TESTO INTEGRALE
La luna e i falò, Capitolo XXV di Cesare Pavese. Il testo è di pubblico dominio e lo riportiamo per uso didattico e divulgativo.
Fonte: Wikisource, dall’edizione Einaudi dei Romanzi (1961), trascritta da Wikisource. Testo rilasciato con licenza CC BY-SA 4.0.
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Capitolo XXV
Irene non la vidi mai disperata come la sorella, ma quando da due giorni non la chiamavano al Nido, se ne stava nervosa dietro la griglia del giardino oppure andava con un libro o il ricamo a sedersi nella vigna insieme a Santina, e di là guardava la strada. Quando partiva col parasole verso Canelli, era felice. Che cosa si dicessero con quel Cesarino, quel morto in piedi, non lo so; una volta ch’ero passato pedalando da matto verso Canelli e li avevo intravisti in mezzo alle gaggie, m’era parso che Irene, in piedi, leggesse in un libro e Cesarino seduto sulla proda davanti a lei la guardava.
Alla Mora un giorno era ricomparso quell’Arturo dagli stivali, s’era fermato sotto la terrazza, aveva parlato con Silvia che di lassú scrutava la strada, ma Silvia non l’aveva invitato a salire, gli aveva detto solamente che la giornata era pesante e quelle scarpe dal tacco basso — alzò un piede — a Canelli adesso si trovavano.
Arturo aveva chiesto strizzando l’occhio se suonavano i ballabili, se Irene suonava sempre. — Chiedilo a lei, — disse Silvia e guardò oltre il pino.
Irene non suonava quasi piú. Pare che al Nido non ci fossero pianoforti, che la vecchia non volesse saperne di vedere una ragazza slogarsi le mani sulla tastiera. Quando Irene andava in visita dalla vecchia, si prendeva la borsa col ricamo dentro, una grossa borsa ricamata di fiori verdi di lana, e nella borsa riportava a casa qualche libro del Nido che la vecchia le dava da leggere. Erano vecchi libri, foderati con del cuoio. Lei portava invece alla vecchia il giornale illustrato delle sarte — lo faceva comprare apposta a Canelli, tutte le settimane.
La Serafina e l’Emilia dicevano che Irene tirava il rocco a diventare contessa e che una volta il sor Matteo aveva detto: — State attente, ragazze. Ci sono dei vecchi che non muoiono mai.
Era difficile capire quanti parenti avesse a Genova la contessa — si diceva perfino che ce ne fosse uno vescovo. Avevo sentito raccontare che ormai la vecchia non teneva piú servitori né domestiche in casa, le bastavano le nipoti e i nipoti. Se era cosí, non capivo che speranze Irene aveva; per bene che le andasse, quel Cesarino doveva dividere con tutti. A meno che Irene si accontentasse di far la serva nel Nido. Ma quando mi guardavo intorno nei nostri beni — la stalla, i fienili, il grano, le uve — pensavo che forse Irene era piú ricca di lui e che magari Cesarino le parlava per metter lui le mani sulla sua dote. Quest’idea, pur facendomi rabbia, mi piacque di piú — mi pareva impossibile che Irene fosse tanto interessata da darsi via per ambizione, cosí.
Ma allora, dicevo, si vede proprio che è innamorata, che Cesarino le piace, ch’è l’uomo che lei muore di sposare. E avrei voluto poterle parlare, poterle dire che stesse attenta, che non si sprecasse con quella mezza cartuccia, con uno scemo che non usciva neanche dal Nido e stava seduto per terra mentre lei leggeva un libro. Almeno Silvia non sprecava cosí per niente le giornate e andava con qualcuno che valeva la pena. Se non fosse ch’ero soltanto un garzone e non avevo diciott’anni, magari Silvia sarebbe venuta anche con me.
Irene ci soffriva, anche. Quel contino doveva essere peggio di una ragazza mal allevata. Faceva i capricci, si faceva servire, sfruttava con cattiveria il nome della vecchia, e a tutto quanto Irene gli diceva o domandava rispondeva che no, che bisognava sentire, non fare passi sbagliati, tener presente chi era lui, la sua salute, i suoi gusti. Adesso era Silvia, le poche volte che non scappava sui bricchi o non si chiudeva dentro casa, a ascoltare i sospiri di Irene. A tavola — diceva l’Emilia — Irene teneva gli occhi bassi e Silvia li piantava in faccia a suo padre come avesse la febbre. Soltanto la signora Elvira discorreva asciutta asciutta, puliva il mento della Santina, accennava maligna all’occasione perduta del figlio del medico, a quel toscano, agli ufficiali, agli altri, a certe ragazze di Canelli piú giovani che già s’erano sposate e stavano per far battezzare. Il sor Matteo borbottava, non sapeva mai niente.
Intanto la storia di Silvia andava avanti. Quando non era disperata, incagnita, e si fermava nel cortile, nella vigna, era un piacere vederla, sentirla parlare. Certi giorni si faceva attaccare il biroccio e partiva sola, andava a Canelli, lo guidava lei come un uomo. Una volta chiese a Nuto se sarebbe andato a suonare al Buon Consiglio dove facevano la corsa dei cavalli — e voleva a tutti i costi comprare una sella a Canelli, imparare a montare il cavallo e correre con gli altri. Toccò a massaro Lanzone spiegarle che un cavallo che tira il biroccio ha dei vizi e non può correre una corsa. Si seppe poi che al Buon Consiglio Silvia voleva andare per trovarci quel Matteo e fargli vedere che sapeva stare a cavallo anche lei.
Questa ragazza, dicevamo noialtri, va a finire che si veste da uomo, corre le fiere e fa i giochi sulle corde. Giusto quell’anno era comparso a Canelli un baraccone dove c’era una giostra fatta di motociclette che giravano con un fracasso peggio della battitrice, e chi dava i biglietti era una donna magra e rossa, sui quaranta, che aveva le dita piene di anelli e fumava la sigaretta. Sta’ a vedere, dicevamo, che Matteo di Crevalcuore, quand’è stufo, mette Silvia a comandare una giostra cosí. Si diceva anche a Canelli che bastava, pagando il biglietto, piantare la mano in un certo modo sul banco e la rossa ti diceva subito l’ora che potevi tornare, entrare in quel carrozzone delle tendine e far l’amore con lei sulla paglia. Ma Silvia non era ancora a questo punto. Per quanto fosse come matta, era matta di capriccio per Matteo, ma cosí bella e cosí sana che molti l’avrebbero sposata anche adesso.
Succedevano cose da pazzi. Adesso lei e Matteo si trovavano in un casotto di vigna ai Seraudi, un casotto mezzo sfondato, sull’orlo di una riva dove la motocicletta non poteva arrivare, ma loro ci andavano a piedi e s’erano portata la coperta e i cuscini. Né alla Mora né a Crevalcuore quel Matteo si faceva vedere con Silvia non era mica per salvare il nome a lei ma per non essere preso di mezzo e doversi impegnare. Sapeva di non voler mantenere, e cosí si salvava la faccia.
Io cercavo di cogliere sulla faccia di Silvia i segni di quel che faceva con Matteo. Quel settembre quando ci mettemmo a vendemmiare, vennero come negli anni passati sia lei che Irene nella vigna bianca, e io la guardavo accovacciata sotto le viti, le guardavo le mani che cercavano i grappoli, le guardavo la piega dei fianchi, la vita, i capelli negli occhi, e quando scendeva il sentiero guardavo il passo, il sobbalzo, lo scatto della testa — la conoscevo tutta quanta, dai capelli alle unghie dei piedi, eppure mai che potessi dire «Ecco, è cambiata, c’è passato Matteo». Era la stessa — era Silvia.
Quella vendemmia fu per la Mora l’ultima allegria dell’anno. Ai Santi Irene si mise a letto, venne il dottore da Canelli, venne quello della Stazione — Irene aveva il tifo e ci moriva. Mandarono Santina in Alba con Silvia dai parenti, per salvarle dall’infezione. Silvia non voleva ma poi si rassegnò. Adesso correre toccò alla matrigna e all’Emilia. C’era una stufa sempre accesa nelle stanze di sopra, cambiavano Irene di letto due volte al giorno, lei straparlava, le facevano delle punture, perdeva i capelli. Noi andavamo e venivamo da Canelli per medicine. Fin che un giorno entrò una monaca in cortile; Cirino disse — Non arriva a Natale —; e l’indomani c’era il prete.