Apri una mappa sul telefono per trovare un ristorante, e senza accorgertene compi un gesto geografico enorme: usi un sistema di satelliti per sapere dove sei, interroghi una banca dati che contiene milioni di luoghi, leggi una carta prodotta in parte da algoritmi e in parte da volontari, e lasci a tua volta una traccia della tua posizione. La geografia digitale studia proprio questo: come le tecnologie digitali hanno cambiato il modo in cui rappresentiamo, conosciamo e viviamo lo spazio. La public geography, l’altra metà del nome dell’esame, si chiede invece come la geografia possa uscire dall’università e parlare con il pubblico, i cittadini, le comunità.
Questi appunti coprono il programma tipico di un corso con questo titolo: le basi dei sistemi informativi geografici, i dati spaziali, il telerilevamento e il posizionamento satellitare, la cartografia del web, l’informazione geografica volontaria, la cartografia critica e le contromappe, la geografia delle piattaforme e dei dati, e infine la public geography e le sue pratiche. Ogni sezione si chiude con due domande d’orale e una risposta modello.
| Esame | Digital and Public Geography |
|---|---|
| Corsi di laurea | Digital Humanities, Geografia, Scienze del turismo e affini |
| Crediti | di solito 6 CFU |
| SSD | M-GGR/01 (Geografia) |
Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.
Come studiare per questo esame
L’esame ha una doppia natura. Da un lato è tecnico: devi sapere che cos’è un GIS, che differenza c’è fra dati raster e vettoriali, che cos’è un sistema di riferimento. Dall’altro è teorico e critico: devi saper discutere il potere delle mappe, il ruolo delle piattaforme, la partecipazione dei cittadini. I docenti apprezzano chi sa tenere insieme le due dimensioni: chi, parlando di OpenStreetMap, sa spiegare sia come sono fatti i dati sia che cosa significa che una carta del mondo sia costruita da volontari.
Il consiglio pratico è aprire davvero gli strumenti mentre studi. Installa QGIS, che è libero, e prova a caricare un file di confini comunali. Esplora OpenStreetMap e guarda come sono descritti gli oggetti del tuo quartiere. Bastano poche ore di prova per capire concetti che sulla pagina restano astratti.
Che cos’è la geografia digitale
Una definizione
La geografia digitale è un campo che studia i rapporti fra tecnologie digitali e spazio. In un articolo molto citato del 2018, pubblicato su Progress in Human Geography, James Ash, Rob Kitchin e Agnieszka Leszczynski hanno proposto di distinguere tre modi in cui la geografia incontra il digitale: la geografia prodotta attraverso il digitale, cioè con strumenti digitali come i GIS e le mappe online; la geografia prodotta dal digitale, cioè gli spazi e le esperienze che il digitale crea o trasforma, come le città piene di sensori; e la geografia del digitale, cioè lo studio delle infrastrutture e delle disuguaglianze digitali, come la distribuzione dei cavi e dei data center o il divario digitale fra territori.
Perché è importante
La geografia digitale non è solo una questione di strumenti. È un modo di capire che oggi lo spazio è attraversato da flussi di dati, che le nostre esperienze dei luoghi sono mediate da schermi e piattaforme, che chi controlla le mappe digitali ha un potere enorme su come vediamo il mondo. Per chi studia discipline umanistiche, è anche una porta d’ingresso alle digital humanities: molti progetti di ricerca usano oggi strumenti geografici per studiare testi, storie, archivi.
Cosa ti chiedono all’orale (geografia digitale)
Quali sono le tre dimensioni della geografia digitale secondo Ash, Kitchin e Leszczynski? Nel loro articolo del 2018 su Progress in Human Geography distinguono la geografia prodotta attraverso il digitale, cioè con strumenti come GIS e mappe online; la geografia prodotta dal digitale, cioè gli spazi e le esperienze trasformati dalle tecnologie; e la geografia del digitale, cioè lo studio delle infrastrutture e delle disuguaglianze digitali. La distinzione aiuta a capire che il digitale è insieme uno strumento, un fattore di trasformazione e un oggetto di studio.
Perché la geografia digitale interessa anche le digital humanities? Perché molti progetti umanistici usano strumenti geografici: mappare i luoghi di un romanzo, i viaggi di un autore, la diffusione di un manoscritto, le reti di corrispondenza di un intellettuale. Il GIS diventa uno strumento di analisi e di visualizzazione per testi e archivi. Questo approccio è spesso chiamato GIS storico o spatial humanities.
I sistemi informativi geografici
Che cos’è un GIS
Un sistema informativo geografico, in inglese Geographic Information System, è un insieme di software, dati, procedure e persone che permette di acquisire, archiviare, analizzare e rappresentare informazioni riferite a luoghi della superficie terrestre. La caratteristica distintiva di un GIS è che ogni dato è collegato a una posizione nello spazio, e che è possibile analizzare le relazioni spaziali fra dati diversi: che cosa si trova vicino a che cosa, che cosa si sovrappone, quali aree soddisfano certe condizioni.
Un po’ di storia
Un precedente molto citato è la carta del colera di Londra realizzata dal medico John Snow nel 1854. Snow segnò su una pianta del quartiere di Soho i casi di morte per colera e mostrò che si concentravano intorno a una pompa d’acqua di Broad Street, contribuendo all’ipotesi che la malattia si trasmettesse attraverso l’acqua. Non era un GIS, ovviamente, ma era già un’analisi spaziale: la sovrapposizione di due informazioni, i casi e le pompe, per rivelare una relazione.
Il primo vero GIS informatico si fa risalire agli anni Sessanta in Canada, con il Canada Geographic Information System sviluppato da Roger Tomlinson per l’inventario delle terre, ed è per questo che Tomlinson viene spesso chiamato il padre del GIS. Negli anni successivi la tecnologia si diffonde nelle università, nelle amministrazioni e nelle imprese; oggi esistono software commerciali molto diffusi e software liberi come QGIS, nato all’inizio degli anni Duemila.
Le operazioni fondamentali
Le operazioni di base di un GIS sono poche ma potenti. La sovrapposizione (overlay) di più strati informativi, per esempio i confini dei comuni e le aree a rischio alluvione, permette di capire quali comuni sono esposti. Il buffer crea un’area a una certa distanza da un oggetto, per esempio tutte le case entro cinquecento metri da una scuola. L’interrogazione permette di selezionare gli oggetti che soddisfano una condizione, come tutti i comuni con più di diecimila abitanti. L’analisi di rete calcola percorsi e distanze lungo strade o linee di trasporto. La rappresentazione, infine, trasforma i dati in carte tematiche.
Cosa ti chiedono all’orale (GIS)
Perché la carta di John Snow viene citata nella storia del GIS? Perché nel 1854 Snow segnò su una pianta di Soho i decessi per colera e mostrò che si concentravano intorno a una pompa d’acqua di Broad Street, sostenendo che la malattia si trasmettesse con l’acqua. Non era un GIS informatico, ma usava già la logica fondamentale dell’analisi spaziale: sovrapporre informazioni diverse sulla stessa carta per far emergere una relazione.
Che cos’è un buffer in un GIS? È un’operazione che crea un’area intorno a un oggetto, a una distanza stabilita. Per esempio, si può creare un buffer di cinquecento metri intorno a ogni scuola e poi contare quante abitazioni vi ricadono. È uno strumento molto usato in pianificazione e nell’analisi dell’accessibilità ai servizi.
I dati spaziali
Raster e vettoriale
I dati geografici si rappresentano in due modelli principali. Il modello vettoriale descrive gli oggetti come punti, linee e poligoni, definiti da coordinate: un punto per un pozzo o una scuola, una linea per una strada o un fiume, un poligono per un comune o un lago. A ogni oggetto sono associati attributi in una tabella: il nome, la popolazione, la data di costruzione. Il modello raster descrive invece lo spazio come una griglia di celle, o pixel, ciascuna con un valore: è il modello delle immagini satellitari e dei modelli digitali del terreno, in cui ogni cella indica, per esempio, una quota o un tipo di copertura del suolo.
La scelta fra i due modelli dipende dal fenomeno. Gli oggetti con confini netti, come edifici e strade, si rappresentano meglio in forma vettoriale. I fenomeni continui, come la temperatura o l’altitudine, si rappresentano meglio in forma raster.
I formati
Fra i formati più comuni per i dati vettoriali ci sono lo shapefile, introdotto dall’azienda Esri e diventato uno standard di fatto, e GeoJSON, un formato aperto basato su JSON, molto usato nel web e standardizzato nel 2016. Per i raster sono diffusi GeoTIFF e altri formati di immagine con informazioni geografiche. Conoscere i formati è importante perché lo scambio di dati fra programmi e progetti dipende da essi.
Sistemi di riferimento e proiezioni
Ogni dato geografico ha bisogno di un sistema di riferimento, che dice come le coordinate si collegano alla superficie della Terra. Il sistema più usato a livello mondiale, anche dal GPS, è il WGS84, che esprime le posizioni in latitudine e longitudine. Per rappresentare i dati su una carta piana serve poi una proiezione, e ogni proiezione deforma qualcosa: le aree, le forme, le distanze o gli angoli. Un errore frequente nei progetti alle prime armi è sovrapporre dati con sistemi di riferimento diversi senza convertirli, ottenendo strati che non coincidono.
Metadati e qualità
I dati geografici hanno valore solo se se ne conosce l’origine e la qualità. I metadati descrivono chi ha prodotto i dati, quando, con quale metodo, con quale precisione, con quale licenza. Nell’Unione europea la direttiva INSPIRE, del 2007, ha stabilito regole comuni per i dati geografici delle amministrazioni pubbliche, compresi i metadati, per renderli condivisibili fra paesi.
Cosa ti chiedono all’orale (dati)
Che differenza c’è fra dati raster e vettoriali? I dati vettoriali rappresentano gli oggetti come punti, linee e poligoni definiti da coordinate, con attributi associati in una tabella; sono adatti a oggetti con confini netti, come strade e comuni. I dati raster rappresentano lo spazio come una griglia di celle, ciascuna con un valore; sono adatti a fenomeni continui, come l’altitudine o la temperatura, e sono il formato delle immagini satellitari.
Che cos’è un sistema di riferimento e perché è importante? È il sistema che collega le coordinate di un dato a una posizione precisa sulla superficie terrestre. Il più usato a livello mondiale è il WGS84, quello del GPS. È importante perché dati con sistemi di riferimento diversi, se non vengono convertiti, non si sovrappongono correttamente. Ogni progetto GIS deve quindi dichiarare e uniformare i sistemi di riferimento dei suoi dati.
Telerilevamento e posizionamento
Il telerilevamento
Il telerilevamento è l’acquisizione di informazioni sulla superficie terrestre da lontano, soprattutto con sensori montati su satelliti o aerei. I sensori registrano la radiazione riflessa o emessa dalla superficie in diverse bande dello spettro, anche oltre il visibile, come l’infrarosso. Combinando le bande si possono distinguere vegetazione, acqua, aree urbane, suoli nudi, e seguirne i cambiamenti nel tempo.
Il programma statunitense Landsat, iniziato nel 1972, ha prodotto la più lunga serie continua di immagini satellitari della Terra, preziosa per studiare deforestazione, urbanizzazione, ghiacciai. In Europa il programma Copernicus, con i satelliti Sentinel, il primo dei quali è stato lanciato nel 2014, distribuisce dati liberamente accessibili. Per la geografia questo significa poter osservare il pianeta con continuità e a costo zero, un cambiamento enorme rispetto a pochi decenni fa.
Il posizionamento satellitare
Il GPS, sistema statunitense di posizionamento satellitare, è diventato pienamente operativo a metà degli anni Novanta. Accanto al GPS esistono altri sistemi, come il russo GLONASS e l’europeo Galileo; insieme si chiamano GNSS, sistemi globali di navigazione satellitare. Un ricevitore calcola la propria posizione misurando il tempo che impiegano i segnali di più satelliti a raggiungerlo. Oggi il posizionamento satellitare è in ogni telefono, ed è alla base della navigazione, dei servizi basati sulla posizione, della raccolta di dati sul campo.
Le conseguenze
La diffusione del posizionamento ha conseguenze che vanno oltre la tecnica. Ogni volta che usiamo un’applicazione con la posizione attiva, produciamo dati sui nostri spostamenti. Questi dati sono preziosi per le aziende, per la pianificazione dei trasporti, per la ricerca, ma sollevano problemi di privacy e di sorveglianza. È uno dei temi centrali della geografia critica del digitale.
Cosa ti chiedono all’orale (telerilevamento)
Che cos’è il telerilevamento e perché è utile alla geografia? È l’acquisizione di informazioni sulla superficie terrestre a distanza, soprattutto con sensori su satelliti, che registrano la radiazione in diverse bande dello spettro. Permette di distinguere tipi di superficie e di seguirne i cambiamenti nel tempo, per esempio la deforestazione o l’espansione urbana. Programmi come Landsat, dal 1972, e Copernicus, con i satelliti Sentinel dal 2014, rendono disponibili serie di immagini, in buona parte gratuite.
Quali problemi pone la diffusione del posizionamento satellitare? Oltre ai vantaggi pratici, la diffusione del posizionamento nei telefoni fa sì che ciascuno produca continuamente dati sui propri spostamenti. Questi dati sono usati da aziende e istituzioni e possono rivelare abitudini, luoghi frequentati, relazioni. Si pongono quindi problemi di privacy, di consenso e di sorveglianza, che la geografia digitale studia in modo critico.
La cartografia del web
Le mappe online
Nel 2005 Google lancia Google Maps e, nello stesso anno, Google Earth. Da quel momento la mappa digitale diventa un oggetto quotidiano per centinaia di milioni di persone. Le mappe online sono interattive, si possono ingrandire e spostare, si aggiornano continuamente, integrano informazioni su negozi, traffico, trasporti. Sono anche personalizzate: due persone che cercano la stessa cosa possono vedere risultati diversi.
Le mappe come piattaforme
Le mappe online non sono solo carte: sono piattaforme. Sopra la base cartografica si appoggiano servizi, pubblicità, recensioni, sistemi di prenotazione. Chi controlla la piattaforma decide che cosa è visibile e che cosa no, quali esercizi commerciali compaiono in evidenza, quali percorsi vengono suggeriti. Questo potere di visibilità ha effetti concreti sui luoghi: un ristorante che non compare sulla mappa rischia di non esistere per molti clienti; un’applicazione di navigazione che devia il traffico su strade secondarie può cambiare la vita di un quartiere.
Il web mapping
Accanto alle grandi piattaforme si è sviluppato il web mapping, cioè la possibilità per chiunque di creare e pubblicare carte online. Biblioteche software come Leaflet o OpenLayers permettono di costruire mappe interattive su un sito web. Molti progetti di ricerca, di giornalismo e di attivismo usano queste tecnologie per raccontare storie con le mappe, le cosiddette story maps.
Cosa ti chiedono all’orale (cartografia del web)
In che senso le mappe online sono piattaforme? Nel senso che non sono solo rappresentazioni dello spazio, ma infrastrutture su cui si appoggiano servizi commerciali, recensioni, pubblicità e prenotazioni. Chi le controlla decide che cosa diventa visibile, come vengono ordinati i risultati e quali percorsi vengono suggeriti. Questo potere di visibilità influisce concretamente sui luoghi, sul commercio e sulla mobilità.
Che cosa sono le story maps? Sono racconti costruiti combinando mappe interattive, testi, immagini e video, in cui la carta diventa il filo conduttore della narrazione. Sono usate nel giornalismo, nella ricerca, nella divulgazione museale e nell’attivismo. Permettono di comunicare a un pubblico ampio fenomeni geografici complessi, ed è per questo che si collegano anche alla public geography.
L’informazione geografica volontaria
Citizens as sensors
Nel 2007 il geografo Michael Goodchild pubblica un articolo dal titolo Citizens as sensors, in cui introduce l’espressione “informazione geografica volontaria” (Volunteered Geographic Information, VGI). Goodchild osserva che milioni di persone stanno producendo informazione geografica in modo volontario, attraverso il web: segnano luoghi, caricano fotografie geolocalizzate, disegnano strade. Ogni cittadino, con il suo telefono e la sua conoscenza locale, diventa una sorta di sensore. È un cambiamento radicale rispetto alla cartografia tradizionale, prodotta da istituzioni specializzate.
OpenStreetMap
L’esempio più importante di VGI è OpenStreetMap, un progetto nato nel 2004 nel Regno Unito per iniziativa di Steve Coast, con l’obiettivo di costruire una carta del mondo libera, modificabile da chiunque e distribuita con licenza aperta. I contributori aggiungono strade, edifici, negozi, sentieri, usando il GPS, le immagini aeree e la conoscenza diretta dei luoghi. Oggi OpenStreetMap è usato da moltissime applicazioni e da organizzazioni umanitarie.
La qualità e i limiti
L’informazione volontaria pone il problema della qualità. Gli studi hanno mostrato che in molte aree OpenStreetMap è molto preciso, a volte più delle carte ufficiali, ma che la copertura è disomogenea: le aree urbane e ricche sono mappate meglio di quelle rurali e povere. Inoltre chi contribuisce non rappresenta tutta la popolazione: la comunità dei contributori è stata a lungo composta in prevalenza da uomini, giovani, con buone competenze tecniche, e questo si riflette su che cosa viene mappato. Sono questioni che la geografia critica studia con attenzione.
La mappatura umanitaria
Un caso emblematico è quello del terremoto di Haiti del 2010. Nei giorni successivi al sisma, migliaia di volontari in tutto il mondo hanno mappato su OpenStreetMap strade, edifici e accampamenti a partire dalle immagini satellitari, fornendo ai soccorritori una carta aggiornata che prima non esisteva. Da esperienze come questa è nata la mappatura umanitaria, oggi organizzata da gruppi come lo Humanitarian OpenStreetMap Team.
Cosa ti chiedono all’orale (VGI)
Che cos’è la Volunteered Geographic Information? È l’informazione geografica prodotta volontariamente dai cittadini, attraverso il web e i dispositivi mobili. Il concetto è stato introdotto da Michael Goodchild nel 2007 nell’articolo Citizens as sensors, in cui osservava che ogni persona può contribuire come un sensore alla conoscenza dello spazio. L’esempio principale è OpenStreetMap. La VGI cambia chi produce le carte, ma pone problemi di qualità e di rappresentatività.
Quali limiti ha OpenStreetMap? La copertura è disomogenea: le aree urbane e ricche sono mappate meglio di quelle rurali e povere. Inoltre la comunità dei contributori non rappresenta l’intera popolazione, ed è stata a lungo composta soprattutto da uomini con competenze tecniche, il che influenza che cosa viene mappato e che cosa resta invisibile. Questi limiti non tolgono valore al progetto, ma vanno tenuti presenti quando se ne usano i dati.
La cartografia critica
Le mappe non sono neutre
Una delle idee centrali della geografia contemporanea è che le mappe non sono rappresentazioni neutre della realtà, ma costruzioni sociali che esprimono punti di vista e rapporti di potere. Il riferimento classico è il saggio dello storico della cartografia John Brian Harley, Deconstructing the Map, pubblicato nel 1989. Harley, ispirandosi a Foucault e a Derrida, sostiene che le carte vanno lette come testi: dietro la loro apparenza scientifica ci sono scelte su che cosa mostrare e che cosa omettere, su quali nomi usare, su quali confini tracciare, e queste scelte servono spesso gli interessi di chi produce la carta.
Mentire con le mappe
In modo più divulgativo, il geografo Mark Monmonier ha mostrato in How to Lie with Maps (1991) come ogni carta debba necessariamente semplificare, e come le scelte di semplificazione possano essere usate, anche in buona fede, per orientare l’interpretazione. La scelta della scala, delle classi in una carta tematica, dei colori, della proiezione può cambiare radicalmente il messaggio di una carta.
Il GIS critico
Negli anni Novanta il dibattito investe anche i GIS. Alcuni geografi critici accusano il GIS di essere uno strumento positivista, legato agli interessi militari e commerciali, incapace di rappresentare le esperienze e le conoscenze di chi non ha potere. Da questo dibattito nascono il GIS critico, che usa gli strumenti in modo riflessivo, e il GIS partecipativo, che coinvolge le comunità nella produzione delle carte.
Cosa ti chiedono all’orale (cartografia critica)
Che cosa sostiene Harley in Deconstructing the Map? Nel saggio del 1989 John Brian Harley sostiene che le carte non sono specchi neutri della realtà, ma testi che esprimono punti di vista e rapporti di potere. Ispirandosi a Foucault e Derrida, invita a leggere le carte criticamente, chiedendosi che cosa mostrano e che cosa omettono, quali nomi e confini scelgono, e a quali interessi rispondono. È il testo fondativo della cartografia critica.
Fai un esempio di come una carta tematica può orientare l’interpretazione. In una carta che rappresenta con i colori il reddito medio dei comuni, cambiare gli intervalli delle classi può far apparire una regione molto più o molto meno povera. Anche la scelta dei colori, per esempio il rosso per i valori bassi, suggerisce un giudizio. Mark Monmonier in How to Lie with Maps (1991) ha mostrato molti esempi di questo tipo.
Contromappe e GIS partecipativo
Il counter-mapping
Il termine counter-mapping, contromappatura, è stato proposto dalla studiosa Nancy Peluso nel 1995, in uno studio sulle comunità forestali del Kalimantan, in Indonesia, che producevano carte proprie dei loro territori per opporsi alle carte statali che ignoravano i loro diritti tradizionali. Una contromappa è una carta prodotta da un gruppo per rappresentare il proprio punto di vista, spesso in opposizione a una rappresentazione dominante. Le contromappe sono state usate da popolazioni indigene per rivendicare terre, da comitati di quartiere per opporsi a grandi opere, da movimenti sociali per rendere visibili fenomeni nascosti.
Il GIS partecipativo
Il GIS partecipativo, in inglese PPGIS (Public Participation GIS) o PGIS, indica l’uso di strumenti geografici per coinvolgere i cittadini nei processi decisionali. Un’amministrazione può chiedere agli abitanti di segnalare su una mappa online i luoghi che considerano pericolosi, quelli che amano, quelli che vorrebbero trasformare. Queste informazioni entrano poi nella pianificazione. Il rischio, noto nella letteratura, è che la partecipazione sia solo di facciata, o che coinvolga solo le persone più istruite e con accesso alle tecnologie.
La mappatura di comunità
Una forma diffusa è la mappatura di comunità, in cui un gruppo di abitanti costruisce insieme una carta del proprio territorio, con i luoghi significativi, i problemi, le risorse. Non conta solo il prodotto finale, ma il processo: discutere che cosa mappare e come significa discutere dell’identità e del futuro del luogo.
Cosa ti chiedono all’orale (contromappe)
Che cos’è il counter-mapping? È la produzione di carte da parte di gruppi che vogliono rappresentare il proprio punto di vista, spesso in opposizione a una cartografia ufficiale. Il termine è stato proposto da Nancy Peluso nel 1995, studiando le comunità forestali del Kalimantan, in Indonesia, che mappavano i propri territori per difendere i diritti tradizionali contro le carte statali. Oggi le contromappe sono usate da popolazioni indigene, comitati e movimenti sociali.
Quali rischi ha il GIS partecipativo? Il primo è che la partecipazione sia solo formale, senza un reale peso sulle decisioni. Il secondo è che partecipino soprattutto le persone più istruite e con accesso alle tecnologie, lasciando fuori i gruppi più deboli. Per ridurre questi rischi servono processi trasparenti, strumenti accessibili, anche non digitali, e un impegno reale a tenere conto dei risultati.
Dati, piattaforme e città
I big data geografici
Oggi enormi quantità di dati geografici sono prodotte automaticamente: i telefoni registrano le posizioni, le carte di pagamento registrano dove si spende, i sensori urbani misurano traffico e inquinamento, i social network contengono contenuti geolocalizzati. Questi big data offrono possibilità nuove per studiare la mobilità, i consumi, l’uso degli spazi. Ma pongono problemi di rappresentatività, perché non tutti usano gli stessi strumenti, e di privacy, perché i dati sulla posizione possono rivelare molto delle persone.
La smart city
Il concetto di smart city indica una città che usa tecnologie digitali e dati per gestire servizi, trasporti, energia, sicurezza. Le promesse sono efficienza, sostenibilità, partecipazione. Le critiche, sviluppate soprattutto da geografi come Rob Kitchin, riguardano il rischio di una governance tecnocratica, in cui le decisioni sono affidate ad algoritmi e aziende private, e di una sorveglianza diffusa. Per l’esame conviene conoscere entrambe le prospettive.
Il divario digitale
La geografia del digitale studia anche le disuguaglianze: non tutti i territori hanno lo stesso accesso a internet, alla banda larga, ai servizi digitali. In Italia, come in altri paesi, esiste un divario fra aree urbane e aree interne, e fra gruppi sociali. Il divario digitale ha conseguenze sull’economia, sull’istruzione, sulla partecipazione, e rende alcune parti del territorio meno visibili anche nelle carte digitali.
L’infrastruttura materiale
Infine, il digitale ha una geografia materiale spesso dimenticata. Internet passa per cavi sottomarini che collegano i continenti, per data center che consumano grandi quantità di energia e di acqua, per miniere da cui si estraggono i materiali dei dispositivi. Studiare questa geografia significa mostrare che il “cloud” non è affatto immateriale.
Cosa ti chiedono all’orale (dati e città)
Quali critiche si rivolgono al modello della smart city? Si osserva che può portare a una governance tecnocratica, in cui le decisioni urbane sono affidate ad algoritmi e a grandi aziende tecnologiche, con poca trasparenza e partecipazione. Si segnala anche il rischio di una sorveglianza diffusa, attraverso sensori e raccolta di dati personali. Geografi come Rob Kitchin hanno sviluppato queste critiche, pur riconoscendo le potenzialità dei dati per migliorare i servizi.
In che senso il digitale ha una geografia materiale? Nel senso che internet e i servizi digitali dipendono da infrastrutture fisiche: cavi sottomarini, data center, reti di antenne, e dalle miniere da cui si estraggono i materiali dei dispositivi. Queste infrastrutture hanno una localizzazione precisa, consumano energia e risorse e creano dipendenze fra territori. Studiarle mostra che il digitale non è immateriale.
GIS storico e spatial humanities
La svolta spaziale
Negli ultimi decenni molte discipline umanistiche hanno vissuto quella che viene chiamata la “svolta spaziale”: un’attenzione crescente allo spazio come dimensione essenziale dei fenomeni culturali, storici e letterari. In questo contesto il GIS è diventato uno strumento anche per storici, archeologi, studiosi di letteratura. Si parla di GIS storico, quando lo si usa per studiare il passato, e più in generale di spatial humanities.
Che cosa si può fare
Le applicazioni sono molte. Si possono georeferenziare carte storiche, cioè sovrapporre una pianta antica a una carta moderna, per vedere come è cambiata una città. Si possono mappare i dati di un censimento ottocentesco, per studiare la distribuzione della popolazione o dei mestieri. Si possono ricostruire i viaggi di un autore, le reti di corrispondenza di un intellettuale, la diffusione di una tipografia o di un manoscritto. In archeologia il GIS è ormai uno strumento di lavoro quotidiano, per gestire i dati degli scavi e analizzare la distribuzione dei siti.
La letteratura sulla mappa
Un campo particolarmente vivo è la cartografia letteraria: mappare i luoghi citati in un romanzo o in un corpus di testi, per studiare come la letteratura rappresenta lo spazio. Uno studioso molto citato in questo campo è Franco Moretti, che con l’Atlante del romanzo europeo 1800-1900 (1997) ha mostrato come le carte possano rivelare strutture nascoste della narrativa, per esempio la geografia ristretta del romanzo inglese di inizio Ottocento. Un esempio vicino alla tradizione italiana è la mappa dei luoghi della Commedia o dei Promessi sposi, che permette di discutere il rapporto fra geografia reale e geografia immaginata.
I problemi
Il GIS storico pone problemi specifici. I dati del passato sono incompleti, imprecisi, ambigui: un toponimo può indicare luoghi diversi, un confine può essere incerto, una fonte può essere di parte. Il GIS, con la sua precisione apparente, rischia di nascondere queste incertezze. Per questo i progetti migliori dichiarano esplicitamente il grado di affidabilità dei dati e usano forme di rappresentazione che mostrano l’incertezza.
Cosa ti chiedono all’orale (spatial humanities)
Che cos’è il GIS storico? È l’uso dei sistemi informativi geografici per studiare il passato: georeferenziare carte storiche, mappare dati di censimenti, ricostruire reti, viaggi, confini. Fa parte delle spatial humanities, cioè delle discipline umanistiche che hanno adottato una prospettiva spaziale. Il suo limite principale è che i dati storici sono incompleti e incerti, mentre il GIS tende a rappresentarli con una precisione apparente che va corretta dichiarando l’incertezza.
Fai un esempio di cartografia letteraria. Franco Moretti, nell’Atlante del romanzo europeo 1800-1900 del 1997, ha mappato i luoghi dei romanzi ottocenteschi e ha mostrato, per esempio, quanto fosse ristretta la geografia del romanzo inglese di inizio Ottocento. Un’attività simile si può fare con i luoghi dei Promessi sposi o della Commedia, per discutere il rapporto fra spazio reale e spazio narrativo.
Etica e privacy dei dati geografici
Il dato di posizione è un dato personale
I dati sulla posizione sono fra i più sensibili che esistano. Una serie di posizioni registrate nel tempo può rivelare dove una persona abita, dove lavora, quali luoghi frequenta, con chi si incontra, se va in un ospedale o in un luogo di culto. Diversi studi hanno mostrato che pochi punti di posizione sono spesso sufficienti per identificare una persona anche in un insieme di dati che si pretende anonimo. Nell’Unione europea il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), applicato dal 2018, considera i dati di localizzazione dati personali e ne regola il trattamento.
Questioni etiche nella ricerca
Chi fa ricerca con dati geografici deve porsi domande etiche precise. I dati sono stati raccolti con il consenso delle persone? Possono essere usati per scopi diversi da quelli per cui sono stati raccolti? La pubblicazione di una mappa può mettere in pericolo qualcuno, per esempio mostrando dove vivono persone vulnerabili o dove si trovano risorse da proteggere? Anche una mappa partecipativa può avere effetti indesiderati, se rende visibile ciò che una comunità preferiva tenere riservato.
Sorveglianza
Infine c’è il tema della sorveglianza. Le tecnologie geografiche sono nate in buona parte in ambito militare, e sono oggi usate anche da governi e aziende per controllare spostamenti e comportamenti. La geografia critica studia questi usi e si interroga sul ruolo dei geografi: produrre conoscenza utile senza contribuire a forme di controllo ingiuste.
Cosa ti chiedono all’orale (etica)
Perché i dati di posizione sono considerati particolarmente sensibili? Perché una serie di posizioni nel tempo rivela abitudini, luoghi di residenza e di lavoro, relazioni, frequentazioni di luoghi delicati come ospedali o luoghi di culto. Inoltre è difficile renderli davvero anonimi, perché pochi punti bastano spesso a identificare una persona. Nell’Unione europea il GDPR, applicato dal 2018, li tratta come dati personali.
Quali domande etiche deve porsi chi pubblica una mappa? Se i dati sono stati raccolti con il consenso delle persone, se vengono usati per gli scopi per cui sono stati raccolti, e se la pubblicazione può mettere in pericolo qualcuno o rendere visibili informazioni che una comunità vuole proteggere. Anche le mappe partecipative possono avere effetti indesiderati, ed è responsabilità di chi le pubblica valutarli.
Dati aperti e territorio
Che cosa sono i dati aperti
I dati aperti sono dati pubblicati con licenze che ne permettono il libero riuso, anche commerciale, e in formati leggibili dalle macchine. Per la geografia sono una risorsa essenziale, perché molti dati territoriali sono prodotti da enti pubblici: confini amministrativi, popolazione, uso del suolo, trasporti, servizi. In Italia esiste un catalogo nazionale dei dati aperti delle amministrazioni, dati.gov.it, e molte regioni e comuni hanno portali propri; l’Istat pubblica le basi territoriali e i dati del censimento.
Dati aperti e cittadinanza
I dati aperti hanno anche un valore civico: permettono ai cittadini, ai giornalisti, alle associazioni di controllare l’azione pubblica e di produrre analisi indipendenti. Un comitato di quartiere che usa i dati aperti per mostrare la carenza di servizi nella propria zona fa, a tutti gli effetti, public geography. Ma i dati aperti non bastano: servono anche competenze per usarli, ed è qui che l’università e la scuola possono avere un ruolo.
Cosa ti chiedono all’orale (dati aperti)
Che cosa sono i dati aperti e perché sono importanti per la geografia? Sono dati pubblicati con licenze che ne consentono il libero riuso e in formati leggibili dalle macchine. Per la geografia sono essenziali perché molti dati territoriali, come confini, popolazione, uso del suolo, trasporti, sono prodotti da enti pubblici. In Italia sono raccolti nel catalogo nazionale dati.gov.it e nei portali di regioni e comuni, oltre che nei dati dell’Istat.
Che rapporto c’è fra dati aperti e public geography? I dati aperti permettono a cittadini, giornalisti e associazioni di produrre analisi territoriali indipendenti e di partecipare al dibattito pubblico con argomenti fondati. Quando un comitato usa i dati per mostrare la carenza di servizi in un quartiere, sta facendo public geography. Perché questo accada servono però competenze, che la formazione deve diffondere.
La public geography
Che cos’è
La public geography è il campo che si interroga sul rapporto fra la geografia accademica e il pubblico. Il dibattito si è sviluppato soprattutto all’inizio degli anni Duemila, in parallelo con quello sulla public sociology lanciato dal sociologo Michael Burawoy nel 2004. L’idea di fondo è che la geografia non debba parlare solo agli specialisti, ma anche contribuire al dibattito pubblico, lavorare con le comunità, rendere comprensibili i problemi territoriali a un pubblico ampio.
Le forme
La public geography assume forme diverse. La divulgazione: libri, articoli, podcast, video che spiegano temi geografici al grande pubblico. L’intervento nel dibattito pubblico: geografi che commentano questioni come le migrazioni, i confini, il cambiamento climatico, la pianificazione urbana. La ricerca partecipativa: progetti costruiti insieme alle comunità, in cui gli abitanti non sono solo oggetto di studio ma co-ricercatori. L’attivismo: geografi impegnati in movimenti per la giustizia ambientale o il diritto alla città.
Il digitale come strumento
Il digitale ha dato alla public geography strumenti nuovi. Le story maps, i blog, i social media, le mappe interattive permettono di raggiungere un pubblico vasto. Progetti di mappatura partecipativa coinvolgono i cittadini nella produzione di conoscenza. Le piattaforme di dati aperti permettono a chiunque di esplorare informazioni sul proprio territorio. In questo senso digital geography e public geography si incontrano: il digitale è uno dei principali mezzi attraverso cui la geografia diventa pubblica.
Le tensioni
La public geography non è priva di tensioni. Parlare al pubblico richiede di semplificare, e la semplificazione può tradire la complessità dei fenomeni. Lavorare con le comunità richiede tempo e risorse che i sistemi di valutazione accademica non sempre riconoscono. E prendere posizione nel dibattito pubblico espone il ricercatore a critiche e pressioni. All’orale vale la pena riconoscere questi problemi, perché mostrano che hai capito il tema in profondità.
Cosa ti chiedono all’orale (public geography)
Che cos’è la public geography? È il campo che riflette sul rapporto fra geografia e pubblico e sulle pratiche con cui la geografia esce dall’università: divulgazione, partecipazione al dibattito pubblico, ricerca partecipativa con le comunità, attivismo. Il dibattito si è sviluppato all’inizio degli anni Duemila, in parallelo con quello sulla public sociology di Michael Burawoy. Il digitale, con mappe interattive e story maps, è uno dei suoi strumenti principali.
Quali tensioni attraversano la public geography? La semplificazione necessaria per parlare al pubblico, che rischia di tradire la complessità; il tempo e le risorse richiesti dalla ricerca partecipativa, non sempre riconosciuti dai sistemi di valutazione accademica; l’esposizione del ricercatore quando prende posizione nel dibattito pubblico. Riconoscere queste tensioni non indebolisce la public geography, ma aiuta a praticarla in modo consapevole.
Un progetto d’esame
Lo schema
Molti corsi con questo titolo chiedono un piccolo progetto: una mappa, una story map, un’analisi con dati aperti. Uno schema efficace parte da una domanda chiara (dove si trovano le biblioteche della mia città e chi ne resta lontano?), individua i dati disponibili (posizione delle biblioteche da OpenStreetMap o dal sito del comune, popolazione per sezione di censimento dall’Istat), sceglie le operazioni (buffer di distanza, sovrapposizione con la popolazione), produce una carta e la commenta, discutendo i limiti dei dati.
Il commento critico
La parte più importante del progetto è spesso il commento. Non basta mostrare la carta: bisogna spiegare le scelte fatte, il sistema di riferimento, le classi, i colori, e riconoscere che cosa la carta non mostra. Un progetto che dichiara i propri limiti è più convincente di uno che li nasconde, ed è coerente con la prospettiva della cartografia critica che il corso ti ha insegnato.
Cosa ti chiedono all’orale (progetto)
Come imposteresti un piccolo progetto GIS su un tema urbano? Partirei da una domanda precisa, per esempio quali quartieri sono lontani da una biblioteca. Raccoglierei i dati: le biblioteche da OpenStreetMap o dal comune, la popolazione per sezione di censimento dall’Istat. Uniformerei i sistemi di riferimento, creerei un buffer di distanza intorno alle biblioteche e lo sovrapporrei alla popolazione. Produrrei una carta e la commenterei, discutendo anche i limiti dei dati e delle scelte di rappresentazione.
Perché il commento critico è importante in un progetto cartografico? Perché una carta, da sola, sembra una rappresentazione oggettiva, mentre è il risultato di molte scelte: dati, classi, colori, scala, proiezione. Il commento rende visibili queste scelte e i limiti dei dati, e permette al lettore di interpretare correttamente la carta. È l’applicazione pratica della cartografia critica.
Fonti e approfondimenti
Studi
- James Ash, Rob Kitchin, Agnieszka Leszczynski, “Digital turn, digital geographies?”, Progress in Human Geography, 2018.
- Michael F. Goodchild, “Citizens as sensors: the world of volunteered geography”, GeoJournal, 2007.
- J. Brian Harley, “Deconstructing the Map”, Cartographica, 1989.
- Mark Monmonier, How to Lie with Maps, University of Chicago Press, 1991.
- Nancy Lee Peluso, “Whose Woods Are These? Counter-Mapping Forest Territories in Kalimantan, Indonesia”, Antipode, 1995.
Strumenti e dati
- QGIS, software GIS libero.
- OpenStreetMap.
- Programma europeo Copernicus.
- Direttiva 2007/2/CE (INSPIRE).
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