Esame di Antropologia culturale: appunti di studio

Appunti di Antropologia culturale: da Tylor a Geertz, parentela, dono, rito, de Martino e globalizzazione, con domande d’orale e risposte modello.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Chi arriva ad Antropologia culturale da Lettere di solito si aspetta un esame “leggero”, una parentesi fra due filologie. Poi apre il manuale e trova la parentela classificatoria, il potlatch, la crisi della presenza. Non è leggero. È però uno degli esami più belli del percorso, perché ti costringe a guardare la tua stessa cultura come se fosse quella di qualcun altro.

Lo trovi di solito nella triennale, al secondo o terzo anno, con 6 o 9 crediti. Il programma tipico ha una parte istituzionale (storia della disciplina, concetti fondamentali, metodi) e una parte monografica, spesso un’etnografia classica da leggere per intero. Si chiude quasi sempre con un orale.

Esame Antropologia culturale
Corsi di laurea Lettere (L-10) e altre lauree umanistiche e sociali
Crediti di solito 6-9 CFU
SSD SDEA-01/A (ex M-DEA/01)
Prova orale, talvolta preceduta da una prova scritta

Programmi, docenti e appelli variano da ateneo ad ateneo: fa fede il sito della tua università.

Come usare questi appunti

Sono appunti di lezione, non un riassunto del manuale. Ogni sezione segue un nodo del programma: troverai nomi, date, opere e soprattutto i concetti, perché all’orale nessuno ti chiede la data di nascita di Malinowski ma tutti ti chiedono che cosa sia l’osservazione partecipante e perché abbia cambiato la disciplina.

Un consiglio pratico: tieni accanto almeno un’etnografia vera, anche solo un capitolo degli Argonauti o di Sud e magia. L’antropologia si capisce leggendo come gli antropologi raccontano, non soltanto che cosa hanno concluso.

Che cos’è la cultura: la definizione e i suoi problemi

La definizione di Tylor

Si parte sempre da qui, e c’è un motivo. Nel 1871 Edward Burnett Tylor apre Primitive Culture con una frase che ogni docente vuole sentirti ripetere quasi alla lettera: la cultura, o civiltà, “intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società”.

Guarda bene le parole chiave. “Insieme complesso”: la cultura non è un elenco ma un tutto. “Acquisita”: non è biologica, si impara. “In quanto membro di una società”: è un fatto collettivo, non individuale. Questi tre punti restano validi ancora oggi. Ciò che non regge più è il quadro in cui Tylor li metteva, cioè l’idea di una scala unica dal “selvaggio” al “civilizzato”.

Nota anche un dettaglio che fa bella figura: Tylor usa “cultura” e “civiltà” come sinonimi. Proprio questa equivalenza verrà poi smontata, perché “civiltà” porta con sé l’idea di un grado più alto da raggiungere.

Cultura al plurale

Il passaggio decisivo, che si deve soprattutto a Franz Boas e ai suoi allievi, è dal singolare al plurale. Non esiste “la cultura” posseduta in misura maggiore o minore dai popoli; esistono le culture, ciascuna con la propria coerenza e la propria storia. Sembra una sfumatura grammaticale, ed è una rivoluzione.

Da qui nasce il problema che ti accompagnerà per tutto l’esame. Se le culture sono tante e ciascuna ha la sua logica, con quale criterio le confrontiamo? E soprattutto: chi le confronta, da dove parla?

Etnocentrismo e relativismo culturale

L’etnocentrismo è la tendenza a giudicare gli altri con le categorie della propria cultura, considerata implicitamente come la norma. Tutti i gruppi umani sono etnocentrici in qualche misura; molti etnonimi significano semplicemente “gli uomini”, come a dire che gli altri lo sono un po’ meno.

Il relativismo culturale è la risposta metodologica: per capire una pratica devi collocarla nel contesto della cultura che la produce, sospendendo il giudizio. Qui devi essere preciso, perché è la domanda trappola più classica. Il relativismo metodologico (prima capisco, poi eventualmente giudico) è un’altra cosa rispetto al relativismo etico assoluto (non si può mai giudicare nulla). La maggior parte degli antropologi difende il primo e discute apertamente i limiti del secondo, per esempio quando si parla di diritti umani.

Natura e cultura, incompletezza dell’uomo

Un tema che molti programmi italiani sviluppano è quello dell’incompletezza biologica dell’essere umano: l’uomo nasce con un corredo di istinti povero e deve “completarsi” attraverso la cultura. Clifford Geertz lo dice in un saggio famoso raccolto in The Interpretation of Cultures (1973): senza cultura non saremmo esseri più liberi e più naturali, saremmo “mostruosità inservibili”. Francesco Remotti ha sviluppato in Italia l’idea di antropopoiesi, la costruzione culturale dell’essere umano: ogni società “fabbrica” i suoi uomini e le sue donne, con riti, educazione, interventi sul corpo.

Cosa ti chiedono all’orale (il concetto di cultura)

Commenta la definizione di cultura di Tylor. Viene da Primitive Culture (1871) e definisce la cultura come insieme complesso di conoscenze, credenze, arte, morale, diritto, costume e capacità acquisite dall’uomo come membro di una società. È importante perché fissa tre caratteri ancora accettati: la totalità, l’apprendimento, la dimensione sociale. Va però collocata nell’evoluzionismo: per Tylor la cultura è una sola e i popoli la possiedono in gradi diversi. Il superamento arriva con Boas, che porta il concetto al plurale.

Che differenza c’è fra relativismo metodologico e relativismo etico? Il primo è una regola di lavoro: per capire una pratica devo interpretarla dentro il suo contesto, senza applicare subito i miei criteri. Il secondo afferma che nessun giudizio fra culture è legittimo. L’antropologia nasce dal primo, mentre sul secondo c’è un dibattito aperto, soprattutto in rapporto ai diritti umani. Confondere i due piani è l’errore più comune.

L’evoluzionismo ottocentesco

Il contesto

L’antropologia nasce come disciplina accademica nella seconda metà dell’Ottocento, in pieno clima positivista e coloniale. Le informazioni sui popoli extraeuropei arrivano da missionari, viaggiatori, funzionari. Gli studiosi lavorano soprattutto a tavolino: per questo si parla, con una punta di ironia, di “antropologi da poltrona”.

L’idea di fondo è che l’umanità sia una (monogenismo, unità psichica del genere umano) e che tutte le società percorrano gli stessi stadi, a velocità diverse. I popoli “primitivi” sarebbero dunque testimonianze viventi del nostro passato.

Tylor, Morgan, Frazer

Di Tylor conosci già la definizione. Aggiungi due concetti. Il primo è l’animismo, che per lui è la forma più antica di religione: la credenza in esseri spirituali, nata dalla riflessione su sogni, morte, ombre. Il secondo è quello di “sopravvivenze” (survivals): usi che restano in una società anche quando hanno perso la loro funzione originaria, e che permettono di ricostruire gli stadi precedenti.

Lewis Henry Morgan, avvocato americano che studiò gli Irochesi, pubblica nel 1877 Ancient Society. Divide la storia umana in tre grandi stadi, stato selvaggio, barbarie e civiltà, ciascuno con sotto-stadi definiti da invenzioni tecniche (il fuoco, l’arco, la ceramica, l’agricoltura, la scrittura). Morgan è importante per due ragioni. Prima: è il fondatore degli studi sulla parentela, con Systems of Consanguinity and Affinity of the Human Family (1871), dove distingue i sistemi terminologici descrittivi da quelli classificatori. Seconda: Engels lo utilizza in L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884), e da qui Morgan entra nella tradizione marxista.

James George Frazer è l’autore di The Golden Bough (Il ramo d’oro), uscito in prima edizione nel 1890 e poi ampliato in molti volumi. Per Frazer il pensiero umano passa da magia a religione a scienza. La magia è una scienza sbagliata: crede, come la scienza, in leggi costanti della natura, ma le applica male. Distingue la magia omeopatica (o imitativa, basata sulla somiglianza: il simile produce il simile) da quella contagiosa (basata sul contatto: ciò che è stato a contatto resta legato). Questa coppia di concetti è ancora in tutti i manuali, quindi impara bene gli esempi: la bambola trafitta è magia imitativa, il capello o l’unghia del nemico sono magia contagiosa.

Le critiche

Le critiche all’evoluzionismo sono quasi una domanda fissa. Le principali: il metodo comparativo prendeva dati da contesti diversissimi senza controllarli; la scala evolutiva metteva sempre in cima la società vittoriana; l’idea di “primitivo contemporaneo” negava ai popoli studiati una storia propria. Johannes Fabian, molto più tardi (Time and the Other, 1983), darà un nome a quest’ultimo meccanismo: la negazione della contemporaneità, cioè il collocare l’altro in un tempo diverso da quello di chi lo studia.

Cosa ti chiedono all’orale (evoluzionismo)

Che cosa distingue magia, religione e scienza in Frazer? Per Frazer sono tre stadi successivi del pensiero. La magia presuppone leggi impersonali della natura, come la scienza, ma sbaglia le associazioni: il principio di somiglianza fonda la magia omeopatica, quello di contatto la magia contagiosa. La religione nasce quando l’uomo, constatato il fallimento della magia, si affida a potenze personali da propiziare. La scienza torna all’idea di legge naturale, questa volta con il controllo sperimentale. Oggi lo schema è respinto come evoluzionistico, ma la tipologia della magia è ancora usata.

Perché Morgan è importante oltre l’evoluzionismo? Perché ha fondato lo studio comparato della parentela, distinguendo terminologie descrittive e classificatorie a partire dal lavoro sugli Irochesi. Inoltre lo schema di Ancient Society (1877) fu ripreso da Engels nel 1884, e questo gli diede una lunga vita nel pensiero marxista.

Boas e l’antropologia americana

Il particolarismo storico

Franz Boas (1858-1942), tedesco di formazione, emigrato negli Stati Uniti, è il padre dell’antropologia culturale americana. Lavorò a lungo con i Kwakiutl (oggi si preferisce Kwakwaka’wakw) della costa nord-occidentale. La sua posizione si chiama particolarismo storico: ogni cultura è il risultato di una storia specifica, fatta di contatti, prestiti e trasformazioni, e va studiata in sé prima di qualsiasi generalizzazione.

Boas è anche il grande critico del razzismo scientifico. Le sue misurazioni sui figli di immigrati negli Stati Uniti mostrarono che perfino la forma del cranio, che gli antropologi fisici consideravano un carattere razziale stabile, variava in una generazione con il cambiamento dell’ambiente. Il messaggio è netto: razza, lingua e cultura sono variabili indipendenti.

Infine il metodo: raccolta di testi nella lingua originale, attenzione alla lingua come chiave della cultura, lavoro sul campo prolungato. Molti suoi allievi diventarono figure centrali: Alfred Kroeber, Edward Sapir, Ruth Benedict, Margaret Mead.

Cultura e personalità: Benedict e Mead

Ruth Benedict, in Patterns of Culture (1934), sostiene che ogni cultura seleziona, tra le infinite possibilità del comportamento umano, un arco ristretto e lo integra in un “modello” coerente, quasi una personalità collettiva. Confronta gli Zuñi del Nuovo Messico, che chiama “apollinei” (misurati, cerimoniali), con i Kwakiutl, “dionisiaci” (eccesso, competizione), riprendendo la coppia di Nietzsche. Il limite è evidente: una cultura intera ridotta a un aggettivo. Ma l’idea che cultura e personalità si plasmino a vicenda ha avuto un’enorme fortuna.

Margaret Mead pubblica nel 1928 Coming of Age in Samoa: l’adolescenza a Samoa, scrive, non è il periodo di crisi che è in America, segno che quella crisi è culturale e non biologica. Nel 1983 Derek Freeman attaccò duramente quel libro, sostenendo che Mead era stata ingannata dalle sue informatrici e aveva proiettato su Samoa le proprie tesi. La controversia Mead-Freeman è un ottimo argomento d’orale: non per stabilire chi avesse ragione, ma per parlare dei limiti dell’etnografia, del ruolo dei preconcetti e del rapporto con gli informatori.

Sapir, Whorf e la lingua

Da Boas viene anche la linea che lega lingua e pensiero. L’ipotesi detta di Sapir-Whorf sostiene che la lingua che parliamo orienta il modo in cui categorizziamo il mondo. Nella versione forte (determinismo linguistico) è oggi largamente respinta; nella versione debole (la lingua influenza alcune abitudini di pensiero) è ancora discussa e studiata sperimentalmente. Se fai Lettere, è il punto dove l’antropologia tocca la linguistica: preparalo.

Cosa ti chiedono all’orale (Boas e la scuola americana)

Che cos’è il particolarismo storico? È la posizione di Boas contro l’evoluzionismo: ogni cultura ha una storia propria, fatta di diffusione e trasformazione locale, e non può essere collocata in uno schema universale di stadi. Ne derivano il lavoro sul campo prolungato, la raccolta di testi in lingua originale e la diffidenza verso le grandi generalizzazioni. Boas separò inoltre razza, lingua e cultura, dimostrando con le ricerche sui figli di immigrati la plasticità perfino dei caratteri fisici. È la base del relativismo culturale moderno.

Che cosa insegna la controversia fra Mead e Freeman? Mead (1928) aveva descritto un’adolescenza samoana serena, come prova del peso della cultura sul comportamento. Freeman (1983) la accusò di aver frainteso i dati e di essere stata ingannata dalle informatrici. Il dibattito mostra quanto l’etnografia dipenda dalle relazioni sul campo, dalla durata della ricerca e dalle domande teoriche dell’osservatore. È diventato un caso di scuola sulla riflessività.

Malinowski e la nascita del lavoro sul campo

Le isole Trobriand

Bronisław Malinowski (1884-1942), polacco formatosi poi a Londra, si trovava in Australia allo scoppio della Prima guerra mondiale. Era suddito austro-ungarico, quindi formalmente “nemico” in territorio britannico; gli fu permesso di proseguire le ricerche in Nuova Guinea. Fra il 1915 e il 1918 passò lunghi periodi nelle isole Trobriand. Il risultato è Argonauts of the Western Pacific (1922), il libro che fonda l’etnografia moderna.

L’osservazione partecipante

L’introduzione degli Argonauti è un manifesto di metodo, e la devi conoscere. Malinowski chiede tre cose all’etnografo: vivere a lungo tra i nativi, lontano dagli altri bianchi; imparare la lingua; ricostruire tanto la struttura della società quanto gli “imponderabili della vita reale”, cioè i dettagli quotidiani, e infine il punto di vista dell’indigeno. La formula da ricordare è proprio questa: cogliere “il punto di vista del nativo, il suo rapporto con la vita, la sua visione del suo mondo”.

C’è un rovescio della medaglia, scoperto dopo. Nel 1967 furono pubblicati i suoi diari privati (A Diary in the Strict Sense of the Term), pieni di noia, irritazione e giudizi sprezzanti sui trobriandesi. Lo scandalo fu grande. Per te è utile come esempio: l’etnografia pubblicata non racconta tutto della relazione sul campo.

Il kula

Il kula è uno scambio cerimoniale che collega un anello di isole. Circolano due tipi di oggetti: collane di conchiglie rosse (soulava) in senso orario, bracciali di conchiglie bianche (mwali) in senso antiorario. Non hanno uso pratico, nessuno li tiene a lungo, e il loro valore cresce con la storia degli scambi di cui sono stati oggetto. Accanto al kula si svolge anche un commercio utilitario, ma il kula in sé non è commercio: crea alleanze, prestigio, relazioni durature fra partner.

Il punto teorico è che l’economia non si spiega solo con l’utilità. Questo collega Malinowski a Mauss, di cui parliamo tra poco.

Il funzionalismo

La teoria di Malinowski si chiama funzionalismo. Ogni istituzione esiste perché risponde a bisogni, prima biologici (nutrizione, riproduzione, protezione), poi derivati (organizzazione, educazione, legge). La magia, per esempio, interviene là dove la tecnica non basta: i trobriandesi non usano la magia per pescare in laguna, dove la pesca è sicura, ma per la pesca d’alto mare, rischiosa. È un esempio che ricorre e che spiega bene la sua idea: la magia riduce l’ansia di fronte all’incerto.

Cosa ti chiedono all’orale (Malinowski)

Che cos’è l’osservazione partecipante e perché è una svolta? È il metodo descritto da Malinowski nell’introduzione agli Argonauti del Pacifico occidentale (1922): residenza lunga sul campo, apprendimento della lingua, partecipazione alla vita quotidiana, con l’obiettivo di cogliere il punto di vista del nativo. Segna il passaggio dall’antropologo da poltrona al ricercatore che produce i propri dati. I diari pubblicati nel 1967 hanno poi mostrato le tensioni nascoste dietro questo ideale.

Spiega il kula. È un circuito di scambio cerimoniale nelle isole Trobriand e vicine: collane rosse viaggiano in un senso, bracciali bianchi nell’altro. Gli oggetti non hanno valore d’uso, ma accumulano prestigio con la storia dei loro passaggi. Il kula crea relazioni stabili e reti politiche fra partner lontani. Mostra che lo scambio può avere funzioni sociali e simboliche prima che economiche.

Il dono: Marcel Mauss

Il Saggio sul dono

Marcel Mauss, nipote e allievo di Émile Durkheim, pubblica nel 1923-1924, sull’Année sociologique, il Saggio sul dono (Essai sur le don). Non ha mai fatto ricerca sul campo: lavora sui materiali di Malinowski, di Boas e di altri. Eppure è uno dei testi più influenti di tutte le scienze sociali.

La tesi in una frase: il dono, che sembra libero e gratuito, è in realtà regolato da tre obblighi, dare, ricevere e ricambiare. Rifiutare un dono è un’offesa; non ricambiarlo significa perdere la faccia o restare in una posizione di debito. Il dono è un “fatto sociale totale”, perché coinvolge contemporaneamente economia, diritto, religione, morale, estetica.

Hau e potlatch

Per spiegare l’obbligo di ricambiare, Mauss si appoggia al concetto maori di hau, lo “spirito della cosa donata”, che vorrebbe tornare al luogo d’origine. Lévi-Strauss, nella sua Introduzione all’opera di Marcel Mauss (1950), gli rimprovererà di aver preso per spiegazione una teoria indigena: il hau non è la causa dello scambio, ma il modo in cui i Maori lo pensano.

Il potlatch è la cerimonia dei popoli della costa nord-occidentale americana in cui un capo distribuisce, e talvolta distrugge, grandi quantità di beni per affermare il proprio rango. Mauss lo legge come forma “agonistica” del dono: si dona per sfidare, e chi non riesce a ricambiare in misura maggiore perde prestigio.

La fortuna del dono

Dopo Mauss il dono diventa una chiave per leggere anche le società moderne: i regali di Natale, l’ospitalità, la donazione del sangue. In Francia il gruppo del MAUSS (Movimento antiutilitarista nelle scienze sociali), con Alain Caillé, ne ha fatto una critica all’idea dell’homo oeconomicus. Ti basta sapere che esiste questa linea e perché: il dono mostra che le persone scambiano anche per creare legami.

Cosa ti chiedono all’orale (il dono)

Quali sono i tre obblighi del dono secondo Mauss? Dare, ricevere, ricambiare. Nessuno è davvero facoltativo: rifiutare un dono rompe la relazione, non ricambiarlo crea dipendenza o disonore. Mauss lo definisce un fatto sociale totale perché in esso si intrecciano dimensioni economiche, giuridiche, religiose e morali. Gli esempi principali sono il kula melanesiano e il potlatch nord-americano.

Qual è la critica di Lévi-Strauss a Mauss? Nell’Introduzione all’opera di Marcel Mauss (1950) Lévi-Strauss loda il saggio ma osserva che Mauss si è fatto “mistificare” dalla teoria indigena del hau. Per lui lo scambio va spiegato con strutture inconsce di reciprocità, non con la credenza in uno spirito della cosa. È un passaggio importante perché anticipa la svolta strutturalista.

Struttura sociale: Durkheim, Radcliffe-Brown, Evans-Pritchard

L’eredità di Durkheim

Émile Durkheim non è un antropologo in senso stretto, ma l’antropologia britannica e francese non si capisce senza di lui. Ti servono due concetti. Il fatto sociale: un modo di fare esterno all’individuo e capace di esercitare su di lui una costrizione. E la religione come rappresentazione della società: in Le forme elementari della vita religiosa (1912), costruito sui dati australiani, Durkheim distingue il sacro dal profano e sostiene che, attraverso il totem, il gruppo adora in fondo se stesso. Ricorda anche l’effervescenza collettiva, l’emozione dei momenti rituali che rinsalda il gruppo.

Lo struttural-funzionalismo

Alfred Reginald Radcliffe-Brown, contemporaneo di Malinowski e suo rivale, porta in Gran Bretagna l’approccio durkheimiano. La differenza con Malinowski si riassume così: per Malinowski un’istituzione serve a soddisfare bisogni individuali, per Radcliffe-Brown serve a mantenere la struttura sociale, cioè la rete delle relazioni fra persone e gruppi. Il suo modello è un organismo: ogni parte contribuisce alla conservazione del tutto. La sua prima grande monografia è The Andaman Islanders (1922), uscita nello stesso anno degli Argonauti.

Un saggio che spesso compare nei programmi riguarda le “relazioni scherzose” (joking relationships): rapporti istituzionalizzati in cui due persone possono, anzi devono, prendersi in giro e mancarsi di rispetto. Per Radcliffe-Brown servono a gestire relazioni che contengono insieme attaccamento e tensione, per esempio fra un uomo e i parenti della moglie.

Evans-Pritchard

Edward Evan Evans-Pritchard è l’autore di due classici. Il primo è Witchcraft, Oracles and Magic among the Azande (1937). Gli Azande del Sudan spiegano le disgrazie con la stregoneria, ma non in modo irrazionale. L’esempio famoso è quello del granaio: il granaio crolla perché le termiti ne hanno rosicchiato i sostegni, e questo gli Azande lo sanno benissimo. La stregoneria spiega un’altra cosa: perché sia crollato proprio quando sotto c’erano quelle persone. È una risposta al “perché proprio a me”, che la nostra spiegazione causale lascia scoperta. Il libro è al centro del dibattito sulla razionalità delle credenze.

Il secondo è The Nuer (1940), sui pastori nilotici del Sudan meridionale. Evans-Pritchard descrive una società senza Stato e senza capi stabili, che si mantiene ordinata grazie al sistema dei lignaggi segmentari. I gruppi si dividono e si ricompongono secondo il principio dell’opposizione: due segmenti in conflitto si uniscono contro un segmento più ampio. Sempre in quell’anno esce, a cura di Meyer Fortes ed Evans-Pritchard, African Political Systems, che distingue società con Stato e società acefale. Dai Nuer viene anche un’idea molto citata sul tempo: il “tempo ecologico”, scandito dalle stagioni e dalle attività con il bestiame, e il “tempo strutturale”, misurato dalla distanza fra gruppi sociali.

Cosa ti chiedono all’orale (struttura sociale)

Che differenza c’è fra il funzionalismo di Malinowski e quello di Radcliffe-Brown? Malinowski riconduce le istituzioni alla soddisfazione di bisogni, a partire da quelli biologici dell’individuo. Radcliffe-Brown, sulla scia di Durkheim, guarda alla struttura sociale: un’istituzione ha la funzione di contribuire alla continuità del sistema di relazioni. Il primo è più psicologico, il secondo più sociologico. Entrambi tendono però a descrivere le società come sistemi in equilibrio, e per questo sono stati criticati per la scarsa attenzione al conflitto e alla storia.

Perché la stregoneria zande non è irrazionale? Evans-Pritchard mostra che gli Azande conoscono le cause naturali degli eventi: il granaio crolla per le termiti. La stregoneria risponde a una domanda diversa, cioè perché la disgrazia abbia colpito proprio quelle persone in quel momento. Il sistema è coerente e dotato di procedure di verifica, come gli oracoli. Il libro (1937) è diventato il punto di partenza del dibattito sulla razionalità e sul relativismo.

Lévi-Strauss e lo strutturalismo

Il modello linguistico

Claude Lévi-Strauss (1908-2009) porta in antropologia il metodo della linguistica strutturale, che aveva conosciuto a New York frequentando Roman Jakobson durante la guerra. L’idea è che, come la fonologia studia le opposizioni fra fonemi e non i singoli suoni, l’antropologia debba studiare le relazioni fra gli elementi e non gli elementi isolati. Queste relazioni sono in gran parte inconsce: le persone le seguono senza saperle formulare, come parliamo una lingua senza conoscerne la grammatica.

Le strutture elementari della parentela

Nel 1949 esce Les structures élémentaires de la parenté. Il punto di partenza è il tabù dell’incesto, l’unica regola universale, che per Lévi-Strauss segna il passaggio dalla natura alla cultura. Il divieto di sposare le proprie donne ha un rovescio positivo: obbliga a cederle ad altri gruppi, e quindi a scambiare. La parentela diventa così un sistema di scambio fra gruppi di uomini, con le donne come oggetto dello scambio (un punto che la critica femminista ha discusso a fondo).

Lévi-Strauss distingue lo scambio ristretto, fra due gruppi che si cedono reciprocamente le donne, dallo scambio generalizzato, in cui A dà a B, B dà a C, C ritorna ad A. Il secondo crea catene di relazioni più ampie ma anche più rischiose. Nota come lo schema riprenda Mauss: la reciprocità come fondamento della società.

Il mito e il pensiero selvaggio

Il mito, per Lévi-Strauss, è un sistema che lavora su opposizioni (crudo/cotto, alto/basso, natura/cultura) e cerca di mediare contraddizioni che non si possono risolvere. Un mito non va letto da solo, ma insieme a tutte le sue varianti: anche quella di Freud sul mito di Edipo, dice provocatoriamente, è una variante del mito di Edipo. Il grande progetto è la tetralogia delle Mythologiques, aperta nel 1964 da Le cru et le cuit.

La pensée sauvage (1962) sostiene che il pensiero “selvaggio” non è prelogico, come aveva detto Lucien Lévy-Bruhl, ma un pensiero rigoroso che opera con qualità sensibili. La figura che lo rappresenta è il bricoleur, che costruisce con i materiali che ha a disposizione, contrapposto all’ingegnere che progetta i propri strumenti. Nello stesso libro c’è la polemica con Sartre sulla storia.

Tristi tropici

Tristes tropiques (1955) non è un trattato: è un libro di viaggio e di memorie sulle spedizioni in Brasile degli anni Trenta, fra i Bororo, i Nambikwara e altri gruppi. Si apre con la frase celebre “Odio i viaggi e gli esploratori”. Leggilo, anche solo i primi capitoli, perché contiene una riflessione sull’antropologo come figura sradicata e sulla responsabilità dell’Occidente.

Cosa ti chiedono all’orale (strutturalismo)

Perché il tabù dell’incesto è centrale per Lévi-Strauss? Perché è l’unica regola universale e, insieme, una regola: unisce l’universalità della natura e il carattere normativo della cultura, e segna il passaggio dall’una all’altra. Il suo significato positivo è l’obbligo di scambio, perché vietare le donne del proprio gruppo significa doverle cedere ad altri gruppi. Da qui nasce la teoria dell’alleanza esposta nelle Strutture elementari della parentela (1949), con la distinzione fra scambio ristretto e generalizzato.

Che cos’è il bricolage? È la figura con cui Il pensiero selvaggio (1962) descrive il pensiero mitico: un’attività che ricompone elementi già esistenti, presi da un repertorio finito, in configurazioni nuove. Il bricoleur si contrappone all’ingegnere, che lavora per concetti e progetta i propri strumenti. Lévi-Strauss vuole mostrare che si tratta di due modi di pensare ugualmente rigorosi, non di uno stadio inferiore e di uno superiore.

La parentela

Discendenza, alleanza, residenza

La parentela è la parte del programma che fa più paura, perché ha un lessico tecnico preciso. Studiala con carta e penna, disegnando gli schemi: il triangolo è il maschio, il cerchio la femmina, il segno “uguale” il matrimonio, la linea verticale la discendenza, quella orizzontale il legame fra germani (fratelli e sorelle).

Tre grandi assi organizzano ogni sistema. La discendenza stabilisce a quale gruppo appartieni per nascita: patrilineare (attraverso il padre), matrilineare (attraverso la madre), cognatica o bilaterale (attraverso entrambi, come da noi). L’alleanza riguarda il matrimonio e le regole su chi si può o si deve sposare: endogamia (dentro il gruppo), esogamia (fuori). La residenza dice dove va a vivere la coppia: patrilocale, matrilocale, neolocale, avunculocale (presso lo zio materno, tipica di alcune società matrilineari).

Lignaggio e clan

Il lignaggio è un gruppo di discendenti di un antenato comune, di cui si sanno ricostruire i passaggi genealogici. Il clan è un gruppo più ampio che si dice discendente da un antenato comune, spesso mitico o totemico, senza poter ricostruire i passaggi. La differenza è dunque fra genealogia dimostrabile e genealogia affermata.

Un caso che conviene saper spiegare è quello delle società matrilineari, come i trobriandesi studiati da Malinowski. Lì l’autorità sui figli spetta di solito al fratello della madre, non al padre, perché il bambino appartiene al gruppo della madre. Il padre è una figura affettiva, lo zio materno quella giuridica.

Terminologie

Le terminologie di parentela sono i sistemi di nomi con cui una lingua chiama i parenti. Già Morgan aveva distinto quelle descrittive (che distinguono, ad esempio, padre e zio) da quelle classificatorie (che raggruppano sotto lo stesso termine parenti che noi distinguiamo, per esempio il padre e i suoi fratelli). Oggi si usa una tipologia più fine, con nomi derivati da popoli specifici: eschimese (il nostro tipo: cugini distinti da fratelli), hawaiano (tutti i cugini chiamati come fratelli), irochese (cugini paralleli chiamati come fratelli, cugini incrociati distinti), e altri come sudanese, omaha e crow. I cugini paralleli sono figli di due fratelli o di due sorelle; quelli incrociati sono figli di un fratello e di una sorella. Questa distinzione è decisiva, perché in molti sistemi il matrimonio preferenziale è con la cugina incrociata.

La critica alla parentela

Negli anni Settanta e Ottanta David Schneider (A Critique of the Study of Kinship, 1984) sostenne che la parentela, come l’avevano studiata gli antropologi, era una proiezione dell’idea euro-americana che il sangue e la riproduzione biologica siano la base dei legami. Da qui, e dagli studi sulle nuove tecnologie riproduttive, nascono i cosiddetti nuovi studi sulla parentela, che parlano di “relatedness” (Janet Carsten): i legami si fanno anche condividendo il cibo, la casa, la cura.

Cosa ti chiedono all’orale (parentela)

Che differenza c’è fra lignaggio e clan? Entrambi sono gruppi di discendenza unilineare. Nel lignaggio i membri possono ricostruire genealogicamente il legame con l’antenato comune; nel clan il legame viene affermato ma non dimostrato, e l’antenato è spesso mitico o un totem. Un clan può contenere più lignaggi. In molte società i clan regolano l’esogamia, mentre i lignaggi gestiscono beni, terre e cariche.

Che cosa sono i cugini incrociati e perché contano? Sono i figli di germani di sesso diverso (il figlio del fratello di mia madre, la figlia della sorella di mio padre). I cugini paralleli sono invece figli di germani dello stesso sesso. In molte società i paralleli sono chiamati come fratelli e quindi non sono sposabili, mentre gli incrociati sono partner preferenziali. È il meccanismo alla base dello scambio matrimoniale studiato da Lévi-Strauss.

Il rito e il simbolo

Van Gennep e i riti di passaggio

Arnold van Gennep pubblica nel 1909 Les rites de passage. Osserva che i riti che accompagnano i cambiamenti di stato (nascita, iniziazione, matrimonio, morte, ma anche il passaggio di un confine o l’inizio di un anno) hanno una struttura comune in tre fasi: separazione (preliminare), margine (liminare), aggregazione (postliminare). La parola “liminare” viene da limen, la soglia: è il momento in cui la persona non è più ciò che era e non è ancora ciò che diventerà.

Victor Turner: liminalità e communitas

Victor Turner, che lavorò fra gli Ndembu dello Zambia, riprende e sviluppa la fase liminale. Nel Processo rituale (The Ritual Process, 1969) descrive gli iniziandi come “né qui né là”, spogliati del rango, spesso trattati come morti o come neonati. In questa condizione nasce la communitas, un legame egualitario e intenso che si contrappone alla struttura sociale gerarchica. Turner allarga poi il concetto alle società complesse con il termine “liminoide”, per indicare esperienze simili ma facoltative, come il teatro, il carnevale, i pellegrinaggi.

Ricorda anche il suo lavoro sui simboli: i simboli rituali sono “multivocali”, cioè condensano molti significati, e tendono a polarizzarsi fra un polo sensoriale (sangue, latte, corpo) e un polo ideologico (norme, valori). L’esempio ndembu è l’albero del latte, legato al latte materno e insieme alla matrilinearità.

Mary Douglas: puro e impuro

In Purity and Danger (1966) Mary Douglas riprende una vecchia definizione e la mette al centro della sua teoria: lo sporco è “materia fuori posto” (matter out of place). Non c’è nulla di sporco in sé: una scarpa è pulita in terra, sporca sul tavolo. Le regole di purezza dicono quindi qualcosa sul modo in cui una cultura classifica il mondo: è impuro ciò che non entra bene nelle categorie. Il suo esempio più famoso sono le prescrizioni alimentari del Levitico: il maiale è impuro non per motivi igienici, ma perché ha lo zoccolo fesso e non rumina, quindi non rientra nella categoria degli animali da pascolo “regolari”.

Cosa ti chiedono all’orale (rito)

Quali sono le fasi dei riti di passaggio? Van Gennep (1909) individua separazione, margine e aggregazione. Nella prima la persona si stacca dalla condizione precedente; nella seconda si trova in uno stato intermedio, spesso segnato da prove, isolamento e inversioni; nella terza viene reintegrata nel nuovo stato. Turner ha studiato in particolare la fase liminale, legandola alla communitas. Puoi applicare lo schema anche a riti contemporanei, come la laurea o il servizio militare.

Che cosa intende Mary Douglas con “materia fuori posto”? Che l’impurità non è una proprietà delle cose ma un effetto delle classificazioni. Una cosa diventa sporca quando sta dove non dovrebbe, o quando sfugge alle categorie del sistema. Per questo le regole di purezza sono un modo per proteggere l’ordine sociale e simbolico. L’analisi del Levitico in Purity and Danger (1966) è l’esempio classico.

L’antropologia interpretativa e la crisi della rappresentazione

Geertz e la descrizione densa

Clifford Geertz propone di vedere la cultura come una “ragnatela di significati” tessuta dall’uomo stesso, e l’antropologia come una scienza interpretativa in cerca di significato, non una scienza sperimentale in cerca di leggi. Il saggio di apertura dell’Interpretazione di culture (1973) introduce la “descrizione densa” (thick description), un’espressione che Geertz prende dal filosofo Gilbert Ryle. L’esempio è quello delle palpebre: un tic, un ammiccamento d’intesa e la parodia di un ammiccamento sono, fisicamente, lo stesso movimento. Una descrizione “sottile” registra il movimento; una descrizione densa ricostruisce i codici che lo rendono significativo.

Il saggio più letto è “Deep Play: Notes on the Balinese Cockfight”. Il combattimento dei galli a Bali è letto come un testo, una storia che i balinesi raccontano a se stessi su se stessi: status, rivalità, onore. L’antropologo legge la cultura “da sopra le spalle” di coloro a cui appartiene, come si legge un testo.

Writing Culture

Nel 1986 James Clifford e George Marcus curano Writing Culture: The Poetics and Politics of Ethnography. È il libro della cosiddetta svolta riflessiva o postmoderna. La tesi: l’etnografia è anche un genere di scrittura, con le sue convenzioni retoriche e la sua autorità costruita. Il celebre “io c’ero” dell’etnografo è una strategia testuale, e i testi etnografici sono “finzioni” nel senso di cose fatte, costruite (non di cose false). Ne segue un’attenzione nuova al dialogo, alla polifonia, alla posizione dell’antropologo.

Se vuoi fare un collegamento con gli esami di letteratura, questo è il punto: l’etnografia letta con gli strumenti della critica letteraria. Geertz stesso in Works and Lives (1988) analizza lo stile di Lévi-Strauss, Evans-Pritchard, Malinowski e Benedict.

Antropologia e colonialismo

Negli stessi anni si discute il rapporto fra antropologia e potere coloniale. Un testo di riferimento è Anthropology and the Colonial Encounter (1973), a cura di Talal Asad. E naturalmente Orientalism di Edward Said (1978), che non è un libro di antropologia ma ha cambiato il modo in cui l’Occidente pensa la rappresentazione dell’altro.

Cosa ti chiedono all’orale (svolta interpretativa)

Che cos’è la descrizione densa? È il metodo che Geertz, riprendendo Ryle, propone nell’Interpretazione di culture (1973). Non basta registrare un comportamento: bisogna ricostruire le strutture di significato che lo rendono comprensibile a chi lo compie. L’esempio è la differenza fra tic e ammiccamento, identici come movimenti e diversi come atti. Geertz lo applica al combattimento dei galli a Bali, letto come un testo sulla società balinese.

Qual è la tesi di Writing Culture? Il volume curato da Clifford e Marcus (1986) sostiene che l’etnografia è sempre anche scrittura, con convenzioni retoriche che costruiscono l’autorità dell’autore. Le etnografie sono “finzioni” nel senso di prodotti costruiti, non di testi inventati. Ne derivano la riflessività, l’attenzione alle voci degli interlocutori e alla politica della rappresentazione. I critici hanno obiettato che questa svolta rischia di rinchiudere l’antropologia nel testo.

L’antropologia italiana: de Martino e gli studi demologici

Ernesto de Martino

Questa sezione nei corsi italiani pesa molto, e giustamente. Ernesto de Martino (1908-1965) è la figura più originale dell’antropologia italiana del Novecento. Si forma nello storicismo crociano, poi si avvicina al marxismo e a Gramsci.

Il primo libro importante è Il mondo magico (1948). Qui nasce il concetto chiave di “crisi della presenza”: nei momenti critici (malattia, lutto, fame) l’individuo rischia di non esserci più come soggetto, di perdere la capacità di stare nella storia e di decidere. La magia è la risposta culturale a questo rischio: un insieme di tecniche che “riscattano” la presenza e la restituiscono al mondo dei valori.

Poi viene la stagione delle ricerche nel Sud d’Italia, fatte in équipe con medici, psichiatri, etnomusicologi, fotografi. Morte e pianto rituale nel mondo antico (1958) confronta il lamento funebre lucano con quello del mondo antico: il pianto rituale è un modo codificato di attraversare la crisi del lutto senza esserne travolti. Sud e magia (1959) studia la magia lucana, il malocchio, la fascinazione. La terra del rimorso (1961) è dedicata al tarantismo salentino: le persone “morse” dalla taranta, soprattutto donne, entrano in uno stato di crisi che si risolve con la musica e la danza, in un rito che si chiude con la visita alla cappella di San Paolo a Galatina. De Martino mostra che il tarantismo non è un fatto medico ma un dispositivo simbolico, legato a conflitti personali e sociali.

L’opera postuma La fine del mondo, uscita nel 1977 a cura di Clara Gallini, raccoglie i materiali sulle apocalissi culturali.

Gramsci e il folclore

Le Osservazioni sul folclore dei Quaderni del carcere sono il testo da cui parte gran parte della demologia italiana. Gramsci vede il folclore come “concezione del mondo e della vita” dei ceti subalterni, contrapposta alle concezioni ufficiali, e chiede di prenderlo sul serio, non come curiosità pittoresca.

Alberto Mario Cirese sviluppa questa linea in Cultura egemonica e culture subalterne (1971), che per decenni è stato un manuale di base. La sua idea dei “dislivelli interni di cultura” ti è utile: le differenze culturali non sono solo fra popoli lontani, ma anche dentro una stessa società, fra classi e gruppi.

Altri nomi

Puoi completare il quadro con Diego Carpitella, etnomusicologo che collaborò con de Martino nelle ricerche sul campo, e con le ricerche sulla cultura contadina e operaia di Luigi M. Lombardi Satriani. Per la teoria più recente, Francesco Remotti, già citato per l’antropopoiesi, ha scritto Contro l’identità (1996), una critica dell’identità come concetto fisso.

Cosa ti chiedono all’orale (de Martino)

Che cos’è la crisi della presenza? È il concetto che de Martino elabora nel Mondo magico (1948). Nei momenti critici l’individuo rischia di perdere la propria capacità di esserci come soggetto storico, di distinguersi dal mondo e agire. Le pratiche magiche e rituali sono tecniche culturali di protezione e di riscatto: permettono di attraversare la crisi senza esserne travolti. Il concetto torna in tutte le ricerche meridionali, dal pianto funebre al tarantismo.

Come interpreta de Martino il tarantismo nella Terra del rimorso? Il libro (1961) nasce da una ricerca d’équipe nel Salento nel 1959. De Martino mostra che il morso della taranta non spiega i sintomi: molte crisi si ripetono ogni anno nello stesso periodo e riguardano persone con conflitti irrisolti. Il rito musicale e coreutico, con la visita a San Paolo a Galatina, dà a queste crisi una forma e una possibile risoluzione. Il tarantismo è quindi un sistema simbolico di gestione del “rimorso”, del passato che ritorna.

Il mondo contemporaneo: globalizzazione, identità, migrazioni

La fine delle culture isolate

L’immagine classica dell’antropologo che studia un villaggio isolato non regge più, e forse non reggeva nemmeno prima. Oggi l’antropologia studia anche ospedali, laboratori, aziende, stazioni ferroviarie, comunità online. E soprattutto studia i flussi: di persone, merci, immagini, denaro.

Arjun Appadurai, in Modernity at Large (1996), propone cinque dimensioni dei flussi globali, che chiama “panorami” (-scapes): etnorami (persone in movimento), mediorami (immagini e informazioni), tecnorami, finanziorami e ideorami. Il punto importante è che i flussi non coincidono, e da questi scarti nascono le culture contemporanee. Appadurai insiste anche sull’immaginazione come pratica sociale: oggi le persone costruiscono la propria vita a partire da mondi immaginati che passano anche per i media.

Identità ed etnicità

Fredrik Barth, nell’introduzione a Ethnic Groups and Boundaries (1969), sposta l’attenzione dal “contenuto” culturale di un gruppo etnico ai confini che lo separano dagli altri. Un gruppo etnico non esiste perché ha certi tratti culturali, ma perché mantiene una distinzione fra “noi” e “loro”, anche quando i tratti cambiano. È la base delle teorie costruttiviste dell’etnicità.

Accanto a Barth ricorda L’invenzione della tradizione (The Invention of Tradition, 1983), a cura di Eric Hobsbawm e Terence Ranger: molte tradizioni che sembrano antichissime, come il kilt scozzese nella sua forma attuale, sono state create in epoca relativamente recente, spesso per scopi politici e nazionali.

Metodi di oggi

Il metodo resta l’etnografia, ma si è trasformato. Si parla di etnografia multisituata (George Marcus), che segue persone, oggetti o conflitti attraverso più luoghi. Si discute di etica della ricerca, di consenso informato, di restituzione dei risultati alle comunità. Si fa antropologia “a casa”, nel proprio paese, con il problema opposto a quello classico: rendere strano ciò che è familiare.

Cosa ti chiedono all’orale (contemporaneità)

Che cosa sono i “panorami” di Appadurai? In Modernity at Large (1996) Appadurai descrive la globalizzazione come un insieme di flussi disgiunti: etnorami, mediorami, tecnorami, finanziorami e ideorami. Non si muovono insieme né alla stessa velocità, e le culture locali nascono proprio dal modo in cui questi flussi si incontrano. Il concetto supera l’idea di una cultura legata a un territorio fisso. Appadurai sottolinea inoltre il ruolo dell’immaginazione come forza sociale.

Qual è il contributo di Barth agli studi sull’etnicità? Nell’introduzione a Ethnic Groups and Boundaries (1969) Barth sostiene che i gruppi etnici vanno studiati a partire dai confini che li separano, non dai tratti culturali che li riempiono. I contenuti possono cambiare mentre il confine resta. Questo approccio, detto costruttivista, considera l’identità etnica come un prodotto delle relazioni, non come un’essenza.

Fonti e approfondimenti

Manuali e strumenti

  • Ugo Fabietti, Roberto Malighetti, Vincenzo Matera, Dal tribale al globale. Introduzione all’antropologia, Bruno Mondadori.
  • Conrad Phillip Kottak, Antropologia culturale, McGraw-Hill (edizione italiana).
  • Ugo Fabietti, Francesco Remotti (a cura di), Dizionario di antropologia, Zanichelli, 1997.
  • Ugo Fabietti, Storia dell’antropologia, Zanichelli.
  • Francesco Remotti, Contro l’identità, Laterza, 1996.

Classici da leggere

  • Bronisław Malinowski, Argonauti del Pacifico occidentale (1922).
  • Marcel Mauss, Saggio sul dono (1923-1924).
  • Claude Lévi-Strauss, Tristi tropici (1955) e Il pensiero selvaggio (1962).
  • Clifford Geertz, Interpretazione di culture (1973).
  • Ernesto de Martino, Il mondo magico (1948), Sud e magia (1959), La terra del rimorso (1961).
  • Alberto Mario Cirese, Cultura egemonica e culture subalterne (1971).

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Antonio Garofano

Insegno letteratura italiana e latina e ho creato Aula di Letteratura per dare una mano agli studenti che preparano un'interrogazione o la maturità: spiegazioni chiare, parafrasi, analisi e riassunti dei testi che si studiano davvero a scuola, da Francesco d'Assisi a Montale. Mi appassiona l'intelligenza artificiale e da tempo provo a capire come usarla bene nello studio dei classici: come un supporto per orientarsi, ripassare e farsi domande, mai come scorciatoia al posto della lettura. I testi vanno letti, con calma, magari ad alta voce. Il resto viene dopo, e qui cerco di renderlo un po' più semplice.

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