Con questi versi comincia una delle storie più famose delle Metamorfosi, quella di Apollo e Dafne. Siamo nel primo libro (vv. 452-460). Apollo ha appena ucciso con le sue frecce il serpente Pitone e se ne vanta con Cupido, che è un bambino armato di arco. È un errore che pagherà caro. Il brano è breve, ma ha tutto ciò che rende difficile e piacevole tradurre Ovidio: ordine delle parole libero, accusativi alla greca, una battuta di dialogo inserita a metà verso.
Il testo latino (Metamorfosi I, 452-460)
Primus amor Phoebi Daphne Peneia, quem non
fors ignara dedit, sed saeva Cupidinis ira.
Delius hunc nuper, victa serpente superbus,
viderat adducto flectentem cornua nervo
«quid»que «tibi, lascive puer, cum fortibus armis?»
dixerat; «ista decent umeros gestamina nostros,
qui dare certa ferae, dare vulnera possumus hosti,
qui modo pestifero tot iugera ventre prementem
stravimus innumeris tumidum Pythona sagittis.
Traduzione
Il primo amore di Febo fu Dafne, figlia di Peneo. Non glielo diede il caso cieco, ma l’ira crudele di Cupido. Il dio di Delo, ancora fiero per la vittoria sul serpente, lo aveva visto piegare le estremità dell’arco tendendo la corda, e gli aveva detto: «Che c’entri tu, ragazzino sfrontato, con le armi dei forti? Queste armi stanno bene sulle mie spalle. Io so colpire senza sbagliare una belva o un nemico. Io, poco fa, ho abbattuto con frecce innumerevoli il Pitone, gonfio di veleno, che col ventre pestilenziale schiacciava tanti iugeri di terra».
Ho reso con «io» i plurali nostros, possumus, stravimus. È un plurale maiestatico, e in italiano il «noi» suonerebbe solenne in un punto in cui Apollo è soprattutto arrogante.
I punti in cui si inciampa
Primus amor … quem. Il primo verso è una frase nominale: manca fuit, che va sottinteso. Daphne Peneia è il predicato: «il primo amore di Febo (fu) Dafne, figlia di Peneo». Il relativo quem è maschile, quindi non si riferisce a Dafne ma ad amor.
victa serpente. Ablativo assoluto. Notate il femminile victa: serpens può essere maschile o femminile, e qui Ovidio lo usa al femminile. Chi cerca un maschile per concordare sbaglia strada.
Delius hunc … viderat … flectentem. Delius è Apollo, nato a Delo. Hunc è Cupido, appena nominato nel verso precedente (Cupidinis), e flectentem è il participio predicativo dell’oggetto dopo un verbo di percezione: «lo aveva visto mentre piegava». Adducto nervo è un altro ablativo assoluto: tirata la corda verso di sé, i cornua (le punte dell’arco) si piegano.
«quid»que «tibi …». Il -que è attaccato alla prima parola del discorso diretto e collega dixerat a viderat: «lo aveva visto… e aveva detto». Quid tibi (est) cum…? è un’espressione fissa: «che cosa hai a che fare con…?».
dare certa ferae, dare vulnera … hosti. Certa concorda con vulnera, che si trova dopo, e il complemento vale per entrambi i dare. L’anafora di dare e quella di qui, nel verso successivo, danno al discorso di Apollo un tono da comizio.
tumidum Pythona. Pythona è un accusativo alla greca (da Python, -onis), oggetto di stravimus. Anche prementem si riferisce a lui: «che schiacciava». L’iperbato abbraccia tutto il verso: aggettivo all’inizio, nome alla fine.
Perché la scena è costruita così
Ovidio annuncia il finale fin dalla prima parola. Primus amor fa capire che la storia d’amore sta per cominciare; saeva Cupidinis ira fa capire che finirà male. Subito dopo, Cupido risponde all’offesa con due frecce: una d’oro, che fa innamorare Apollo, e una di piombo, che fa fuggire Dafne. Il dio delle frecce infallibili viene colpito da una freccia: è questo il rovesciamento che rende la scena comica prima che tragica. Alla fine Dafne diventa alloro, e Apollo, che non può averla come sposa, la prende almeno come pianta: «arbor eris certe … mea» (v. 558-559), sarai di certo il mio albero.
Un ultimo consiglio per la verifica: con Ovidio, prima di tradurre, rimettete le parole in ordine abbinando aggettivi e nomi per desinenza. Quasi sempre la frase si scioglie da sola.
Altri brani: Versioni svolte e versioni per la classe 4ª.
Per Ovidio
In Dafne contano metamorfosi e inseguimento: non riassumete solo «Apollo ama, lei fugge». In traduzione curate i verbi di movimento e i dettagli del corpo che diventa albero; lì Ovidio fa vedere il mito, non solo raccontarlo.
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