscritto delle sue poesie; il quaderno sparì, e lui lo ricostruì a memoria nell’inverno successivo. Quel libro rifatto, i Canti Orfici (1914), è oggi considerato uno dei testi più originali della poesia italiana del Novecento. Qui vediamo la vita, la vicenda del manoscritto, i temi e lo stile, con due testi da leggere in classe.
Una vita in fuga
Campana nasce a Marradi, nell’Appennino tosco-romagnolo, il 20 agosto 1885. Il padre è maestro elementare e poi direttore didattico; il rapporto con la madre è difficile. Dopo il liceo si iscrive a Chimica a Bologna (1903), poi passa a Firenze e torna a Bologna, senza mai laurearsi. Già nel 1905 viene ricoverato per la prima volta nel manicomio di Imola. Da allora la sua vita alterna fughe e internamenti: scappa verso la Svizzera e la Francia, viene arrestato a Bruxelles e rinchiuso in una casa di cura a Tournai (1910). Si parla anche di un viaggio in Argentina, che però non è documentato con certezza: alcuni lo chiamarono «il poeta dei due mondi», Ungaretti sosteneva che in Sudamerica non ci fosse mai andato.
Le prime poesie escono tra il 1912 e il 1913 sui fogli goliardici bolognesi. Nel 1916 nasce la relazione, intensa e tormentata, con la scrittrice Sibilla Aleramo, che aveva letto e ammirato i Canti; il loro carteggio è stato pubblicato nel 2000 con il titolo Un viaggio chiamato amore. Nel 1918 Campana viene internato nell’ospedale psichiatrico di Castel Pulci, vicino a Scandicci, con una diagnosi di psicosi grave. Vi resta fino alla morte, il 1° marzo 1932.
Il manoscritto perduto
Il quaderno consegnato alla redazione di «Lacerba» si intitolava Il più lungo giorno. Papini disse di averlo passato a Soffici, Soffici sostenne di non averlo mai avuto. Campana, che non aveva copie, minacciò di farsi giustizia da solo, poi si rimise al lavoro: riscrisse il libro dalla memoria e dagli appunti, cambiando e aggiungendo molto. I Canti Orfici uscirono nel giugno 1914 presso la tipografia Ravagli di Marradi, a spese dell’autore, che andava a venderne le copie nei caffè di Firenze e Bologna.
Il frontespizio è già un gesto provocatorio: sotto il titolo c’è il sottotitolo tedesco Die Tragödie des letzten Germanen in Italien («La tragedia dell’ultimo germano in Italia») e la dedica «A Guglielmo II Imperatore dei Germani», alla vigilia di una guerra contro la Germania. Il manoscritto originale riemerse soltanto nel 1971, dopo la morte di Soffici, tra le sue carte a Poggio a Caiano; la notizia la diede Mario Luzi sul «Corriere della Sera» del 17 giugno. Oggi possiamo quindi confrontare le due redazioni e vedere quanto Campana abbia trasformato il libro riscrivendolo.
Che cosa c’è nei Canti Orfici
Il libro mescola poesie in versi e prose liriche. Il titolo richiama Orfeo, il poeta-musico del mito, e dice già l’idea di fondo: la poesia come canto e come discesa nel buio. Si apre con La notte, una lunga prosa ambientata in una «vecchia città, rossa di mura e turrita» che i commentatori identificano con Faenza, e attraversa luoghi reali che diventano visionari: Genova e il suo porto, Firenze, Bologna, la Verna (dove Campana era salito in pellegrinaggio nel 1910), il mare aperto. I temi che ritornano sono il viaggio, la notte, la donna come apparizione irraggiungibile, la città moderna con le sue luci elettriche.
Leggete l’inizio della Chimera, una delle poesie più note:
Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda
La donna non è mai descritta con certezza: «non so se» apre una serie di ipotesi, e i riferimenti all’arte («Suora de la Gioconda») la trasformano in un’immagine dipinta. La poesia si chiude con un verso che ripete il richiamo senza risposta: «E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera».
Diverso è il ritmo di Viaggio a Montevideo, che apre su una partenza per mare:
Io vidi dal ponte della nave
I colli di Spagna
Svanire, nel verde
Dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando
Come una melodia
Qui il paesaggio si dissolve nei colori e nella musica: la terra che scompare è paragonata a «una melodia». Non è un diario di viaggio, ed è inutile cercarvi la prova che Campana sia davvero arrivato in Sudamerica.
Lo stile: ripetizioni, colori, musica
Campana costruisce la poesia per accumulo e ripetizione: parole e sintagmi tornano a distanza («Regina o Regina adolescente», «ti chiamo ti chiamo»), come motivi musicali. I colori (oro, azzurro, viola) e la luce valgono più delle azioni, e la sintassi procede per immagini accostate più che per frasi logiche. Gianfranco Contini, nel 1937, propose una formula che vi conviene ricordare: «Campana non è un veggente o un visionario: è un visivo, che è quasi la cosa inversa». Contini voleva liberarlo dal mito del poeta folle: dietro le «visioni» c’è un lavoro preciso sull’immagine, con riferimenti a Leonardo, alla pittura toscana, a De Chirico e al futurismo.
Come presentarlo all’interrogazione
Partite dalla vicenda del manoscritto, che è un buon modo per entrare nell’argomento, ma non fermatevi lì e non riducete tutto alla follia. Mostrate invece un testo e due scelte di stile: la ripetizione e l’uso del colore. Collocate poi Campana nel primo Novecento, accanto ai crepuscolari e ai futuristi ma fuori da entrambi i gruppi, e ricordate che si legge spesso come un precursore della poesia «pura» di Ungaretti e degli ermetici. Una domanda per il confronto: che differenza c’è tra il viaggio per mare di Campana e il naufragio in Ungaretti?
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