Testo integrale in traduzione italiana riprodotto da una fonte digitale identificata. La consultazione mantiene l’attribuzione dell’autore, del traduttore e della fonte.
Traduzione italiana: Achille Giulio Danesi (1886).
Licenza della fonte: CC BY-SA 4.0.
E fino a quando voi sì molli, o giovani
Giacenti inerti, un forte core avrete?
E quando del vicin, che intorno v’abita,
Arrossirete?
Dormir sperate in seno a pace placida
Or che la guerra tutto il mondo guasta?
Siavi chi pugni e infino a morte impavido
Avventi l’asta.
Bello e fonte d’onor per la sua patria,
Pe’ figli della sua giovin consorte
Pugnar: quando le Parche il filo tronchino,
Verrà la morte.
Orsù, diritto alla battaglia corrasi
Levando con la man l’asta guerriera:
Lo scudo copra il forte cor, si mescoli
La pugna fiera.
Inver la morte, se mai fato impongala,
Ad impedire nessun uomo vale,
Nè pur s’egli discenda di purissimo
Sangue immortale.
Chi fugge pugna ovver di dardi sonito
Lui spesso in casa la sua Parca insegue,
Nè di popolo poscia il desiderio
Giammai lo segue.
Ma dal valente, se mai morte colgalo,
Vive la brama desta in ogni core.
Ai semidei, mentre ancor vive, è simile
Egli in onore.
Innanzi agli occhi lor, qual torre, il veggono:
Inver di molti i generosi gesti
Egli protrebbe oprar, pugnando intrepido,
Pur se sol resti.
Guida alla lettura
Il testo è il frammento più ampio che ci resta di Callino di Efeso, il più antico poeta elegiaco greco di cui si conservino versi, vissuto nel VII secolo a.C. Nelle edizioni moderne è indicato di solito come frammento 1 West. La sua città, Efeso, sulla costa dell’Asia Minore, attraversava allora un periodo di grave pericolo: le fonti antiche ricordano le invasioni dei Cimmeri, popolazione nomade proveniente dalle regioni a nord del Mar Nero, e i conflitti con le città vicine. È in questo clima che va letto il componimento, un appello ai giovani perché abbandonino l’inerzia e si preparino a combattere.
Che cosa dice il testo
Il carme si apre con una serie di domande incalzanti: fino a quando i giovani resteranno sdraiati, inerti, senza un cuore forte? Non si vergognano davanti ai vicini? Credono di vivere in pace mentre la guerra devasta ogni cosa? L’attacco è quello di un discorso pronunciato a voce, rivolto direttamente a un pubblico presente. Segue l’esortazione vera e propria: ciascuno deve scagliare la lancia fino all’ultimo respiro, perché è bello e onorevole combattere per la patria, per i figli e per la sposa.
Il cuore dell’argomentazione è una riflessione sulla morte. Nessun uomo, nemmeno se discende dagli dèi, può sfuggire al destino fissato dalle Moire, che la traduzione rende con il nome latino di Parche. Proprio perché la morte è inevitabile, fuggire non serve: chi si sottrae alla battaglia viene raggiunto dalla morte anche nella propria casa, e muore senza essere rimpianto. Chi invece cade combattendo è pianto da tutto il popolo e, da vivo, è onorato quasi come un semidio. L’ultima immagine lo paragona a una torre: i concittadini lo guardano come una difesa, capace da solo di compiere imprese degne di molti.
L’elegia arcaica
Nel mondo greco arcaico l’elegia era una forma poetica composta in distici elegiaci, coppie di versi formate da un esametro e da un pentametro, e veniva eseguita con l’accompagnamento dell’aulos, uno strumento a fiato. A differenza di quanto farà pensare il significato moderno della parola, l’elegia arcaica non era necessariamente lamentosa: trattava di politica, di guerra, di morale, di amore e di simposio. Callino e lo spartano Tirteo rappresentano la sua funzione più civile e parenetica, cioè esortativa: la poesia serviva a rafforzare i valori della comunità e a preparare i cittadini alla difesa della città. Il luogo di esecuzione era probabilmente il simposio o un’occasione pubblica, davanti a un uditorio che condivideva gli stessi valori.
Il confronto con l’epica
Il lessico e le immagini di Callino sono profondamente debitori dell’epica omerica. L’idea che la morte sia fissata dal destino e che nessuno possa evitarla, il valore della gloria conquistata in battaglia, la similitudine della torre ricordano da vicino i discorsi degli eroi dell’Iliade. C’è però una differenza importante. L’eroe omerico combatte soprattutto per la propria gloria personale; il guerriero di Callino combatte per la patria, per i figli e per la moglie, cioè per la comunità cittadina. È un segnale del passaggio dal mondo aristocratico dell’epica a quello della pólis, in cui il valore individuale conta in quanto contribuisce alla salvezza di tutti.
La traduzione di Danesi
La versione riprodotta è quella di Achille Giulio Danesi, pubblicata nel 1886 in una raccolta di traduzioni dei lirici greci. Danesi non riproduce il distico elegiaco, ma organizza il testo in strofe di quattro versi, tre più lunghi e un breve verso di chiusura, che ricordano la strofe saffica della tradizione italiana. La lingua è quella della poesia ottocentesca: forme come «core», «pugnar», «inver», le inversioni sintattiche, il lessico mitologico latinizzato. Chi legge il testo per studio deve tener conto di questa mediazione: la traduzione restituisce il senso e il tono esortativo dell’originale, ma non la sua forma metrica né la sua concisione.
Fortuna del tema
Il motivo della bella morte per la patria ha avuto una lunga storia. Tirteo lo sviluppa negli stessi anni a Sparta; Orazio, secoli dopo, lo condensa nel celebre verso delle Odi secondo cui è dolce e onorevole morire per la patria. La tradizione moderna lo ha ripreso e anche contestato: la poesia della Prima guerra mondiale ne ha mostrato il volto tragico, e il confronto tra Callino e i testi di trincea, per esempio quelli di Ungaretti, è un collegamento possibile per un percorso sul tema della guerra.
Per approfondire
- Scheda dell’opera: E fino a quando voi sì molli, o giovani.
- Biografia dell’autore: Callino.
- Per il confronto: Tirteo e Archiloco, che rovescia l’ideale guerriero con ironia.
Traduzione italiana: Achille Giulio Danesi (1886). Licenza: CC BY-SA 4.0.