Esame di Bisanzio e l’Europa moderna: appunti di studio

Appunti su Bisanzio e l’Europa moderna: 1453, dotti greci in Italia, Bessarione, diritto giustinianeo, Gibbon, Terza Roma. Con domande d’orale.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Nessun abitante di Costantinopoli si è mai definito “bizantino”. Si chiamavano Rhomaioi, Romani, e il loro Stato era per loro l’impero romano, senza aggettivi. Il nome “Bisanzio” lo ha dato l’Europa moderna, nel Cinquecento, quando l’impero non esisteva più. È da questo piccolo paradosso che conviene partire: un corso su Bisanzio e l’Europa moderna studia una civiltà, ma anche lo specchio, a volte deformante, in cui l’Occidente l’ha guardata.

L’esame si trova di solito al terzo anno delle triennali umanistiche, con 6 crediti. Il programma alterna una sintesi di storia bizantina, dalla fondazione di Costantinopoli al 1453, e un’ampia parte sulla trasmissione della cultura bizantina all’Europa e sulle immagini di Bisanzio dal Rinascimento al Novecento. L’orale verte su entrambe.

Esame Bisanzio e l’Europa moderna
Corsi di laurea Lettere (L-10), Storia e lauree umanistiche affini
Crediti di solito 6 CFU
Ambito storia e civiltà bizantina, ricezione moderna
Prova orale

Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.

Come usare questi appunti

La prima metà degli appunti ti dà il quadro storico, perché non si può parlare di ricezione senza sapere che cosa viene ricevuto. La seconda metà segue i canali attraverso cui Bisanzio è arrivata all’Europa moderna: il diritto, i manoscritti e i dotti, la Chiesa ortodossa e la Russia, la storiografia, l’immaginario letterario e artistico.

Tieni a portata di mano una carta dell’impero in tre momenti: sotto Giustiniano (metà del VI secolo), dopo le conquiste arabe (VIII secolo), e nell’ultima fase dei Paleologi. La geografia di Bisanzio cambia così tanto che senza le carte i nomi non dicono nulla. E abituati fin da subito a chiederti, davanti a ogni giudizio su Bisanzio che incontri, chi lo pronuncia, quando e con quale interesse: è la domanda che regge tutto il corso.

Il quadro storico: da Costantino al 1453

La fondazione e la periodizzazione

Costantino inaugura Costantinopoli nel 330 sul sito dell’antica colonia greca di Byzantion, sul Bosforo. Da qui il nome che i moderni hanno dato all’impero. Le periodizzazioni variano, ma una scansione condivisa distingue: un periodo protobizantino (IV-VII secolo), ancora tardoantico, latino nell’amministrazione e mediterraneo; un periodo mesobizantino (VII-XII secolo), segnato dalle invasioni arabe, dall’iconoclasmo, dalla rinascita macedone e dai Comneni; un periodo tardobizantino (XIII-XV secolo), dalla quarta crociata alla caduta.

Giustiniano

Giustiniano (527-565) è l’imperatore che l’Europa moderna ha più ricordato, per due motivi. Il primo è la riconquista dell’Occidente: Africa vandalica, Italia ostrogota dopo la lunga guerra gotica (535-553), parte della Spagna. Il secondo è la codificazione del diritto, di cui parliamo più avanti. Sotto di lui viene ricostruita Santa Sofia, consacrata nel 537, opera degli architetti Antemio di Tralle e Isidoro di Mileto. Il suo storico è Procopio di Cesarea, autore delle Guerre, degli Edifici e della Storia segreta, un violento pamphlet contro Giustiniano e Teodora, riscoperto e pubblicato solo nel Seicento.

Le crisi del VII secolo e l’iconoclasmo

Nel VII secolo l’impero perde Egitto, Siria e Palestina con l’espansione araba, e subisce gli assedi di Costantinopoli. Si trasforma profondamente: il greco sostituisce definitivamente il latino, l’amministrazione si riorganizza nei “temi”, circoscrizioni militari e civili.

L’iconoclasmo è la grande controversia sulle immagini sacre. Una prima fase va dal 730 circa, sotto Leone III (il suo inizio è discusso dagli storici), al concilio di Nicea II del 787, che restaura il culto delle icone. Una seconda fase va dall’815 all’843, quando l’imperatrice Teodora restaura definitivamente le immagini: la festa ortodossa che ricorda l’evento è il “Trionfo dell’Ortodossia”. La teologia dell’icona, sviluppata soprattutto da Giovanni Damasceno e da Teodoro Studita, distingue la venerazione dovuta all’immagine dall’adorazione dovuta solo a Dio, e fonda l’immagine sull’incarnazione: poiché Dio si è fatto visibile in Cristo, può essere rappresentato. Leslie Brubaker e John Haldon hanno ridimensionato negli ultimi decenni l’immagine tradizionale dell’iconoclasmo, mostrando quanto le fonti siano state costruite dai vincitori iconoduli.

Macedoni, Comneni e lo scisma

Con la dinastia macedone (867-1056) l’impero vive una fase di espansione e di rinascita culturale. Il patriarca Fozio compila la Biblioteca, un repertorio di riassunti di libri letti, preziosissimo perché conserva notizie di opere perdute. Costantino VII Porfirogenito promuove enciclopedie e trattati, come il De cerimoniis. Basilio II (976-1025) sottomette la Bulgaria.

Il 1054 è la data convenzionale dello scisma fra Roma e Costantinopoli, con le scomuniche reciproche fra il legato papale Umberto di Silva Candida e il patriarca Michele Cerulario. In realtà la separazione fu un processo lungo, e le scomuniche riguardavano le persone, non le Chiese: sono state revocate da Paolo VI e dal patriarca Atenagora nel 1965.

I Comneni, da Alessio I (1081-1118), affrontano i Normanni, i Turchi Selgiuchidi e l’arrivo dei crociati. La figlia di Alessio, Anna Comnena, scrive l’Alessiade, una storia del regno paterno che è anche uno dei primi testi storici scritti da una donna.

La quarta crociata e i Paleologi

Nel 1204 i crociati della quarta crociata, deviata verso Costantinopoli anche per gli interessi di Venezia, conquistano e saccheggiano la città. Nasce un impero latino, mentre i Bizantini si riorganizzano in stati minori, fra cui l’impero di Nicea. Nel 1261 Michele VIII Paleologo riconquista Costantinopoli. I quattro cavalli di bronzo della basilica di San Marco a Venezia vennero portati via in quell’occasione: sono il simbolo materiale del 1204.

L’ultimo impero è piccolo e povero, ma culturalmente vivissimo: è l’età della cosiddetta “rinascita paleologa”, con le grandi decorazioni della chiesa di Chora (Kariye Camii) e con dotti come Teodoro Metochite. Il 29 maggio 1453 Costantinopoli cade sotto gli Ottomani di Maometto II. L’ultimo imperatore, Costantino XI, muore combattendo. Mistrà cade nel 1460 e Trebisonda nel 1461.

Cosa ti chiedono all’orale (quadro storico)

Che cosa fu l’iconoclasmo? Fu la controversia sulla legittimità delle immagini sacre che divise l’impero in due fasi: dal 730 circa al concilio di Nicea II (787), e dall’815 all’843, quando Teodora restaurò definitivamente il culto. I difensori delle icone, come Giovanni Damasceno e Teodoro Studita, fondarono l’immagine sull’incarnazione e distinsero venerazione e adorazione. Studi recenti, come quelli di Brubaker e Haldon, hanno mostrato quanto le fonti siano di parte. La teologia dell’icona è uno dei lasciti più duraturi di Bisanzio.

Perché il 1204 è una data cruciale? Perché i crociati della quarta crociata, deviata su Costantinopoli, presero e saccheggiarono la città e fondarono un impero latino. L’impero bizantino si frammentò e fu ricostituito solo nel 1261 da Michele VIII Paleologo, ma non recuperò più la sua forza. Il saccheggio approfondì la frattura fra Oriente e Occidente. Molti tesori finirono in Occidente, come i cavalli di San Marco a Venezia.

Il diritto: dal Corpus iuris all’Europa

La codificazione di Giustiniano

Il lascito bizantino più profondo nella vita dell’Europa moderna non è un’opera d’arte, ma un libro di leggi. Fra il 528 e il 534 Giustiniano, con una commissione presieduta dal giurista Triboniano, fa raccogliere e ordinare il diritto romano. Ne risultano tre opere: il Codice, con le costituzioni imperiali (una prima edizione del 529, poi la seconda del 534, l’unica pervenuta); il Digesto o Pandette (533), un’enorme antologia di passi dei giuristi classici; le Istituzioni (533), un manuale per gli studenti. A queste si aggiungono le Novelle, le leggi successive, in gran parte in greco. Il nome complessivo, Corpus iuris civilis, è moderno: risale a un’edizione cinquecentesca di Dionigi Gotofredo.

Bologna e la rinascita del diritto romano

In Occidente il Digesto era quasi scomparso. Ricompare nell’XI secolo, e a Bologna, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII, il maestro Irnerio comincia a spiegarlo con brevi annotazioni, le glosse. Nasce la scuola dei glossatori, il cui lavoro culmina nella Glossa ordinaria di Accursio, a metà del Duecento. Seguono i commentatori, come Bartolo da Sassoferrato nel Trecento. Il diritto romano giustinianeo diventa così la base del diritto comune europeo, che resterà in vigore fino alle codificazioni moderne, e ancora oggi i codici civili di molti paesi ne conservano la struttura.

Il Digesto pisano-fiorentino

Il manoscritto più importante del Digesto è il cosiddetto codice pisano o fiorentino, scritto con ogni probabilità in Oriente nel VI secolo, a breve distanza dalla compilazione. Era a Pisa nel Medioevo e fu portato a Firenze nel 1406, dopo la conquista fiorentina della città; oggi è alla Biblioteca Medicea Laurenziana. Gli umanisti, a cominciare da Poliziano, lo studiarono come testimone di eccezionale autorità. È un esempio perfetto di come un oggetto bizantino abbia attraversato la storia europea.

Cosa ti chiedono all’orale (diritto)

Quali opere compongono la compilazione giustinianea? Il Codice, che raccoglie le costituzioni imperiali, nella seconda edizione del 534; il Digesto o Pandette, antologia di passi dei giuristi classici, promulgato nel 533; le Istituzioni, manuale didattico, anch’esse del 533; e le Novelle, leggi successive. La commissione fu diretta da Triboniano. Il nome Corpus iuris civilis è un’invenzione dell’età moderna.

Come il diritto giustinianeo arriva all’Europa moderna? Attraverso la riscoperta del Digesto nell’XI secolo e lo studio della scuola di Bologna, a partire da Irnerio. Glossatori e commentatori, da Accursio a Bartolo, ne fanno la base del diritto comune europeo. Gli umanisti tornano ai manoscritti antichi, come il codice fiorentino del Digesto. La sua struttura sopravvive nei codici civili moderni.

I dotti greci in Italia e l’Umanesimo

Crisolora a Firenze

Petrarca possedeva un manoscritto di Omero, ricevuto in dono dal bizantino Nicola Sigero, e non sapeva leggerlo. Nella lettera di ringraziamento (Familiares XVIII 2) scrive che senza la voce dell’amico il suo Omero è muto per lui, anzi è lui a essere sordo per Omero. Il Trecento italiano desiderava il greco ma non aveva i maestri. La svolta arriva nel 1397, quando il dotto bizantino Manuele Crisolora viene chiamato a insegnare greco a Firenze, su iniziativa di Coluccio Salutati. Il suo insegnamento dura pochi anni ma forma una generazione: Leonardo Bruni, Guarino Veronese, Palla Strozzi, Pier Paolo Vergerio. Crisolora scrive anche una grammatica, gli Erotemata, che diventerà il manuale di greco più diffuso del primo Umanesimo.

Il concilio di Ferrara-Firenze

Nel 1438-1439 il concilio di Ferrara, poi trasferito a Firenze, tenta l’unione delle Chiese. L’imperatore Giovanni VIII Paleologo e il patriarca Giuseppe II vengono in Italia con una grande delegazione. Il decreto di unione, Laetentur caeli, viene firmato nel luglio 1439, ma a Costantinopoli sarà respinto dalla maggioranza del clero e del popolo. Politicamente l’unione fallisce; culturalmente il concilio è un evento enorme, perché porta in Italia per mesi i più grandi intellettuali bizantini.

Fra di loro c’è Giorgio Gemisto Pletone, filosofo platonico di Mistrà, le cui conferenze fiorentine sulla differenza fra Platone e Aristotele hanno avuto grande eco. Secondo un racconto di Marsilio Ficino, dall’incontro con Pletone Cosimo de’ Medici avrebbe tratto l’idea di una nuova accademia platonica. Il valore storico di questo racconto è discusso, ma è sicuro che la rinascita del platonismo a Firenze, con le traduzioni di Ficino, si inserisce in questo clima.

Bessarione

Il personaggio chiave è Basilio Bessarione, metropolita di Nicea, che al concilio sostiene l’unione, resta in Italia e diventa cardinale della Chiesa romana. La sua casa a Roma è un centro di studio greco. Nel 1468 dona la sua straordinaria biblioteca di manoscritti greci e latini alla Repubblica di Venezia, a condizione che sia aperta agli studiosi: è il nucleo della Biblioteca Nazionale Marciana. Bessarione scrive anche, contro l’aristotelico Giorgio di Trebisonda, una difesa di Platone, l’In calumniatorem Platonis.

La stampa: Aldo Manuzio

Dopo il 1453 molti esuli greci arrivano in Italia, e Venezia diventa il centro della stampa greca. Aldo Manuzio, attivo a Venezia dagli anni Novanta del Quattrocento, pubblica le prime edizioni a stampa di gran parte dei classici greci, Aristotele, Aristofane, Tucidide, Sofocle, Platone, con la collaborazione di dotti greci come Marco Musuro. Giano Lascaris, un altro esule, lavora per i Medici e per il re di Francia, procurando manoscritti dall’Oriente. Senza questi uomini la filologia classica, così come la conosciamo, non esisterebbe.

Cosa ti chiedono all’orale (dotti greci)

Perché Manuele Crisolora è importante? Perché nel 1397 inizia a insegnare greco a Firenze, chiamato su iniziativa di Coluccio Salutati, e forma la prima generazione di umanisti grecisti, fra cui Leonardo Bruni e Guarino Veronese. La sua grammatica, gli Erotemata, diventa il manuale più usato. Con lui l’Umanesimo italiano passa dal desiderio del greco al suo possesso. È il primo grande canale diretto fra Bisanzio e la cultura italiana.

Qual è il ruolo di Bessarione? Metropolita di Nicea, partecipa al concilio di Ferrara-Firenze (1438-1439) come sostenitore dell’unione delle Chiese e poi diventa cardinale. Raccoglie una grande biblioteca di manoscritti greci, che nel 1468 dona a Venezia, dando origine alla Biblioteca Marciana. Difende Platone contro Giorgio di Trebisonda. È il simbolo del passaggio della cultura bizantina all’Occidente.

Dopo il 1453: Bisanzio dopo Bisanzio

La Terza Roma

Con la caduta di Costantinopoli, il mondo ortodosso perde il suo centro politico. Il principato di Mosca, sempre più potente, si presenta come erede. Ivan III sposa nel 1472 Zoe (Sofia) Paleologa, nipote dell’ultimo imperatore, e adotta l’aquila bicipite. All’inizio del Cinquecento il monaco Filofej di Pskov formula in alcune lettere l’idea di Mosca come “Terza Roma”: la prima Roma è caduta nell’eresia, la seconda, Costantinopoli, nelle mani degli infedeli; la terza è Mosca, e una quarta non ci sarà. Il titolo di zar, da Ivan IV in poi, si richiama sia a Cesare sia al basileus bizantino.

È un tema da maneggiare con equilibrio. Gli storici discutono quanto questa ideologia abbia davvero orientato la politica russa, e quanto sia stata enfatizzata a posteriori, soprattutto nell’Ottocento.

Byzance après Byzance

Lo storico romeno Nicolae Iorga pubblicò nel 1935 un libro intitolato Byzance après Byzance. La sua tesi è che le forme della civiltà bizantina siano sopravvissute alla caduta dell’impero nei principati danubiani di Valacchia e Moldavia, nel patriarcato di Costantinopoli sotto il dominio ottomano, nelle grandi famiglie greche del Fanar. L’espressione è diventata proverbiale. Accanto a Iorga ricorda Dimitri Obolensky, che in The Byzantine Commonwealth (1971) ha descritto l’area culturale bizantina dell’Europa orientale (Bulgaria, Serbia, Rus’) come un “commonwealth” unito dalla fede, dalla liturgia e dall’eredità culturale di Bisanzio.

Creta e Venezia

Un’altra continuità passa per Venezia, che domina Creta fino alla guerra di Candia (la città cade nel 1669). Nella Creta veneziana fiorisce una pittura di icone che unisce tradizione bizantina e influssi italiani. Da questo ambiente viene Domenikos Theotokopoulos, nato a Candia, che si formò come pittore di icone prima di passare a Venezia, a Roma e infine a Toledo, dove divenne El Greco.

Cosa ti chiedono all’orale (eredità orientale)

Che cos’è l’idea di Mosca come Terza Roma? È la formula attribuita al monaco Filofej di Pskov, all’inizio del XVI secolo: Roma è caduta nell’eresia, Costantinopoli in mano ai Turchi, Mosca è la terza Roma e non ce ne sarà una quarta. Si collega al matrimonio di Ivan III con Sofia Paleologa (1472) e all’adozione dei simboli bizantini. Il peso reale di questa ideologia nella politica russa è discusso dagli storici. Fu comunque rivalutata nell’Ottocento e nel Novecento.

Che cosa intende Iorga con “Bisanzio dopo Bisanzio”? Nel libro del 1935 Iorga sostiene che istituzioni, cultura e forme di potere bizantine siano sopravvissute alla caduta del 1453 nei principati romeni, nel patriarcato ecumenico e nell’élite greca fanariota. Bisanzio non sarebbe finita, ma continuata sotto altre forme. Obolensky ha poi sviluppato un’idea vicina con il concetto di “commonwealth bizantino”.

Come l’Europa ha inventato “Bisanzio”

Hieronymus Wolf e il nome

Il termine “bizantino” per indicare l’impero e la sua storia si diffonde dopo la metà del Cinquecento. Un ruolo decisivo lo ha l’umanista tedesco Hieronymus Wolf, che nel 1557 pubblica un’edizione di storici greci medievali che contribuisce a imporre l’espressione “storia bizantina”. La scelta non è neutra: separa la storia di Costantinopoli dalla storia di Roma, riservando il nome “romano” all’Occidente latino e al Sacro romano impero.

Il Seicento francese

Il primo grande momento della bizantinistica è francese. Sotto Luigi XIV, la monarchia promuove una grande collezione di storici bizantini, il cosiddetto “Corpus parigino” o Byzantine du Louvre, a partire dal 1648. Il re di Francia si vedeva come erede ideale degli imperatori cristiani. Il grande nome è Charles du Fresne, sieur du Cange, che pubblica nel 1688 il Glossarium ad scriptores mediae et infimae Graecitatis, un dizionario del greco medievale ancora in uso, dopo aver pubblicato nel 1678 quello del latino medievale.

L’Illuminismo e Gibbon

Nel Settecento il giudizio cambia segno. Per gli illuministi Bisanzio è l’esempio di uno Stato in cui la superstizione religiosa e il dispotismo hanno soffocato la ragione. Montesquieu, nelle Considerazioni sulle cause della grandezza dei Romani e della loro decadenza (1734), dedica a Bisanzio pagine durissime. Voltaire non è più tenero, e ne fa un catalogo di dispute teologiche e intrighi di corte.

Il culmine è Edward Gibbon, con The History of the Decline and Fall of the Roman Empire, pubblicata fra il 1776 e il 1788. Gibbon racconta la storia fino al 1453 e considera Bisanzio come il lungo epilogo della decadenza di Roma, causata in gran parte, secondo lui, dal trionfo del cristianesimo e della “barbarie”. È un capolavoro di prosa, e l’immagine di Bisanzio che consegna, immobile, intrigante, decadente, ha pesato per più di un secolo.

Il “bizantinismo”

Da qui nasce l’uso moderno dell’aggettivo “bizantino” per indicare qualcosa di eccessivamente complicato, sottile, formalista. In Italia, alla fine dell’Ottocento, “bizantinismo” diventa anche la parola per la letteratura raffinata e decadente dell’ambiente romano, legata al periodico Cronaca bizantina di Angelo Sommaruga, al quale collaborò il giovane d’Annunzio. È un esempio di come un’immagine storica diventi categoria estetica.

Cosa ti chiedono all’orale (immagini di Bisanzio)

Come giudicano Bisanzio gli illuministi? In modo molto negativo. Montesquieu, nelle Considerazioni (1734), e Voltaire vedono in Bisanzio un esempio di dispotismo e superstizione. Gibbon, nella Storia della decadenza e caduta dell’impero romano (1776-1788), la presenta come un millennio di declino, attribuito anche al cristianesimo. Questa immagine ha condizionato la percezione europea fino al Novecento e ha prodotto il senso negativo dell’aggettivo “bizantino”.

Chi è du Cange e perché è importante? Charles du Fresne du Cange è un erudito francese del Seicento, autore dei grandi glossari del latino medievale (1678) e del greco medievale (1688), ancora strumenti di lavoro. Fa parte della stagione di studi promossa dalla monarchia francese, con il “Corpus parigino” degli storici bizantini iniziato nel 1648. Con lui la bizantinistica nasce come scienza erudita.

La bizantinistica scientifica e la riscoperta

Bonn e Monaco

Nell’Ottocento la Germania prende il posto della Francia. Fra il 1828 e il 1897 esce a Bonn il Corpus scriptorum historiae Byzantinae, una nuova raccolta di storici. Ma la disciplina nasce davvero con Karl Krumbacher, che pubblica nel 1891 la Geschichte der byzantinischen Literatur (seconda edizione 1897), fonda nel 1892 la Byzantinische Zeitschrift e ottiene a Monaco la prima cattedra di filologia bizantina.

Il Novecento

Nel Novecento la storia bizantina diventa una disciplina con manuali di riferimento. Georg Ostrogorsky, storico di origine russa attivo a Belgrado, pubblica la Geschichte des byzantinischen Staates (1940, poi con varie edizioni aggiornate), tradotta in italiano come Storia dell’impero bizantino presso Einaudi. In Francia, Charles Diehl scrive le Figures byzantines, ritratti vividi di imperatrici e personaggi, che hanno contribuito a rendere Bisanzio popolare presso un pubblico colto. Più tardi, gli studi di Alexander Kazhdan, autore con altri dell’Oxford Dictionary of Byzantium (1991), spostano l’attenzione sulla società e sulla mentalità.

In Italia la tradizione degli studi bizantini annovera, fra gli altri, Agostino Pertusi, che scrisse anche sulla caduta di Costantinopoli e sulle testimonianze contemporanee.

L’arte e il gusto

La riscoperta dell’arte bizantina è un capitolo a sé. Per secoli, a partire da Vasari, la “maniera greca” era stata il modello negativo, superato da Giotto. Fra Otto e Novecento, invece, i mosaici di Ravenna e di Venezia affascinano artisti e scrittori. Gustav Klimt visita Ravenna nel 1903, e i fondi d’oro del suo “periodo aureo” ne risentono. William Butler Yeats scrive Sailing to Byzantium (1928), dove Bisanzio diventa la città dell’arte eterna, sottratta al tempo e alla carne. Il poeta greco Konstantinos Kavafis, ad Alessandria, scrive poesie su personaggi bizantini e sull’ellenismo.

Cosa ti chiedono all’orale (bizantinistica)

Chi è Karl Krumbacher? È il fondatore della bizantinistica come disciplina universitaria. Pubblica nel 1891 la Storia della letteratura bizantina, ripubblicata ampliata nel 1897, fonda nel 1892 la Byzantinische Zeitschrift e tiene a Monaco la prima cattedra di filologia bizantina. Con lui Bisanzio diventa oggetto di studio storico-filologico sistematico.

Come cambia la percezione dell’arte bizantina tra Otto e Novecento? Per secoli, da Vasari in poi, la “maniera greca” era stata vista come arte rigida da superare. Fra Otto e Novecento i mosaici di Ravenna e Venezia vengono riscoperti come espressione di spiritualità e di bellezza astratta. Klimt li vede a Ravenna nel 1903, Yeats fa di Bisanzio la città dell’arte eterna in Sailing to Byzantium (1928). Bisanzio diventa un’immagine della modernità stessa.

L’Italia bizantina

Ravenna

Non si capisce il rapporto fra Bisanzio e l’Europa senza l’Italia, che fu in parte bizantina per secoli. Ravenna, dopo la guerra gotica, diventa sede dell’esarca, il governatore imperiale, fino alla conquista longobarda del 751. I mosaici di San Vitale, consacrata nel 547, con i pannelli di Giustiniano e Teodora con i loro seguiti, sono l’immagine più famosa del potere bizantino in Occidente. Sant’Apollinare in Classe e Sant’Apollinare Nuovo completano il quadro.

Il Sud e Venezia

Nel Sud, la presenza bizantina dura più a lungo: in Puglia, Calabria e Basilicata fino alla conquista normanna, con Bari che cade nel 1071. La Calabria e la Sicilia hanno a lungo comunità di lingua greca e un monachesimo di rito greco, quello cosiddetto “basiliano”. Nella Sicilia normanna i re fanno decorare a mosaico da maestranze bizantine la Cappella Palatina di Palermo, la Martorana e il duomo di Monreale, e il duomo di Cefalù.

Venezia, infine, nasce come avamposto bizantino in laguna e per secoli resta formalmente legata a Costantinopoli. La basilica di San Marco, nella forma dell’XI secolo, è modellata su una chiesa di Costantinopoli oggi scomparsa, quella dei Santi Apostoli. Il rapporto si capovolge nel 1204, quando Venezia è protagonista della quarta crociata.

Grottaferrata e il monachesimo greco

C’è un luogo, a pochi chilometri da Roma, dove questa storia non si è mai interrotta. L’abbazia di Santa Maria di Grottaferrata, sui Colli Albani, fu fondata nel 1004 da san Nilo da Rossano, un monaco calabrese di lingua greca. Ancora oggi vi si celebra la liturgia in rito bizantino, e il monastero ha conservato per secoli una biblioteca e uno scriptorium greci. Quando ti chiedono che cosa resti di Bisanzio nell’Italia di oggi, Grottaferrata è una risposta che pochi studenti danno, e che fa capire di aver guardato oltre i manuali.

Lo stesso vale per le comunità albanesi d’Italia, gli arbëreshë, che dopo il Quattrocento hanno portato con sé il rito bizantino: le loro eparchie di Lungro, in Calabria, e di Piana degli Albanesi, in Sicilia, sono Chiese cattoliche di rito orientale. Qui l’eredità di Bisanzio non è un ricordo erudito, ma una pratica viva, fatta di icone, canti e calendario liturgico.

Cosa ti chiedono all’orale (Italia bizantina)

Perché Ravenna è importante per Bisanzio? Perché dopo la guerra gotica divenne capitale dei territori bizantini in Italia, sede dell’esarca fino al 751. I suoi mosaici, soprattutto quelli di San Vitale con Giustiniano e Teodora, sono l’immagine più celebre dell’arte di corte bizantina. Tra Otto e Novecento sono stati riscoperti da artisti come Klimt. Ravenna è uno dei canali privilegiati del rapporto fra Bisanzio e l’Europa.

Fino a quando durò la presenza bizantina in Italia meridionale? In Puglia, Calabria e Basilicata fino alla conquista normanna, con la caduta di Bari nel 1071. La Sicilia era già stata conquistata dagli Arabi nel IX e X secolo. Comunità di lingua e rito greco sopravvissero a lungo. I Normanni stessi chiamarono maestranze bizantine per decorare le loro chiese, da Cefalù a Monreale.

Leggere i Bizantini: i testi da conoscere

Una letteratura in una lingua “doppia”

Prima di parlare di trasmissione conviene sapere che cosa scrivevano i Bizantini. La prima cosa da capire è la diglossia: per tutto il millennio bizantino gli scrittori colti usano una lingua letteraria modellata sul greco attico antico, molto lontana dalla lingua parlata. Accanto a essa, soprattutto dal XII secolo, si sviluppa una letteratura in una lingua più vicina al parlato. Questa doppia lingua è uno dei motivi per cui la letteratura bizantina è stata a lungo giudicata imitativa: era invece una scelta consapevole di continuità con l’antico.

Poesia religiosa e storiografia

Nella poesia liturgica il grande nome è Romano il Melode, attivo nel VI secolo, autore di kontakia, inni narrativi in strofe che si cantavano durante le veglie. L’Inno Akathistos, dedicato alla Vergine e cantato in piedi (da qui il nome, “non seduti”), è il testo liturgico bizantino più celebre; l’attribuzione e la datazione sono discusse.

La storiografia è il genere in cui Bisanzio ha dato il meglio. Oltre a Procopio e ad Anna Comnena, devi conoscere Michele Psello, filosofo, politico e scrittore dell’XI secolo, autore della Cronografia, una storia degli imperatori del suo tempo scritta con un gusto per il ritratto psicologico che ha pochi paragoni nel Medioevo. Niceta Coniata racconta in prima persona il sacco del 1204. Per la caduta del 1453 le testimonianze greche principali sono quelle di Giorgio Sfranze, Duca, Laonico Calcondila e Critobulo di Imbro.

Enciclopedie, lessici, epica

La Bisanzio del X secolo ama raccogliere e ordinare. La Suda, un grande lessico-enciclopedia composto alla fine del X secolo, è una fonte insostituibile per notizie su autori e opere antiche perdute. Nel XII secolo Eustazio di Tessalonica scrive monumentali commenti all’Iliade e all’Odissea, e Giovanni Tzetzes, erudito irrequieto e polemico, lascia commenti e poemi didattici.

Nella letteratura di lingua più vicina al parlato il testo che i manuali citano sempre è il Digenis Akritas, un poema epico sulle imprese di un eroe di frontiera, figlio di un emiro arabo e di una nobile bizantina: “Digenis” significa “di due stirpi”. Riflette il mondo delle frontiere orientali dell’impero ed è stato paragonato alle chansons de geste occidentali.

Cosa ti chiedono all’orale (letteratura bizantina)

Perché Michele Psello è un autore importante? Perché è una delle figure intellettuali più complete del Medioevo bizantino: filosofo, retore, consigliere di imperatori nell’XI secolo. La sua Cronografia racconta la storia degli imperatori del suo tempo con ritratti psicologici vivissimi e una forte presenza dell’autore. Promosse inoltre lo studio di Platone e del neoplatonismo. È un ottimo esempio della continuità fra cultura classica e cultura bizantina.

Che cos’è il Digenis Akritas? È un poema epico bizantino sulle imprese di Digenis, eroe nato da un padre arabo e da una madre bizantina, che combatte sulle frontiere orientali dell’impero. Il nome significa “di due stirpi”. È scritto in una lingua più vicina al parlato rispetto al greco dotto. Riflette la società di frontiera fra Bisanzio e il mondo arabo.

Come sono arrivati a noi i classici greci

Il ruolo dei copisti bizantini

C’è un fatto che chiunque studi lettere classiche dovrebbe sapere: quasi tutto ciò che leggiamo della letteratura greca antica è arrivato fino a noi attraverso manoscritti copiati a Bisanzio. Omero, i tragici, Platone, Tucidide, Aristotele: senza le biblioteche e gli scriptoria di Costantinopoli, di molti di loro avremmo solo frammenti.

La traslitterazione in minuscola

Il passaggio decisivo avviene nel IX secolo. Fino ad allora i libri erano scritti in maiuscola, una scrittura grande e costosa. Nel IX secolo si afferma la minuscola, più compatta e veloce, e i testi antichi vengono ricopiati nella nuova scrittura: è la cosiddetta traslitterazione. Il fenomeno ha conseguenze enormi per la filologia, perché un testo che non fu traslitterato in quel momento aveva poche probabilità di sopravvivere. Molti codici traslitterati sono diventati i capostipiti di intere tradizioni manoscritte.

Alcuni manoscritti celebri

Due esempi che collegano Bisanzio alle biblioteche italiane. Il cosiddetto Venetus A dell’Iliade, un codice del X secolo con un ricchissimo corredo di scoli (le note dei commentatori antichi), è conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia, dove arrivò con la collezione di Bessarione. Alla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze si trova il codice Laurenziano 32.9, del X secolo, testimone fondamentale per le tragedie di Sofocle e di Eschilo e per le Argonautiche di Apollonio Rodio.

Planude e i filologi paleologi

Nell’età dei Paleologi alcuni dotti fanno un lavoro che oggi chiameremmo filologico. Massimo Planude, fra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, cura una raccolta di epigrammi, l’Antologia Planudea, e traduce in greco autori latini come Ovidio e Boezio. Demetrio Triclinio lavora sui testi dei tragici e sulla metrica, intervenendo sui versi con correzioni che i filologi moderni hanno imparato a riconoscere. Con questi uomini Bisanzio non si limita a conservare: comincia a studiare criticamente la propria eredità antica, e consegna il metodo, insieme ai testi, agli umanisti italiani.

Cosa ti chiedono all’orale (trasmissione dei classici)

Che cos’è la traslitterazione del IX secolo? È il passaggio dei testi greci dalla scrittura maiuscola alla minuscola, avvenuto a Bisanzio nel IX secolo. La minuscola era più rapida ed economica, e i testi antichi vennero ricopiati nella nuova scrittura. I testi non traslitterati rischiavano di andare perduti. Molti codici di questa fase sono diventati i capostipiti delle tradizioni manoscritte che usano gli editori moderni.

Fai un esempio di manoscritto bizantino conservato in Italia. Il Venetus A dell’Iliade, codice del X secolo con un ricco apparato di scoli, è alla Biblioteca Marciana di Venezia e proviene dalla collezione di Bessarione. Alla Laurenziana di Firenze il codice 32.9, del X secolo, è fondamentale per Sofocle, Eschilo e Apollonio Rodio. Mostrano il legame diretto fra le biblioteche bizantine e quelle dell’Umanesimo italiano.

Fonti e approfondimenti

Manuali

  • Georg Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino, Einaudi.
  • Averil Cameron, I Bizantini, il Mulino, 2008.
  • Giorgio Ravegnani, Introduzione alla storia bizantina, il Mulino, 2006.
  • Giorgio Ravegnani, I Bizantini in Italia, il Mulino, 2004.

Studi e letture

  • Charles Diehl, Figure bizantine, Einaudi, 2007.
  • Nicolae Iorga, Byzance après Byzance (1935).
  • Dimitri Obolensky, The Byzantine Commonwealth (1971).
  • Edward Gibbon, Storia della decadenza e caduta dell’impero romano, Einaudi.

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Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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