All’esame di archeologia classica c’è un momento che tutti temono: il docente gira lo schermo, o apre il manuale, e ti mostra una foto. “Che cos’è?” Una statua, un vaso, un rilievo. Non ti sta chiedendo di ricordare una didascalia. Ti sta chiedendo di guardare: la posizione delle gambe, il trattamento dei capelli, il modo in cui la stoffa cade sul corpo. Da quei dettagli si ricava un periodo, una scuola, a volte un nome.
Il corso si trova nelle triennali di Lettere e di Beni culturali, con un numero di crediti che va di solito da 6 a 12. Copre l’arte greca dal geometrico all’ellenismo e l’arte romana dalla repubblica alla tarda antichità, con qualche nozione di metodo archeologico. L’orale comprende quasi sempre il riconoscimento e il commento di opere.
| Esame | Archeologia e storia dell’arte greca e romana |
|---|---|
| Corsi di laurea | Lettere (L-10), Beni culturali (L-1) e lauree affini |
| Crediti | di solito 6-12 CFU |
| SSD | ARCH-01/D (ex L-ANT/07) |
| Prova | orale, spesso con riconoscimento di immagini |
Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.
Come usare questi appunti
Questi appunti seguono l’ordine cronologico, che è anche l’ordine in cui conviene studiare: lo stile di un’epoca si capisce sempre in rapporto a quello che la precede. Per ogni opera trovi la datazione (quasi sempre approssimativa, e lo segnalo), il luogo di conservazione quando è sicuro, e ciò che devi saper dire guardandola.
Una regola d’oro: studia con le immagini davanti. Un manuale illustrato, un sito museale, anche le tue foto di una visita. Ogni volta che leggi la descrizione di un’opera, guardala e prova a ripetere la descrizione a voce alta. È esattamente quello che farai all’esame.
Archeologia: che cos’è e come si lavora
Dall’antiquaria alla stratigrafia
L’interesse per le antichità è antico quanto l’antichità stessa, ma la disciplina nasce nel Settecento. Il nome di riferimento è Johann Joachim Winckelmann, che nel 1764 pubblica la Storia dell’arte nell’antichità (Geschichte der Kunst des Alterthums). Per la prima volta l’arte antica viene raccontata come una storia di stili che nascono, fioriscono e decadono, non come una raccolta di oggetti. A Winckelmann si deve anche la celebre formula sulla “nobile semplicità e quieta grandezza” (edle Einfalt und stille Größe) dei capolavori greci, che però viene da uno scritto precedente, i Pensieri sull’imitazione delle opere greche del 1755, a proposito del Laocoonte. Gran parte di ciò che lui considerava greco era in realtà costituito da copie romane, ma il quadro concettuale ha retto a lungo.
Gli scavi sistematici cominciano nell’Ottocento: Olimpia, Delfi, l’Acropoli di Atene, e in Italia Pompei, dove Giuseppe Fiorelli introdusse il metodo dei calchi in gesso delle vittime. Ma il vero salto di metodo è la stratigrafia: il terreno si deposita in strati, e scavando si procede dal più recente al più antico. Mortimer Wheeler la sistematizza a metà Novecento; Edward Harris, negli anni Settanta, propone il diagramma che porta il suo nome (la “matrice di Harris”) per rappresentare i rapporti fra unità stratigrafiche. In Italia il manuale che ha diffuso questo modo di lavorare è Storie dalla terra di Andrea Carandini.
Le fonti dell’archeologo
L’archeologo lavora con tre tipi di fonti. I monumenti e gli oggetti ritrovati, prima di tutto. Poi le fonti letterarie: Plinio il Vecchio, nei libri finali della Naturalis historia, e Pausania, con la sua Periegesi della Grecia scritta nel II secolo d.C., sono indispensabili per attribuire opere perdute o conservate in copia. Infine le iscrizioni, che a volte ci danno firme di artisti, dediche, date.
Originali e copie
Un concetto da avere chiarissimo: molte delle statue greche più famose non le conosciamo in originale. Erano in bronzo, materiale prezioso e facilmente rifuso, e ci sono arrivate solo attraverso copie romane in marmo. Per questo, quando parli del Doriforo di Policleto o del Discobolo di Mirone, devi specificare che stai descrivendo una copia. I sostegni a tronco d’albero che vedi accanto alle gambe di molte statue sono spesso aggiunte del copista, necessarie perché il marmo non regge da solo come il bronzo.
Cosa ti chiedono all’orale (metodo)
Perché Winckelmann è considerato il fondatore della storia dell’arte antica? Perché nella Storia dell’arte nell’antichità (1764) racconta l’arte greca come una successione di stili legati a condizioni storiche, e non come un catalogo di oggetti. Introduce l’idea di uno sviluppo e di un apice classico, che egli aveva già sintetizzato nel 1755, nei Pensieri sull’imitazione, con la formula della “nobile semplicità e quieta grandezza”. Molti suoi giudizi si basavano su copie romane, ma il metodo storico è rimasto.
Che cos’è lo scavo stratigrafico? È lo scavo condotto seguendo gli strati di deposito del terreno, dal più recente al più antico, registrando ogni unità e i suoi rapporti con le altre. Permette di datare i reperti in relazione agli strati e di ricostruire la sequenza delle attività umane. È stato sistematizzato da Wheeler e formalizzato da Harris con la matrice che porta il suo nome. In Italia è stato diffuso, fra gli altri, da Carandini.
Le premesse: Creta e Micene
Il mondo minoico
Prima della Grecia storica ci sono le civiltà dell’età del bronzo. La civiltà minoica, che prende il nome dal mitico re Minosse, fiorisce a Creta nel II millennio a.C. Il palazzo di Cnosso fu scavato da Arthur Evans a partire dal 1900, e molte delle sue ricostruzioni in cemento sono oggi molto discusse. Dell’arte minoica ricorda gli affreschi (il cosiddetto “Principe dei gigli”, la “tauromachia”), la ceramica dello stile di Kamares e quella con motivi marini, come il polpo.
Micene
La civiltà micenea, sul continente, fu scoperta da Heinrich Schliemann, che scavò a Micene nel 1876. Nelle tombe a fossa trovò maschere d’oro, una delle quali chiamò “maschera di Agamennone”, attribuzione oggi non accettata perché la tomba è più antica dell’epoca della guerra di Troia. Ricorda la Porta dei Leoni di Micene e il “Tesoro di Atreo”, una grande tomba a tholos. Con il crollo dei palazzi micenei, intorno al 1200 a.C., si apre un periodo di regressione che un tempo si chiamava “medioevo ellenico”.
Cosa ti chiedono all’orale (età del bronzo)
Chi ha scoperto Cnosso e Micene? Micene fu scavata da Heinrich Schliemann nel 1876, che vi trovò le tombe a fossa con le maschere d’oro, tra cui la cosiddetta “maschera di Agamennone”, attribuzione oggi respinta. Cnosso fu scavata da Arthur Evans dal 1900, che la ricostruì in parte in modo oggi criticato. Le due scoperte rivelarono le civiltà dell’età del bronzo dietro i poemi omerici.
Perché la “maschera di Agamennone” non è di Agamennone? Perché la tomba a fossa in cui fu trovata è databile al XVI secolo a.C., cioè molto prima dell’epoca che la tradizione assegna alla guerra di Troia. Il nome fu dato da Schliemann, che cercava conferme archeologiche ai poemi omerici. Resta un nome convenzionale.
L’età geometrica e orientalizzante
Lo stile geometrico
Fra il X e l’VIII secolo a.C. la Grecia sviluppa uno stile ceramico basato su motivi geometrici: meandri, cerchi, triangoli, disposti in fasce. Nella sua fase più matura, intorno alla metà dell’VIII secolo, compaiono figure umane e animali stilizzati. I grandi vasi funerari del cimitero del Dipylon ad Atene, alti più di un metro, mostrano scene di esposizione del defunto (prothesis) e di cortei funebri. Le figure sono costruite con triangoli e linee: il torso è un triangolo, le gambe due tratti.
L’orientalizzante
Nel VII secolo i contatti con il Vicino Oriente, attraverso i commerci e le colonie, portano in Grecia nuovi motivi: animali fantastici, sfingi, grifi, palmette, fregi di animali. È il periodo detto orientalizzante. A Corinto si sviluppa una ceramica a fregi di animali molto esportata. Sempre in questo periodo nasce la grande scultura in pietra. Un esempio è la cosiddetta “Dama di Auxerre”, una piccola statua femminile in calcare conservata al Louvre, in quello stile che chiamiamo “dedalico” dal nome del mitico Dedalo: volto triangolare, capelli a parrucca divisa in ciocche orizzontali.
Cosa ti chiedono all’orale (geometrico e orientalizzante)
Descrivi un vaso del Dipylon. Si tratta di grandi anfore o crateri funerari ateniesi della metà dell’VIII secolo, usati come segnacoli sulle tombe. La superficie è divisa in fasce con motivi geometrici come il meandro, e al centro c’è una scena di prothesis, l’esposizione del defunto, con figure stilizzate in silhouette. Il corpo è reso con forme geometriche: torso triangolare, testa circolare. Sono fra le prime rappresentazioni narrative dell’arte greca.
Che cos’è lo stile dedalico? È lo stile della scultura del VII secolo a.C., periodo orientalizzante, che prende il nome dal leggendario Dedalo. Le figure hanno volto triangolare, grandi occhi, capelli a parrucca con ciocche orizzontali, corpo rigido e frontale. L’esempio più citato è la “Dama di Auxerre” del Louvre. Prepara la grande statuaria arcaica.
L’età arcaica
I kouroi e le korai
Il tipo statuario centrale dell’arcaismo, dalla fine del VII alla fine del VI secolo, è il kouros: un giovane nudo, stante, frontale, con la gamba sinistra avanzata, le braccia lungo i fianchi e i pugni chiusi. Il modello deriva in parte dalla statuaria egizia, ma la nudità e la funzione sono greche: i kouroi erano offerte nei santuari o segnacoli funerari. Sul volto c’è spesso il cosiddetto “sorriso arcaico”, che non esprime un’emozione ma una convenzione per dare vita al volto.
I gemelli Kleobis e Biton, a Delfi, sono fra i più antichi (inizi del VI secolo, firmati da un artista argivo, Polimede secondo la lettura più comune dell’iscrizione). Il Kouros di Anavyssos, detto anche Kroisos dal nome inciso sulla base, è più tardo e mostra una muscolatura più morbida e naturale. Se metti in fila i kouroi del VI secolo vedi una progressiva conquista anatomica: è l’esercizio che il docente ama farti fare.
La kore è il corrispondente femminile: una fanciulla vestita, stante, spesso con un’offerta in mano. Molte korai sono state trovate sull’Acropoli di Atene, sepolte dopo la distruzione persiana del 480 a.C. La “Kore del peplo” conserva tracce di colore: un dettaglio che ricorda che la scultura antica era dipinta, non bianca come la immaginiamo.
Il Moscoforo
Il Moscoforo dell’Acropoli (circa 560 a.C.) rappresenta un uomo che porta un vitello sulle spalle per offrirlo in sacrificio. Le zampe del vitello e le braccia dell’uomo formano una X sul petto, un bell’esempio di come la scultura arcaica costruisca geometricamente le figure.
La ceramica a figure nere e rosse
Nel VI secolo Atene diventa il centro della produzione ceramica. La tecnica a figure nere disegna le figure in vernice nera sul fondo d’argilla e incide i dettagli. Il capolavoro di questa fase è il Vaso François, un grande cratere firmato dal ceramista Ergotimos e dal pittore Kleitias, oggi al Museo archeologico di Firenze, con più di duecento figure in fregi sovrapposti. Il maestro più grande della figura nera è Exekias: la sua anfora con Achille e Aiace che giocano a dadi, ai Musei Vaticani, è un’opera che devi saper commentare per la tensione silenziosa della scena.
Intorno al 530-520 a.C. ad Atene si inventa la tecnica a figure rosse: si dipinge di nero lo sfondo e si lascia la figura nel colore dell’argilla, disegnando i dettagli con il pennello. Il vantaggio è enorme, perché la linea dipinta permette di rendere anatomia, scorci e panneggi con una libertà impossibile all’incisione. Per un certo periodo le due tecniche convivono, anche sullo stesso vaso (si parla di vasi bilingui).
L’architettura: gli ordini
L’età arcaica fissa gli ordini architettonici. L’ordine dorico, diffuso nella Grecia continentale e in Magna Grecia, ha colonne senza base, con scanalature a spigolo vivo, capitello formato da echino e abaco, e una trabeazione con fregio a triglifi e metope. L’ordine ionico, dell’Asia Minore e delle isole, ha colonne con base, più slanciate, capitello a volute e fregio continuo. L’ordine corinzio, con il capitello a foglie d’acanto, arriva più tardi, nel tardo V secolo, e diventerà il preferito dei Romani.
Per vedere templi dorici arcaici non devi andare in Grecia: a Paestum la cosiddetta “Basilica” (in realtà un tempio di Hera) è della metà del VI secolo, e i templi di Selinunte e di Agrigento sono fra i grandi complessi dell’architettura greca d’Occidente.
Cosa ti chiedono all’orale (età arcaica)
Descrivi un kouros e spiega come cambia nel VI secolo. Il kouros è una statua di giovane nudo, stante, frontale, con la gamba sinistra avanzata e le braccia lungo i fianchi, con il sorriso arcaico. All’inizio del secolo, come in Kleobis e Biton, la figura è massiccia e schematica, con l’anatomia resa a linee. Verso la fine del secolo, come nel Kouros di Anavyssos, la muscolatura è più organica e il passaggio fra le parti più naturale. Lo schema resta frontale e simmetrico, ed è questo che lo stile severo romperà.
Che differenza c’è fra figure nere e figure rosse? Nella tecnica a figure nere le figure sono dipinte in nero sul fondo d’argilla e i dettagli sono incisi; il maestro è Exekias. Nella tecnica a figure rosse, nata ad Atene intorno al 530-520 a.C., lo sfondo è nero e le figure restano del colore dell’argilla, con i dettagli dipinti a pennello. La seconda consente maggiore libertà nel disegno di anatomia e scorci. Per un periodo le tecniche convivono anche sullo stesso vaso.
Lo stile severo e la svolta del V secolo
Il ponderamento
Intorno al 480 a.C., negli anni delle guerre persiane, la scultura greca compie la rivoluzione più importante della sua storia. Il simbolo è il cosiddetto Efebo di Crizio, dell’Acropoli: per la prima volta il peso del corpo grava su una gamba sola, mentre l’altra è flessa e libera. Il bacino si inclina, la spalla risponde, la testa si gira leggermente. È il ponderamento (in italiano si usa anche “contrapposto”, termine che viene però dalla critica rinascimentale). La figura smette di essere un blocco frontale e diventa un corpo che vive nello spazio.
Lo stile che va dal 480 al 450 circa si chiama “severo”: volti seri, privi del sorriso arcaico, mento pieno, palpebre spesse, panneggi semplici e pesanti.
I bronzi
Sono di questi decenni alcuni dei rarissimi grandi bronzi originali. L’Auriga di Delfi (circa 470 a.C.) faceva parte di un gruppo con il carro, dedicato dopo una vittoria; la veste lunga cade in pieghe verticali come le scanalature di una colonna, ma il volto ha occhi intarsiati di straordinaria vivacità. Il bronzo di Capo Artemisio, ad Atene, rappresenta un dio che scaglia qualcosa: se fosse Zeus con il fulmine o Poseidone con il tridente è discusso.
I Bronzi di Riace, ritrovati nel mare di Riace, in Calabria, nel 1972 e oggi al Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, sono due statue di guerrieri del V secolo a.C. L’attribuzione a uno o più maestri, la provenienza e perfino la datazione precisa delle due statue sono oggetto di un dibattito che non si è chiuso. All’esame puoi descriverli, ma evita di sposare con sicurezza un’attribuzione.
Olimpia
Il tempio di Zeus a Olimpia, terminato intorno al 457 a.C., è il grande complesso scultoreo dello stile severo. Il frontone orientale rappresenta i preparativi della corsa di carri fra Pelope ed Enomao, in un momento di immobilità carica di tensione; quello occidentale la lotta fra Lapiti e Centauri, dominata al centro dalla figura di Apollo. Le metope raccontano le dodici fatiche di Eracle. Dentro il tempio stava lo Zeus crisoelefantino di Fidia, una delle sette meraviglie del mondo, oggi perduto.
Mirone
Mirone è lo scultore del Discobolo (metà del V secolo), noto da copie romane, fra le quali la più celebre è il Discobolo Lancellotti, a Roma, al Museo nazionale romano. La statua coglie l’atleta nell’istante di massima torsione, prima del lancio: un’azione congelata, ma il corpo resta composto su un piano, quasi come un rilievo. Di Mirone si ricordano anche l’Atena e Marsia, sull’Acropoli, e una vacca di bronzo celebrata dagli epigrammi antichi.
Cosa ti chiedono all’orale (stile severo)
Che cos’è il ponderamento e perché è una rivoluzione? È la distribuzione del peso del corpo su una sola gamba portante, con l’altra flessa, che produce l’inclinazione del bacino e una risposta nel torso e nelle spalle. Compare intorno al 480 a.C., con l’Efebo di Crizio. Spezza la frontalità rigida del kouros e rende la figura un organismo in equilibrio dinamico. Policleto ne farà la base del suo Canone.
Che cosa rappresentano i frontoni del tempio di Zeus a Olimpia? Il frontone orientale mostra i preparativi della corsa di carri tra Pelope ed Enomao, in una composizione statica e solenne; quello occidentale la lotta fra Lapiti e Centauri, con Apollo al centro. Le metope raccontano le dodici fatiche di Eracle. Il tempio, terminato intorno al 457 a.C., è il grande ciclo dello stile severo. Ospitava lo Zeus di Fidia.
L’età classica: Policleto, Fidia e il Partenone
Policleto e il Canone
Policleto di Argo scrive un trattato, il Canone, di cui restano pochi frammenti, sulla proporzione del corpo umano: la bellezza nasce dalla symmetria, il rapporto commisurato delle parti fra loro e con il tutto. La statua che il trattato illustrava, secondo le fonti, è il Doriforo, il portatore di lancia, noto da copie romane, fra cui la più famosa viene da Pompei ed è al Museo archeologico nazionale di Napoli.
Il Doriforo porta il ponderamento a un sistema perfetto, il chiasmo: alla gamba portante corrisponde il braccio rilassato, alla gamba flessa il braccio in tensione (quello che reggeva la lancia). Le parti in tensione e in riposo si incrociano a X. Altre opere attribuite a Policleto sono il Diadumeno, l’atleta che si cinge il capo con una benda, e un’Amazzone ferita per Efeso.
L’Acropoli di Pericle
Dopo la distruzione persiana del 480, l’Acropoli di Atene viene ricostruita nell’età di Pericle. Il Partenone, tempio di Atena Parthenos, viene costruito fra il 447 e il 432 a.C. dagli architetti Iktinos e Kallikrates, con la supervisione di Fidia per le sculture. È un tempio dorico, ma con elementi ionici, come il fregio continuo nella cella. Ricorda anche le correzioni ottiche: lo stilobate è leggermente curvo, le colonne hanno un lieve rigonfiamento (entasis) e sono inclinate verso l’interno, per contrastare le distorsioni della percezione.
Il programma scultoreo va saputo bene. Nei frontoni: a est la nascita di Atena dalla testa di Zeus, a ovest la contesa fra Atena e Poseidone per il possesso dell’Attica. Nelle metope: gigantomachia, amazzonomachia, centauromachia, guerra di Troia, cioè quattro battaglie che si possono leggere come vittoria dell’ordine sul caos, e per gli Ateniesi anche come allusione alla vittoria sui Persiani. Nel fregio della cella: la processione delle Panatenee, con cavalieri, carri, portatori di offerte e, sul lato est, gli dei seduti. Che il fregio rappresenti proprio le Panatenee è l’interpretazione tradizionale, ma è stata discussa.
Gran parte delle sculture si trova al British Museum di Londra, dove arrivarono all’inizio dell’Ottocento per iniziativa di Lord Elgin, e al Museo dell’Acropoli di Atene: la questione della loro restituzione è ancora aperta.
Fidia
Fidia realizzò la statua di culto del Partenone, l’Atena Parthenos crisoelefantina (cioè d’oro e avorio), alta circa dodici metri, consacrata nel 438 a.C. e oggi perduta; la conosciamo da copie ridotte e descrizioni, come quella di Pausania. Per Olimpia fece lo Zeus seduto. Lo stile fidiaco si riconosce nel panneggio: le stoffe sottili aderiscono al corpo e lo rivelano, in pieghe fitte e profonde che creano effetti di luce e ombra.
Gli altri edifici dell’Acropoli
Completano l’Acropoli i Propilei, l’ingresso monumentale progettato da Mnesikles; il piccolo tempio di Atena Nike, ionico, con la balaustra delle Nikai, fra cui la celebre “Nike che si slaccia il sandalo”; l’Eretteo, tempio ionico dalla pianta irregolare, con la loggia delle Cariatidi, le figure femminili che fungono da colonne.
Cosa ti chiedono all’orale (età classica)
Che cos’è il chiasmo policleteo? È lo schema del Doriforo di Policleto in cui le parti del corpo in tensione e in riposo si alternano in diagonale: la gamba portante corrisponde al braccio rilassato, la gamba flessa al braccio attivo. Il risultato è un equilibrio dinamico perfetto. Si fonda sulle proporzioni teorizzate nel Canone, un trattato di cui restano pochi frammenti. Il Doriforo è noto da copie romane, la più celebre delle quali viene da Pompei.
Descrivi il programma scultoreo del Partenone. Il frontone est rappresenta la nascita di Atena, quello ovest la contesa con Poseidone per l’Attica. Le novantadue metope raffigurano gigantomachia, amazzonomachia, centauromachia e la presa di Troia, leggibili come trionfo dell’ordine sul caos. Il fregio continuo della cella mostra una processione, interpretata tradizionalmente come quella delle Panatenee. Il cantiere fu diretto da Fidia, autore anche dell’Atena Parthenos.
Il IV secolo: Prassitele, Skopas, Lisippo
Una nuova sensibilità
Dopo la guerra del Peloponneso l’arte greca cambia tono. Le figure diventano più intime, più morbide; gli dei si fanno più umani e più vicini; l’interesse si sposta dall’ideale collettivo all’emozione individuale.
Prassitele
Prassitele è il grande scultore del marmo. La sua opera più celebre nell’antichità era l’Afrodite Cnidia, la prima grande statua di dea completamente nuda, nota da copie. La dea è colta nell’atto di deporre la veste prima del bagno, con un gesto di pudore della mano. Il corpo ha una morbidezza nuova, e la figura si appoggia con una curva sinuosa del fianco che chiamiamo “curva prassitelica”.
L’Hermes con Dioniso bambino, trovato a Olimpia e descritto da Pausania come opera di Prassitele, è stato a lungo considerato un originale; oggi molti studiosi ne dubitano e pensano a una copia o a un’opera più tarda. È un buon esempio di come le attribuzioni restino aperte. Ricorda anche l’Apollo Sauroctono, il dio adolescente che sta per colpire una lucertola.
Skopas
Skopas è lo scultore del pathos: volti con occhi infossati, sopracciglia contratte, bocca socchiusa. Lavorò al Mausoleo di Alicarnasso, la tomba monumentale di Mausolo, con altri scultori. Gli si attribuisce una Menade danzante in estasi, nota da una copia ridotta a Dresda, con il corpo in torsione.
Lisippo
Lisippo di Sicione, attivo nella seconda metà del secolo, fu lo scultore ufficiale di Alessandro Magno. Secondo Plinio il Vecchio introdusse un nuovo canone: teste più piccole e corpi più slanciati, perché diceva di rappresentare gli uomini non come sono, ma come appaiono. L’Apoxyomenos, l’atleta che si deterge con lo strigile, è noto da una copia nei Musei Vaticani: le braccia protese in avanti invadono lo spazio dello spettatore, e la statua chiede di essere vista da più punti, girandole intorno. È il superamento della visione frontale. Ricorda anche l’Eracle in riposo, di cui la copia più famosa è l’Ercole Farnese di Napoli, firmata dal copista Glykon.
Cosa ti chiedono all’orale (IV secolo)
Perché l’Afrodite Cnidia è importante? Perché è la prima grande statua greca di una dea completamente nuda, opera di Prassitele nel IV secolo a.C., conosciuta da copie romane. La dea è colta nel momento del bagno, con un gesto di pudore. La morbidezza del modellato e la curva del fianco esprimono la nuova sensibilità del secolo. La statua divenne celebre già nell’antichità e generò molte varianti.
Che cosa cambia con Lisippo? Lisippo propone un canone più slanciato, con teste più piccole, come riferisce Plinio, e concepisce la statua per una visione da più punti di vista. Nell’Apoxyomenos le braccia protese in avanti sfondano il piano frontale e costringono lo spettatore a muoversi. Fu ritrattista di Alessandro Magno. Prepara il naturalismo e il dinamismo dell’arte ellenistica.
L’età ellenistica
Il mondo nuovo dopo Alessandro
Dopo la morte di Alessandro (323 a.C.) il mondo greco si allarga ai regni ellenistici, con capitali come Alessandria, Pergamo, Antiochia. L’arte si fa più varia: accanto al classicismo ci sono il pathos teatrale, il realismo dei vecchi e dei bambini, il grottesco, l’erotico. Il periodo convenzionalmente si chiude con la battaglia di Azio (31 a.C.).
Pergamo
A Pergamo, il re Attalo I celebra le vittorie sui Galati con monumenti di bronzo, noti da copie in marmo. Il Galata morente, ai Musei Capitolini, e il Galata suicida (detto anche Galata Ludovisi), a Palazzo Altemps, rappresentano i nemici sconfitti con un rispetto e una dignità che colpiscono: il barbaro diventa eroe tragico.
Il grande Altare di Pergamo, della prima metà del II secolo a.C., oggi ricostruito a Berlino, ha un enorme fregio con la gigantomachia: dei e giganti in lotta, corpi contorti, volti sconvolti, panneggi agitati. È il culmine del cosiddetto “barocco” ellenistico. Nella parte interna un fregio più piccolo racconta la storia di Telefo, mitico fondatore della città.
Le altre grandi opere
La Nike di Samotracia, al Louvre, è una Vittoria alata posta sulla prua di una nave, con il panneggio che il vento incolla al corpo. La datazione e l’occasione della dedica sono discusse; viene generalmente collocata nel II secolo a.C.
Il Laocoonte, ai Musei Vaticani, fu ritrovato a Roma nel 1506, e Michelangelo fu tra i primi a vederlo. Plinio lo attribuisce a tre scultori di Rodi, Agesandro, Polidoro e Atanodoro. La sua datazione è uno dei problemi più discussi dell’archeologia classica: originale ellenistico, copia romana di un bronzo, o creazione della prima età imperiale. Dopo la scoperta delle sculture di Sperlonga, firmate dagli stessi nomi, molti propendono per una datazione alta in età imperiale, ma la questione resta aperta. Lessing, nel Laocoonte (1766), partì proprio da questa statua per riflettere sui limiti fra pittura e poesia.
Cosa ti chiedono all’orale (ellenismo)
Descrivi l’Altare di Pergamo. È un grande altare monumentale della prima metà del II secolo a.C., oggi ricostruito a Berlino. Il fregio esterno rappresenta la gigantomachia, con figure in forte movimento, corpi in torsione e volti carichi di pathos, tipici del “barocco” pergameno. Il fregio interno racconta la storia di Telefo. Il monumento celebra la dinastia degli Attalidi come difensori della civiltà greca.
Qual è il problema della datazione del Laocoonte? Plinio lo attribuisce a tre scultori di Rodi, ma non è chiaro se il gruppo dei Musei Vaticani, trovato nel 1506, sia un originale ellenistico, una copia romana di un originale in bronzo o un’opera della prima età imperiale. Le sculture di Sperlonga, firmate dagli stessi artisti, hanno spinto molti studiosi verso una datazione in età giulio-claudia. Non c’è consenso. Il gruppo ha avuto un’immensa fortuna, da Michelangelo a Lessing.
Roma: dall’età repubblicana ad Augusto
Le premesse e il ritratto
L’arte romana nasce in un’Italia già piena di tradizioni: etrusca, italica, greca di Magna Grecia. Dopo le conquiste del II secolo a.C., opere e artisti greci arrivano a Roma in grande quantità. Per questo si è a lungo pensato che l’arte romana fosse solo un’appendice dell’arte greca. Ranuccio Bianchi Bandinelli ha sostenuto invece l’esistenza di due correnti: un’arte “aulica” o ufficiale, di gusto ellenizzante, e un’arte “plebea” o popolare, più narrativa, con proporzioni gerarchiche e una visione frontale, che emerge nei rilievi funerari e riaffiorerà nella tarda antichità.
Il genere in cui Roma è più originale è il ritratto. Nella tarda repubblica si diffonde il ritratto detto “verista”: volti di uomini anziani, con rughe, guance cadenti, calvizie, che esprimono la gravitas e l’esperienza. Il rapporto con l’uso aristocratico delle imagines maiorum, le maschere degli antenati esposte in casa e portate nei funerali, è stato spesso sottolineato. L’esempio più citato è la statua del Togato Barberini, che regge i busti di due antenati.
Augusto
Con Augusto l’arte diventa un linguaggio di potere consapevole. Il libro classico su questo tema è quello di Paul Zanker, Augusto e il potere delle immagini. L’Augusto di Prima Porta, ai Musei Vaticani, riprende la ponderazione del Doriforo di Policleto: il classicismo greco serve a dare al principe un’immagine ideale e senza tempo. Sulla corazza è rappresentata la restituzione delle insegne romane da parte dei Parti (20 a.C.), un successo diplomatico trasformato in trionfo.
L’Ara Pacis Augustae fu votata dal Senato nel 13 a.C. e dedicata nel 9 a.C. Ricomposta nel Novecento, oggi si trova in un edificio progettato da Richard Meier sul Lungotevere. Nei fregi del recinto c’è la processione con la famiglia di Augusto, i sacerdoti e i magistrati; nei pannelli, scene mitiche legate alle origini di Roma e una figura femminile con bambini e simboli di fertilità, interpretata come Tellus, la Pace o l’Italia (anche qui il dibattito è aperto). La parte inferiore è decorata da un grande fregio vegetale di girali d’acanto.
Cosa ti chiedono all’orale (età repubblicana e augustea)
Che cosa intende Bianchi Bandinelli per arte plebea? Una corrente dell’arte romana distinta da quella ufficiale ellenizzante, attestata soprattutto nei rilievi funerari e votivi di committenza media. Ha un carattere narrativo, proporzioni gerarchiche (le figure importanti sono più grandi), visione frontale e scarso interesse per la prospettiva. Secondo Bianchi Bandinelli questa corrente riemerge nell’arte ufficiale tardoantica, come nei rilievi dell’Arco di Costantino. La teoria ha avuto grande influenza, pur con discussioni.
Perché l’Augusto di Prima Porta riprende il Doriforo? Perché il linguaggio classico greco di Policleto conferisce al principe un’immagine ideale, eterna, sottratta alla cronaca. È una scelta politica: Augusto si presenta come restauratore dell’ordine e della tradizione. La corazza celebra la restituzione delle insegne da parte dei Parti nel 20 a.C. Il programma figurativo di Augusto è stato studiato soprattutto da Paul Zanker.
L’età imperiale e la tarda antichità
La narrazione storica: Tito e Traiano
L’Arco di Tito, al Foro romano, fu dedicato dopo la morte dell’imperatore (81 d.C.). Nei rilievi interni si vedono il trionfo per la presa di Gerusalemme del 70, con il bottino del Tempio, tra cui il candelabro a sette bracci, e l’imperatore sul carro trionfale. Lo spazio è reso con figure su più piani, che sembrano muoversi davvero.
La Colonna Traiana, inaugurata nel 113 d.C. nel Foro di Traiano, racconta in un fregio a spirale lungo circa duecento metri le due guerre daciche. Più di duemila figure, con l’imperatore che ricompare decine di volte: in marcia, mentre arringa le truppe, mentre sacrifica. Le proporzioni non sono naturalistiche: soldati e alberi hanno taglie arbitrarie, per far leggere la scena. È un racconto per immagini continuo, che va letto come una pellicola.
Adriano e il Pantheon
Adriano, grande ammiratore della Grecia, promuove un nuovo classicismo. Il Pantheon come lo vediamo è il rifacimento adrianeo dell’edificio di Agrippa, di cui conserva l’iscrizione sul pronao. La cupola emisferica ha un diametro di circa 43 metri, pari all’altezza dell’edificio, sicché la rotonda potrebbe contenere una sfera perfetta. È costruita in calcestruzzo, con materiali più leggeri verso l’alto, e si apre al centro con un oculo. È la dimostrazione di ciò che l’ingegneria romana sapeva fare con l’opus caementicium. A Tivoli, Villa Adriana è la residenza in cui l’imperatore fece ricostruire, in forme personali, luoghi visti nei suoi viaggi.
Verso la tarda antichità
La Colonna di Marco Aurelio, sul modello di quella di Traiano, racconta le guerre contro i Marcomanni e i Sarmati con uno stile molto diverso: figure più profondamente scavate, gesti ripetuti, un pathos e una crudeltà che annunciano un’altra sensibilità. La statua equestre in bronzo dello stesso imperatore, sopravvissuta perché a lungo creduta un ritratto di Costantino, è ai Musei Capitolini (in piazza del Campidoglio c’è una copia).
L’Arco di Costantino, dedicato nel 315 d.C., è il monumento ideale per chiudere il programma. Riutilizza rilievi più antichi, di età traianea, adrianea e di Marco Aurelio, accanto a fregi nuovi. Il confronto è eloquente. Nei rilievi costantiniani, come la scena dell’imperatore che parla al popolo dai Rostri (oratio) o distribuisce denaro (largitio), le figure sono tozze, frontali, disposte in file, con l’imperatore al centro più grande degli altri. Non è decadenza tecnica, come si diceva un tempo: è un’altra idea di rappresentazione, gerarchica e simbolica, che porta verso l’arte medievale e bizantina.
La pittura: i quattro stili
Della pittura romana conosciamo soprattutto le pareti di Pompei, Ercolano e Roma. La classificazione in quattro stili è stata proposta alla fine dell’Ottocento da August Mau. Il primo stile imita con lo stucco dipinto i rivestimenti in marmo. Il secondo crea illusioni architettoniche che sfondano la parete (la Villa dei Misteri di Pompei, con il grande fregio del ciclo dionisiaco, appartiene a questa fase). Il terzo riafferma la parete con campiture piatte e architetture esili e ornamentali. Il quarto torna alle architetture fantastiche, con un gusto scenografico. La classificazione è una semplificazione, ma è ancora usata per orientarsi.
Cosa ti chiedono all’orale (età imperiale)
Come si legge la Colonna Traiana? È un fregio continuo a spirale che racconta le due guerre daciche di Traiano, inaugurato nel 113 d.C. La narrazione procede per episodi, con l’imperatore che ricorre in molte scene. Le proporzioni non sono realistiche ma funzionali alla leggibilità: lo spazio è compresso, le figure si sovrappongono su più piani. È un modello di narrazione storica per immagini che sarà imitato dalla Colonna di Marco Aurelio.
Perché l’Arco di Costantino è importante per capire l’arte tardoantica? Perché accosta rilievi del II secolo, riutilizzati, a rilievi costantiniani del 315 d.C., e permette un confronto diretto. Nei rilievi nuovi le figure sono frontali, tozze, ordinate in file, con l’imperatore in posizione centrale e più grande. Bianchi Bandinelli vi vide l’affermazione nell’arte ufficiale della corrente plebea. Oggi lo si interpreta come un nuovo linguaggio simbolico, non come decadenza.
Fonti e approfondimenti
Manuali
- Ranuccio Bianchi Bandinelli, Enrico Paribeni, L’arte dell’antichità classica. 1. Grecia, UTET, 1976.
- Ranuccio Bianchi Bandinelli, Mario Torelli, L’arte dell’antichità classica. 2. Etruria-Roma, UTET, 1976.
- Ranuccio Bianchi Bandinelli, Introduzione all’archeologia, Laterza.
Studi
- Paul Zanker, Augusto e il potere delle immagini, Einaudi 1989, poi Bollati Boringhieri.
- Andrea Carandini, Storie dalla terra. Manuale di scavo archeologico, Einaudi.
- Johann Joachim Winckelmann, Storia dell’arte nell’antichità (1764).