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La locandiera
LA LOCANDIERA.
COMMEDIA
DI TRE ATTI IN PROSA.
Rappresentata per la prima volta in Venezia
nel Carnovale dell’anno MDCCLIII.
Indice
Lettera di dedica
L'autore a chi legge
Personaggi
Atto I
Atto II
Atto III
Nota storica
Atto I
ATTO PRIMO.
SCENA PRIMA.
Sala di locanda.
Marchese di Forlipopoli
ed il
Conte d'Albafiorita.
Marchese
. Fra voi e me vi è qualche differenza.
Conte
. Sulla locanda tanto vale il vostro denaro, quanto vale il mio.
Marchese
. Ma se la locandiera usa a me delle distinzioni, mi
si convengono più che a voi.
Conte
. Per qual ragione?
Marchese
. Io sono il marchese di Forlipopoli.
Conte
. Ed io sono il conte d’Albafiorita.
Marchese
. Sì, conte! Contea comprata.
Conte
. Io ho comprata la contea, quando voi avete venduto il
marchesato.
Marchese
. Oh basta: son chi sono, e mi si deve portar rispetto.
Conte
. Chi ve lo perde il rispetto? Voi siete quello, che con troppa libertà parlando…
Marchese
. Io sono in questa locanda, perchè amo la locandiera. Tutti lo sanno, e tutti devono rispettare una giovane che piace a me.
Conte
. Oh, quest’è bella! Voi mi vorreste impedire ch’io amassi Mirandolina? Perchè credete ch’io sia in Firenze? Perchè credete ch’io sia in questa locanda?
Marchese
. Oh bene. Voi non farete niente.
Conte
. Io no, e voi sì?
Marchese
. Io sì, e voi no. Io son chi sono. Mirandolina ha bisogno della mia protezione.
Conte
. Mirandolina ha bisogno di denari, e non di protezione.
Marchese
. Denari?… non ne mancano.
Conte
. Io spendo uno zecchino il giorno, signor Marchese, e la regalo continuamente.
Marchese
. Ed io quel che fo non lo dico.
Conte
. Voi non lo dite, ma già si sa.
Marchese
. Non si sa tutto.
Conte
. Sì, caro signor Marchese, si sa. I camerieri lo dicono. Tre paoletti il giorno.
Marchese
. A proposito di camerieri; vi è quel cameriere che ha nome Fabrizio, mi piace poco. Parmi che la locandiera lo guardi assai di buon occhio.
Conte
. Può essere che lo voglia sposare. Non sarebbe cosa mal fatta. Sono sei mesi che è morto il di lei padre. Sola una giovane alla testa di una locanda si troverà imbrogliata. Per me, se si marita, le ho promesso trecento scudi.
Marchese
. Se si mariterà, io sono il suo protettore, e farò io… E so io quello che farò.
Conte
. Venite qui: facciamola da buoni amici. Diamole trecento scudi per uno.
Marchese
. Quel ch’io faccio, lo faccio segretamente, e non me ne vanto. Son chi sono. Chi è di là?
(chiama)
Conte
. (Spiantato! Povero e superbo!)
(da sè)
SCENA II.
Fabrizio
e detti.
Fabrizio
. Mi comandi, signore.
(al Marchese)
Marchese
. Signore? Chi ti ha insegnato la creanza?
Fabrizio
. La perdoni.
Conte
. Ditemi: come sta la padroncina?
(a Fabrizio)
Fabrizio
. Sta bene, illustrissimo.
Marchese
. È alzata dal letto?
Fabrizio
. Illustrissimo sì.
Marchese
. Asino.
Fabrizio
. Perchè, illustrissimo signore?
Marchese
. Che cos’è questo illustrissimo?
Fabrizio
. È il titolo che ho dato anche a quell’altro cavaliere.
Marchese
. Tra lui e me vi è qualche differenza.
Conte
. Sentite?
(a Fabrizio)
Fabrizio
. (Dice la verità. Ci è differenza: me ne accorgo nei conti).
(piano al Conte)
Marchese
. Di’ alla padrona che venga da me, che le ho da parlare.
Fabrizio
. Eccellenza sì. Ho fallato questa volta?
Marchese
. Va bene. Sono tre mesi che lo sai; ma sei un impertinente.
Fabrizio
. Come comanda, Eccellenza.
Conte
. Vuoi vedere la differenza che passa fra il Marchese e me?
Marchese
. Che vorreste dire?
Conte
. Tieni. Ti dono uno zecchino. Fa che anch’egli te ne doni un altro.
Fabrizio
. Grazie, illustrissimo.
(al Conte)
Eccellenza…
(al Marchese)
Marchese
. Non getto il mio, come i pazzi. Vattene.
Fabrizio
. Illustrissimo signore, il cielo la benedica.
(al Conte)
Eccellenza. (Rifinito. Fuor del suo paese non vogliono esser titoli per farsi stimare, vogliono esser quattrini).
(da sè; parte)
SCENA III.
Marchese
ed il
Conte.
Marchese
. Voi credete di soverchiarmi con i regali, ma non farete niente. Il mio grado val più di tutte le vostre monete.
Conte
. Io non apprezzo quel che vale, ma quello che si può spendere.
Marchese
. Spendete pure a rotta di collo. Mirandolina non fa stima di voi.
Conte
. Con tutta la vostra gran nobiltà, credete voi di essere da lei stimato? Vogliono esser denari.
Marchese
. Che denari? Vuol esser protezione. Esser buono in un incontro di far un piacere.
Conte
. Sì, esser buoni in un incontro di prestar cento doppie.
Marchese
. Farsi portar rispetto bisogna.
Conte
. Quando non mancano denari, tutti rispettano.
Marchese
. Voi non sapete quel che vi dite.
Conte
. L’intendo meglio di voi.
SCENA IV.
Cavaliere di Ripafratta
dalla sua camera, e detti.
Cavaliere
. Amici, che cos’è questo romore? Vi è qualche dissensione fra di voi altri?
Conte
. Si disputava sopra un bellissimo punto.
Marchese
. Il Conte disputa meco sul merito della nobiltà.
(ironico)
Conte
. Io non levo il merito alla nobiltà: ma sostengo, che per cavarsi dei capricci, vogliono esser denari.
Cavaliere
. Veramente, Marchese mio…
Marchese
. Orsù, parliamo d’altro.
Cavaliere
. Perchè siete venuti a simil contesa?
Conte
. Per un motivo il più ridicolo della terra.
Marchese
. Sì, bravo! il Conte mette tutto in ridicolo.
Conte
. Il signor Marchese ama la nostra locandiera. Io l’amo ancor più di lui. Egli pretende corrispondenza, come un
tributo alla sua nobiltà. Io la spero, come una ricompensa alle mie attenzioni. Pare a voi che la questione non sia ridicola?
Marchese
. Bisogna sapere con quanto impegno io la proteggo.
Conte
. Egli la protegge, ed io spendo.
(al Cavaliere)
Cavaliere
. In verità non si può contendere per ragione alcuna che lo meriti meno. Una donna vi altera? vi scompone? Una donna? che cosa mai mi convien sentire? Una donna? Io certamente non vi è pericolo che per le donne abbia che dir con nessuno. Non le ho mai amate, non le ho mai stimate, e ho sempre creduto che sia la donna per l’uomo una infermità insopportabile.
Marchese
. In quanto a questo poi, Mirandolina ha un merito estraordinario.
Conte
. Sin qua il signor Marchese ha ragione. La nostra padroncina della locanda è veramente amabile.
Marchese
. Quando l’amo io, potete credere che in lei vi sia qualche cosa di grande.
Cavaliere
. In verità mi fate ridere. Che mai può avere di stravagante costei, che non sia comune all’altre donne?
Marchese
. Ha un tratto nobile, che incatena.
Conte
. È bella, parla bene, veste con pulizia, è di un ottimo gusto.
Cavaliere
. Tutte cose che non vagliono un fico. Sono tre giorni ch’io sono in questa locanda, e non mi ha fatto specie veruna.
Conte
. Guardatela, e forse ci troverete del buono.
Cavaliere
. Eh, pazzia! L’ho veduta benissimo. È una donna come l’altre.
Marchese
. Non è come l’altre, ha qualche cosa di più. Io che ho praticate le prime dame
, non ho trovato una donna che sappia unire, come questa, la gentilezza e il decoro.
Conte
. Cospetto di bacco!
Io son sempre stato solito trattar donne; ne conosco li difetti ed il loro debole. Pure con costei, non
ostante il mio lungo corteggio e le tante spese per essa fatte, non ho potuto toccarle un dito.
Cavaliere
. Arte, arte sopraffina. Poveri gonzi! Le credete, eh? A me non la farebbe. Donne? Alla larga tutte quante elle sono.
Conte
. Non siete mai stato innamorato?
Cavaliere
. Mai, nè mai lo sarò. Hanno fatto il diavolo per darmi moglie, nè mai l’ho voluta.
Marchese
. Ma siete unico della vostra casa: non volete pensare alla successione?
Cavaliere
. Ci ho pensato più volte, ma quando considero che per aver figliuoli mi converrebbe soffrire una donna, mi passa subito la volontà.
Conte
. Che volete voi fare delle vostre ricchezze?
Cavaliere
. Godermi quel poco che ho con i miei amici.
Marchese
. Bravo, cavaliere, bravo; ci goderemo.
Conte
. E alle donne non volete dar nulla?
Cavaliere
. Niente affatto. A me non ne
mangiano sicuramente.
Conte
. Ecco la nostra padrona. Guardatela, se non è adorabile.
Cavaliere
. Oh la bella cosa! Per me stimo più di lei quattro volte un bravo cane da caccia.
Marchese
. Se non la stimate voi, la stimo io.
Cavaliere
. Ve la lascio, se fosse più bella di Venere.
SCENA V.
Mirandolina
e detti
Mirandolina
. M’inchino a questi cavalieri. Chi mi domanda di lor signori?
Marchese
. Io vi domando, ma non qui.
Mirandolina
. Dove mi vuole. Eccellenza?
Marchese
. Nella mia camera.
Mirandolina
. Nella sua camera? Se ha bisogno di qualche cosa, verrà il cameriere a servirla.
Marchese
. (Che dite di quel contegno?)
(al Cavaliere)
Cavaliere
. (Quello che voi chiamate contegno, io lo chiamerei temerità, impertinenza).
(al Marchese)
Conte
. Cara Mirandolina, io vi parlerò in pubblico, non vi darò l’incomodo di venire nella mia camera. Osservate questi orecchini. Vi piacciono?
Mirandolina
. Belli.
Conte
. Sono diamanti, sapete?
Mirandolina
. Oh, li conosco. Me ne intendo anch’io dei diamanti.
Conte
. E sono al vostro comando.
Cavaliere
. (Caro amico, voi li buttate via).
(piano al Conte)
Mirandolina
. Perchè mi vuol ella donare quegli orecchini?
Marchese
. Veramente sarebbe un gran regalo! Ella ne ha de’ più belli al doppio.
Conte
. Questi sono legati alla moda. Vi prego riceverli per amor mio.
Cavaliere
. (Oh che pazzo!)
(da sè)
Mirandolina
. No, davvero, signore…
Conte
. Se non li prendete, mi disgustate.
Mirandolina
. Non so che dire…. mi preme tenermi amici gli avventori della mia locanda. Per non disgustare il signor Conte, li prenderò.
Cavaliere
. (Oh che forca!)
(da sè)
Conte
. Che dite di quella prontezza di spirito?
(al Cavaliere)
Cavaliere
. (Bella prontezza! Ve li mangia, e non vi ringrazia nemmeno).
Marchese
. Veramente, signor Conte, vi siete acquistato un gran merito. Regalare una donna in pubblico, per vanità! Mirandolina, vi ho da parlare a quattr’occhi, fra voi e me: son Cavaliere.
Mirandolina
. (Che arsura! Non gliene cascano). (
da sè
) Se altro non mi comandano, io me n’anderò.
Cavaliere
. Ehi! padrona. La biancheria che mi avete dato, non mi gusta. Se non ne avete di meglio, mi provvederò.
(con disprezzo)
Mirandolina
. Signore, ve ne sarà di meglio. Sarà servita, ma mi pare che la potrebbe chiedere con un poco di gentilezza.
Cavaliere
. Dove spendo il mio denaro, non ho bisogno di far complimenti.
Conte
. Compatitelo. Egli è nemico capitale delle donne.
(a Mirandolina)
Cavaliere
. Eh, che non ho bisogno d’essere da lei compatito.
Mirandolina
. Povere donne! che cosa le hanno fatto? Perchè così crudele con noi, signor Cavaliere?
Cavaliere
. Basta così. Con me non vi prendete maggior confidenza. Cambiatemi la biancheria. La manderò a prender pel servitore. Amici, vi sono schiavo.
(parte)
SCENA VI.
Marchese,
Conte
Mirandolina.
Mirandolina
. Che uomo salvatico! Non ho veduto il compagno.
Conte
. Cara Mirandolina, tutti non conoscono il vostro merito.
Mirandolina
. In verità, son così stomacata del suo mal procedere, che or ora lo licenzio a dirittura.
Marchese
. Sì; e se non vuol andarsene, ditelo a me, che lo farò partire immediatamente. Fate pur uso della mia protezione.
Conte
. E per il denaro che aveste a perdere, io supplirò e pagherò tutto. (Sentite, mandate via anche il Marchese, che pagherò io).
(piano a Mirandolina)
Mirandolina
. Grazie, signori miei, grazie. Ho tanto spirito che basta, per dire ad un forestiere ch’io non lo voglio, e circa all’utile, la mia locanda non ha mai camere in ozio.
SCENA VII.
Fabrizio
e detti
Fabrizio
. Illustrissimo, c’è uno che la domanda.
(al Conte)
Conte
. Sai chi sia?
Fabrizio
. Credo ch’egli sia un legatore di gioje. (Mirandolina, giudizio; qui non istate bene).
(piano a Mirandolina, e parte)
Conte
. Oh sì, mi ha da mostrare un gioiello. Mirandolina, quegli orecchini voglio che li accompagniamo.
Mirandolina
. Eh no, signor Conte…
Conte
. Voi meritate molto, ed io i denari non li stimo niente. Vado a vedere questo gioiello. Addio, Mirandolina; signor Marchese, la riverisco!
(parte)
SCENA VIII.
Marchese
Mirandolina.
Marchese
. (Maledetto Conte! Con questi suoi denari mi ammazza).
(da sè)
Mirandolina
. In verità il signor Conte s’incomoda troppo.
Marchese
. Costoro hanno quattro soldi, e li spendono per vanità, per albagia. Io li conosco, so il viver del mondo.
Mirandolina
. Eh, il viver del mondo lo so ancor io.
Marchese
. Pensano che le donne della vostra sorta si vincano con i regali.
Mirandolina
. I regali non fanno male allo stomaco.
Marchese
. Io crederei di farvi un’ingiuria, cercando di obbligarvi con i donativi.
Mirandolina
. Oh, certamente il signor Marchese non mi ha ingiuriato mai.
Marchese
. E tali ingiurie non ve le farò.
Mirandolina
. Lo credo sicurissimamente.
Marchese
. Ma dove posso, comandatemi.
Mirandolina
. Bisognerebbe ch’io sapessi, in che cosa può Vostra Eccellenza.
Marchese
. In tutto. Provatemi.
Mirandolina
. Ma, verbigrazia, in che?
Marchese
. Per bacco! Avete un merito che sorprende.
Mirandolina
. Troppe grazie. Eccellenza.
Marchese
. Ah! direi quasi uno sproposito. Maledirei quasi la mia Eccellenza.
Mirandolina
. Perchè, signore?
Marchese
. Qualche volta mi auguro di essere nello stato del Conte.
Mirandolina
. Per ragione forse de’ suoi denari?
Marchese
. Eh! Che denari! Non li stimo un fico. Se fossi un conte ridicolo come lui…
Mirandolina
. Che cosa farebbe?
Marchese
. Cospetto del diavolo… vi sposerei.
(parte)
SCENA IX.
Mirandolina sola.
Uh, che mai ha detto! L’eccellentissimo signor marchese Arsura mi sposerebbe? Eppure, se mi volesse sposare, vi sarebbe una piccola difficoltà. Io non lo vorrei. Mi piace l’arrosto, e del fumo non so che farne. Se avessi sposati tutti quelli che hanno detto volermi, oh, avrei pure tanti mariti! Quanti arrivano a questa locanda, tutti di me s’innamorano, tutti mi fanno i cascamorti; e tanti e tanti mi esibiscono di sposarmi a dirittura. E questo signor cavaliere, rustico come un orso, mi tratta sì bruscamente? Questi è il primo forestiere capitato alla mia locanda, il quale non abbia avuto piacere di trattare con me. Non dico che tutti in un salto s’abbiano a innamorare: ma disprezzarmi così? è una cosa che mi muove la bile terribilmente. È nemico delle donne? Non le può vedere? Povero pazzo! Non avrà ancora trovato quella che sappia fare. Ma la troverà. La troverà. E chi sa che non l’abbia trovata? Con questi per l’appunto mi ci metto di picca. Quei che mi corrono dietro, presto, presto m’annoiano. La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne. A maritarmi non ci penso nemmeno; non ho bisogno di nessuno; vivo onestamente, e godo la mia libertà. Tratto con tutti, ma non m’innamoro mai di nessuno. Voglio burlarmi di tante caricature d’amanti spasimati; e voglio usar
tutta l’arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari e duri che son nemici di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura.
SCENA X.
Fabrizio
e detta
Fabrizio
. Ehi, padrona.
Mirandolina
. Che cosa e’ è?
Fabrizio
. Quel forestiere che è alloggiato nella camera di mezzo, grida della biancheria; dice che è ordinaria, e che non la vuole.
Mirandolina
. Lo so, lo so. Lo ha detto anche a me, e lo voglio servire.
Fabrizio
. Benissimo, Venitemi dunque a metter fuori la roba, che gliela possa portare.
Mirandolina
. Andate, andate, gliela porterò io.
Fabrizio
. Voi gliela volete portare?
Mirandolina
. Sì, io.
Fabrizio
. Bisogna che vi prema molto questo forestiere.
Mirandolina
. Tutti mi premono. Badate a voi.
Fabrizio
. (Già me n’avvedo. Non faremo niente. Ella mi lusinga; ma non faremo niente).
(da sè)
Mirandolina
. (Povero sciocco! Ha delle pretensioni. Voglio tenerlo in isperanza, perchè mi serva con fedeltà).
(da sè)
Fabrizio
. Si è sempre costumato, che i forestieri li serva io.
Mirandolina
. Voi con i forestieri siete un poco troppo ruvido.
Fabrizio
. E voi siete un poco troppo gentile.
Mirandolina
. So quel che fo, non ho bisogno di correttori.
Fabrizio
. Bene, bene. Provvedetevi di cameriere.
Mirandolina
. Perchè, signor Fabrizio? è disgustato di me?
Fabrizio
. Vi ricordate voi che cosa ha detto a noi due vostro padre, prima ch’egli morisse?
Mirandolina
. Sì; quando mi vorrò maritare, mi ricorderò di quel che ha detto mio padre.
Fabrizio
. Ma io son delicato di pelle, certe cose non le posso soffrire.
Mirandolina
. Ma che credi tu ch’io mi sia? Una frasca? Una civetta? Una pazza? Mi maraviglio di te. Che voglio fare io dei forestieri che vanno e vengono? Se li tratto bene, lo fo per mio interesse, per tener in credito la mia locanda. De’ regali non ne ho bisogno. Per far all’amore? Uno mi basta: e questo non mi manca; e so chi merita, e so quello che mi conviene. E quando vorrò maritarmi… mi ricorderò di mio padre. E chi averà servito bene, non potrà lagnarsi di me. Son grata. Conosco il merito… Ma io non son conosciuta. Basta, Fabrizio, intendetemi, se potete.
(parte)
Fabrizio
. Chi può intenderla, è bravo davvero. Ora pare che la mi voglia, ora che la non mi voglia. Dice che non è una frasca, ma vuol far a suo modo. Non so che dire. Staremo a vedere. Ella mi piace, le voglio bene, accomoderei con essa i miei interessi per tutto il tempo di vita mia. Ah! bisognerà chiuder un occhio, e lasciar correre qualche cosa. Finalmente i forestieri vanno e vengono. Io resto sempre. Il meglio sarà sempre per me.
(parte)
SCENA XI.
Camera del Cavaliere.
Cavaliere
ed un
Servitore.
Servitore
. Illustrissimo, hanno portato questa lettera.
Cavaliere
. Portami la cioccolata.
(il servitore parte)
(Il Cavaliere apre la lettera.)
Siena, primo Gennaio 1753
. (Chi scrive?)
Orazio Taccagni. Amico carissimo. La tenera amicizia che a voi mi lega, mi rende sollecito ad avvisarci essere necessario il vostro ritorno in patria. È morto il Conte Manna… (Povero cavaliere! Me ne dispiace). Ha lasciato la sua unica figlia nubile erede di centocinquanta mila scudi. Tutti gli amici
vostri vorrebbero che toccasse a voi una tal fortuna, e vanno maneggiando
…. Non s’affatichino per me, che non ne voglio saper nulla. Lo sanno pure ch’io non voglio donne per i piedi. E questo mio caro amico, che lo sa più d’ogni altro, mi secca peggio di tutti. (straccia la lettera) Che importa a me di centocinquanta mila scudi? Finchè son solo, mi basta meno. Se fossi accompagnato, non mi basterebbe assai più. Moglie a me! Piuttosto una febbre quartana.
SCENA XII.
Il Marchese
e detto
Marchese
. Amico, vi contentate ch’io venga a stare un poco con voi?
Cavaliere
. Mi fate onore.
Marchese
. Almeno fra me e voi possiamo trattarci con confidenza; ma quel somaro del Conte non è degno di stare in conversazione con noi.
Cavaliere
. Caro Marchese, compatitemi; rispettate gli altri, se volete essere rispettato voi pure.
Marchese
. Sapete il mio naturale. Io fo le cortesie a tutti, ma colui non lo posso soffrire.
Cavaliere
. Non lo potete soffrire, perchè vi è rivale in amore? Vergogna! Un cavaliere della vostra sorta innamorarsi d’una locandiera! Un uomo savio, come siete voi, correr dietro a una donna!
Marchese
. Cavaliere mio, costei mi ha stregato.
Cavaliere
. Oh! pazzie! debolezze! Che stregamenti? Che vuol dire che le donne non mi stregheranno? Le loro fattucchierie consistono nei loro vezzi, nelle loro lusinghe, e chi ne sta lontano, come fo io, non ci è pericolo che si lasci ammaliare.
Marchese
. Basta! ci penso e non ci penso: quel che mi dà fastidio e che m’inquieta, è il mio fattor di campagna.
Cavaliere
. Vi ha fatto qualche porcheria?
Marchese
. Mi ha mancato di parola.
SCENA XIII.
Servitore
con una cioccolata, e detti
Cavaliere
. Oh mi dispiace… Fanne subito un’altra.
(al servitore)
Servitore
. In casa per oggi non ce n’è
altra, illustrissimo.
Cavaliere
. Bisogna che ne provveda. Se vi degnate di questa…
(al Marchese)
Marchese
(Prende la cioccolata, e si mette a berla senza complimenti, seguitando poi a discorrere e bere, come segue)
Questo mio fattore, come io vi diceva…
(beve)
Cavaliere
. (Ed io resterò senza).
(da sè)
Marchese
. Mi aveva promesso mandarmi con l'ordinario…
(beve)
venti zecchini
(beve)
Cavaliere
. (Ora viene con una seconda stoccata).
(da sè)
Marchese
. E non me li ha mandati…
(beve)
Cavaliere
. Li manderà un’altra volta.
Marchese
. Il punto sta… Il punto sta…
(finisce di bere)
Tenete.
(dà la chicchera al servitore)
Il punto sta che sono in un grande impegno, e non so come fare.
Cavaliere
. Otto giorni più, otto giorni meno…
Marchese
. Ma voi che siete cavaliere, sapete quel che vuol dire il mantener la parola. Sono in impegno; e… corpo di bacco! Darei delle pugna in cielo.
Cavaliere
. Mi dispiace di vedervi scontento. (Se sapessi come uscirne con riputazione!)
(da sè)
Marchese
. Voi avreste difficoltà per otto giorni di farmi il piacere?
Cavaliere
. Caro Marchese, se potessi, vi servirei di cuore; se ne avessi, ve li avrei esibiti a dirittura. Ne aspetto, e non ne ho.
Marchese
. Non mi darete ad intendere d’esser senza denari.
Cavaliere
. Osservate. Ecco tutta la mia ricchezza. Non arrivano a due zecchini.
(mostra uno zecchino e varie monete)
Marchese
. Quello è uno zecchino d’oro.
Cavaliere
. Sì; è l’ultimo, non ne ho più.
Marchese
. Prestatemi quello, che vedrò intanto….
Cavaliere
. Ma io poi
Marchese
. Di che avete paura? Ve lo renderò.
Cavaliere
. Non so che dire; servitevi.
(gli dà lo zecchino)
Marchese
. Ho un affare di premura… amico: obbligato per ora: ci rivedremo a pranzo.
(prende lo zecchino e parte)
SCENA XIV.
Cavaliere
solo
Bravo! Il signor Marchese mi voleva frecciare venti zecchini, e poi si è contentato di uno. Finalmente uno zecchino non mi preme di perderlo, e se non me lo rende, non mi verrà più a seccare. Mi dispiace più, che mi ha bevuto la mia cioccolata. Che indiscretezza! E poi: Son chi sono. Son cavaliere. Oh garbatissimo cavaliere!
SCENA XV.
Mirandolina
colla biancheria, e detto
Mirandolina
. Permette, illustrissimo?
(entrando con qualche soggezione)
Cavaliere
. Che cosa volete?
(con asprezza)
Mirandolina
. Ecco qui della biancheria migliore.
(s’avanza un poco)
Cavaliere
. Bene. Mettetela lì.
(accenna il tavolino)
Mirandolina
. La supplico almeno degnarsi vedere se è di suo genio.
Cavaliere
. Che roba è?
Mirandolina
. Le lenzuola sono di rensa.
(s’avanza ancor più)
Cavaliere
. Rensa?
Mirandolina
. Sì signore, di dieci paoli al braccio. Osservi.
Cavaliere
. Non pretendevo tanto. Bastavami qualche cosa meglio di quel che mi avete dato.
Mirandolina
. Questa biancheria l’ho fatta per personaggi di merito:
per quelli che la sanno conoscere; e in verità, illustrissimo, la do per esser lei, ad un altro non la darei.
Cavaliere
. Per esser lei! Solito complimento.
Mirandolina
. Osservi il servizio di tavola.
Cavaliere
. Oh! Queste tele di Fiandra, quando si lavano, perdono assai. Non vi è bisogno che le insudiciate per me.
Mirandolina
. Per un cavaliere della sua qualità, non guardo a queste piccole cose. Di queste salviette ne ho parecchie, e le serberò per V. S. illustrissima.
Cavaliere
. (Non si può però negare, che costei non sia una donna obbligante).
(da sè)
Mirandolina
. (Veramente ha una faccia burbera da non piacergli le donne).
(da sè)
Cavaliere
. Date la mia biancheria al mio cameriere, o ponetela lì, in qualche luogo. Non vi è bisogno che v’incomodiate per questo.
Mirandolina
. Oh, io non m’incomodo mai, quando servo cavalieri di sì alto merito.
Cavaliere
. Bene, bene, non occorr’altro. (Costei vonebbe adularmi. Donne! Tutte così).
(da sè)
Mirandolina
. La metterò nell’arcova.
Cavaliere
. Sì, dove volete.
(con serietà)
Mirandolina
. (Oh! vi è del duro. Ho paura di non far niente).
(da sè; va a riporre la biancheria)
Cavaliere
. (I gonzi sentono queste belle parole, credono a chi le dice, e cascano).
(da sè)
Mirandolina
. A pranzo, che cosa comanda?
(ritornando senza la biancheria)
Cavaliere
. Mangerò quello che vi sarà.
Mirandolina
. Vorrei pur sapere il suo genio. Se le piace una cosa più dell’altra, lo dica con libertà.
Cavaliere
. Se vorrò qualche cosa, lo dirò al cameriere.
Mirandolina
. Ma in queste cose gli uomini non hanno l’attenzione e la pazienza che abbiamo noi altre donne. Se le piacesse qualche intingoletto, qualche salsetta, favorisca di dirlo a me.
Cavaliere
. Vi ringrazio: ma ne anche per questo verso vi riuscirà di far con me quello che avete fatto col Conte e col Marchese.
Mirandolina
. Che dice della debolezza di quei due cavalieri? Vengono alla locanda per alloggiare, e pretendono poi di voler far all’amore colla locandiera. Abbiamo altro in testa noi, che dar retta alle loro ciarle. Cerchiamo di fare il nostro interesse; se diamo loro delle buone parole, lo facciamo per tenerli a bottega; e poi, io principalmente, quando vedo che si lusingano, rido come una pazza.
Cavaliere
. Brava! Mi piace la vostra sincerità.
Mirandolina
. Oh! non ho altro di buono, che la sincerità.
Cavaliere
. Ma però con chi vi fa la corte, sapete fingere.
Mirandolina
. Io fingere? Guardimi il cielo. Domandi un poco a quei due signori che fanno gli spasimati per me, se ho mai dato loro un segno d’affetto. Se ho mai scherzato con loro in maniera che si potessero lusingare con fondamento. Non li strapazzo, perchè il mio interesse non lo vuole, ma poco meno. Questi uomini effeminati non li posso vedere. Siccome abborrisco anche le donne, che corrono dietro agli uomini. Vede? Io non sono una ragazza. Ho qualche annetto; non son bella, ma ho avute delle buone occasioni; eppure non ho mai voluto maritarmi, perchè stimo infinitamente la mia libertà.
Cavaliere
. Oh sì, la libertà è un gran tesoro.
Mirandolina
. E tanti la perdono scioccamente.
Cavaliere
. So ben io quel che faccio. Alla larga.
Mirandolina
. Ha moglie V. S. illustrissima?
Cavaliere
. Il cielo me ne liberi. Non voglio donne.
Mirandolina
. Bravissimo. Si conservi sempre così. Le donne, signore… Basta, a me non tocca a dirne male.
Cavaliere
. Voi siete per altro la prima donna, ch’io senta parlar così.
Mirandolina
. Le dirò: noi altre locandiere vediamo e sentiamo delle cose assai; e in verità compatisco quegli uomini che hanno paura del nostro sesso.
Cavaliere
. (È curiosa costei).
(da sè)
Mirandolina
. Con permissione di V. S. illustrissima.
(finge voler partire)
Cavaliere
. Avete premura di partire?
Mirandolina
. Non vorrei esserle importuna.
Cavaliere
. No, mi fate piacere; mi divertite.
Mirandolina
. Vede, signore? Così fo con gli altri. Mi trattengo qualche momento; sono piuttosto allegra, dico delle barzellette per divertirli, ed essi subito credono… Se la m’intende, e’ mi fanno i cascamorti.
Cavaliere
. Questo accade, perchè avete buona maniera.
Mirandolina
. Troppa bontà, illustrissimo.
(con una riverenza)
Cavaliere
. Ed essi s’innamorano.
Mirandolina
. Guardi che debolezza! Innamorarsi subito di una donna!
Cavaliere
. Questa io non l’ho mai potuta capire.
Mirandolina
. Bella fortezza! Bella virilità!
Cavaliere
. Debolezze! Miserie umane!
Mirandolina
. Questo è il vero pensare degli uomini. Signor cavaliere, mi porga la mano.
Cavaliere
. Perchè volete ch’io vi porga la mano?
Mirandolina
. Favorisca; si degni; osservi, sono pulita.
Cavaliere
. Ecco la mano.
Mirandolina
. Questa è la prima volta, che ho l’onore d’aver per la mano un uomo, che pensa veramente da uomo.
Cavaliere
. Via, basta così.
(ritira la mano)
Mirandolina
. Ecco. Se io avessi preso per la mano uno di que’ due signori sguaiati, avrebbe tosto creduto ch’io spasimassi per lui. Sarebbe andato in deliquio. Non darei loro una semplice libertà, per tutto l’oro del mondo. Non sanno vivere. Oh benedetto il conversare alla libera! senza attacchi, senza malizia, senza tante ridicole scioccherie. Illustrissimo, perdoni la mia impertinenza. Dove posso servirla, mi comandi con au
torità, e avrò per lei quell’attenzione, che non ho mai avuto per alcuna persona di questo mondo.
Cavaliere
. Per qual
motivo avete tanta parzialità per me?
Mirandolina
. Perchè, oltre il suo merito, oltre la sua condizione, sono almeno sicura che con lei posso trattare con libertà, senza sospetto che voglia fare cattivo uso delle mie attenzioni, e che mi tenga in qualità di serva, senza tormentarmi con pretensioni ridicole, con caricature affettate.
Cavaliere
. (Che diavolo ha costei di stravagante, ch’io non capisco!)
(da sè)
Mirandolina
. (Il satiro si anderà a poco a poco addomesticando).
Cavaliere
. Orsù, se avete da badare alle cose vostre, non restate per me.
Mirandolina
. Si signore, vado ad attendere alle faccende di casa. Queste sono i miei amori, i miei passatempi. Se comanderà qualche cosa, manderò il cameriere.
Cavaliere
. Bene… Se qualche volta verrete anche voi, vi vedrò
Mirandolina
. Io Veramente non vado mai nelle camere dei forestieri, ma da lei ci verrò qualche volta.
Cavaliere
. Da me… Perchè?
Mirandolina
. Perchè, illustrissimo signore, ella mi piace assaissimo.
Cavaliere
. Vi piaccio io?
Mirandolina
. Mi piace, perchè non è effeminato, perchè non è di quelli che s’innamorano. (Mi caschi il naso, se avanti domani non l’innamoro).
(da sè, e parte)
SCENA XVI.
Cavaliere
solo
Eh! So io quel che fo. Colle donne? Alla larga. Costei sarebbe una di quelle che potrebbero farmi cascare più delle altre. Quella verità, quella scioltezza di dire, è cosa poco comune.
Ha un non so che di estraordinario; ma non per questo mi lascierei innamorare. Per un poco di divertimento, mi fermerei piuttosto con questa che con un’altra. Ma per far all’amore? Per perdere la libertà? Non vi è pericolo. Pazzi, pazzi quelli che s’innamorano delle donne.
(parte)
SCENA XVII.
Altra camera di locanda.
Ortensia, Dejanira, Fabrizio.
Fabrizio
. Che restino servite qui, illustrissime. Osservino quest’altra camera. Quella per dormire, e questa per mangiare, per ricevere, per servirsene come comandano.
Ortensia
. Va bene, va bene. Siete voi padrone, o cameriere.
Fabrizio
. Cameriere, ai comandi di V. S. illustrissima.
Dejanira
. (Ci dà delle illustrissime).
(piano a Ortensia, ridendo)
Ortensia
. (Bisogna secondare il lazzo). Cameriere?
Fabrizio
. Illustrissima.
Ortensia
. Dite al padrone che venga qui, voglio parlar con lui per il trattamento.
Fabrizio
. Verrà la padrona; la servo subito. (Chi diamine saranno queste due signore così sole? All’aria, all’abito, paiono dame).
(da sè, e parte)
SCENA XVIII.
Dejanira e Ortensia.
Dejanira
. Ci dà dell’illustrissime. Ci ha creduto due dame.
Ortensia
. Bene. Così ci tratterà meglio.
Dejanira
. Ma ci farà pagare di più.
Ortensia
. Eh, circa i conti, avrà da fare con me. Sono degli anni assai, che cammino il mondo.
Dejanira
. Non vorrei che con questi titoli entrassimo in qualche impegno.
Ortensia
. Cara amica, siete di poco spirito. Due commedianti avvezze a far sulla scena da contesse, da marchese e da principesse, avranno difficoltà a sostenere un carattere sopra di una locanda?
Dejanira
. Verranno i nostri compagni, e subito ci sbianchiranno
Ortensia
. Per oggi non possono arrivare a Firenze. Da Pisa a qui in navicello vi vogliono almeno tre giorni.
Dejanira
. Guardate che bestialità! Venire in navicello!
Ortensia
. Per mancanza di
lugagni. È assai che siamo venute noî in calesse.
Dejanira
. È stata buona quella recita di più che abbiamo fatto.
Ortensia
. Sì, ma se non istavo io alla porta, non si faceva niente.
SCENA XIX.
Fabrizio
e dette
Fabrizio
. La padrona or ora sarà a servirle.
Ortensia
. Bene.
Fabrizio
. Ed io le supplico a comandarmi. Ho servito altre dame: mi darò l’onor di servir con tutta attenzione anche le signorie loro illustrissime.
Ortensia
. Occorrendo, mi varrò di voi.
Dejanira
. (Ortensia queste parti le fa benissimo).
(da sè)
Fabrizio
. Intanto le supplico, illustrissime signore, favorirmi il loro riverito nome per la consegna.
(tira fuori un calamaio ed un libriccino)
Dejanira
. (Ora viene il buono).
Ortensia
. Perchè ho da dar il mio nome?
Fabrizio
. Noialtri locandieri siamo obbligati a dar il nome, il casato, la patria e la condizione di tutti i passeggieri che alloggiano alla nostra locanda. E se non lo facessimo, meschini noi.
Dejanira
. (Amica, i titoli sono finiti).
(piano ad Ortensia)
Ortensia
. Molti daranno anche il nome finto.
Fabrizio
. In quanto a questo poi, noialtri scriviamo il nome che ci dettano, e non cerchiamo di più.
Ortensia
. Scrivete. La baronessa Ortensia del Poggio, palermitana.
Fabrizio
. (Siciliana? Sangue caldo).
(scrivendo)
Ella, illustrissima?
(a Dejanira)
Dejanira
. Ed io… (Non so che mi dire).
Ortensia
. Via, contessa Dejanira, dategli il vostro nome.
Fabrizio
. La supplico.
(a Dejanira)
Dejanira
. Non l’avete sentito?
(a Fabrizio)
Fabrizio
L’illustrìssima signora contessa Dejanira
…
(scrivendo)
Il cognome?
Dejanira
. Anche il cognome?
(a Fabrizio)
Ortensia
. Sì, dal Sole, romana.
(a Fabrizio)
Fabrizio
. Non occorr’altro. Perdonino l’incomodo. Ora verrà la padrona. (L’ho io detto, che erano due dame? Spero che farò de’ buoni negozi. Mancie non ne mancheranno).
(parte)
Dejanira
. Serva umilissima della signora Baronessa.
Ortensia
. Contessa, a voi m’inchino.
(si burlano vicendevolmente)
Dejanira
. Qual fortuna mi offre la felicissima congiuntura di rassegnarvi il mio profondo rispetto?
Ortensia
. Dalla fontana del vostro cuore scaturir non possono che torrenti di grazie.
SCENA XX.
Mirandolina
e dette
Dejanira
. Madama, voi mi adulate.
(ad Ortensia, con caricatura)
Ortensia
. Contessa, al vostro merito si converrebbe assai più.
(fa lo stesso)
Mirandolina
. (Oh che dame cerimoniose!)
(da sè, in disparte)
Dejanira
. (Oh quanto mi vien da ridere!)
Ortensia
. Zitto: è qui la padrona.
(piano a Dejanira)
Mirandolina
. M’inchino a queste dame.
Ortensia
. Buon giorno, quella giovane.
Dejanira
. Signora padrona, vi riverisco.
(a Mirandolina)
Ortensia
. Ehi!
(fa cenno a Dejanìra, che si sostenga)
Mirandolina
. Permetta ch’io le baci la mano.
(ad Ortensia)
Ortensia
. Siete obbligante. (le dà la mano Dejanìra.
(Ride da sè.)
Mirandolina
. Anche ella, illustrissima.
(chiede la mano a Dejanira)
Dejanira
. Eh, non importa…
Ortensia
. Via, gradite le finezze di questa giovane. Datele la mano.
Mirandolina
. La supplico.
Dejanira
. Tenete.
(le dà la mano, si volta, e ride)
Mirandolina
. Ride, illustrissima? Di che?
Ortensia
. Che cara Contessa! Ride ancora di me. Ho detto uno sproposito, che l’ha fatta ridere.
Mirandolina
. (Io giuocherei che non sono dame. Se fossero dame, non sarebbero sole).
(da sè)
Ortensia
. Circa il trattamento, converrà poi discorrere.
(a Mirandolina)
Mirandolina
. Ma! Sono sole? Non hanno cavalieri, non hanno servitori, non hanno nessuno?
Ortensia
. Il Barone mio marito…
Dejanira
(Ride forte.)
Mirandolina
. Perchè ride, signora?
(a Dejanira)
Ortensia
. Via, perchè ridete?
Dejanira
. Rido del Barone di vostro marito.
Ortensia
. Sì, è un cavaliere giocoso: dice sempre delle barzellette; verrà quanto prima col conte Orazio, marito della Contessina.
Dejanira
(Fa forza per trattenersi da ridere.)
Mirandolina
. La fa ridere anche il signor Conte?
(a Dejanira)
Ortensia
. Ma via, Contessina, tenetevi un poco nel vostro decoro.
Mirandolina
. Signore mie, favoriscano in grazia. Siamo sole, nessuno ci sente. Questa contea, questa baronia, sarebbe mai…
Ortensia
. Che cosa vorreste voi dire? Mettereste in dubbio la nostra nobiltà?
Mirandolina
. Perdoni, illustrissima, non si riscaldi, perchè farà ridere la signora Contessa.
Dejanira
. Eh via, che serve?
Ortensia
. Contessa, Contessa!
(minacciandola)
Mirandolina
. Io so che cosa voleva dire, illustrissima. (a Dejanira)
Dejanira
. Se l’indovinate, vi stimo assai.
Mirandolina
. Voleva dire: Che serve che fingiamo d’esser due dame, se siamo due pedine? Ah! non è vero?
Dejanira
. E che sì che ci conoscete?
(a Mirandolina)
Ortensia
. Che brava commediante! Non è buona da sostenere un carattere.
Dejanira
. Fuori di scena io non so fingere.
Mirandolina
. Brava, signora Baronessa; mi piace il di lei spirito. Lodo la sua franchezza.
Ortensia
. Qualche volta mi prendo un poco di spasso.
Mirandolina
. Ed io amo infinitamente le persone di spirito. Servitevi pure nella mia locanda, che siete padrone; ma vi prego bene, se mi capitassero persone di rango, cedermi quest’appartamento, ch’io vi darò dei camerini assai comodi.
Dejanira
. Sì, volentieri.
Ortensia
. Ma io, quando spendo il mio denaro, intendo volere esser servita come una dama, e in questo appartamento ci sono, e non me ne anderò.
Mirandolina
. Via, signora Baronessa, sia buona… Oh! Ecco un cavaliere che è alloggiato in questa locanda. Quando vede donne, sempre si caccia avanti.
Ortensia
. È ricco?
Mirandolina
. Io non so i fatti suoi.
SCENA XXI.
Marchese
e dette
Marchese
. È permesso? Si può entrare?
Ortensia
. Per me è padrone.
Marchese
. Servo di lor signore.
Dejanira
. Serva umilissima.
Ortensia
. La riverisco divotamente.
Marchese
. Sono forestiere?
(a Mirandolina)
Mirandolina
. Eccellenza sì. Sono venute ad onorare la mia locanda.
Ortensia
. (È un’Eccellenza! Capperi!)
(da sè)
Dejanira
. (Già Ortensia lo vorrà per se).
Marchese
. E chi sono queste signore?
(a Mirandolina)
Mirandolina
. Questa è la baronessa Ortensia del Poggio, e questa la contessa Dejanira dal Sole.
Marchese
. Oh compitissime dame!
Ortensia
. E ella chi è, signore?
Marchese
. Io sono il marchese di Forlipopoli
Dejanira
. (La locandiera vuol seguitare a far la commedia).
(da sè)
Ortensia
. Godo aver l’onore di conoscere un cavaliere così compito.
Marchese
. Se vi potessi servire, comandatemi. Ho piacere che siate venute ad alloggiare in questa locanda. Troverete una padrona di garbo.
Mirandolina
. Questo cavaliere è pieno di bontà. Mi onora della sua protezione.
Marchese
. Sì, certamente. Io la proteggo, e proteggo tutti quelli che vengono nella sua locanda; e se vi occorre nulla, comandate.
Ortensia
. Occonendo, mi prevarrò delle sue finezze.
Marchese
. Anche voi, signora Contessa, fate capitale di me.
Dejanira
. Potrò ben chiamarmi felice, se avrò l’alto onore di essere annoverata nel ruolo delle sue umilissime serve.
Mirandolina
. (Ha detto un concetto da commedia).
(ad Ortensia)
Ortensia
. (Il titolo di contessa l’ha posta in soggezione).
(a Mirandolina)
(Il Marchese tira fuori di tasca un bel fazzoletto di seta, lo spiega, e finge volersi asciugar la fronte.)
Mirandolina
. Un gran fazzoletto, signor Marchese!
Marchese
. Ah! Che ne dite? È bello? Sono di buon gusto io?
(a Mirandolina)
Mirandolina
. Certamente è di ottimo gusto.
Marchese
. Ne avete più veduti di così belli?
(ad Ortensia)
Ortensia
. È superbo. Non ho veduto il compagno. (Se me lo donasse, lo prenderei).
(da sè)
Marchese
. Questo viene da Londra.
(a Dejanira)
Dejanira
. È bello, mi piace assai.
Marchese
. Son di buon gusto io?
Dejanira
. (E non dice a’ vostri comandi).
(da sè)
Marchese
. M’impegno che il Conte non sa spendere. Getta via il denaro, e non compra mai una galanteria di buon gusto.
Mirandolina
. Il signor Marchese conosce, distingue, sa, vede, intende.
Marchese
. (Piega il fazzoletto con attenzione) Bisogna piegarlo bene, acciò non si guasti. Questa sorta di roba bisogna custodirla con attenzione. Tenete.
(lo presenta a Mirandolina)
Mirandolina
. Vuole ch’io lo faccia mettere nella sua camera?
Marchese
. No. Mettetelo nella vostra.
Mirandolina
. Perchè… nella mia?
Marchese
. Perchè… ve lo dono.
Mirandolina
. Oh, eccellenza, perdoni…
Marchese
. Tant’è. Ve lo dono.
Mirandolina
. Ma io non voglio…
Marchese
. Non mi fate andar in collera.
Mirandolina
. Oh, in quanto a questo poi, il signor Marchese lo sa, io non voglio disgustar nessuno. Acciò non vada in collera, lo prenderò.
Dejanira
. (Oh che bel lazzo!)
(ad Ortensia)
Ortensia
. (E poi dicono delle commedianti!)
(a Dejanira)
Marchese
. Ah! Che dite? Un fazzoletto di quella sorta, l’ho donato alla mia padrona di casa.
(ad Ortensia)
Ortensia
. È un cavaliere generoso.
Marchese
. Sempre così.
Mirandolina
. (Questo è il primo regalo che mi ha fatto, e non so come abbia avuto questo fazzoletto).
(da sè)
Dejanira
. Signor Marchese, se ne trovano di quei fazzoletti in Firenze? Avrei volontà d’averne uno compagno.
Marchese
. Compagno di questo sarà difficile; ma vedremo.
Mirandolina
. (Brava la signora Contessina).
(da sè)
Ortensia
. Signor Marchese, voi che siete pratico della città, fatemi il piacere di mandarmi un bravo calzolaio, perchè ho bisogno di scarpe.
Marchese
. Sì, vi manderò il mio.
Mirandolina
. (Tutte alla vita; ma non ce n’è
uno per la rabbia).
(da sè)
Ortensia
. Caro signor Marchese, favorirà tenerci un poco di compagnia.
Dejanira
. Favorirà a pranzo con noi.
Marchese
. Sì, volentieri. (Ehi Mirandolina, non abbiate gelosia, son vostro, già lo sapete).
Mirandolina
. (S’accomodi pure: ho piacere che si diverta).
(al Marchese)
Ortensia
. Voi sarete la nostra conversazione.
Dejanira
. Non conosciamo nessuno. Non abbiamo altri che voi.
Marchese
. Oh care le mie damine! Vi servirò di cuore.
SCENA XXII.
Conte
e detti
Conte
. Mirandolina, io cercava di voi.
Mirandolina
. Son qui con queste dame.
Conte
. Dame? M’inchino umilmente.
Ortensia
. Serva divota. (Questo è un guasco più badial
di quell’altro).
(piano a Dejanira)
Dejanira
. (Ma io non sono buona per miccheggiare
(piano ad Ortensia)
Marchese
. (Ehi! Mostrate al Conte il fazzoletto).
(piano a Mirandolina)
Mirandolina
. Osservi, signor Conte, il bel regalo che mi ha fatto il signor Marchese.
(mostra il fazzoletto al Conte)
Conte
. Oh, me ne rallegro! Bravo, signor Marchese.
Marchese
. Eh niente, niente. Bagattelle. Riponetelo via; non voglio che lo diciate. Quel che fo, non s’ha da sapere.
Mirandolina
. (Non s’ha da sapere, e me lo fa mostrare. La superbia contrasta con la povertà).
(da sè)
Conte
. Con licenza di queste dame, vorrei dirvi una parola.
(a Mirandolina)
Ortensia
. S’accomodi con libertà.
Marchese
. Quel fazzoletto in tasca lo manderete a male.
(a Mirandolina)
Mirandolina
. Eh, lo riporrò nella bambagia, perchè non si ammacchi!
Conte
. Osservate questo piccolo gioiello di diamanti.
(a Mirandolina)
Mirandolina
. Bello assai.
Conte
. È compagno degli orecchini che vi ho donato.
(Ortensia e Dejanira osservano, e parlano piano fra loro.)
Mirandolina
. Certo è compagno, ma è ancora più bello.
Marchese
. (Sia maladetto il Conte, i suoi diamanti, i suoi denari, e il suo diavolo che se lo porti).
(da sè)
Conte
. Ora, perchè abbiate il fornimento compagno, ecco ch’io vi dono il gioiello.
(a Mirandolina)
Mirandolina
. Non lo prendo assolutamente.
Conte
. Non mi farete questa mala creanza.
Mirandolina
. Oh! delle male creanze non ne faccio mai. Per non disgustarla, lo prenderò.
(Ortensia e Dejanira parlano come sopra, osservando la generosità del Conte.)
Mirandolina
. Ah! Che ne dice, signor Marchese? Questo gioiello non è galante?
Marchese
. Nel suo genere il fazzoletto è più di buon gusto.
Conte
. Sì, ma da genere a genere vi è una bella distanza.
Marchese
. Bella cosa! Vantarsi in pubblico di una grande spesa.
Conte
. Sì, sì, voi fate i vostri regali in segreto.
Mirandolina
. (Posso ben dire con verità questa volta, che fra due litiganti il terzo gode).
(da sè)
Marchese
. E così, damine mie, sarò a pranzo con voi.
Ortensia
. Quest’altro signore chi è? (
al Conte
Conte
. Sono il conte d’Albafiorita, per obbedirvi.
Dejanira
. Capperi! È una famiglia illustre, io la conosco.
(anch’ella si accosta al Conte)
Conte
. Sono a’ vostri comandi.
(a Dejanira)
Ortensia
. È qui alloggiato?
(al Conte)
Conte
. Sì, signora.
Dejanira
. Si trattiene molto?
(al Conte)
Conte
. Credo di sì.
Marchese
. Signore mie, sarete stanche di stare in piedi, volete ch’io vi serva nella vostra camera?
Ortensia
. Obbligatissima.
(con disprezzo)
Di che paese è, signor Conte?
Conte
. Napolitano.
Ortensia
. Oh! Siamo mezzi patriotti. Io sono palermitana.
Dejanira
. Io son romana; ma sono stata a Napoli, e appunto per un mio interesse desiderava parlare con un cavaliere napolitano.
Conte
. Vi servirò, signore. Siete sole? Non avete uomini?
Marchese
. Ci sono io, signore: e non hanno bisogno di voi.
Ortensia
. Siamo sole, signor Conte. Poi vi diremo il perchè.
Conte
. Mirandolina.
Mirandolina
. Signore.
Conte
. Fate preparare nella mia camera per tre. Vi degnerete di favorirmi?
(ad Ortensia e Dejanira)
Ortensia
. Riceveremo le vostre finezze.
Marchese
. Ma io sono stato invitato da queste dame.
Conte
. Esse sono padrone di servirsi, come comandano, ma alla mia piccola tavola in più di tre non ci si sta.
Marchese
. Vorrei veder anche questa…
Ortensia
. Andiamo, andiamo, signor Conte. Il signor Marchese ci favorirà un’altra volta.
(parte)
Dejanira
. Signor Marchese, se trova il fazzoletto, mi raccomando.
(parte)
Marchese
. Conte, Conte, voi me la pagherete.
Conte
. Di che vi lagnate?
Marchese
. Son chi sono, e non si tratta così. Basta. Colei vorrebbe un fazzoletto? Un fazzoletto di quella sorta? Non l’avrà. Mirandolina, tenetelo caro. Fazzoletti di quella sorta non se ne trovano. Dei diamanti se ne trovano, ma dei fazzoletti di quella sorta non se ne trovano.
(parte)
Mirandolina
. (Oh che bel pazzo!)
(da sè)
Conte
. Cara Mirandolina, avrete voi dispiacere ch’io serva queste due dame?
Mirandolina
. Niente affatto, signore.
Conte
. Lo faccio per voi. Lo faccio per accrescer utile ed avventori alla vostra locanda; per altro io son vostro, è vostro il mio cuore, e vostre sono le mie ricchezze, delle quali disponetene liberamente, che io vi faccio padrona.
(parte)
SCENA XXIII,
Mirandolina
sola
Con tutte le sue ricchezze, con tutti li suoi regali, non arriverà mai ad innamorarmi; e molto meno lo farà il Marchese colla sua ridicola protezione. Se dovessi attaccarmi ad uno di questi due, certamente lo farei con quello che spende più. Ma non mi preme ne dell’uno, ne dell’altro. Sono in impegno d’innamorar il cavaliere di Ripafratta, e non darei un tal piacere per un gioiello il doppio più grande di questo. Mi proverò;
non so se avrò l’abilità che hanno quelle due brave comiche,
ma mi proverò. Il Conte ed il Marchese, frattanto che con
quelle si vanno trattenendo, mi lasceranno in pace; e potrò a
mio bell’agio trattar col Cavaliere. Possibile ch’ei non ceda!
Chi è quello che possa resistere ad una donna, quando le
dà tempo di poter far uso dell’arte sua? Chi fugge non può
temer d’esser vinto, ma chi si ferma, chi ascolta, e se ne compiace,
deve o presto o tardi a suo dispetto cadere.
(parte)
Fine dell'Atto Primo
Note dell'autore
Gergo de’ commedianti, che vuol dire:
ci scopriranno.
Gergo:
danari.
Guasco badiale
in gergo vuol dire un nobile ricco
Miccheggiare
in gergo vuol dire
domandar regali e cose simili.
Note dell'editore
Paper., Bettin. ecc. aggiungono:
del mondo
Segue nelle edd. Pap., Bett. ecc.:
Io era avvezzo con pochi paoli a battere a tante porte. Ho speso tanto con costei, e non ho potuto
ecc.
Pap., Bett., ecc.:
non me ne
Così le edd. Pap., Bett. ecc. Manca questa indicazione nelle edd. Pasquali, Zatta ecc.
Pap., Bett. ecc.:
n’ho
Pap., Bett. ecc. aggiungono:
Avvilirsi subito per due smorfiette
Pap., Bett. ecc.:
Per che.
Nell’ed. Pap. leggesi
Tripopoli
, com’era forse nel manoscritto più antico.
Pap., Bett. ecc.:
ma non sanno che non ve n’è
ecc.
Segue nelle edd. Pap., Bett, ecc.:
non bada al Marchese, e si accosta al Conte
Atto II
ATTO SECONDO.
SCENA PRIMA.
Camera del Cavaliere, con tavola apparecchiata per il pranzo e sedie.
Cavaliere
ed il suo
Servitore,
poi
Fabrizio.
Il Cavaliere passeggia con un libro. Fabrizio mette la zuppa in tavola
Fabrizio
. Dite al vostro padrone, se vuol restare servito, che la zuppa è in tavola.
(al servitore)
Servitore
. Glielo potete dire anche voi.
(a Fabrizio)
Fabrizio
. È tanto stravagante, che non gli parlo niente volentieri.
Servitore
. Eppure non è cattivo. Non può veder le donne, per altro cogli uomini è dolcissimo.
Fabrizio
. (Non può veder le donne? Povero sciocco! Non conosce il buono).
(da sè, e parte)
Servitore
. Illustrissimo, se comanda, è in tavola.
(Il Cavaliere mette giù il libro, e va a sedere a tavola.)
Cavaliere
. Questa mattina parmi che si pranzi prima del solito.
(al servitore, mangiando)
(Il servitore dietro la sedia del Cavaliere, col tondo sotto il braccio.)
Servitore
. Questa camera è stata servita prima di tutte. Il signor conte d’Albafiorita strepitava che voleva essere servito il primo, ma la padrona ha voluto che si desse in tavola prima a V. S. illustrissima.
Cavaliere
. Sono obbligato a costei per l’attenzione che mi dimostra.
Servitore
. È una assai compita donna, illustrissimo. In tanto mondo che ho veduto, non ho trovato una locandiera più garbata di questa.
Cavaliere
. Ti piace, eh?
(voltandosi un poco indietro)
Servitore
. Se non fosse per far torto al mio padrone, vorrei venire a stare con Mirandolina per cameriere.
Cavaliere
. Povero sciocco
! Che cosa vorresti ch’ella facesse di te?
(gli dà il tondo, ed egli lo muta)
Servitore
. Una donna di questa sorta, la vorrei servir come un cagnolino.
(va per un piatto)
Cavaliere
. Per bacco! Costei incanta tutti. Sarebbe da ridere che incantasse anche me. Orsù, domani me ne vado a Livorno. S’ingegni per oggi, se può, ma si assicuri che non sono sì debole. Avanti ch’io superi l’avversion per le donne, ci vuol altro.
SCENA II.
Servitore
col lesso ed un altro piatto, e detto
Servitore
. Ha detto la padrona, che se non le piacesse il pollastro, le manderà un piccione.
Cavaliere
. Mi piace tutto. E questo che cos’è?
Servitore
. Dice la padrona, ch’io le sappia dire se a V. S.
illustrissima piace questa salsa, che l’ha fatta ella colle sue mani.
Cavaliere
. Costei mi obbliga sempre più.
(l’assaggia)
E preziosa. Dille che mi piace, che la ringrazio.
Servitore
. Glielo dirò, illustrissimo.
Cavaliere
. Vaglielo a dir subito.
Servitore
. Subito. (Oh che prodigio! Manda un complimento a una donna!)
(da sè, parte)
Cavaliere
. È una salsa squisita. Non ho sentita la meglio.
(va mangiando)
Certamente, se Mirandolina farà così, avrà sempre de’ forestieri. Buona tavola, buona biancheria. E poi non si può negare che non sia gentile; ma quel che più stimo in lei, è la sincerità. Oh, quella sincerità è pure la bella cosa! Perchè non posso io vedere le donne? Perchè sono finte, bugiarde, lusinghiere. Ma quella bella sincerità….
SCENA III.
Il Servitore
e detto
Servitore
. Ringrazia V. S. illustrissima della bontà che ha di aggradire le sue debolezze.
Cavaliere
. Bravo, signor cerimoniere, bravo.
Servitore
. Ora sta facendo colle sue mani un altro piatto; ma non so dire che cosa sia.
Cavaliere
. Sta facendo?
Servitore
. Sì signore.
Cavaliere
. Dammi da bere.
Servitore
. La servo.
(va a prendere da bere)
Cavaliere
. Orsù, con costei bisognerà corrispondere con generosità. È troppo compita; bisogna pagare il doppio. Trattarla bene, ma andar via presto.
(Il servitore gli presenta da bere.)
Cavaliere
. Il Conte è andato a pranzo?
(beve)
Servitore
. Illustrissimo sì, in questo momento. Oggi fa trattamento. Ha due dame a tavola con lui.
Cavaliere
. Due dame? Chi sono?
Servitore
. Sono arrivate a questa locanda poche ore sono. Non so chi sieno.
Cavaliere
. Le conosceva il Conte?
Servitore
. Credo di no; ma appena le ha vedute, le ha invitate a pranzo seco.
Cavaliere
. Che debolezza! Appena vede due donne, subito si attacca. Ed esse accettano. E sa il cielo chi sono; ma sieno quali esser vogliono, sono donne, e tanto basta. Il Conte si rovinerà certamente. Dimmi: il Marchese è a tavola?
Servitore
. È uscito di casa, e non si è ancora veduto.
Cavaliere
. In tavola.
(fa mutare il tondo)
Servitore
. La servo.
Cavaliere
. A tavola con due dame! Oh che bella compagnia! Colle loro smorfie mi farebbero passar l’appetito.
SCENA IV.
Mirandolina
con un tondo in mano, ed il
Servitore,
e detto
Mirandolina
. È permesso?
Cavaliere
. Chi è di là?
Servitore
. Comandi.
Cavaliere
. Leva là quel tondo di mano.
Mirandolina
. Perdoni. Lasci ch’io abbia l’onore di metterlo in tavola colle mie mani.
(mette in tavola la vivanda)
Cavaliere
. Questo non è offizio vostro.
Mirandolina
. Oh signore, chi son io? Una qualche signora? Sono una serva di chi favorisce venire alla mia locanda.
Cavaliere
. (Che umiltà!)
(da sè)
Mirandolina
. In verità, non avrei difficoltà di servire in tavola tutti, ma non lo faccio per certi riguardi: non so s’ella mi capisca. Da lei vengo senza scrupoli, con franchezza.
Cavaliere
. Vi ringrazio. Che vivanda è questa?
Mirandolina
. Egli è un intingoletto fatto colle mie mani.
Cavaliere
. Sarà buono. Quando lo avete fatto voi, sarà buono.
Mirandolina
. Oh! troppa bontà, signore. Io non so far niente di bene; ma bramerei saper fare, per dar nel genio ad un cavalier si compito.
Cavaliere
. (Domani a Livorno).
(da sè)
Se avete che fare, non istate a disagio per me.
Mirandolina
. Niente, signore: la casa è ben provveduta di cuochi e servitori. Avrei piacer di sentire, se quel piatto le dà nel genio.
Cavaliere
. Volentieri, subito.
(lo assaggia)
Buono, prezioso. Oh che sapore! Non conosco che cosa sia.
Mirandolina
. Eh, io, signore, ho de’ secreti particolari. Queste mani sanno far delle belle cose!
Cavaliere
. Dammi da bere.
(al servitore, con qualche passione)
Mirandolina
. Dietro questo piatto, signore, bisogna beverlo buono.
Cavaliere
. Dammi del vino di Borgogna.
(al servitore)
Mirandolina
. Bravissimo. Il vino di Borgogna è prezioso. Secondo me, per pasteggiare è il miglior vino che si possa bere.
(Il servitore presenta la bottiglia in tavola con un bicchiere.)
Cavaliere
. Voi siete di buon gusto in tutto.
Mirandolina
. In verità, che poche volte m’inganno.
Cavaliere
. Eppure questa volta voi v’ingannate.
Mirandolina
. In che, signore?
Cavaliere
. In credere ch’io meriti d’essere da voi distinto.
Mirandolina
. Eh, signor Cavaliere…
(sospirando)
Cavaliere
. Che cosa c’è? Che cosa sono questi sospiri?
(alterato)
Mirandolina
. Le dirò: delle attenzioni ne uso a tutti, e mi rattristo quando penso che non vi sono che ingrati.
Cavaliere
. Io non vi sarò ingrato.
(con placidezza)
Mirandolina
. Con lei non pretendo di acquistar merito, facendo unicamente il mio dovere.
Cavaliere
. No, no, conosco benissimo…. Non sono cotanto rozzo quanto voi mi credete. Di me non avrete a dolervi.
(versa il vino nel bicchiere)
Mirandolina
. Ma…. signore…. io non l’intendo.
Cavaliere
. Alla vostra salute.
(beve)
Mirandolina
. Obbligatissima; mi onora troppo.
Cavaliere
. Questo vino è prezioso.
Mirandolina
. Il Borgogna è la mia passione.
Cavaliere
. Se volete, siete padrona. (
le offerisce il vino
Mirandolina
. Oh! Grazie, signore.
Cavaliere
. Avete pranzato?
Mirandolina
. Illustrissimo sì.
Cavaliere
. Ne volete un bicchierino?
Mirandolina
. Io non merito queste grazie.
Cavaliere
. Davvero, ve lo do volentieri.
Mirandolina
. Non so che dire. Riceverò le sue finezze.
Cavaliere
. Porta un bicchiere.
(al servitore)
Mirandolina
. No, no, se mi permette; prenderò questo.
(prende il bicchiere del Cavaliere)
Cavaliere
. Oibò. Me ne sono servito io.
Mirandolina
. Beverò le sue bellezze. (ridendo
(Il servitore mette l’altro bicchiere nella sottocoppa.)
Cavaliere
. Eh galeotta!
(versa il vino)
Mirandolina
. Ma è qualche tempo che ho mangiato: ho timore che mi faccia male.
Cavaliere
. Non vi è pericolo.
Mirandolina
. Se mi favorisse un bocconcino di pane.
Cavaliere
. Volentieri. Tenete.
(le dà un pezzo di pane)
(Mirandolina col bicchiere in una mano, e nell’altra il pane, mostra di stare in disagio, e non saper come fare la zuppa).
Cavaliere
. Voi state in disagio. Volete sedere?
Mirandolina
. Oh! Non son degna di tanto, signore.
Cavaliere
. Via, via, siamo soli. Portale una sedia.
(al servitore)
Servitore
. (Il mio padrone vuol morire: non ha mai fatto altrettanto).
(da sè; va a prendere la sedia)
Mirandolina
. Se lo sapessero il signor Conte ed il signor Marchese, povera me!
Cavaliere
. Perchè?
Mirandolina
. Cento volte mi hanno voluto obbligare a bere qualche cosa, o a mangiare, e non ho mai voluto farlo.
Cavaliere
. Via, accomodatevi.
Mirandolina
. Per obbedirla.
(siede, e fa la zuppa nel vino)
Cavaliere
. Senti.
(al servitore, piano)
(Non lo dire a nessuno, che la padrona sia stata a sedere alla mia tavola).
Servitore
. (Non dubiti). (Questa novità mi sorprende).
(da sè)
Mirandolina
. Alla salute di tutto quello che dà piacere al signor Cavaliere.
Cavaliere
. Vi ringrazio, padroncina garbata.
Mirandolina
. Di questo brindisi alle donne non ne tocca.
Cavaliere
. No? Perchè?
Mirandolina
. Perchè so che le donne non le può vedere.
Cavaliere
. È vero, non le ho mai potute vedere.
Mirandolina
. Si conservi sempre così.
Cavaliere
. Non vorrei…
(si guarda dal servitore)
Mirandolina
. Che cosa, signore?
Cavaliere
. Sentite.
(le parla nell’orecchio)
(Non vorrei che voi mi faceste mutar natura).
Mirandolina
. Io, signore? Come?
Cavaliere
. Va via.
(al servitore)
Servitore
. Comanda in tavola?
Cavaliere
. Fammi cucinare due uova, e quando son cotte, portale.
Servitore
. Come le comanda le uova?
Cavaliere
. Come vuoi, spicciati.
Servitore
. Ho inteso. (Il padrone si va riscaldando).
(da sè; parte)
Cavaliere
. Mirandolina, voi siete una garbata giovine.
Mirandolina
. Oh signore, mi burla.
Cavaliere
. Sentite. Voglio dirvi una cosa vera, verissima, che ritornerà in vostra gloria.
Mirandolina
. La sentirò volentieri.
Cavaliere
. Voi siete la prima donna di questo mondo, con cui ho avuto la sofferenza di trattar con piacere.
Mirandolina
. Le dirò, signor Cavaliere: non già ch’io meriti niente, ma alle volte si danno questi sangui che s’incontrano.
Questa simpatia, questo genio, si dà anche fra persone che non si conoscono. Anch’io provo per lei quello che non ho sentito per alcun altro.
Cavaliere
. Ho paura che voi mi vogliate far perdere la mia quiete.
Mirandolina
. Oh via, signor cavaliere, se è un uomo savio, operi da suo pari. Non dia nelle debolezze degli altri. In verità, se me n’accorgo, qui non ci vengo più. Anch’io mi sento un non so che di dentro, che non ho più sentito; ma non voglio impazzire per uomini, e molto meno per uno che ha in odio le donne; e che forse forse per provarmi, e poi burlarsi di me, viene ora con un discorso nuovo a tentarmi. Signor Cavaliere, mi favorisca un altro poco di Borgogna.
Cavaliere
. Eh! Basta…
(versa il vino in un bicchiere)
Mirandolina
. (Sta lì lì per cadere).
(da sè)
Cavaliere
. Tenete.
(le dà il bicchiere col vino)
Mirandolina
. Obbligatissima. Ma ella non beve?
Cavaliere
. Sì, beverò. (Sarebbe meglio ch’io mi ubbriacassi. Un diavolo scaccerebbe l’altro).
(da sè; versa il vino nel suo bicchiere)
Mirandolina
. Signor Cavaliere.
(con vezzo)
Cavaliere
. Che c’è?
Mirandolina
. Tocchi. (gli fa toccare il bicchiere col suo) Che vivano i buoni amici.
Cavaliere
. Che vivano.
(un poco languente)
Mirandolina
. Viva… chi si vuol bene… senza malizia tocchi.
Cavaliere
. Evviva…
SCENA V.
Marchese
e detti
Marchese
. Son qui ancor io. E che viva?
Cavaliere
. Come, signor Marchese?
(alterato)
Marchese
. Compatite, amico. Ho chiamato. Non c’è nessuno.
Mirandolina
. Con sua licenza…
(vuol andar via)
Cavaliere
. Fermatevi.
(a Mirandolina)
Io non mi prendo con voi cotanta libertà.
(al Marchese)
Marchese
. Vi domando scusa. Siamo amici. Credeva che foste solo. Mi rallegro vedervi accanto alla nostra adorabile padroncina. Ah! Che dite? Non è un capo d’opera?
Mirandolina
. Signore, io era qui per servire il signor Cavaliere. Mi è venuto un poco di male, ed egli mi ha soccorso con un bicchierin di Borgogna.
Marchese
. È Borgogna quello?
(al Cavaliere)
Cavaliere
. Sì, è Borgogna.
Marchese
. Ma di quel vero?
Cavaliere
. Almeno l’ho pagato per tale.
Marchese
. Io me n’intendo. Lasciate che lo senta, e vi saprò dire se è, o se non è.
Cavaliere
. Ehi!
(chiama)
SCENA VI.
Servitore
colle ova, e detti
Cavaliere
. Un bicchierino al Marchese.
(al servitore)
Marchese
. Non tanto piccolo il bicchierino. Il Borgogna non è liquore. Per giudicarne bisogna beverne a sufficienza.
Servitore
. Ecco le ova.
(vuol metterle in tavola)
Cavaliere
. Non voglio altro.
Marchese
. Che vivanda è quella?
Cavaliere
. Ova.
Marchese
. Non mi piacciono.
(Il servitore le porta via)
Mirandolina
. Signor Marchese, col licenza del signor Cavaliere, senta quell’intingoletto fatto colle mie mani.
Marchese
. Oh sì. Ehi. Una sedia.
(il servitore gli reca una sedia e mette il bicchiere sulla sottocoppa)
Una forchetta.
Cavaliere
. Via, recagli una posata.
(servitore la va prendere)
Mirandolina
. Signor Cavaliere, ora sto meglio. Me n’anderò.
(s’alza)
Marchese
. Fatemi il piacere, restate ancora un poco.
Mirandolina
. Ma signore, ho da attendere a’ fatti miei; e poi il signor Cavaliere…
Marchese
. Vi contentate ch’ella resti ancora un poco?
(al Cavaliere)
Cavaliere
. Che volete da lei?
Marchese
. Voglio farvi sentire un bicchierino di vin di Cipro, che da che siete al mondo, non avrete sentito il compagno. E ho piacere che Mirandolina lo senta, e dica il suo parere.
Cavaliere
. Via, per compiacere il signor Marchese, restate.
(a Mirandolina)
Mirandolina
. Il signor Marchese mi dispenserà.
Marchese
. Non volete sentirlo?
Mirandolina
. Un’altra volta. Eccellenza.
Cavaliere
. Via, restate.
Mirandolina
. Me lo comanda?
(al Cavaliere)
Cavaliere
. Vi dico che restiate.
Mirandolina
. Obbedisco.
(siede)
Cavaliere
. (Mi obbliga sempre più).
(da sè)
Mirandolina
. Oh che roba! Oh che intingolo! Oh che odore! Oh che sapore!
(mangiando)
Cavaliere
. (Il Marchese avrà gelosia, che siate vicina a me).
(piano a Mirandolina)
Mirandolina
. (Non m’importa di lui nè poco, nè molto).
(piano al Cavaliere)
Cavaliere
. (Siete anche voi nemica degli uomini?)
(piano a Mirandolina)
Mirandolina
. (Come ella lo è delle donne).
(come sopra)
Cavaliere
. (Queste mie nemiche si vanno vendicando di me).
(come sopra)
Mirandolina
. (Come, signore?)
(come sopra)
Cavaliere
. (Eh! furba! Voi vedrete benissimo…)
(come sopra)
Marchese
. Amico, alla vostra salute.
(beve il vino di Borgogna)
Cavaliere
. Ebbene? Come vi pare?
Marchese
. Con vostra buona grazia, non val niente. Sentite il mio vin di Cipro.
Cavaliere
. Ma dov’è questo vino di Cipro?
Marchese
. L’ho qui, l’ho portato con me, voglio che ce lo godiamo: ma! è di quello. Eccolo.
(tira fuori una bottiglia assai piccola)
Mirandolina
. Per quel che vedo, signor Marchese, non vuole che il suo vino ci vada alla testa.
Marchese
. Questo? Si beve a gocce, come lo spirito di melissa. Ehi? Li bicchierini.
(apre la bottiglia)
Servitore
(Porta de bicchierini da vino di Cipro.)
Marchese
. Eh, son troppo grandi. Non ne avete di più piccoli?
(copre la bottiglia colla mano)
Cavaliere
. Porta quei da rosolio.
(al servitore)
Mirandolina
. Io credo che basterebbe odorarlo.
Marchese
. Uh caro! Ha un odor che consola.
(lo annasa)
Servitore
(Porta tre bicchierini sulla sottocoppa.)
Marchese
(Versa pian piano, e non empie li bicchierini, poi lo dispensa al Cavaliere, a Mirandolina, e l’altro per sè, turando bene la bottiglia)
Che nettare! Che ambrosia! Che manna distillata!
(bevendo)
Cavaliere
. (Che vi pare di questa porcheria?)
(a Mirandolina, piano)
Mirandolina
. (Lavature di fiaschi).
(al Cavaliere, piano)
Marchese
. Ah! Che dite?
(al Cavaliere)
Cavaliere
. Buono, prezioso.
Marchese
. Ah! Mirandolina, vi piace?
Mirandolina
. Per me, signore, non posso dissimulare; non mi piace, lo trovo cattivo, e non posso dir che sia buono. Lodo chi sa fingere. Ma chi sa fingere in una cosa, saprà fingere nell’altre ancora.
Cavaliere
. (Costei mi dà un rimprovero; non capisco il perchè).
(da sè)
Marchese
. Mirandolina, voi di questa sorta di vini non ve ne intendete. Vi compatisco. Veramente il fazzoletto che vi ho donato, l’avete conosciuto e vi è piaciuto, ma il vin di Cipro non lo conoscete.
(finisce di bere)
Mirandolina
. (Sente come si vanta?)
(al Cavaliere, piano)
Cavaliere
. (Io non farei così).
(a Mirandolina, piano)
Mirandolina
. (Il di lei vanto sta nel disprezzare le donne).
(come sopra)
Cavaliere
. (E il vostro nel vincere tutti gli uomini).
(come sopra)
Mirandolina
. (Tutti no).
(con vezzo al Cavaliere, piano)
Cavaliere
. (Tutti sì).
(con qualche passione, piano a Mirandolina)
Marchese
. Ehi? Tre bicchierini politi.
(al servitore, il quale glieli porta sopra una sottocoppa)
Mirandolina
. Per me non ne voglio più.
Marchese
. No, no, non dubitate: non faccio per voi. (mette del vino di Cipro nei tre bicchierini) Galantuomo, con licenza del vostro padrone, andate dal conte d’Albafiorita, e ditegli per parte mia, forte, che tutti sentano, che lo prego di assaggiare un poco del mio vino di Cipro.
Servitore
. Sarà servita. (Questo non li ubbriaca certo).
(da sè; parte)
Cavaliere
. Marchese, voi siete assai generoso.
Marchese
. Io? Domandatelo a Mirandolina.
Mirandolina
. Oh certamente!
Marchese
. L’ha veduto il fazzoletto il Cavaliere?
(a Mirandolina)
Mirandolina
. Non lo ha ancora veduto.
Marchese
. Lo vedrete.
(al Cavaliere)
Questo poco di balsamo me lo salvo per questa sera.
(ripone la bottiglia con un dito di vino avanzato)
Mirandolina
. Badi che non gli faccia male, signor Marchese.
Marchese
. Eh! Sapete che cosa mi fa male?
(a Mirandolina)
Mirandolina
. Che cosa?
Marchese
. I vostri begli occhi.
Mirandolina
. Davvero?
Marchese
. Cavaliere mio, io sono innamorato di costei perdutamente.
Cavaliere
. Me ne dispiace.
Marchese
. Voi non avete mai provato amor per le donne. Oh, se lo provaste, compatireste ancora me.
Cavaliere
. Sì, vi compatisco.
Marchese
. E son geloso come una bestia. La lascio stare vicino a voi, perchè so chi siete; per altro non lo soffrirei per centomila doppie.
Cavaliere
. (Costui principia a seccarmi).
(da sè)
SCENA VII.
Servitore
con una bottiglia sulla sottocoppa, e detti
Servitore
. Il signor Conte ringrazia V. E., e manda una bottiglia di vino di Canarie.
(al Marchese)
Marchese
. Oh, oh, vorrà mettere il suo vin di Canarie col mio vino di Cipro? Lascia vedere. Povero pazzo! È una porcheria, lo conosco all’odore.
(s’alza, e tiene la bottiglia in mano)
Cavaliere
. Assaggiatelo prima.
(al Marchese)
Marchese
. Non voglio assaggiar niente. Questa è una impertinenza che mi fa il Conte, compagna di tante altre. Vuol sempre starmi al di sopra. Vuol soverchiarmi, vuol provocarmi, per farmi far delle bestialità. Ma giuro al cielo, ne farò una che varrà per cento. Mirandolina, se non lo cacciate via, nasceranno delle cose grandi, sì, nasceranno delle cose grandi. Colui è un temerario. Io son chi sono, e non voglio soffrire simili affronti.
(parte, e porta via la bottiglia)
SCENA VIII.
Cavaliere, Mirandolina
ed il
Servitore.
Cavaliere
. Il povero Marchese è pazzo.
Mirandolina
. Se a caso mai la bile gli facesse male, ha portato via la bottiglia per ristorarsi.
Cavaliere
. È pazzo, vi dico. E voi lo avete fatto impazzare.
Mirandolina
. Sono di quelle che fanno impazzare gli uomini?
Cavaliere
. Sì, voi siete…
(con affanno)
Mirandolina
. Signor Cavaliere, con sua licenza.
(s’alza)
Cavaliere
. Fermatevi.
Mirandolina
. Perdoni; io non faccio impazzare nessuno.
(andando)
Cavaliere
. Ascoltatemi.
(s’alza, ma resta alla tavola)
Mirandolina
. Scusi.
(andando)
Cavaliere
. Fermatevi, vi dico.
(con imperio)
Mirandolina
. Che pretende da me?
(con alterezza voltandosi)
Cavaliere
. Nulla.
(si confonde)
Beviamo un altro bicchier di Borgogna.
Mirandolina
. Via signore, presto, presto, che me ne vada.
Cavaliere
. Sedete.
Mirandolina
. In piedi, in piedi.
Cavaliere
. Tenete.
(con dolcezza le dà il bicchiere)
Mirandolina
. Faccio un brindisi, e me ne vado subito. Un brindisi che mi ha insegnato mia nonna.
Viva Bacco, e viva amore:
L’uno e l’altro ci consola;
Uno passa per la gola,
L’altro va dagli occhi al cuore.
Bevo il vin, cogli occhi poi…
Faccio quel che fate voi.
(parte)
SCENA IX.
Cavaliere,
ed il
Servitore.
Cavaliere
. Bravissima, venite qui: sentite. Ah malandrina! Se n’è fuggita. Se n’è fuggita, e mi ha lasciato cento diavoli che mi tormentano.
Servitore
. Comanda le frutta in tavola?
(al Cavaliere)
Cavaliere
. Va al diavolo ancor tu.
(Il servitore parte)
Bevo il vin, cogli occhi poi, faccio quel che fate voi?
Che brindisi misterioso è questo? Ah maladetta, ti conosco. Mi vuoi abbattere, mi vuoi assassinare. Ma lo fa con tanta grazia! Ma sa così bene insinuarsi… Diavolo, diavolo, me la farai tu vedere? No, anderò a Livorno. Costei non la voglio più rivedere. Che non mi venga più tra i piedi. Maledettissime donne! Dove vi sono donne, lo giuro, non vi anderò mai più.
(parte)
SCENA X.
Camera del Conte.
Conte d’Albafiorita, Ortensia
Dejanira.
Conte
. Il marchese di Forlipopoli
è un carattere curiosissimo. È nato nobile, non si può negare; ma fra suo padre e lui hanno dissipato, ed ora non ha appena da vivere. Tuttalvolta gli piace fare il grazioso.
Ortensia
. Si vede che vorrebbe essere generoso, ma non ne ha.
Dejanira
. Dona quel poco che può, e vuole che tutto il mondo lo sappia.
Conte
. Questo sarebbe un bel carattere per una delle vostre commedie.
Ortensia
. Aspetti che arrivi la compagnia, e che si vada in teatro, e può darsi che ce lo godiamo.
Dejanira
. Abbiano noi dei personaggi, che per imitar i caratteri sono fatti a posta.
Conte
. Ma se volete che ce lo godiamo, bisogna che con lui seguitiate a fingervi dame.
Ortensia
. Io lo farò certo. Ma Dejanira subito dà di bianco
Dejanira
. Mi vien da ridere, quando i gonzi
mi credono una signora.
Conte
. Con me avete fatto bene a scoprirvi. In questa maniera mi date campo di far qualche cosa in vostro vantaggio.
Ortensia
. Il signor Conte sarà il nostro protettore.
Dejanira
. Siamo amiche, goderemo unitamente le di lei grazie.
Conte
. Vi dirò. Vi parlerò con sincerità. Vi servirò, dove potrò farlo, ma ho un certo impegno, che non mi permetterà frequentare la vostra casa.
Ortensia
. Ha qualche amoretto, signor Conte?
Conte
. Sì, ve lo dirò in confidenza. La padrona della locanda.
Ortensia
. Capperi! Veramente una gran signora! Mi maraviglio di lei, signor Conte, che si perda con una locandiera!
Dejanira
. Sarebbe minor male, che si compiacesse d’impiegare le sue finezze per una comica.
Conte
. Il far all’amor con voi altre, per dirvela, mi piace poco. Ora ci siete, ora non ci siete.
Ortensia
. Non è meglio così, signore? In questa maniera non si eternano le amicizie, e gli uomini non si rovinano.
Conte
. Ma io, tant’è, sono impegnato; le voglio bene, e non la vo’ disgustare.
Dejanira
. Ma che cosa ha di buono costei?
Conte
. Oh! Ha del buono assai.
Ortensia
. Ehi, Dejanira. È bella, rossa.
(fa cenno che si belletta)
Conte
. Ha un grande spirito.
Dejanira
. Oh, in materia di spirito, la vorreste metter con noi?
Conte
. Ora basta. Sia come esser si voglia; Mirandolina mi piace, e se volete la mia amicizia, avete a dirne bene, altrimenti fate conto di non avermi mai conosciuto.
Ortensia
. Oh signor Conte, per me dico che Mirandolina è una dea Venere.
Dejanira
. Sì, sì, è vero. Ha dello spirito, parla bene.
Conte
. Ora mi date gusto.
Ortensia
. Quando non vuol altro, sarà servito.
Conte
. Oh! Avete veduto quello ch’è passato per sala?
(osservando dentro la scena)
Ortensia
. L’ho veduto.
Conte
. Quello è un altro bel carattere da commedia.
Ortensia
. In che genere?
Conte
. È uno che non può vedere le donne.
Dejanira
. Oh che pazzo!
Ortensia
. Avrà qualche brutta memoria di qualche donna.
Conte
. Oibò; non è mai stato innamorato. Non ha mai voluto trattar con donne. Le sprezza tutte, e basta dire che egli disprezza ancora Mirandolina.
Ortensia
. Poverino! Se mi ci mettessi attorno io, scommetto lo farei cambiare opinione.
Dejanira
. Veramente una gran cosa! Questa è un’impresa che la vorrei pigliare sopra di me.
Conte
. Sentite, amiche. Così per puro divertimento. Se vi dà l’animo d’innamorarlo, da cavaliere vi faccio un bel regalo.
Ortensia
. Io non intendo essere ricompensata per questo: lo farò per mio spasso.
Dejanira
. Se il signor Conte vuol usarci qualche finezza, non l’ha da fare per questo. Sinchè arrivano i nostri compagni, ci divertiremo un poco.
Conte
. Dubito che non farete niente.
Ortensia
. Signor Conte, ha ben poca stima di noi.
Dejanira
. Non siamo vezzose come Mirandolina; ma finalmente sappiamo qualche poco il viver del mondo.
Conte
. Volete che lo mandiamo a chiamare?
Ortensia
. Faccia come vuole.
Conte
. Ehi? Chi è di là?
SCENA XI.
Servitore
del Conte, e detti
Conte
. Di’ al cavaliere di Ripafratta, che favorisca venir da me, che mi preme parlargli.
(al servitore)
Servitore
. Nella sua camera so che non c’è.
Conte
. L’ho veduto andar verso la cucina. Lo troverai.
Servitore
. Subito.
(parte)
Conte
. (Che mai è andato a far verso la cucina? Scommetto che è andato a strapazzare Mirandolina, perchè gli ha dato mal da mangiare).
(da sè)
Ortensia
. Signor Conte, io aveva pregato il signor Marchese che mi mandasse il suo calzolaro, ma ho paura di non vederlo.
Conte
. Non pensate altro. Vi servirò io.
Dejanira
. a me aveva il signor Marchese promesso un fazzoletto. Ma! ora me lo porta!
Conte
. De’ fazzoletti ne troveremo.
Dejanira
. Egli è che ne avevo proprio di bisogno.
Conte
. Se questo vi gradisce, siete padrona. È pulito.
(le offre il suo di seta)
Dejanira
. Obbligatissima alle sue finezze.
Conte
. Oh! Ecco il Cavaliere. Sarà meglio che sostenghiate il carattere di dame, per poterlo meglio obbligare ad ascoltarvi per civiltà. Ritiratevi un poco indietro; che se vi vede, fugge.
Ortensia
. Come si chiama?
Conte
. Il cavaliere di Ripafratta, toscano.
Dejanira
. Ha moglie?
Conte
. Non può vedere le donne.
Ortensia
. È ricco?
(ritirandosi)
Conte
. Sì. Molto.
Dejanira
. È generoso?
(ritirandosi)
Conte
. Piuttosto.
Dejanira
. Venga, venga.
(si ritira)
Ortensia
. Tempo, e non dubiti.
(si ritira)
SCENA XII.
Cavaliere
e detti
Cavaliere
. Conte, siete voi che mi volete?
Conte
. Sì; io vi ho dato il presente incomodo.
Cavaliere
. Che cosa posso far per servirvi?
Conte
. Queste due dame hanno bisogno di voi.
(gli addita le due donne, le quali subito s’avanzano)
Cavaliere
. Disimpegnatemi. Io non ho tempo di trattenermi.
Ortensia
. Signor cavaliere, non intendo di recargli incomodo.
Dejanira
. Una parola in grazia, signor cavaliere.
Cavaliere
. Signore mie, vi supplico perdonarmi. Ho un affare di premura.
Ortensia
. In due parole vi sbrighiamo.
Dejanira
. Due paroline, e non più, signore.
Cavaliere
. (Maledettissimo Conte!)
(da sè)
Conte
. Caro amico, due dame che pregano, vuole la civiltà che si ascoltino.
Cavaliere
. Perdonate. In che vi posso servire?
(alle donne con serietà)
Ortensia
. Non siete voi toscano, signore?
Cavaliere
. Sì, signora.
Dejanira
. Avrete degli amici in Firenze?
Cavaliere
. Ho degli amici, e ho de’ parenti.
Dejanira
. Sappiate, signore… Amica, principiate a dir voi.
(ad Ortensia)
Ortensia
. Dirò, signor Cavaliere… Sappia che un certo caso…
Cavaliere
. Via, signore, vi supplico. Ho un affar di premura.
Conte
. Orsù, capisco che la mia presenza vi dà soggezione. Confidatevi con libertà al Cavaliere, ch’io vi levo l’incomodo.
(partendo)
Cavaliere
. No, amico, restate… Sentite…
Conte
. So il mio dovere. Servo di lor signore.
(parte)
SCENA XIII.
Ortensia, Dejanira
ed il
Cavaliere.
Ortensia
. Favorisca, sediamo.
Cavaliere
. Scusi, non ho volontà di sedere.
Dejanira
. Così rustico colle donne?
Cavaliere
. Favoriscano dirmi che cosa vogliono.
Ortensia
. Abbiamo bisogno del vostro aiuto, della vostra protezione, della vostra bontà.
Cavaliere
. Che cosa vi è accaduto?
Dejanira
. I nostri mariti ci hanno abbandonate.
Cavaliere
. Abbandonate? Come! Due dame abbandonate? Chi sono i vostri mariti?
(con alterezza)
Dejanira
. Amica, non vado avanti sicuro.
(ad Ortensia)
Ortensia
. (È tanto indiavolato, che or ora mi confondo ancor io).
(da sè)
Cavaliere
. Signore, vi riverisco.
(in atto di partire)
Ortensia
. Come! Così ci trattate?
Dejanira
. Un cavaliere tratta così?
Cavaliere
. Perdonatemi. Io son uno che amo assai la mia pace. Sento due dame abbandonate dai loro mariti. Qui ci saranno degl’impegni non pochi; io non sono atto a’ maneggi. Vivo a me stesso. Dame riveritissime, da me non potete sperare nè consiglio, nè aiuto.
Ortensia
. Oh via, dunque; non lo tenghiamo più in soggezione il nostro amabilissimo cavaliere.
Dejanira
. Sì, parliamogli con sincerità.
Cavaliere
. Che nuovo linguaggio è questo?
Ortensia
. Noi non siamo dame.
Cavaliere
. No?
Dejanira
. Il signor Conte ha voluto farvi uno scherzo.
Cavaliere
. Lo scherzo è fatto. Vi riverisco.
(vuol partire)
Ortensia
. Fermatevi un momento.
Cavaliere
. Che cosa volete?
Dejanira
. Degnateci per un momento della vostra amabile conversazione.
Cavaliere
. Ho che fare. Non posso trattenermi.
Ortensia
. Non vi vogliamo già mangiar niente.
Dejanira
. Non vi leveremo la vostra riputazione.
Ortensia
. Sappiamo che non potete vedere le donne.
Cavaliere
. Se lo sapete, l’ho caro
. Vi riverisco.
(vuol partire)
Ortensia
. Ma sentite: noi non siamo donne che possano darvi ombra.
Cavaliere
. Chi siete?
Ortensia
. Diteglielo voi, Dejanira.
Dejanira
. Glielo potete dire anche voi.
Cavaliere
. Via, chi siete?
Ortensia
. Siamo due commedianti.
Cavaliere
. Due commedianti! Parlate, parlate, che non ho più
paura di voi. Sono ben prevenuto in favore dell’arte vostra.
Ortensia
. Che vuol dire? Spiegatevi.
Cavaliere
. So che fingete in iscena, e fuori di scena; e con
tal prevenzione non ho paura di voi.
Dejanira
. Signore, fuori di scena io non so fingere.
Cavaliere
. Come si chiama ella? La signora Sincera?
(a Dejanira)
Dejanira
. Io mi chiamo…
Cavaliere
. E ella la signora Buonalana?
(ad Ortensia)
Ortensia
. Caro signor Cavaliere…
Cavaliere
. Come si diletta di
miccheggiare?
(ad Ortensia)
Ortensia
. Io non sono…
Cavaliere
. I gonzi
come li tratta, padrona mia?
(a Dejanira)
Dejanira
. Non son di quelle…
Cavaliere
. Anch’io so parlar in gergo.
Ortensia
. Oh che caro signor Cavaliere!
(vuol prenderlo per un braccio)
Cavaliere
. Basse le cere
(dandole nelle mani)
Ortensia
. Diamine! Ha più del contrasto, che del cavaliere.
Cavaliere
. Contrasto vuol dir contadino. Vi ho capito. E vi
dirò che siete due impertinenti.
Dejanira
. A me questo?
Ortensia
. A una donna della mia sorte?
Cavaliere
. Bello quel viso trionfato!
(ad Ortensia)
Ortensia
. (Asino!)
(parte)
Cavaliere
. Bello quel tuppè finto!
(a Dejanira)
Dejanira
. (Maledetto!)
(parte)
SCENA XIV.
Cavaliere,
poi il di lui
Servitore.
Cavaliere
. Ho trovata ben io la maniera di farle andare. Che si pensavano? Di tirarmi nella rete? Povere sciocche! Vadano ora dal Conte, e gli narrino la bella scena. Se erano dame, per rispetto mi conveniva fuggire; ma quando posso, le donne le strapazzo col maggior piacere del mondo. Non ho però potuto strapazzare Mirandolina. Ella mi ha vinto con tanta civiltà, che mi trovo obbligato quasi ad amarla. Ma è donna; non me ne voglio fidare. Voglio andar via. Domani anderò via. Ma se aspetto a domani? Se vengo questa sera a dormir a casa, chi mi assicura che Mirandolina non finisca di rovinarmi?
(pensa)
Sì; facciamo una risoluzione da uomo.
Servitore
. Signore.
Cavaliere
. Che cosa vuoi?
Servitore
. Il signor Marchese è nella di lei camera che l’aspetta, perchè desidera di parlargli.
Cavaliere
. Che vuole cotesto pazzo? Denari non me ne cava più di sotto. Che aspetti, e quando sarà stracco di aspettare, se n’anderà. Va dal cameriere della locanda, e digli che subito porti il mio conto.
Servitore
. Sarà obbedita.
(in atto di partire)
Cavaliere
. Senti. Fa che da qui a due ore siano pronti i bauli.
Servitore
. Vuol partir forse?
Cavaliere
. Sì, portami qui la spada ed il cappello, senza che se n’accorga il Marchese.
Servitore
. Ma se mi vede fare i bauli?
Cavaliere
. Dica ciò che vuole. M’hai inteso.
Servitore
. (Oh, quanto mi dispiace andar via, per causa di Mirandolina!)
(da sè, parte)
Cavaliere
. Eppur è vero. Io sento nel partire di qui una dispiacenza nuova, che non ho mai provata. Tanto peggio per me, se vi restassi. Tanto più presto mi convien partire. Sì, donne, sempre più dirò male di voi; sì, voi ci fate del male, ancora quando ci volete fare del bene.
SCENA XV.
Fabrizio
e detto
Fabrizio
. È vero, signore, che vuol il conto?
Cavaliere
. Sì, l’avete portato?
Fabrizio
. Adesso la padrona lo fa.
Cavaliere
. Ella fa i conti?
Fabrizio
. Oh, sempre ella. Anche quando viveva suo padre. Scrive e sa far di conto meglio di qualche giovane di negozio.
Cavaliere
. (Che donna singolare è costei!)
(da sè)
Fabrizio
. Ma vuol ella andar via così presto?
Cavaliere
. Sì, così vogliono i miei affari.
Fabrizio
. La prego di ricordarsi del cameriere.
Cavaliere
. Portate il conto, e so quello che devo fare.
Fabrizio
. Lo vuol qui il conto?
Cavaliere
. Lo voglio qui; in camera per ora non ci vado.
Fabrizio
. Fa bene; in camera sua vi è quel seccatore del signor Marchese. Carino! Fa l’innamorato della padrona; ma può leccarsi le dita. Mirandolina deve esser mia moglie.
Cavaliere
. Il conto.
(alterato)
Fabrizio
. La servo subito.
(parte)
SCENA XVI.
Cavaliere
solo
Tutti sono invaghiti di Mirandolina. Non è maraviglia, se ancor io principiava a sentirmi accendere. Ma anderò via; supererò questa incognita forza… Che vedo? Mirandolina? Che vuole da me? Ha un foglio in mano. Mi porterà il conto. Che cosa ho da fare? Convien soffrire quest’ultimo assalto. Già da qui a due ore io parto.
SCENA XVII.
Mirandolina
con un foglio in mano, e detto
Mirandolina
. Signore.
(mestamente)
Cavaliere
. Che c’è, Mirandolina?
Mirandolina
. Perdoni.
(stando indietro)
Cavaliere
. Venite avanti.
Mirandolina
. Ha domandato il suo conto; l’ho servita.
(mestamente)
Cavaliere
. Date qui.
Mirandolina
. Eccolo.
(si asciuga gli occhi col grembiale, nel dargli il conto)
Cavaliere
. Che avete? Piangete?
Mirandolina
. Niente, signore, mi è andato del fumo negli occhi.
Cavaliere
. Del fumo negli occhi? Eh! basta… quanto importa il conto?
(legge)
Venti paoli? In quattro giorni un trattamento sì generoso: venti paoli?
Mirandolina
. Quello è il suo conto.
Cavaliere
. E i due piatti particolari che mi avete dato questa mattina, non ci sono nel conto?
Mirandolina
. Perdoni. Quel ch’io dono, non lo metto in conto.
Cavaliere
. Me li avete voi regalati?
Mirandolina
. Perdoni la libertà. Gradisca per un atto di…
(si copre, mostrando di piangere)
Cavaliere
. Ma che avete?
Mirandolina
. Non so se sia il fumo, o qualche flussione di occhi.
Cavaliere
. Non vorrei che aveste patito, cucinando per me quelle due preziose vivande.
Mirandolina
. Se fosse per questo, lo soffrirei… volentieri…
(mostra trattenersi di piangere)
Cavaliere
. (Eh, se non vado via!)
(da sè)
Orsù, tenete. Queste sono due doppie. Godetele per amor mio… e compatitemi…
(s’imbroglia)
Mirandolina
(Senza parlare, cade come svenuta sopra una sedia.)
Cavaliere
. Mirandolina
. Ahimè! Mirandolina. È svenuta.
Che fosse innamorata di me? Ma così presto? E perchè no? Non sono io innamorato di lei? Cara Mirandolina… Cara? Io cara ad una donna? Ma se è svenuta per me. Oh, come tu sei bella! Avessi qualche cosa per farla rinvenire. Io che non pratico donne, non ho spiriti, non ho ampolle. Chi è di là? Vi è nessuno? Presto… Anderò io. Poverina! Che tu sia benedetta!
(parte, e poi ritorna)
Mirandolina
. Ora poi è caduto affatto. Molte sono le nostre armi, colle quali si vincono gli uomini. Ma quando sono ostinati, il colpo di riserva sicurissimo è uno svenimento. Torna, torna.
(si mette come sopra)
Cavaliere
(Torna col vaso d’acqua)
Eccomi, eccomi. E non è ancor rinvenuta. Ah, certamente costei mi ama.
(la spruzza, ed ella si va movendo)
Animo, animo. Son qui, cara. Non partirò più per ora.
SCENA XVIII.
Servitore c
olla spada e cappello, e detti
Servitore
. Ecco la spada ed il cappello.
(al Cavaliere)
Cavaliere
. Va via.
(al servitore, con ira)
Servitore
. I bauli…
Cavaliere
. Va via, che tu sia maledetto.
Servitore
. Mirandolina…
Cavaliere
. Va, che ti spacco la testa.
(lo minaccia col vaso. Il servitore parte)
E non rinviene ancora? La fronte le suda. Via, cara Mirandolina, fatevi coraggio, aprite gli occhi. Parlatemi con libertà.
SCENA XIX.
Marchese
ed il
Conte,
e detti
Marchese
. Cavaliere?
Conte
. Amico?
Cavaliere
. (Oh maledetti!)
(va smaniando)
Marchese
. Mirandolina.
Mirandolina
. Oimè!
(s'alza)
Marchese
. Io l’ho fatta rinvenire.
Conte
. Mi rallegro, signor Cavaliere.
Marchese
. Bravo quel signore, che non può vedere le donne.
Cavaliere
. Che impertinenza!
Conte
. Siete caduto?
Cavaliere
. Andate al diavolo quanti siete.
(getta il vaso in terra, e lo rompe verso il Conte ed il Marchese, e parte furiosamente).
Conte
. Il Cavaliere è diventato pazzo.
(parte)
Marchese
. Di questo affronto voglio soddisfazione.
(parte)
Mirandolina
. L’impresa è fatta. Il di lui cuore è in fuoco, in fiamma, in cenere. Restami solo, per compiere la mia vittoria, che si renda pubblico il mio trionfo, a scorno degli uomini presuntuosi, e ad onore del nostro sesso.
(parte)
Fine dell'Atto Secondo
Note dell'autore
Dar di bianco
in gergo è lo stesso che
sbianchire,
cioè scoprire
Gonzi
chiamano tutti quelli che non sono di teatro, o di simile professione
Pelare, scroccare
Gli amanti
Le cere
in gergo vuol
dire
le mani.
Trionfato
in gergo vuol dire
bellettato, lisciato.
Note dell'editore
Pap., Bett. ecc.:
mammalucco
Pap., Bett. ecc.:
il Borgogna
Pap., Pasq. ecc. hanno per errore:
Filipopoli
Pap., Bett. ecc. aggiungono:
ed è andato verso la cucina?
Segue nelle edd. Pap., Bett. ecc.: «Ort.
Dirò, signore… Dejanira, principiate voi
. Cav. (
Oh, mi seccano!
) da sè. Deja.
I nostri mariti
ecc.».
Pap., Bett. ecc.:
l’ho a caro
Pap., Bett. ecc.:
Mirandolina?
Pap., Bett. ecc. aggiungono:
Ma perchè, Mirandolina?
Atto III
ATTO TERZO.
SCENA PRIMA.
Camera di Mirandolina con tavolino e biancheria da stirare.
Mirandolina,
poi
Fabrizio.
Mirandolina
. Orsù, l’ora del divertimento è passata. Voglio ora badare a’ fatti miei. Prima che questa biancheria si prosciughi del tutto, voglio stirarla. Ehi, Fabrizio.
Fabrizio
. Signora.
Mirandolina
. Fatemi un piacere. Portatemi il ferro caldo.
Fabrizio
. Signora sì.
(con serietà, in atto di partire)
Mirandolina
. Scusate, se do a voi questo disturbo.
Fabrizio
. Niente, signora. Finchè io mangio il vostro pane, sono obbligato a servirvi.
(vuol partire)
Mirandolina
. Fermatevi; sentite: non siete obbligato a servirmi
in queste cose; ma so che per me lo fate volentieri, ed io… basta, non dico altro.
Fabrizio
. Per me vi porterei l’acqua colle orecchie. Ma vedo che tutto è gettato via.
Mirandolina
. Perchè gettato via? Sono forse un’ingrata?
Fabrizio
. Voi non degnate i poveri uomini. Vi piace troppo la nobiltà.
Mirandolina
. Uh povero pazzo! Se vi potessi dir tutto! Via, via, andatemi a pigliar il ferro.
Fabrizio
. Ma se ho veduto io con questi miei occhi…
Mirandolina
. Andiamo, meno ciarle. Portatemi il ferro.
Fabrizio
. Vado, vado,
vi servirò, ma per poco.
(andando)
Mirandolina
. Con questi uomini, più che loro si vuol bene, si fa peggio.
(mostrando parlar da sè, ma per esser sentita)
Fabrizio
. Che cosa avete detto?
(con tenerezza, tornando indietro)
Mirandolina
. Via, mi portate questo ferro?
Fabrizio
. Sì, ve lo porto. (Non so niente. Ora la mi tira su, ora la mi butta giù. Non so niente).
(da sè, parte)
SCENA II.
Mirandolina,
poi il
Servitore
del Cavaliere
Mirandolina
. Povero sciocco! Mi ha da servire a suo marcio dispetto. Mi par di ridere a far che gli uomini facciano a modo mio. E quel caro signor Cavaliere, ch’era tanto nemico delle donne? Ora, se volessi, sarei padrona di fargli fare qualunque bestialità.
Servitore
. Signora Mirandolina.
Mirandolina
. Che c’è, amico?
Servitore
. Il mio padrone la riverisce, e manda a vedere come sta?
Mirandolina
. Ditegli che sto benissimo.
Servitore
. Dice così, che beva un poco di questo spirito di melissa, che le farà assai bene.
(le dà una boccetta d’oro)
Mirandolina
. È d’oro questa boccetta?
Servitore
. Sì signora, d’oro, lo so di sicuro.
Mirandolina
. Perchè non mi ha dato lo spirito di melissa, quando mi è venuto quell’orribile svenimento?
Servitore
. Allora questa boccetta egli non l’aveva.
Mirandolina
. Ed ora come l’ha avuta?
Servitore
. Sentite. In confidenza. Mi ha mandato ora a chiamar un orefice, l’ha comprata, e l’ha pagata dodici zecchini; e poi mi ha mandato dallo speziale a comprar lo spirito.
Mirandolina
. Ah, ah, ah.
(ride)
Servitore
. Ridete?
Mirandolina
. Rido, perchè mi manda il medicamento, dopo che son guarita del male.
Servitore
. Sarà buono per un’altra volta.
Mirandolina
. Via, ne beverò un poco per preservativo.
(beve)
Tenete, ringraziatelo.
(gli vuol dar la boccetta)
Servitore
. Oh! la boccetta è vostra.
Mirandolina
. Come mia?
Servitore
. Sì. Il padrone l’ha comprata a posta.
Mirandolina
. A posta per me?
Servitore
. Per voi; ma zitto.
Mirandolina
. Portategli la sua boccetta, e ditegli che lo ringrazio.
Servitore
. Eh via.
Mirandolina
. Vi dico che gliela portiate, che non la voglio.
Servitore
. Gli volete far quest’affronto?
Mirandolina
. Meno ciarle. Fate il vostro dovere. Tenete.
Servitore
. Non occorr’altro. Gliela porterò. (Oh che donna. Ricusa dodici zecchini! Una simile non l’ho più ritrovata, e durerò fatica a trovarla).
(parte)
SCENA III.
Mirandolina,
poi
Fabrizio.
Mirandolina
. Uh, è cotto, stracotto e biscottato! Ma siccome quel che ho fatto con lui, non l’ho fatto per interesse, voglio ch’ei confessi la forza delle donne, senza poter dire che sono interessate e venali.
Fabrizio
. Ecco qui il ferro.
(sostenuto, col ferro da stirare in mano)
Mirandolina
. È ben caldo?
Fabrizio
. Signora sì, è caldo; così foss’io abbruciato.
Mirandolina
. Che cosa vi è di nuovo?
Fabrizio
. Questo signor Cavaliere manda le ambasciate, manda i regali. Il servitore me l’ha detto.
Mirandolina
. Signor sì, mi ha mandato una boccettina d’oro, ed io gliel’ho rimandata indietro.
Fabrizio
. Gliel’avete rimandata indietro?
Mirandolina
. Sì, domandatelo al servitore medesimo.
Fabrizio
. Perchè gliel’avete rimandata indietro?
Mirandolina
. Perchè… Fabrizio… non dica… Orsù, non parliamo altro.
Fabrizio
. Cara Mirandolina, compatitemi.
Mirandolina
. Via, andate, lasciatemi stirare.
Fabrizio
. Io non v’impedisco di fare…
Mirandolina
. Andatemi a preparare un altro ferro, e quando è caldo, portatelo.
Fabrizio
. Sì, vado. Credetemi, che se parlo…
Mirandolina
. Non dite altro. Mi fate venire la rabbia.
Fabrizio
. Sto cheto. (Ell’è una testolina bizzarra, ma le voglio bene).
(da sè, e parte)
Mirandolina
. Anche questa è buona. Mi faccio merito con Fabrizio d’aver ricusata la boccetta d’oro del Cavaliere. Questo vuol dir saper vivere, saper fare, saper profittare di tutto, con buona grazia, con pulizia, con un poco di disinvoltura. In materia d’accortezza, non voglio che si dica ch’io faccio torto al sesso.
(va stirando)
SCENA IV.
Cavaliere
e detta
Cavaliere
. (Eccola. Non ci volevo venire, e il diavolo mi ci ha strascinato).
(da sè, indietro)
Mirandolina
. (Eccolo, eccolo).
(lo vede colla coda dell’occhio, e stira)
Cavaliere
. Mirandolina?
Mirandolina
. Oh signor Cavaliere! Serva umilissima.
(stirando)
Cavaliere
. Come state?
Mirandolina
. Benissimo per servirla.
(stirando senza guardarlo)
Cavaliere
. Ho motivo di dolermi di voi.
Mirandolina
. Perchè, signore?
(guardandolo un poco)
Cavaliere
. Perchè avete ricusato una piccola boccettina, che vi ho mandato.
Mirandolina
. Che voleva ch’io ne facessi? (stirando)
Cavaliere
. Servirvene nelle occorrenze.
Mirandolina
. Per grazia del cielo, non sono soggetta agli svenimenti. Mi è accaduto oggi quello che non mi è accaduto mai più.
(stirando)
Cavaliere
. Cara Mirandolina… non vorrei esser io stato cagione di quel funesto accidente.
Mirandolina
. E sì ho timore che ella appunto ne sia stata la causa.
(stirando)
Cavaliere
. Io? Davvero?
(con passione)
Mirandolina
. Mi ha fatto bere quel maledetto vino di Borgogna, e mi ha fatto male.
(stirando con rabbia)
Cavaliere
. Come? Possibile?
(rimane mortificato)
Mirandolina
. È così senz’altro. In camera sua non ci vengo mai più.
(stirando)
Cavaliere
. L’intendo. In camera mia non ci verrete più? Capisco il mistero. Sì, lo capisco. Ma veniteci, cara, che vi chiamerete contenta.
(amoroso)
Mirandolina
. Questo ferro è poco caldo: ehi; Fabrizio? Se l’altro ferro è caldo, portatelo.
(forte verso la scena)
Cavaliere
. Fatemi questa grazia, tenete questa boccetta.
Mirandolina
. In verità, signor Cavaliere, dei regali io non ne prendo.
(con disprezzo, stirando)
Cavaliere
. Li avete pur presi dal conte d’Albafiorita.
Mirandolina
. Per forza. Per non disgustarlo.
(stirando)
Cavaliere
. E vorreste fare a me questo torto? e disgustarmi?
Mirandolina
. Che importa a lei, che una donna la disgusti? Già le donne non le può vedere.
Cavaliere
. Ah, Mirandolina! ora non posso dire così.
Mirandolina
. Signor Cavaliere, a che ora fa la luna nuova?
Cavaliere
. Il mio cambiamento non è lunatico. Questo è un prodigio della vostra bellezza, della vostra grazia.
Mirandolina
. Ah, ah, ah.
(rìde forte, e stira)
Cavaliere
. Ridete?
Mirandolina
. Non vuol che rida? Mi burla, e non vuol ch’io rida?
Cavaliere
. Eh furbetta! Vi burlo eh? Via, prendete questa boccetta.
Mirandolina
. Grazie, grazie.
(stirando)
Cavaliere
. Prendetela, o mi farete andare in collera.
Mirandolina
. Fabrizio, il ferro.
(chiamando forte, con caricatura)
Cavaliere
. La prendete, o non la prendete?
(alterato)
Mirandolina
. Furia, furia.
(Prende la boccetta, e con disprezzo la getta nel paniere della biancheria)
Cavaliere
. La gettate così?
Mirandolina
. Fabrizio.
(chiama forte, come sopra)
SCENA V.
Fabrizio
col ferro, e detti
Fabrizio
. Son qua.
(vedendo il Cavaliere s’ingelosisce)
Mirandolina
. È caldo bene?
(prende il ferro)
Fabrizio
. Signora sì.
(sostenuto)
Mirandolina
. Che avete, che mi parete turbato?
(a Fabrizio, con tenerezza)
Fabrizio
. Niente, padrona, niente.
Mirandolina
. Avete male?
(come sopra)
Fabrizio
. Datemi l’altro ferro, se volete che lo metta nel fuoco.
Mirandolina
. In verità, ho paura che abbiate male.
(come sopra)
Cavaliere
. Via, dategli il ferro, e che se ne vada.
Mirandolina
. Gli voglio bene, sa ella? È il mio cameriere fidato.
(al Cavaliere)
Cavaliere
. (Non posso più).
(da sè, smaniando)
Mirandolina
. Tenete, caro, scaldatelo.
(dà il ferro a Fabrizio)
Fabrizio
. Signora padrona…
(con tenerezza)
Mirandolina
. Via, via, presto.
(lo scaccia)
Fabrizio
. (Che vivere è questo?
Sento che non posso più).
(da sè, e parte)
SCENA VI.
Cavaliere
Mirandolina.
Cavaliere
. Gran finezze, signora, al suo cameriere!
Mirandolina
. E per questo, che cosa vorrebbe dire?
Cavaliere
. Si vede che ne siete invaghita.
Mirandolina
. Io innamorata di un cameriere? Mi fa un bel complimento, signore; non sono di sì cattivo gusto io. Quando volessi amare, non getterei il mio tempo sì malamente.
(stirando)
Cavaliere
. Voi meritereste l’amore di un re.
Mirandolina
. Del re di spade, o del re di coppe?
(stirando)
Cavaliere
. Parliamo sul serio, Mirandolina, e lasciamo gli scherzi.
Mirandolina
. Parli pure, che io l’ascolto.
(stirando)
Cavaliere
. Non potreste per un poco lasciar di stirare?
Mirandolina
. Oh perdoni! Mi preme allestire questa biancheria per domani.
Cavaliere
. Vi preme dunque quella biancheria più di me?
Mirandolina
. Sicuro.
(stirando)
Cavaliere
. E ancora lo confermate?
Mirandolina
. Certo. Perchè di questa biancheria me ne ho da servire, e di lei non posso far capitale di niente.
(stirando)
Cavaliere
. Anzi potete dispor di me con autorità,
Mirandolina
. Eh, che ella non può vedere le donne.
Cavaliere
. Non mi tormentate più. Vi siete vendicata abbastanza. Stimo voi, stimo le donne che sono della vostra sorte, se pur ve ne sono. Vi stimo, vi amo, e vi domando pietà.
Mirandolina
. Sì signore, glielo diremo.
(stirando in fretta, si fa cadere un manicotto)
Cavaliere
(Leva di terra d manicotto, e glielo dà)
Credetemi…
Mirandolina
. Non s’incomodi.
Cavaliere
. Voi meritate di esser servita.
Mirandolina
. Ah, ah, ah.
(ride forte)
Cavaliere
. Ridete?
Mirandolina
. Rido, perchè mi burla.
Cavaliere
. Mirandolina, non posso più.
Mirandolina
. Le vien male?
Cavaliere
. Sì, mi sento mancare.
Mirandolina
. Tenga il suo spirito di melissa.
(gli getta con disprezzo la boccetta)
Cavaliere
. Non mi trattate con tanta asprezza. Credetemi, vi amo, ve lo giuro.
(vuol prenderle la mano, ed ella col ferro lo scotta)
Aimè!
Mirandolina
. Perdoni: non l’ho fatto apposta.
Cavaliere
. Pazienza! Questo è niente. Mi avete fatto una scottatura più grande.
Mirandolina
. Dove, signore?
Cavaliere
. Nel cuore.
Mirandolina
. Fabrizio.
(chiama ridendo)
Cavaliere
. Per carità, non chiamate colui.
Mirandolina
. Me se ho bisogno dell’altro ferro.
Cavaliere
. Aspettate… (ma no…) chiamerò il mio servitore.
Mirandolina
. Eh! Fabrizio
…
(vuol chiamar Fabrizio)
Cavaliere
. Giuro al cielo, se viene colui, gli spacco la testa.
Mirandolina
. Oh, questa è bella! Non mi potrò servire della mia gente?
Cavaliere
. Chiamate un altro; colui non lo posso vedere.
Mirandolina
. Mi pare ch’ella si avanzi un poco troppo, signor Cavaliere.
(si scosta dal tavolino col ferro in mano)
Cavaliere
. Compatitemi… son fuor di me.
Mirandolina
. Anderò io in cucina, e sarà contento.
Cavaliere
. No, cara, fermatevi.
Mirandolina
. È una cosa curiosa questa.
(passeggiando)
Cavaliere
. Compatitemi.
(le va dietro)
Mirandolina
. Non posso chiamar chi voglio?
(passeggia)
Cavaliere
. Lo confesso. Ho gelosia di colui.
(le va dietro)
Mirandolina
. (Mi vien dietro come un cagnolino).
(da sè, passeggiando)
Cavaliere
. Questa è la prima volta ch’io provo che cosa sia amore.
Mirandolina
. Nessuno mi ha mai comandato.
(camminando)
Cavaliere
. Non intendo di comandarvi: vi prego.
(la segue)
Mirandolina
. Che cosa vuole da me?
(voltandosi con alterezza)
Cavaliere
. Amore, compassione, pietà.
Mirandolina
. Un uomo che stamattina non poteva veder le donne, oggi chiede amore e pietà? Non gli abbado, non può essere, non gli credo. (Crepa, schiatta, impara a disprezzar le donne).
(da sè, e parte)
SCENA VII.
Cavaliere
solo
Oh maledetto il punto, in cui ho principiato a mirar costei! Son caduto nel laccio, e non vi è più rimedio.
(I)
SCENA VIII.
Marchese
e detto
Marchese
. Cavaliere, voi mi avete insultato.
Cavaliere
. Compatitemi, fu un accidente.
Marchese
. Mi maraviglio di voi.
Cavaliere
. Finalmente il vaso non vi ha colpito.
Marchese
. Una gocciola d’acqua mi ha macchiato il vestito.
Cavaliere
. Torno a dir compatitemi.
Marchese
. Questa è una impertinenza.
Cavaliere
. Non l’ho fatto apposta. Compatitemi per la terza volta.
Marchese
. Voglio soddisfazione.
Cavaliere
. Se non volete compatirmi, se volete soddisfazione, son qui, non ho soggezione di voi.
Marchese
. Ho paura che questa macchia non voglia andar via; questo è quello che mi fa andare in collera.
(cangiandosi)
Cavaliere
. Quando un cavaliere vi chiede scusa, che pretendete di più?
(con isdegno)
Marchese
. Se non l’avete fatto a malizia, lasciamo andare.
Cavaliere
. Vi dico, che son capace di darvi qualunque soddisfazione.
Marchese
. Via, non parliamo altro.
Cavaliere
. Cavaliere malnato.
Marchese
. Oh questa è bella! A me è passata la collera, e voi ve la fate venire.
Cavaliere
. Ora per l’appunto mi avete trovato in buona luna.
Marchese
. Vi compatisco, so che male avete.
Cavaliere
. I fatti vostri io non li ricerco.
Marchese
. Signor inimico delle donne, ci siete caduto eh?
Cavaliere
. Io? Come?
Marchese
. Sì, siete innamorato…
Cavaliere
. Sono il diavolo che vi porti.
Marchese
. Che serve nascondersi?…
Cavaliere
. Lasciatemi stare, che giuro al cielo ve ne farò pentire.
(parte)
SCENA IX.
Marchese
solo
È innamorato, si vergogna, e non vorrebbe che si sapesse. Ma forse non vorrà che si sappia, perchè ha paura di me; avrà soggezione a dichiararsi per mio rivale. Mi dispiace assaissimo di questa macchia; se sapessi come fare a levarla! Queste donne sogliono avere della terra da levar le macchie.
(osserva nel tavolino e nel paniere)
Bella questa boccetta! Che sia d’oro o di princisbech? Eh, sarà di princisbech: se fosse d’oro, non la lascierebbero qui; se vi fosse dell’acqua della regina, sarebbe buona per levar questa macchia.
(apre, odora e gusta)
È spirito di melissa. Tant’e tanto sarà buono. Voglio provare.
SCENA X.
Dejanira
e detto
Dejanira
. Signor Marchese, che fa qui solo? Non favorisce mai?
Marchese
. Oh signora Contessa. Veniva or ora per riverirla.
Dejanira
. Che cosa stava facendo?
Marchese
. Vi dirò. Io sono amantissimo della pulizia. Voleva levare questa piccola macchia.
Dejanira
. Con che, signore?
Marchese
. Con questo spirito di melissa.
Dejanira
. Oh perdoni, lo spirito di melissa non serve, anzi farebbe venire la macchia più grande.
Marchese
. Dunque, come ho da fare?
Dejanira
. Ho io un segreto per cavar le macchie.
Marchese
. Mi farete piacere a insegnarmelo.
Dejanira
. Volentieri. M’impegno con uno scudo far andar via quella macchia, che non si vedrà nemmeno dove sia stata.
Marchese
. Vi vuole uno scudo?
Dejanira
. Sì signore, vi pare una grande spesa?
Marchese
. È meglio provare lo spirito di melissa.
Dejanira
. Favorisca: è buono quello spirito?
Marchese
. Prezioso, sentite.
(le dà la boccetta)
Dejanira
. Oh, io ne so fare del meglio.
(assaggiandolo)
Marchese
. Sapete fare degli spiriti?
Dejanira
. Si signore, mi diletto di tutto.
Marchese
. Brava, damina, brava. Così mi piace.
Dejanira
. Sarà d’oro questa boccetta?
Marchese
. Non volete? È oro sicuro. (Non conosce l’oro dal princisbech).
(da sè)
Dejanira
. È sua, signor Marchese?
Marchese
. È mia, e vostra se comandate.
Dejanira
. Obbligatissima alle sue grazie.
(la mette via)
Marchese
. Eh! so che scherzate.
Dejanira
. Come? Non me l’ha esibita?
Marchese
. Non è cosa da vostra pari. È una bagattella. Vi servirò di cosa migliore, se ne avete voglia.
Dejanira
. Oh, mi maraviglio. È anche troppo. La ringrazio, signor Marchese.
Marchese
. Sentite. In confidenza. Non è oro. E princisbech.
Dejanira
. Tanto meglio. La stimo più che se fosse oro. E poi, quel che viene dalle sue mani, è tutto prezioso.
Marchese
. Basta. Non so che dire: servitevi, se vi degnate. (Pazienza! Bisognerà pagarla a Mirandolina. Che cosa può valere? Un filippo?)
(da sè)
Dejanira
. Il signor Marchese è un cavalier generoso.
Marchese
. Mi vergogno a regalar queste bagattelle. Vorrei che quella boccetta fosse d’oro.
Dejanira
. In verità, pare propriamente oro.
(la tira fuori, e la osserva)
Ognuno s’ingannerebbe.
Marchese
. È vero, chi non ha pratica dell’oro, s’inganna; ma io lo conosco subito.
Dejanira
. Anche al peso par che sia oro.
Marchese
. E pur non è vero.
Dejanira
. Voglio faria vedere alla mia compagna.
Marchese
. Sentite, signora Contessa, non la fate vedere a Mirandolina. È una ciarliera. Non so se mi capite.
Dejanira
. Intendo benissimo. La fo vedere solamente ad Ortensia.
Marchese
. Alla Baronessa?
Dejanira
. Sì, sì, alla Baronessa.
(ridendo parte)
SCENA XI.
Marchese,
poi il
Servitore
del Cavaliere
Marchese
. Credo che se ne rida, perchè mi ha levato con quel bel garbo la boccettina. Tant’era se fosse stata d’oro. Manco male, che con poco l’aggiusterò. Se Mirandolina vorrà la sua boccetta, gliela pagherò, quando ne avrò.
Servitore
(Cerca sul tavolino)
Dove diamine sarà questa boccetta?
Marchese
. Che cosa cercate, galantuomo?
Servitore
. Cerco una boccettina di spirito di melissa. La signora Mirandolina la vorrebbe. Dice che l’ha lasciata qui, ma non la ritrovo.
Marchese
. Era una boccettina di princisbech?
Servitore
. No signore, era d’oro.
Marchese
. D’oro?
Servitore
. Certo che era d’oro. L’ho veduta comprar io per dodici zecchini.
(cerca)
Marchese
. (Oh povero me!)
(da sè)
Ma come lasciar così una boccetta d’oro?
Servitore
. Se l’è scordata, ma io non la trovo.
Marchese
. Mi pare ancora impossibile che fosse d’oro.
Servitore
. Era oro, gli dico. L’ha forse veduta V. E.?
Marchese
. Io?… Non ho veduto niente.
Servitore
. Basta. Le dirò che non la trovo. Suo danno. Doveva mettersela in tasca.
(parte)
SCENA XII.
Marchese,
poi il
Conte.
Marchese
. Oh povero marchese di Forlipopoli! Ho donata una boccetta d’oro, che val dodici zecchini, e l’ho donata per princisbech. Come ho da regolarmi in un caso di tanta
importanza? Se ricupero la boccetta dalla Contessa, mi fo ridicolo presso di lei; se Mirandolina viene a scoprire ch’io l’abbia avuta, è in pericolo il mio decoro, Son cavaliere. Devo pagarla. Ma non ho danari.
Conte
. Che dite, signor Marchese, della bellissima novità?
Marchese
. Di qual novità?
Conte
. Il cavaliere selvatico, il disprezzator delle donne, è innamorato di Mirandolina.
Marchese
. L’ho caro. Conosca suo malgrado il merito di questa donna; veda che io non m’invaghisco di chi non merita; e peni e crepi per gastigo della sua impertinenza.
Conte
. Ma se Mirandolina gli corrisponde?
Marchese
. Ciò non può essere. Ella non farà a me questo torto. Sa chi sono. Sa cosa ho fatto per lei.
Conte
. Io ho fatto per essa assai più di voi. Ma tutto è gettato. Mirandolina coltiva il cavaliere di Ripafratta, ha usato verso di lui quelle attenzioni che non ha praticato nè a voi, nè a me; e vedesi che colle donne più che si sa, meno si merita, e che burlandosi esse di chi le adora, corrono dietro a chi le disprezza.
Marchese
. Se ciò fosse vero… ma non può essere.
Conte
. Perchè non può essere?
Marchese
. Vorreste mettere il Cavaliere a confronto di me?
Conte
. Non l’avete veduta voi stesso sedere alla di lui tavola? Con noi ha praticato mai un atto di simile confidenza? A lui biancheria distinta. Servito in tavola prima di tutti. Le pietanze gliele fa ella colle sue mani. I servidori vedono tutto, e parlano. Fabrizio freme di gelosia. E poi quello svenimento, vero o finto che fosse, non è segno manifesto d’amore?
Marchese
. Come!
A lui si fanno gl’intingoli saporiti, e a me carnaccia di bue, e minestra di riso lungo? Sì, è vero, questo è uno strapazzo al mio grado, alla mia condizione.
Conte
. Ed io che ho speso tanto per lei?
Marchese
. Ed io che la regalava continuamente? Le ho fino dato da bere quel mio vino di Cipro così prezioso. Il Cavaliere non avrà fatto con costei una minima parte di quello che abbiamo fatto noi.
Conte
. Non dubitate, che anch’egli l’ha regalata.
Marchese
. Sì? Che cosa le ha donato?
Conte
. Una boccettina d’oro con dello spirito di melissa.
Marchese
. (Oimè!)
(da sè)
Come lo avete saputo?
Conte
. Il di lui servidore l’ha detto al mio.
Marchese
. (Sempre peggio. Entro in un impegno col Cavaliere).
Conte
. Vedo che costei è un’ingrata; voglio assolutamente lasciarla. Voglio partire or ora da questa locanda indegna.
Marchese
. Sì, fate bene, andate.
Conte
. E voi che siete un cavaliere di tanta riputazione, dovreste partire con me.
Marchese
. Ma… dove dovrei andare?
Conte
. Vi troverò io un alloggio. Lasciate pensare a me.
Marchese
. Quest’alloggio… sarà per esempio…
Conte
. Andremo in casa d’un mio paesano. Non ispenderemo nulla.
Marchese
. Basta, siete tanto mio amico, che non posso dirvi di no.
Conte
. Andiamo, e vendichiamoci di questa femmina sconoscente.
Marchese
. Sì, andiamo. (Ma! Come sarà poi della boccetta? Son cavaliere, non posso fare una mal’azione).
(da sè)
Conte
. Non vi pentite, signor Marchese, andiamo via di qui. Fatemi questo piacere, e poi comandatemi dove posso, che vi servirò.
Marchese
. Vi dirò. In confidenza, ma che nessuno lo sappia. Il mio fattore mi ritarda qualche volta le mie rimesse…
Conte
. Le avete forse da dar qualche cosa?
Marchese
. Sì, dodici zecchini.
Conte
. Dodici zecchini? Bisogna che sia dei mesi, che non pagate.
Marchese
. Così è, le devo dodici zecchini. Non posso di qua partire senza pagarla. Se voi mi faceste il piacere…
Conte
. Volentieri. Eccovi dodici zecchini.
(tira fuori la borsa)
Marchese
. Aspettate. Ora che mi ricordo, sono tredici. (Voglio rendere il suo zecchino anche al Cavaliere).
Conte
. Dodici o tredici è lo stesso per me. Tenete.
Marchese
. Ve li renderò quanto prima.
Conte
. Servitevi quanto vi piace. Danari a me non me ne mancano; e per vendicarmi di costei, spenderei mille doppie.
Marchese
. Sì, veramente è un’ingrata. Ho speso tanto per lei, e mi tratta così.
Conte
. Voglio rovinare la sua locanda. Ho fatto andar via anche quelle due commedianti.
Marchese
. Dove sono le commedianti?
Conte
. Erano qui: Ortensia e Dejanira.
Marchese
. Come! Non sono dame?
Conte
. No. Sono due comiche. Sono arrivati i loro compagni, e la favola è terminata.
Marchese
. (La mia boccetta!)
(da sè)
Dove sono alloggiate?
Conte
. In una casa vicino al teatro.
Marchese
. (Vado subito a ricuperare la mia boccetta).
(parte)
Conte
. Con costei mi voglio vendicar così. Il Cavaliere poi, che ha saputo figere per tradirmi, in altra maniera me ne renderà conto.
(parte)
SCENA XIII.
Camera con tre porte.
Mirandolina
sola
Oh meschina me! Sono nel brutto impegno! Se il Cavaliere mi arriva, sto fresca. Si è indiavolato maledettamente. Non vorrei che il diavolo lo tentasse di venir qui. Voglio chiudere questa porta.
(serra la porta da dove è venuta)
Ora principio quasi a pentirmi di quel che ho fatto. È vero che mi sono assai divertita nel farmi correr dietro a tal segno un superbo, un disprezzator delle donne; ma ora che il satiro è sulle furie, vedo in pericolo la mia riputazione e la mia vita medesima. Qui mi convien risolvere qualche cosa di grande. Son sola, non
ho nessuno dal cuore che mi difenda. Non ci sarebbe altri che quel buon uomo di Fabrizio, che in un tal caso mi potesse giovare. Gli prometterò di sposarlo… Ma… prometti, prometti, si stancherà di credermi… Sarebbe quasi meglio eh io lo sposassi davvero. Finalmente con un tal matrimonio posso sperar di mettere al coperto il mio interesse e la mia riputazione, senza pregiudicare alla mia libertà.
SCENA XIV.
Cavaliere
di dentro, e detta; poi
Fabrizio.
Il Cavaliere batte per di dentro alla porta
Mirandolina
. Battono a questa porta: chi sarà mai?
(s’accosta)
Cavaliere
. Mirandolina.
(di dentro)
Mirandolina
. (L’amico è qui).
(da sè)
Cavaliere
. Mirandolina, apritemi.
(come sopra)
Mirandolina
. (Aprirgli? Non sono sì gonza). Che comanda, signor Cavaliere?
Cavaliere
. Apritemi.
(di dentro)
Mirandolina
. Favorisca andare nella sua camera, e mi aspetti, che or ora sono da lei.
Cavaliere
. Perchè non volete aprirmi?
(come sopra)
Mirandolina
. Arrivano de’ forestieri. Mi faccia questa grazia, vada, che or ora sono da lei.
Cavaliere
. Vado: se non venite, povera voi.
(parte)
Mirandolina
. Se non venite, povera voi! Povera me, se vi andassi. La cosa va sempre peggio. Rimediamoci, se si può. È andato via?
(guarda al buco della chiave)
Sì, sì, è andato. Mi aspetta in camera, ma non vi vado. Ehi? Fabrizio.
(ad un’altra porta)
Sarebbe bella che ora Fabrizio si vendicasse di me, e non volesse… Oh, non vi è pericolo. Ho io certe manierine,
certe smorfiette, che bisogna che caschino, se fossero di macigno. Fabrizio.
(chiama ad un’altra porta)
Fabrizio
. Avete chiamato?
Mirandolina
. Venite qui; voglio farvi una confidenza.
Fabrizio
. Son qui.
Mirandolina
. Sappiate che il cavaliere di Ripafratta si è scoperto innamorato di me.
Fabrizio
. Eh, me ne son accorto.
Mirandolina
. Sì? Ve ne siete accorto? Io in verità non me ne sono mai avveduta.
Fabrizio
. Povera semplice! Non ve ne siete accorta! Non avete veduto, quando stiravate col ferro, le smorfie che vi faceva? La gelosia che aveva di me?
Mirandolina
. Io che opero senza malizia, prendo le cose con indifferenza. Basta; ora mi ha dette certe parole, che in verità, Fabrizio, mi hanno fatto arrossire.
Fabrizio
. Vedete: questo vuol dire perchè siete una giovane sola, senza padre, senza madre, senza nessuno. Se foste maritata, non anderebbe così.
Mirandolina
. Orsù, capisco che dite bene; ho pensato di maritarmi.
Fabrizio
. Ricordatevi di vostro padre.
Mirandolina
. Sì, me ne ricordo.
SCENA XV.
Cavaliere
di dentro e detti
Il Cavaliere batte alla porta dove era prima
Mirandolina
. Picchiano.
(a Fabrizio)
Fabrizio
. Chi è che picchia?
(forte verso la porta)
Cavaliere
. Apritemi.
(di dentro)
Mirandolina
. Il Cavaliere.
(a Fabrizio)
Fabrizio
. Che cosa vuole?
(s’accosta per aprirgli)
Mirandolina
. Aspettate ch’io parta.
Fabrizio
. Di che avete timore?
Mirandolina
. Caro Fabrizio, non so, ho paura della mia onestà.
(parte)
Fabrizio
. Non dubitate, io vi difenderò.
Cavaliere
. Apritemi, giuro al cielo.
(di dentro)
Fabrizio
. Che comanda, signore? Che strepiti sono questi? In una locanda onorata non si fa così.
Cavaliere
. Apri questa porta.
(si sente che la sforza)
Fabrizio
. Cospetto del diavolo! Non vorrei precipitare. Uomini, chi è di là? Non ci è nessuno?
SCENA XVI.
Marchese
ed il
Conte
dalla porta di mezzo, e detti.
Conte
. Che c’è?
(sulla porta)
Marchese
. Che rumore è questo?
(sulla porta)
Fabrizio
. Signori, li prego: il signor cavaliere di Ripafratta vuole sforzar quella porta.
(piano, che il Cavaliere non senta)
Cavaliere
. Aprimi, o la getto abbasso.
(di dentro)
Marchese
. Che sia diventato pazzo? Andiamo via.
(al Conte)
Conte
. Apritegli. (a Fabrizio) Ho volontà per appunto di parlar con lui.
Fabrizio
. Aprirò; ma le supplico…
Conte
. Non dubitate. Siamo qui noi.
Marchese
. (Se vedo niente niente, me la colgo).
(da sè)
(Fabrizio apre, ed entra il Cavaliere)
Cavaliere
. Giuro al cielo, dov’è?
Fabrizio
. Chi cerca, signore?
Cavaliere
. Mirandolina dov’è?
Fabrizio
. Io non lo so.
Marchese
. (L’ha con Mirandolina. Non è niente).
(da sè)
Cavaliere
. Scellerata, la troverò.
(s’incammina, e scopre il Conte e il Marchese)
Conte
. Con chi l’avete?
(al Cavaliere)
Marchese
. Cavaliere, noi siamo amici.
Cavaliere
. (Oimè! Non vorrei per tutto l’oro del mondo che nota fosse questa mia debolezza).
(da sè)
Fabrizio
. Che cosa vuole, signore, dalla padrona?
Cavaliere
. A te non devo rendere questi conti. Quando comando, voglio esser servito. Pago i miei denari per questo, e giuro al cielo, ella avrà che fare con me.
Fabrizio
. V. S. paga i suoi denari per essere servito nelle cose lecite e oneste: ma non ha poi da pretendere, la mi perdoni, che una donna onorata…
Cavaliere
. Che dici tu? Che sai tu? Tu non entri ne’ fatti miei. So io quel che ho ordinato a colei.
Fabrizio
. Le ha ordinato di venire nella sua camera.
Cavaliere
. Va via, briccone, che ti rompo il cranio.
Fabrizio
. Mi maraviglio di lei.
Marchese
. Zitto.
(a Fabrizio)
Conte
. Andate via.
(a Fabrizio)
Cavaliere
. Vattene via di qui.
(a Fabrizio)
Fabrizio
. Dico, signore…
(riscaldandosi)
Fabrizio
. (Corpo di bacco! Ho proprio voglia di precipitare).
(da sè, e parte)
SCENA XVII.
Cavaliere,
Marchese
ed il
Conte.
Cavaliere
. (Indegna! Farmi aspettar nella camera).
(da sè)
Marchese
. (Che diamine ha?)
(piano al Conte)
Conte
. (Non lo vedete? È innamorato di Mirandolina).
Cavaliere
. (E si trattiene con Fabrizio? E parla seco di matrimonio?)
(da sè)
Conte
. (Ora è il tempo di vendicarmi).
(da sè)
Signor Cavaliere, non conviene ridersi delle altrui debolezze, quando si ha un cuor fragile come il vostro.
Cavaliere
. Di che intendete voi di parlare?
Conte
. So da che provengono le vostre smanie.
Cavaliere
. Intendete voi di che parli?
(alterato al Marchese)
Marchese
. Amico, io non so niente.
Conte
. Parlo di voi, che col pretesto di non poter soffrire le donne, avete tentato rapirmi il cuore di Mirandolina, ch’era già mia conquista.
Cavaliere
. Io?
(alterato verso il Marchese)
Marchese
. Io non parlo.
Conte
. Voltatevi a me, a me rispondete. Vi vergognate forse d’aver mal proceduto?
Cavaliere
. Io mi vergogno d’ascoltarvi più oltre, senza dirvi che voi mentite.
Conte
. A me una mentita?
Marchese
. (La cosa va peggiorando).
(da sè)
Cavaliere
. Con qual fondamento potete voi dire?… (Il Conte non sa ciò che si dica).
(al Marchese, irato)
Marchese
. Ma io non me ne voglio impicciare.
Conte
. Voi siete un mentitore.
Marchese
. Vado via.
(vuol partire)
Cavaliere
. Fermatevi.
(lo trattiene per forza)
Conte
. E mi renderete conto…
Cavaliere
. Sì, vi renderò conto. Datemi la vostra spada.
(al Marchese)
Marchese
. Eh via, acquietatevi tutti due. Caro Conte, cosa importa a voi che il Cavaliere ami Mirandolina?…
Cavaliere
. Io l’amo? Non è vero; mente chi lo dice.
Marchese
. Mente? La mentita non viene a me. Non sono io che lo dico.
Cavaliere
. Chi dunque?
Conte
. Io lo dico e lo sostengo, e non ho soggezione di voi.
Cavaliere
. Datemi quella spada.
(al Marchese)
Marchese
. No, dico.
Cavaliere
. Siete ancora voi mio nemico?
Marchese
. Io sono amico di tutti.
Conte
. Azioni indegne son queste.
Cavaliere
. Ah giuro al Cielo!
(leva la spada al Marchese, la quale esce col fodero)
Marchese
. Non mi perdete il rispetto.
(al Cavaliere)
Cavaliere
. Se vi chiamate offeso, darò soddisfazione anche a voi.
(al Marchese)
Marchese
. Via; siete troppo caldo. (Mi dispiace…).
(da sè, rammaricandosi)
Conte
. Io voglio soddisfazione.
(si mette in guardia)
Cavaliere
. Ve la darò.
(vuol levar il fodero, e non può)
Marchese
. Quella spada non vi conosce…
Cavaliere
. Oh maladetta!
(sforza per cavarlo)
Marchese
. Cavaliere, non farete niente…
Conte
. Non ho più sofferenza.
Cavaliere
. Eccola.
(cava la spada, e vede essere mezza lama)
Che è questo?
Marchese
. Mi avete rotta la spada.
Cavaliere
. Il resto dov’è? Nel fodero non v’è niente.
Marchese
. Sì, è vero; l’ho rotta nell’ultimo duello; non me ne ricordavo.
Cavaliere
. Lasciatemi provveder d’una spada.
(al Conte)
Conte
. Giuro al cielo, non mi fuggirete di mano.
Cavaliere
. Che fuggire? Ho cuore di farvi fronte anche con questo pezzo di lama.
Marchese
. È lama di Spagna, non ha paura.
Conte
. Non tanta bravura, signor gradasso.
Cavaliere
. Sì, con questa lama.
(s’avventa verso il Conte)
Conte
. Indietro.
(si pone in difesa)
SCENA XVIII.
Mirandolina, Fabrizio
e detti
Fabrizio
. Alto, alto, padroni.
Mirandolina
. Alto, signori miei, alto.
Cavaliere
. (Ah maladetta!)
(vedendo Mirandolina)
Mirandolina
. Povera me! Colle spade?
Marchese
. Vedete? Per causa vostra.
Mirandolina
. Come per causa mia?
Conte
. Eccolo lì il signor Cavaliere. È innamorato di voi.
Cavaliere
. Io innamorato? Non è vero; mentite.
Mirandolina
. Il signor Cavaliere innamorato di me? Oh no, signor Conte, ella s’inganna. Posso assicurarla, che certamente s’inganna.
Conte
. Eh, che siete voi pur d’accordo…
Marchese
. Si sa, si vede…
Cavaliere
. Che si sa? Che si vede?
(alterato, verso il Marchese)
Marchese
. Dico, che quando è, si sa…. Quando non è, non si vede.
Mirandolina
. Il signor Cavaliere innamorato di me? Egli lo nega, e negandolo in presenza mia, mi mortifica, mi avvilisce, e mi fa conoscere la sua costanza e la mia debolezza. Confesso il vero, che se riuscito mi fosse d’innamorarlo, avrei creduto di fare la maggior prodezza del mondo. Un uomo che non può vedere le donne, che le disprezza, che le ha in mal concetto, non si può sperare d’innamorarlo. Signori miei, io sono una donna schietta e sincera: quando devo dir, dico, e non posso celare la verità. Ho tentato d’innamorare il signor Cavaliere, ma non ho fatto niente. È vero, signore? Ho fatto, ho fatto, e non ho fatto niente.
(al Cavaliere)
Cavaliere
. (Ah! Non posso parlare).
(da sè)
Conte
. Lo vedete? Si confonde.
(a Mirandolina)
Marchese
. Non ha coraggio di dir di no.
(a Mirandolina)
Cavaliere
. Voi non sapete quel che vi dite.
(al Marchese, irato)
Marchese
. E sempre l’avete con me.
(al Cavaliere, dolcemente)
Mirandolina
. Oh, il signor Cavaliere non s’innamora. Conosce l’arte. Sa la furberia delle donne: alle parole non crede; delle lagrime non si fida. Degli svenimenti poi se ne ride.
Cavaliere
. Sono dunque finte le lagrime delle donne, sono mendaci gli svenimenti?
Mirandolina
. Come! Non lo sa, o finge di non saperlo?
Cavaliere
. Giuro al cielo! Una tal finzione meriterebbe uno stile nel cuore.
Mirandolina
. Signor Cavaliere, non si riscaldi, perchè questi signori diranno ch’è innamorato davvero.
Conte
. Sì, lo è, non lo può nascondere.
Marchese
. Si vede negli occhi.
Cavaliere
. No, non lo sono.
(irato al Marchese)
Marchese
. È sempre con me.
Mirandolina
. No signore, non è innamorato. Lo dico, lo sostengo, e sono pronta a provarlo.
Cavaliere
. (Non posso più).
(da sè)
Conte, ad altro tempo mi troverete provveduto di spada.
(getta via la mezza spada del Marchese)
Marchese
. Ehi! la guardia costa denari.
(la prende di terra)
Mirandolina
. Si fermi, signor Cavaliere, qui ci va della sua riputazione. Questi signori credono ch’ella sia innamorato; bisogna disingannarli.
Cavaliere
. Non vi è questo bisogno.
Mirandolina
. Oh sì, signore.
Si trattenga un momento.
Cavaliere
. (Che far intende costei?)
(da sè)
Mirandolina
. Signori, il più certo segno d’amore è quello della gelosia, e chi non sente la gelosia, certamente non ama. Se il signor Cavaliere mi amasse, non potrebbe soffrire ch’io fossi d’un altro, ma egli lo soffrirà, e vedranno…
Cavaliere
. Di chi volete voi essere?
Mirandolina
. Di quello a cui mi ha destinato mio padre.
Fabrizio
. Parlate forse di me?
(a Mirandolina)
Mirandolina
. Sì, caro Fabrizio, a voi in presenza di questi cavalieri vo’ dar la mano di sposa.
Cavaliere
. (Oimè! Con colui? non ho cuor di soffrirlo).
(da sè, smaniando)
Conte
. (Se sposa Fabrizio, non ama il Cavaliere).
(da sè)
Sì, sposatevi, e vi prometto trecento scudi.
Marchese
. Mirandolina, è meglio un ovo oggi, che una gallina domani. Sposatevi ora, e vi do subito dodici zecchini.
Mirandolina
. Grazie, signori, non ho bisogno di dote. Sono una povera donna senza grazia, senza brio, incapace d’innamorar persone di merito. Ma Fabrizio mi vuol bene, ed io in questo punto alla presenza loro lo sposo…
Cavaliere
. Sì, maladetta, sposati a chi tu vuoi. So che tu m’ingannasti, so che trionfi dentro di te medesima d’avermi avvilito, e vedo sin dove vuoi cimentare la mia tolleranza. Meriteresti che io pagassi gl’inganni tuoi con un pugnale nel seno; meriteresti ch’io ti strappassi il cuore, e lo recassi in mostra alle femmine lusinghiere, alle femmine ingannatrici. Ma ciò sarebbe un doppiamente avvilirmi. Fuggo dagli occhi tuoi: maledico le tue lusinghe, le tue lagrime, le tue finzioni; tu mi hai fatto conoscere qual infausto potere abbia sopra di noi il tuo sesso, e mi hai fatto a costo mio imparare, che per vincerlo non basta no disprezzarlo, ma ci conviene fuggirlo.
(parte)
SCENA XIX.
Mirandolina,
Conte,
Marchese
Fabrizio.
Conte
. Dica ora di non essere innamorato.
Marchese
. Se mi dà un’altra mentita, da cavaliere lo sfido.
Mirandolina
. Zitto, signori, zitto. È andato via, e se non torna, e se la cosa passa così, posso dire di essere fortunata. Pur troppo, poverino, mi è riuscito d’innamorarlo, e mi son messa ad un brutto rischio. No ne vo’ saper altro. Fabrizio, vien qui, caro, dammi la mano.
Fabrizio
. La mano? Piano un poco, signora. Vi dilettate d’innamorar la gente in questa maniera, e credete ch’io vi voglia sposare?
Mirandolina
. Eh via, pazzo! È stato uno scherzo, una bizzarria, un puntiglio. Ero fanciulla, non avevo nessuno che mi comandasse. Quando sarò maritata, so io quel che farò.
Fabrizio
. Che cosa farete?
SCENA ULTIMA.
Servitore
del Cavaliere e detti
Servitore
. Signora padrona, prima di partire son venuto a riverirvi.
Mirandolina
. Andate via?
Servitore
. Sì. Il padrone va alla posta. Fa attaccare: mi aspetta colla roba, e ce ne andiamo a Livorno.
Mirandolina
. Compatite, se non vi ho fatto…
Servitore
. Non ho tempo da trattenermi. Vi ringrazio, e vi riverisco.
(parte)
Mirandolina
. Grazie al cielo, è partito. Mi resta qualche rimorso; certamente è partito con poco gusto. Di questi spassi non me ne cavo mai più.
Conte
. Mirandolina, fanciulla o maritata che siate, sarò lo stesso per voi.
Marchese
. Fate pur capitale della mia protezione.
Mirandolina
. Signori miei, ora che mi marito, non voglio protettori, non voglio spasimati, non voglio regali. Sinora mi sono divertita, e ho fatto male, e mi sono arrischiata troppo, e non lo voglio fare mai più. Questi è mio marito…
Fabrizio
. Ma piano, signora…
Mirandolina
. Che piano! Che cosa c’è? Che difficoltà ci sono? Andiamo. Datemi quella mano.
Fabrizio
. Vorrei che facessimo prima i nostri patti.
Mirandolina
. Che patti? Il patto è questo: o dammi la mano, o vattene al tuo paese.
Fabrizio
. Vi darò la mano… ma poi…
Mirandolina
. Ma poi, sì, caro, sarò tutta tua; non dubitare di me, ti amerò sempre, sarai l’anima mia.
Fabrizio
. Tenete, cara, non posso più.
(le dà la mano)
Mirandolina
. (Anche questa è fatta).
(da sè)
Conte
. Mirandolina, voi siete una gran donna, voi avete l’abilità di condur gli uomini dove volete.
Marchese
. Certamente la vostra maniera obbliga infinitamente.
Mirandolina
. Se è vero ch’io possa sperar grazie da lor signori, una ne chiedo loro per ultimo.
Conte
. Dite pure.
Marchese
. Parlate.
Fabrizio
. (Che cosa mai adesso domanderà?)
(da sè)
Mirandolina
. Le supplico per atto di grazia, a provvedersi d’un’altra locanda.
Fabrizio
. (Brava; ora vedo che la mi vuol bene).
(da sè)
Conte
. Sì, vi capisco e vi lodo. Me n’anderò, ma dovunque io sia, assicuratevi della mia stima.
Marchese
. Ditemi: avete voi perduta una boccettina d’oro?
Mirandolina
. Sì signore.
Marchese
. Eccola qui. L’ho io ritrovata, e ve la rendo. Partirò per compiacervi, ma in ogni luogo fate pur capitale della mia protezione.
Mirandolina
. Queste espressioni mi saran care, nei limiti della convenienza e dell’onestà. Cambiando stato, voglio cambiar costume; e lor signori ancora profittino di quanto hanno veduto, in vantaggio e sicurezza del loro cuore; e quando mai si trovassero in occasioni di dubitare, di dover cedere, di dover cadere, pensino alle malizie imparate, e si ricordino della Locandiera.
Fine della Commedia
Note dell'autore
Note dell'editore
Nelle edd. Pap., Bett. ecc., c’è qui un punto fermo.
Pap., Bett. ecc.:
Che affannoso vivere è questo!
Pap., Bett. ecc.:
Eh pensi lei! Fabri…
Segue nelle edd. Pap., Bett. ecc.:
Nasca quel che sa nascere, di qui non parto senza qualche ristoro alla mia passione. Lo comprerò a qualunque costo, anche a costo della mia vita medesima, e se Mirandolina, dopo avermi innamorato a tal segno, sarà crudele con me, giuro al cielo, sarò risoluto con lei
Segue nelle edd. Pap., Bett. ecc.:
Al Cavalier biancheria da tavola nuova, e a me salviette con tante di buche? A lui si fanno ecc
Pap., Bett. ecc., aggiungono:
certe occhiatine
Pap., Bett. ecc., aggiungono:
Azioni da traditori, da gente infame
Pap., Bett. ecc., aggiungono:
vi è
L’autore a chi legge
L'AUTORE
A CHI LEGGE.
RA tutte le Commedie da me sinora composte, starei per dire essere questa la più morale, la più utile, la più istruttiva. Sembrerà ciò essere un paradosso a chi soltanto vorrà fermarsi a considerare il carattere della
Locandiera
, e dirà anzi non aver io dipinto altrove una donna più lusinghiera, più pericolosa di questa. Ma chi rifletterà al carattere e agli avvenimenti del Cavaliere, troverà un esempio vivissimo della presunzione avvilita, ed una scuola che insegna a fuggire i pericoli, per non soccombere alle cadute.
Mirandolina fa altrui vedere come s’innamorano gli uomini. Principia a entrar in grazia del disprezzator delle donne, secondandolo nel modo suo di pensare, lodandolo in quelle cose che lo compiacciono, ed eccitandolo perfino a biasimare le donne istesse. Superata con ciò l’avversione che aveva il Cavaliere per essa, principia a usargli delle attenzioni, gli fa delle finezze studiate, mostrandosi lontana dal volerlo obbligare alla gratitudine. Lo visita, lo serve in tavola, gli parla con umiltà e con rispetto, e in lui veggendo scemare la ruvidezza, in lei s’aumenta l’ardire. Dice delle tronche parole, avanza degli sguardi, e senza ch’ei se ne avveda, gli dà delle ferite mortali. Il pover’uomo conosce il pericolo, e lo vorrebbe fuggire, ma la femmina accorta con due lagrimette l’arresta, e con uno svenimento l’atterra, lo precipita, l’avvilisce. Pare impossibile, che in poche ore un Uomo possa innamorarsi a tal segno: un uomo, aggiungasi, disprezzator delle donne, che mai ha seco loro trattato; ma appunto per questo più facilmente egli cade, perchè sprezzandole senza conoscerle, e non sapendo quali sieno le arti loro, e dove fondino la speranza de’ loro trionfi, ha creduto che bastar gli dovesse a difendersi la sua avversione, ed ha offerto il petto ignudo ai colpi dell’inimico.
Io medesimo diffidava quasi a principio di vederlo innamorato ragionevolmente sul fine della Commedia, e pure, condotto dalla
natura, di passo in passo, come nella Commedia si vede, mi è riuscito di darlo vinto al fine dell’Atto secondo.
Io non sapeva quasi cosa mi fare nel terzo, ma venutomi in mente, che sogliono coteste lusinghiere donne, quando vedono ne’ loro lacci gli amanti, aspramente trattarli, ho voluto dar un esempio di questa barbara crudeltà, di questo ingiurioso disprezzo con cui si burlano dei miserabili che hanno vinti, per mettere in orrore la schiavitù che si procurano gli sciagurati, e rendere odioso il carattere delle incantatrici Sirene. La Scena dello
stirare
, allora quando la Locandiera si burla del Cavaliere che languisce, non muove gli animi a sdegno contro colei, che dopo averlo innamorato l’insulta? Oh bello specchio agli
occhi
della gioventù! Dio volesse che io medesimo cotale specchio avessi avuto per tempo, che non avrei veduto ridere del mio pianto qualche barbara Locandiera. Oh di quante Scene mi hanno provveduto le mie vicende medesime!…. Ma non è il luogo questo nè di vantarmi delle mie follie, nè di pentirmi delle mie debolezze. Bastami che alcun mi sia grato della lezione che gli offerisco. Le donne che oneste sono, giubileranno anch’esse che si smentiscano codeste simulatrici, che disonorano il loro sesso, ed esse femmine lusinghiere arrossiranno in guardarmi, e non m’importa che mi dicano nell’incontrarmi: che tu sia maladetto!
Segue nel t. II (1753) dell’ed. Paperini, dove per la prima volta fu stampata questa prefazione:
Deggio avvisarvi, Lettor carissimo, di una piccola mutazione, che alla presente Commedia ho fatto. Fabrizio, il Cameriere della Locanda, parlava in Veneziano, quando si recitò la prima volta; l’ho fatto allora per comodo del Personaggio, solito a favellar da Brighella; ora l’ho convertito in Toscano, sendo disdicevole cosa introdurre senza necessità in una Commedia un linguaggio straniero. Ciò ho voluto avvertire, perchè non so come la stamperà il Bettinelli; può essere ch’ei si serva di questo mio originale, e Dio lo voglia, perchè almeno sarà a dover penneggiato. Ma lo scrupolo ch’ei si è fatto di stampare le cose mie come io le ho abbozzate, lo farà trascurare anche questa comodità.
Lettera di dedica
ALL’ILLUSTRISSIMO E CLARISSIMO
SIGNOR SENATORE
GIULIO RUCELLAI
PATRIZIO FIORENTINO
CAVALIERE DELL'ORDINE DI S. STEFANO,
SEGRETARIO DELLA GIURISDIZIONE ecc.
UANDO mi proposi
Illustrissimo Signor Senatore
di consagrare a Voi una delle mie Commedie, a solo fine di decorare le Opere mie con un sì illustre venerato nome, non pensai che ciò fare da me dovevasi, accompagnando la Commedia con una lettera
. Ora ch’io prendo la penna in mano per farlo, conosco quanto malagevole cosa sia lo scrivere ad un personaggio, quale Voi siete, riguardevole per tanti titoli e per tante ragioni, unendosi in Voi tre qualità eccellenti, di perfetto Ministro, di saggio Filosofo e di eruditissimo Letterato. Della prima qualità insigne, che vale a dire dell’onorevole presente carico che sostenete, non è da me il favellarne, eco facendo soltanto alle voci comuni che vi applaudiscono, e a quelle ancor più precisamente, che dalla Cesarea Corte derivano; potendosi dir di Voi, che quelli unicamente amici Vostri non sieno, li quali nemici sono della verità e della ragione. Del modo Vostro savissimo di pensare, della letteratura ed erudizione Vostra, posso con maggior fondamento fra me medesimo ragionare, poichè ammesso avendomi Voi benignamente all’amabile conversazione Vostra, deggio con verità asserire, non essermi da Voi alcuna fiata diviso, senza l'acquisto di qualche fondata massima, di qualche erudizione novella. Il
felicissimo talento Vostro, oltre il dono di una facile e viva penetrazione, ha quello ancora
di una perfetta comunicativa, onde chi ha la fortuna di poter conversare con Voi, non si ferma soltanto nell’ammirarvi, ma ne riporta profitto. Voi sapete agli studj più serj unire i più dilettevoli; avete parlato meco della Commedia in una maniera che mi ha sorpreso; ed ho
raccolto dai Vostri ragionamenti delle cognizioni
, delle massime e delle notizie, che mi hanno arricchito la fantasia, ed illuminato la mente.
Con questo picciolissimo cenno di quanto ho potuto scorgere in Voi di luminoso e di grande, ragionevole non sarà poi l’apprensione mia d’inviare a Voi, per iscorta della Commedia che vi presento, quest’umile, riverente mio foglio?
Io non ho il dono che Voi avete di restringere il molto in poco; manca a me quel brio, quella vivacità, quella prontezza di spirito, che brilla nei Vostri ragionamenti, ed egualmente s’ammira ne’ Vostri scritti; onde conoscendo me stesso e l’altissima sproporzione che da Voi mi allontana, arrossisco nel comparirvi dinanzi, rozzo nello stile qual sono, e scarsissimo di concetti
Pure fia necessario che qualche cosa io vi scriva, raccomandando alla protezione Vostra questa Commedia mia, che ha per titolo
La Locandiera
. Fatto questo, lo che in due sole righe consiste, miglior consiglio reputo per me certamente fermar la penna, anzi che sconciatamente adoprarla. Volea parlarvi della Commedia medesima che vi presento: ma s’ella ha qualche cosa di buono, lo rileverete Voi assai meglio di quel ch’io vaglia a descriverla; e vanamente studierei di giustificarla nei suoi difetti, poichè questi da Voi saranno con fondamento a mio rossor conosciuti. Spero bene, ciò non ostante, essere da Voi compatito per due ragioni: la prima, perchè un Cavaliere benignissimo ed amoroso Voi siete, il quale quanto più è dotto, sa maggiormente le imperfezioni degli uomini condonare; ed in secondo luogo, perchè niuno meglio di Voi sa conoscere quanto malagevole cosa sia la formazione di una Commedia, e a quante leggi vada ella soggetta, e
quanto facilmente nel dipingere la natura si possano prendere degli abbagli. Se dunque non ho coraggio di favellare di me, come arrischiarmi potrei a ragionare qualche poco di Voi? In una lettera che precede, e dedica, ed offerisce un’Opera, qualunque siasi, pare necessarissimo l’elogio del Mecenate. Io mi confesso volonteroso di farlo, ma incapace di mettere la volontà mia in effetto. Entrar io non posso, senza confondermi, nelle dignità, nelle glorie dell’antichissima Vostra Famiglia, e molto meno delle infinite eroiche virtù che vi adornano ragionare potrei. Appresi sin da principio difficilissimo cotale impegno. Ho empito un foglio non saprei dire io medesimo di quai parole. Inutili forse tutte, fuori di queste ultime, colle quali vi chiedo dell’ardir mio umilmente perdono, raccomando me e la Commedia mia all’altissima protezione Vostra, e con profondissimo ossequio umilmente m’inchino
Di V. S. Illustriss. e Clariss.
Nel t. II dell’ed. Paperini di Firenze, dove uscì per la prima volta nel 1753 questa lettera di dedica, leggesi:
mi proposi nell’animo
Pap.:
la Commedia medesima con una rispettosa mia lettera
Pap.:
ha quello mirabile
Pap.:
ho poi
Pap.:
delle cognizioni maggiori, dei pensamenti nuovi, delle massime
ecc.
L’autore a chi legge
Reindirizza a:
La locandiera/L'autore a chi legge
Nota storica
NOTA STORICA
Quando Mirandolina balzò alla mente di Carlo Goldoni? La
Locandiera
, come si sa, fu recitata nel carnovale del 1753 (avvertenza premessa alla 1.
ed. del t. VII del Bettinelli: v. Spinelli, Bibl.
gold., p. 25; e intestazione delle edd.
Paperini, Pasquali ecc.): anzi nel mese di gennaio (v. atto I, sec. 11), non già la sera di S. Stefano 1752, secondo affermano i
Mémoires
(P. II, ch. 16). Si aperse, credo, il carnovale coi
Due Pantaloni
I Mercatanti
). Teodora Medebach, mentre il poeta scriveva, trovavasi certamente costretta a letto da un accesso di quel male che troppo giovine la trasse alla tomba, e in fatti anche nella commedia precedente comparisce Beatrice (la 2.
donna, Caterina Landi) invece di Rosaura, quale figlia di Pantalone. Si può quindi assegnare con tutta probabilità la composizione della Locandiera alla prima o alla seconda metà di dicembre, 1752.
Regnava sulle scene del teatro di Sant’Angiolo, e un po’ forse sul cuore di Goldoni, la bella e vivace Maddalena Raffi, sorella di Gasparo, ciò è a dire zia di Teodora, e moglie di Giuseppe Marliani: già ballerina di corda, come la nipote, nel famoso
casotto
che il Goldoni descrive nelle sue memorie italiane (vol. I di questa ediz., p. 143). Separatasi dal bonario marito «pour des ètourderies de jeunesse» (
Mém
., II, ch. 14), si riunì a lui nel carnovale del 1751; e il dottor veneziano ne diede notizia al conte Arconati-Visconti (17 febbr.): «… Ho cambiato parimenti la serva, e sarà la moglie del Brighella, che fu assai buona, e si spera tale, tuttocchè sei anni sia stata in riposo, avendo dello spirito e dell’abilità». (Questa lettera corregge i cit.
Mém
.). Subito il Goldoni, che dichiara più volte d’esser stato un attento osservatore delle attitudini artistiche dei vari suoi interpreti, scrisse per lei la
Gastalda
, e le concedette una parte prevalente nell’
Amante militare
e nelle
Donne gelose
(Lugrezia): non senza invidia e dolore della Medebach, alla quale non serbò l’ingrato veneziano nel quinto e ultimo anno del contratto teatrale che la
Figlia obbediente
, mentre la servetta Marliani trionfava sola, o quasi sola, nella
Serva amorosa
, nei
Puntigli domestici
, nella
Locandiera
, nelle
Donne curiose
finalmente nella
Donna vendicativa
. Altro che convulsioni (v.
Mém
. II, 16) della prima donna!
L’indole della nuova Corallina si intravvede dai pochi cenni della sua vita, lasciatici dal Goldoni e dal Bartoli (
Notizie de’ Comici
ecc.: v. anche Rasi,
I comici it
. ecc.), e dal suo dispetto per il passaggio del commediografo veneziano sul teatro di S. Luca (
Mém
., ed. cit. con note di G. Mazzoni, I, 383). Mirandolina non è più la servetta del teatro dell’arte, ingentilita nella donna di garbo e nella vedova scaltra, ma è una donna strappata alla vera vita, e si confonde con Maddalena Marliani. Peccato, per la nostra curiosità, saper così poco di una sì fatta ispiratrice e interprete. Certo il Goldoni, maturo d’età e d’esperienza, aveva potuto fare senza suo pericolo uno studio diligente del carattere e dell’arte di Corallina, giunta pure alla pienezza dell’esistenza. I ricordi della Medebach nel ’47 a Livorno, della Baccherini nel ’43, e perfino della famosa Passalacqua, prima del matrimonio, impallidivano al confronto di questo indiavolato spirito femminile. In una ricetta
maccheronica
«per li SS. Comici di S. Angelo» nel 1754, certo anonimo prescriveva: «
Spiritus diabolicae Corallinae
bozze 20:
Silvarum cornarum mariti Corallinae usque ad satietatem»
(cod. Swajer, ora Cicogna 2395, presso il Museo Correr di Venezia, e. 103). Ma dei suoi amanti ci sfugge il nome: dell’arte scenica invece, oltre il Goldoni stesso nelle prefazioni alle varie commedie, e il Bartoli citato, ci tramandarono le lodi
Pietro Verri
(«…E la tua spiritosa, accorta Corallina – Piace qualor la miro far da Mirandolina»:
La vera commedia
, Ven. 1755, p. XIII) e l’abate G. B. Vicini («Innimitabil sempre, sempre più destra e fina – È in caratteri varj l’attrice Corallina, – O il tragico si cinga coturno grave al piede, – O il ridevole socco che a lei Talia già diede»:
Della vera poesia teatrale
, Modena 1754, p. 8). Il Gradenigo nel ’54 (
Notatorj
, 14 febbr.) fa menzione di un sonetto stampato in suo onore per la recita delle
Sorelle chinesi
del Chiari; e venti anni più tardi, nel genn. ’74, replicandosi più volte a S. Gio. Crisostomo la
Veneziana a Londra
, scritta allora dallo stesso abate,
Domenico Caminer
avvertiva nel primo tomo del
Giornale Enciclopedico
«La parte brillante della Protagonista fu egregiamente sostenuta dalla Signora Maddalena Marliani»: anzi nel 1781-82, quando il Bartoli dettava le Notizie de’ comici italiani, appariva essa ancora «quella celebre Corallina che fu nella sua fresca giovinezza».
Ma non bisogna certo restringere a un solo modello la inspirazione artistica della
Locandiera
. Il marito della tenera Nicoletta sembra nel teatro vendicarsi delle donne che lo avevano più volte ingannato nell’età bella, e si diverte a mettere in scena le piccole perfidie dell’animo femminile. A chi ha letto le memorie premesse al primo volume della presente edizione, tornano a mente vari accidenti della vita goldoniana, trasformatisi poi in vivaci episodi da commedia: che pochi creatori attinsero con più fedele amore di Goldoni alla vita reale. «Dio volesse» esclama nella prefazione il buon Carlo, «che io medesimo cotale specchio avessi avuto per tempo, che non avrei veduto ridere del mio pianto qualche barbara Locandiera. Oh di quante scene mi hanno provveduto le mie vicende medesime!» Ma il poeta di Mirandolina non serba ira alle donne per la sua ingenuità di ragazzo, un giorno ferita, anzi sorride e di sè e delle arti muliebri, indulgente per tutti, innamorato della
donna e dei suoi difetti, delle sue debolezze, delle sue stesse perfidie, (v. R. Bracco,
La donna nel teatro di C. G.
, in
La Donna
, 20 febbr. 1907 e in Gazzetta del popolo, Torino, 21 lugl. 1910).
Da ciò sopra tutto l’originalità strana di questa commedia, che si annovera tra i capolavori del teatro comico, e sembra contendere agli altri la palma per la sua perenne freschezza. Studiarne i così detti precedenti storici torna opera vana, seanche si sappia che la parte della
Locandiera
fu scritta per una servetta, che il nome di Mirandolina fu foggiato su quello di Corallina, e Corallina è a sua volta, nella famiglia delle maschere, la sorella, cara al commediografo veneziano, di Colombina. Nulla servono le Argentine le Diamantine le Riccioline le Franceschine le Smeraldine, nulla le Pasquette le Fiammette le Spinette le Olivette le Violette a spiegarci il potere meraviglioso della Mirandolina goldoniana sul cuore degli uomini: nè giova frugare fra le Colombine e le Lisette del vecchio e del nuovo Teatro Italiano in Francia. (Cfr. per l’antica
servetta
L. Rasi,
I comici ital
., Firenze, 1897-1905, al nome Biancolelli Caterina; v. anche Adami Patrizia e Beatrice, Biancolelli Franchini Isabella, Roncagli Silvia, Veronese Anna, Visentini-Rusca ecc.). Tuttavia non bisogna credere che la Colombina francese di
Regnard
e di Bruyère de Barante non conosca a memoria le arti della civetteria e non difenda con calore la tesi dell’incostanza (v. nella raccolta Gherardi la
Coquette ou l’Acadèmie des dames
1691; la
Fausse coquette
1694; la
Thèse des dames ou le Triomphe de Colombine
1695, ecc.): ma ragiona troppo, parla troppo, si scorge appena, quasi che fosse incorporea, e dilegua subito nel fantastico regno delle maschere. Da questo mondo irreale niente è così lontano e diverso come la
Locandiera
Alcuno ebbe a ricordare la
Sorpresa dell’amore
(1722, prima ed.) e i
Giuramenti indiscreti
(1732) di
Pietro Marivaux
(p. es. G. Ortolani,
Per una scena d’amore nelle Baruffe Chiozzotte
, in Marzocco, XII, 25 febbr. 1907): se non che il mutamento d’animo nell’uomo o nella donna dal disprezzo all’amore si ritrova già cento volte ne’ poemi classico-cavallereschi e nelle favole pastorali; e l’analisi delicata e minuta dello scrittore francese può solo servire di contrapposto all’arte un poco rozza, ma tanto più potente, che creò Mirandolina e il cavaliere di Ripafratta. Si pensi, per esempio, alla se. 7, a. I, della
Sorpresa dell’amore
, che risponde alla se. 15, a. I, della
Locandiera
. Eppure anche Lelio, l’odiatore delle donne, fin dal primo colloquio ci prende gusto a conversare con la Contessa («Madame, peu de femmes sont aussi aimables que vous»: e la Contessa: «Nous nous divertirons, vous à médire des femmes, et moi à mépriser les hommes» ); anch’egli vuol fuggire, quando s’accorge che il cuore esita, o se n’accorgono gli altri («Moi tomber! Je pars dès demain pour Paris; voilà comme je tombe» II, 5); anch’egli nel II a. fa una confessione di debolezza («Un moment» dice alla Contessa: «vous êtes de toutes les dames que j’ai vues celle qui vaut le mieux: je sens même que j’ai du plaisir à vous rendre cette justice-là» II, 7). Il Settecento, è vero, si riflette così nella
Sorpresa dell’amore
, come nella Locandiera: tuttavia la scena, l’arte, la vita stessa mutano. Seanche non si sapesse che a Venezia di Marivaux si leggevano soltanto i romanzi, che le commedie non si tradussero mai, che forse non si recitarono prima del 1780 (cfr. Casanova,
le Messager
de Thalie
, ed. da Aldo Ravà,
Contributo alla bibl. di G. Casanova
, estratto dal
G. Stor
., LV, 1910), che Goldoni non ne fa menzione, e non dovette conoscerle prima del ’62, quando ne trovò il ricordo sul
Teatro Italiano
di Parigi, a nessuno verrebbe voglia di scoprire affinità di natura fra il salotto della vecchia signora di Lambert, ultimo rifugio di qualche
preziosa
, e la locanda goldoniana che sa di biancheria fresca e di manicaretti, fra
Silvia
Balletti e Maddalena Marliani, fra il ritratto psicologico e il dramma. In vece del minuetto a mezza voce, nel viale del giardino favoloso, familiare agli amori delle antiche ninfe e delle antiche maschere, l’azione che incalza e prorompe sul palcoscenico della vita con grida e con rabbia.
Non rimarrebbe dunque che da ricercare nell’opera stessa di Goldoni, dove la fortuna aiuta lo studioso a seguire le tracce fuggevoli di Mirandolina, in qual modo dal
Prodigo
, dalla
Donna di garbo
, dalla
Vedova scaltra
, dal
Poeta fanatico
, dalla
Castalda
, dall’
Amante militare
, dai
Puntigli domestici
ecc. balzò d’improvviso il tipo meraviglioso. («Quel caro demonietto in gonnella ch’è la Mirandolina
Locandiera
, riassume in se tutta l’indiavolata birichineria delle servette goldoniane»: Giacinta Gallina,
Le maschere goldoniane
, in
Soccorriamo i poveri bambini rachitici
, strenna venez. pel 1907, p. 32. V. anche Maria Vaccaro Osterman,
Servi e servette nelle comm. di C. G
., in
Critica ed arte
, Cateinia, marzo 1907). Se ci rimanesse lo scenario del
Prodigo
, come fu steso nel 1739, vorremmo gettare uno sguardo sulla prima Colombina, castalda di Momolo: accontentiamoci di udire nel ’51 Corallina, la
Castalda
di Pantalone, che ci rammenta con originalità goldoniana le tante serve padrone del Settecento: «… Gh’ho un certo no so che, che bisega. Son dretta la mia parte. Della lengua e dei occhi fazzo quello che voggio. E con una occhiadina, e con una paroletta, m’impegno de far cascar un omo, s’el fusse de piera viva» (a. I, se. 3 ed. Bettinelli: vol. VII della presente ed., p. 188).
Ma Mirandolina è Mirandolina, e non assomiglia a nessun’altra figura nel regno dell’arte: essa emana dal pieno Settecento, come Manon, e sconvolge il cuore degli uomini. Chi tenta resistere, chi la disprezza, offende il sesso, e più degli altri resta vinto e diviene suo schiavo. In lei nessuna corruzione, nessuna deformità morale, tolta l’arte di fingere; Mirandolina è sana, allegra, spiritosa: specialmente è donna, innamorata e gelosa del suo potere femminile. «Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata ecc…. Voglio burlarmi di tante caricature d’amanti spasimati; e voglio usar tutta l’arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari e duri, che son nemici di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre Natura»: I, 9. Quando Grimm in Francia, nel 1764 (
Correspondance
: cit. da Rabany,
C. G.
, Paris, 1896, p. 351), osservò che bisognava far cadere a sua volta la eroina nell’amore per il Cavaliere, mostrò di non aver nulla capito: così poteva scrivere La Noue una
Civetta punita
(1756), ma così non si crea Mirandolina. Eppure le scene della
Locandiera
, d’una psicologia naturale e vigorosa, si seguono limpidissime. Quando a’ nostri giorni il Rabany (1. e, p. 165) volle scusare Goldoni, poichè non ebbe «la pretesa d’offrire uno studio di carattere», mostrò di non aver capito il suo autore. Quando lo Schedoni, nel 1828 (
Principii morali del Teatro
, Modena, 51-52), rimproverò il
commediografo veneziano per aver compiuto il trionfo di Mirandolina col matrimonio di Fabrizio, mostrò di capir bene le leggi della morale, non quelle della vita e dell’arte. Nè meglio capirono questo singolare e potente capolavoro quanti traduttori o riduttori, per adattarlo al genio delle varie nazioni, lo sconciarono più o meno nelle principali lingue d’Europa. Perchè qui non soltanto l’azione si svolge con perfetta arte di teatro, non soltanto il gioco de’ caratteri e delle passioni riesce bellissimo, non soltanto il riso comico nasce diversamente da ciascuno dei diversi personaggi, ma vi sono episodi d’una dolorosa verità umana, come le sei prime scene dell’atto terzo, che reggono il confronto con
Molière
e con qualunque altro poeta drammatico.
La caricatura del marchese di Forlipopoli, la satira delle due comiche, appentengono al quadro di costume del Settecento e però vivono meno. Che il Goldoni volesse proprio colpire la boria di qualche nobiluomo spiantato, di qualche
barnaboto
, si può mettere in dubbio, essendo ormai consuetudine anche in Italia, sul palcoscenico (Fagiuoli, Gorini Corio, Becelli ecc.) e fuori, la rappresentazione ridicola della nobiltà affamata. (Ne esagerarono l’importanza sociale Ugo Müller, cit. da E. Maddalena,
La Locandiera
, in
Giorn. ligustico
, XX, 1893, p. 390; Vernon Lee,
Il Settec. in it
, Milano, II, 270; e forse il Maddalena stesso, 1. c,). Ricordiamo per tutti il conte Ottavio nella
Castalda
: sebbene qui più arguta e più intera, senza volgarità, fin dall’alzarsi della tela si stacchi la magra figura del Marchese, a cui di rincontro piantasi, facendo risonare i suoi zecchini, il recente conte d’Albafiorita: «… Sì, Conte! Contea comprata. – Io ho comprata la contea, quando voi avete venduto il marchesato ecc.», Ortensia e Dejanira, cioè, sul teatro di Sant’Angelo, Caterina Landi ed Eleonora Falchi, servivano a compiere la pittura della locanda, il carattere del Cavaliere e la vittoria di Mirandolina. («…Immaginate dal G.» osservò Giulio De Frenzi «perchè lumeggiassero più brillantemente, mediante la loro ottusa venalità di donnette facili, la scaltra civetteria di Mirandolina. Senza quelle due macchiette il quadro scenico perde il suo equilibrio, e l’intenzione dell’artista è tradita»:
Per il 2.
cent.
della nascita di C. G. il Teatro A- Manzoni
, Milano, 1907, p. 13). Quanto a Fabrizio (sulla scena il
brighella
Marliani) il quale, a guisa di molti critici, non riesce a capire la bella locandiera, è personaggio troppo importante, perchè occorra richiamarvi a posta l’attenzione., Ricercare poi che cosa storicamente e artisticamente rappresentino, nel secolo della Pompadour, del Casanova e di Laclos, Mirandolina e il cavaliere di Ripafratta; ridestare Manon e Des Grieux, la Maerianna e Pamela, Cleveland e Lovelace; ricordare le altre donne goldoniane e dire come e perchè differiscano da quelle di Molière; analizzare la vendetta di Mirandolina e la passione del Cavaliere nella vita e nella commedia, ci trarrebbe troppo lontani da un’umile
Nota
Strano che il pubblico da principio non si accorgesse di questo capolavoro, e che nemmeno l’autore ne avesse piena coscienza. La
Locandiera
non suscitò il grido della
Vedova scaltra
, della
Pamela
, del
Molière
, della
Sposa Persiana
, checchè affermino le
Memorie
(P, II, ch. 6): restò anzi un po’ confusa fra le minori sorelle. Pochi la ricordarono. Il Beregan appena la nomina («L’accorta Locandiera, i Mercanti, il Tutore ecc.»
Museo di Apollo
, 1754); appena la nomina Alvise Foscarini («La Dama e il Cavaliere, e la Serva
amorosa, – La gaia Locandlera, e la sì deliziosa – Pamela ecc.» cod. Cicogna 2395 cit., e. 44). Qualcheduno, come il citato Verri, vi ammirò specialmente l’arte della Marliani. (Nello stesso poemetto si legge più sopra: «Esser può in prosa ancora una Commedia vera; – E fra le tue più elette conto la
Locandiera
– Là, ve specchiar si ponno i severi arroganti – Che insultan gl’infelici e malaccorti amanti ecc.»). I più si spaventarono per ragione della morale (p. es. l’estensore della
Storia lett.
d’It.
, vol. VIII, Modena, i755, p. 20: «… Benchè a leggerla non compaja meno che onesta, sul palco avvivata dall’azione non può non dispiacere a chi dal teatro vorrebbe a ragione levato ogni abuso contrario al buon costume» ); condannarono la commedia che offendeva il canone più sacro della scuola del teatro, e costrinsero Goldoni a difendere in questo modo la propria audacia, nella prefazione in testa alla stampa, fattasi a breve distanza dalla recita: «Fra tutte le Commedie da me sinora composte, starei per dire esser questa la più morale, la più utile, la più istruttiva».
A Parigi, nel 1764, l’autore ne cavò un canovaccio da recitarsi sul
Teatro Italiano
, col titolo di
Camilla locandiera
(Camille aubergiste, 1 maggio ’64: V. lett. dei 2 febbr. al march. Albergati, in
Lettere di C. G.
per cura di E. Masi, Boi. 1880; e Maddalena,
La fortuna della Loc.
ecc., estr. dalla
Rivista d’It
. nov. 1907, p. 722), ma con esito infelice, forse per colpa della riduzione (Grimm, 1. c.). A Roma fu presto conosciuto l’originale, nel 1754 (Cametti,
Critiche e satire teatrali
ecc., estr. dalla
Riv. Music. Ital.
1902, p. 5); a Modena s’incontra tardi, nel ’73 (
Modena a C. G.,
1907, p. 240). Del resto solo interrottamente possiamo seguire le rappresentazioni di commedie goldoniane nel Settecento: ma è certo che la
Locandiera
risalì di rado sulle scene a Venezia e fuori. Leggo nel n. 22 del
Diario Veneto,
22 genn. 1765: Teatro di S. Samuele, «Si recita
il Cavaliere di Ripafratta o. sia il Marchese di Forlipopoli
. Commedia bellissima e tutta da ridere». È merito delle compagnie comiche veneziane dell’estremo Settecento di aver ricondotto alla luce questo capolavoro, il quale doveva poi avviarsi al giro glorioso per tutta Europa: col suo vero titolo, o con quello appiccicato (
Gli amanti in locanda. Li tre amanti in locanda. Li tre rivali in locanda
), lo ritroviamo più volte sui teatri di S. Gio. Crisostomo (
Teatro Civico
nel 1797) e di S. Luca, tra il 1796 e il 1801, per opera delle compagnie Battaglia, Perelli, Goldoni, Bianchi (v.
Giorn. dei teatri di Ven.
); e nel 1803 a S. Benedetto (
I quattro amanti in locanda
), a S. Luca, a S. Gio. Crisostomo, compagnie Venier-Asprucci, Battistini-Scovazzo e Fabbrichesi-Gnocola (v.
Giornaletto teatrale
). Ma nell’Ottocento le recite nelle principali città d’Italia, da Torino a Napoli, non si contano più.
Intanto a Parigi nel 1791 applaudivasi una raffazzonatura in versi francesi (
La Jeune hótesse
) di Carbon Flins des Oliviers, che tornò infinite volte sul teatro, e che trent’anni dopo generò in Germania altre fortunate
Locandiere
tedesche, famosissima fra tutte la
Mirandolina
di Carlo Blum (Berlino, 1828), tradotta pure a Varsavia nel ’34. (V. preziose notizie in Maddalena,
La fortuna della Loc. fuori d’It.
, cit.). – Finalmente nel 1830 Carolina Internari, alunna di Annetta Pellandi, recitava a Parigi nel testo originale il capolavoro di Goldoni: e precedeva di 26 anni il trionfo nelle capitali d’Austria, di Francia e d’Inghilterra, di Adelaide Ristori (segnato da tre fedeli versioni:
V. Maddalena cit.). È lecito affermare che per virtù di questa straordinaria attrice la
Locandiera
acquistò cittadinanza mondiale; e da allora si ebbero traduzioni in lingua russa danese czeca portoghese rumena, da aggiungersi a quelle in lingua spagnola greca ungherese che già esistevano (Maddalena); e di teatro in teatro Mirandolina, sempre giovine e sorridente, si trasse dietro «il povero cavaliere di Ripafratta, l’odiatore delle donne, il più ingenuo degli innamorati». (G. Ortolani,
Della vita e dell’arte di C. G.
, Ven. 1907, p. 68).
Tuttavia i critici, come suole talvolta, si mostrarono meno sensibili del pubblico alle lusinghe della
Locandiera
. Dopo Grimm, lo stesso
Goethe
che vide a Roma nel 1787 (?) rappresentar la commedia, chiamò insulso lo scioglimento (v. la versione di Benedetto Croce dai frammenti
Sull’Italia
, nella pref. di Aless. Ademollo ai
Teatri di Roma nel sec. XVII
, Roma, 1888, pp. XXIV- XXVI; e Maddalena,
La Loc.
, in
Giorn. ligustico
XX, 1893, pp. 396-7); e dovette il Klein nel secolo seguente assumere le difese di Goldoni (
Geschichte des Drama’s
von Klein, VI. I, Leipzig, 1868, pp. 524 sgg.; V. Maddalena,
La fortuna
ecc., 720). Con molta acutezza di pensiero volle ai dì nostri Camillo von Susan rendersi ragione del paradosso goethiano, che il carattere di Mirandolina si possa tollerare soltanto quando sia interpretato sulla scena da un uomo, come facevasi a Roma nel Settecento: e dimostrò quanto sia logica, all’infuori d’ogni romanticheria, la soluzione della commedia. («…In der
Loc
. haben wir einen der feinsten, lebenswahrsten Schlüsse, denn je ein Dramatiker erfunden hat.»
Goethe und Goldonis «La Loc.»
, in
Osierreichische Rundschau
, 1 febbr. 1909).
Nelle
Notizie
pubblicate a Venezia nel t. XV (1797) del
Teatro moderno applaudito
, in coda alla commedia, tre difetti si additano: le figure intruse di Ortensia e Dejanira, che rallentano l’azione, la parte soverchia assegnata al Marchese, e l’innamoramento subitaneo del Cavaliere. Molti nell’Ottocento la dimenticarono, per esempio il Carrer (1825) il Meneghezzi (’27) il Paravia (’30) il Ciampi (’60); il Masi non le lasciò posto nella
Scelta dì commedie di C. G.
, (1892); al Braggio parve «rasentare… la caricatura» (
Le donne del G.
, in
Strenna rachitici
, Genova, 1889, p. 131); il Rabany (1896) se ne sbrigò con brevi parole; poco se ne curarono il Galanti (
C. G.,
Padova, 1882, p. 225) e Giulio Caprin (
C. G.
Mil., 1907: «Mirandolina non è la civetta, ma è una speciale sfumatura di civetteria, e forse proprio per questo ci dà quel senso di realtà profonda, che un carattere assoluto non ci darebbe» p. 299); infine la trascurò Filippo Monnier (
Venise au XV III. siecle
, Paris, 1907). Nella schiera degli ammiratori ascoltiamo Dom. Gavi (
Della vita di C. G.
, Milano, 1826, pp. 154-5): «La
Locandiera
è un portento dell’arte ecc…. Io non so qual più scabroso impegno possasi un poeta teatrale addossare; e pure son tanti e tali, si fini, gradati, impercettibili i lazzi, le astuzie, le piccole attenzioni, i discorsi vibrati, svelti, maliziosi che Mirandolina adopera, che vince ogni difficoltà, s’insinua in quell’ispido, irsuto cuore, e per forza lo domina: due bellissimi effetti negli uditori producendone, di tenero pianto e di piacevolissimo riso, come distintamente nelle tre ultime scene dell’atto terzo, preparate e condotte da divino maestro, ove è impossibile non ridere e piagnere a un tempo istesso, venendone lagrime abbondanti agli occhi, spremute da due diverse cagioni; evvi un movimento di vani affetti: sdegno, bile, amore,
tenerezza, ridicolo; cosa più bella non si può dare». Ma poi pare al Gavi troppo avviluppato il nodo e ne critica lo scioglimento. Poco di notevole nei giudizi del Sismondi (
De la littèr. du Midi de l’Europe
, Bruxelles, I, 1837, p. 503), di Raffaello Nocchi (
Comm. scelte di C. G.
, Firenze 1856, p. 285), di Gius. Guerzoni (
Il Teatro ital. nel sec. XVIII
, Milano 1876, pp. 182 e 218). Carlo Dejob là dove accenna, nella commedia del Settecento, all’uomo innamorato suo malgrado, dopo aver nominato Manvaux, continua: «Mais le chef-d’oeuvre du genre est la
Locandiera
, cette charmante pièce de G. dont tout Paris s’est entretenu naguère, quand une eminente actrice est venue nous la représenter; jamais on n’a mieux peint le mélange de prévenance et de réserve, d’abandon et de rigueur, de tendresse et d’indifférence par lequel une femme peut faire perdre un instant la tête a un galant homme qui se croyait à l’épreuve de toutes les séductions. La pièce de Bouilly,
Haine aux femmes
(1808), est bien faible en comparaison ecc.» (
Les femmes dans la comédie au XVIII.
siècle
, Paris, 1899, p. 72).
Negli ultimi anni Mirandolina affascinò e rapì… fino gli eruditi. Due edizioni uscirono della
Locandiera
, ad uso delle scuole, per cura di Ferruccio Martini (Roma, Albrighi-Segati, 2.» ed., 1904) e di G. Tambara (Torino, Paravia, 1901): e alcune scene rallegrarono le antologie scolastiche. Nel 1907 ne proclamarono l’immortalità, fra gli altri. Renato Simoni («La
Loc
. non solo è una commedia tutta fatta di aurea e squisita trina psicologica, ma ha per protagonista quella Mirandolina che a me sembra la donna più giustamente e semplicemente conoscitrice del cuore umano che il teatro abbia mai prodotto »:
Per G.
, in
La Vedetta
, Fiume, I, 1907, n. 11, p. 285), Giulio De Frenzi (o sia L. Federzoni, il quale annovera la
Loc
. «fra le commedie più serenamente immorali del nostro teatro» 1. e.) e Sabatino Lopez («Tutte le volte che leggo G., è per me una disperazione ecc…. Tutte le volte che ho pensato quale commedia di tutto il repertorio vorrei avere scritto, ho scelto:
La Locandiera
Per il 2.
cent.
il T. Manzoni
cit., p. 83). Da ultimo Pietro Toldo la collocò accanto ai
Rusteghi
e alle
Baruffe chiozzotte
, contrapponendo Goldoni a Molière (
L’oeuvre de Molière et sa fortune en Italie
, Torino, 1910, pp. 374, 377, 392). Che più? Lo stesso Maddalena, il quale ne’ primi anni aveva fatto il viso un po’ duro alla
Locandiera
(Giorn. ligust. cit.), negandole il titolo di capolavoro, si lasciò sedurre un poco per volta, e per ammenda ricercò pazientemente le orme gloriose della incantatrice fuori d’Italia, di paese in paese, in un suo bellissimo saggio, dove confessa: «Meritata dunque la sua grande fortuna in Italia e fuori. Per numero di traduzioni (riduzioni) vien subito dopo il
Burbero
ecc, e supera di poco il
Servitore di due padroni
. A queste tre commedie deve C. G. se il suo nome in Europa non vegeta ancora solo nelle storie letterarie e nelle enciclopedie. – La bibliografia che segue insegna che la
Locandiera
fu tradotta (ridotta o imitata) in altre lingue una trentina di volte». (L. c., 720-1. Poco ci sarebbe da aggiungere: un’altra vers. inglese, d’uso scolastico, edita nel 1901 a Boston, un’altra spagnola ed. a Barcellona, 1906).
Ma noi siamo ormai stanchi di tanto peregrinare, e senza curarci d’altro (un articolo di G. Larroumet, 1901, cita Della Torre,
Bibl. gold.
, 102-3; raccostarono Giacosa a Goldoni, in grazia della
Loc.
, Maurizio Wilmotte in
qualche conferenza tenuta a Bruxelles, e, fra gli altri, G. M. Scalinger
Mirandolina – Nennele,
La Ribalta
, Napoli, 25 febbr. 1907; v. poi Ferd. Martini, C. Gold., in
La Vita italiana nel Settecento
(1895), Milano, Treves, pp. 229-232: Schmidbauer,
Das comische bei G
., München, 1906, pp. 75-7 e pref. alla
Loc
, Strasburgo, Heitz, 1910, in
Bibliotheca Romanica
, n. 109: E. Maddalena,
Lessing e Goldoni
, estr. dal
Giorn. Storico
, XLVII, 1906, pp. 10-1 1, per qualche reminiscenza nella
Minna con Barnhelm
– e si potrebbe seguitare per un bel pezzo, accennando anche a qualche ispirazione poetica), rivolgiamo un ultimo sguardo d’appassionato rimpianto alle grandi e alle leggiadre interpreti dell’Ottocento, a Maddalena Gallina, ad Anna Fiorilli Pellandi, a Carlotta Marchionni, a Rosa Bugamelli Sacchi, a Rosa Romagnoli, a Maddalena Pelzet, ad Albina Pasqualini, alla Ristori, alla Marini, alla Tessero, alla Reiter, alla Vitaliani ecc. e alla divina Duse; e, oltralpe, alle
Mirandoline
tedesche, la Velsing, la Heidn, la Devrient, Carlotta Hagn, Carolina Müller, Teresa Peche, Clara Stich, Agnese Sorma ecc., e a quelle d’ogni paese, la Zuericowska, polacca, Irene Vanbrugh, inglese, Lucinda do Carmo, portoghese ecc. (v. Maddalena, 1. e). – E quante volte all’orecchio della fanciulla creata da Carlo Goldoni risuonarono le note musicah! Sette
libretti
contò il Musatti (
Drammi music, di G. e d’altri tratti dalle sue comm.
, Ven., 1898, p. 7) musicati da Seb. Nasolini (
Amor la vince
, 1793 e
la Loc.
, 1800) Simone Mayr (due, nel 1800) Gius. Farinelli (la
Loc. di spirito
, 1805) Salvat. Agnello (1839) Emilio Usiglio (1861); un ottavo scoperse il Maddalena (
Libretti del Gold, e d’altri
, estr. dalla Rio. music, it., VII, 1900, p. 4-5), con musica di Ant. Salieri, (1 773), e di tre altri sospettò l’origine goldoniana (
la Locandiera di spirito
, Napoli, 1768: v. Croce,
I teatri di Nap
., p. 540; la
Belle hôtesse
, 1793;
l’Albergatrice scaltra
, Napoli 1807): il primo dei quali, primo anche per tempo, segnò pure il Ricci, con musica di Piccinni (nel 1 770, a Bologna: v. Corr. Ricci,
I teatri di Bol
., ecc., Bol., 1888, p. 490). Nella
Gazzetta Urbana Veneta
dei 13 ott. 1793 si ricorda una
Locandiera, o sia il Fanatico in berlina
, del Paisiello. (Noto subito che nulla ha da che fare con Goldoni una
farsetta
col titolo di
Locandiera
, stampata nel 1759 a Siena tra i
Compon. teatrali di Gir. Gigli
, attribuiti invece a Gabriello Gabrielli).
Vero è che troppo umile parve a taluno la condizione sociale di Mirandolina, ma nel Settecento l’arte scendeva volentieri fino al popolo: e lo stesso rimprovero fu fatto, dopo le commedie goldoniane, agli eroi del romanzo di A. Manzoni. Invano Alberto Nota volle donare al teatro una
Lusinghiera
1814, recit. 1819) ingentilita e punita: la sua donna Giulia passò sul palcoscenico con un fruscio di vesti eleganti, fatta vivere per poco da Carlotta Marchionni, e appassì come il mazzo di fiori che teneva in mano. – Mirandolina continua oggi e sempre a stirare la biancheria, mentre scoppiano nella locanda gli alterchi del Conte e del Marchese, e cresce drammaticamente la passione del cavaliere di Ripafratta: stira, e canta
Viva Bacco e viva Amore
; poi ci lascia pieni del suo profumo femminile, ripetendo con dolcezza il saluto:
Compatite se non vi ho fatto
… – Sulla sua giovinenza è già trascorso più di un secolo e mezzo, ma nessuno le potrà togliere il vanto di essere la figura di donna più viva di tutto il teatro comico.
Chi desiderasse notizia del senatore Giulio Ruccellai, a cui fu dedicata
dall’autore la
Locandiera
, professore a Pisa negli anni 1727-1730, auditore nella giurisdizione di Firenze dal 1 734 fino alla morte (m. 1778, d’a. 76), ricerchi A. Zobi,
Storia civile della Toscana
; L. Passerini,
Geneal. e storia della famiglia R.
; ed E. Teza,
Spigolature
, in
Nuova Antol.
, marzo 1875: citati da G. Mazzoni nelle note ai
Mèmoires
, ed. Firenze, Barbera, 1907, t. I, 442-3. Lo conobbe il Goldoni a Firenze nella state, pare, del 1744 (
Mem.
, P. I, ch. 48).
G. O.
Questa commedia fu stampata la prima volta nell’estate del 1753, nel t. II dell’ed. Paperini di Firenze, e fu dentro l’anno ristampata a Pesaro (Gavelli, II) a Bologna (Corciolani, V) a Venezia (Bettinelli, VII) e nel 1756 a Torino (Fantino e Olzati, 111). Uscì di nuovo a Venezia l’anno 1762, nel t. IV dell’ed. Pasquali, e nel ’71 (Savioli, IX), nell’89 (Zatta, cl. 1. IV), nel ’94 (Garbo. IV); a Torino (Guibert e Orgeas, IV, ’72); e quindi a Livorno (Masi, I, ’88), a Lucca (Bonsignori, IV, ’88) e altrove nel Settecento. Nel 1843 uscì nel testo italiano anche a Monaco di Baviera, presso Giorgio Franz, e in questi giorni a Strasburgo, presso Heitz e Mündel. Oltre le due edd. scolastiche citate, basta ricordare nel 1902 quella di A. Padovan, in
Commedie scelte di C. G.
, Milano, Hoepli. – La presente edizione seguì principalmente il testo più curato del Pasquali, ma reca in nota a piè di pagina le varianti dell’ed. Paperini ecc. Le note segnate con lettera alfabetica appartengono al commediografo.
Notizia storica
Reindirizza a:
La locandiera/Nota storica
Personaggi
PERSONAGGI.
Il Cavaliere di RIPAFRATTA.
Il Marchese di FORLIPOPOLI.
Il Conte d’ALBAFIORITA
MIRANDOLINA, locandiera.
FABRIZIO, cameriere di locanda.
SERVITORE del Cavaliere.
SERVITORE del Conte.
La Scena si rappresenta in Firenze.
Nella locanda di Mirandolina.
Note
Le edizioni del Settecento stampano quasi sempre:
d’Alba Fiorita
Le parole che seguono, non si leggono nell’ed. Paperini.