Inferno canto 13: Pier della Vigna e i suicidi

La selva dei suicidi e la storia di Pier della Vigna. Riassunto, parafrasi e analisi del canto 13 dell’Inferno. Preparati alla verifica senza ansia.

Antonio Garofano Antonio Garofano

Riassunto del canto XIII dell’Inferno

Passato il Flegetonte, Dante entra in un bosco senza sentieri, con foglie scure, rami nodosi e spine velenose al posto dei frutti. Sui rami fanno il nido le Arpie, uccelli mostruosi con il volto di donna. È il secondo girone del settimo cerchio, quello dei suicidi e degli scialacquatori. Dante sente lamenti ma non vede nessuno, finché Virgilio gli dice di spezzare un ramoscello. Dal ramo esce sangue insieme a una voce: è Pier della Vigna, che fu segretario di Federico II. Racconta che l’invidia della corte lo fece cadere in disgrazia e che si tolse la vita per sdegno, ma giura di non aver mai tradito il suo signore. Spiega poi come le anime dei suicidi diventano piante e che non riavranno mai il corpo. Arrivano di corsa due scialacquatori inseguiti da cagne nere, che sbranano uno di loro. Un cespuglio ferito, un fiorentino anonimo, chiude il canto.

Da ricordare

  • Il contrappasso: chi ha rifiutato il proprio corpo resta senza corpo, chiuso in un tronco.
  • Pier della Vigna parla con uno stile pieno di figure retoriche, lo stesso che usava nella cancelleria di Federico II.
  • Il ramo che sanguina riprende un episodio dell’Eneide, quello di Polidoro.
  • Gli scialacquatori, violenti contro i propri beni, vengono inseguiti e sbranati dalle cagne.
  • Il fiorentino del cespuglio ricorda il legame tra Firenze, Marte e il Battista, protettore della città.

Parafrasi del canto XIII dell’Inferno

Versi 1-15

Nesso non era ancora arrivato di là dal fiume quando entrammo in un bosco che nessun sentiero segnava. Le foglie non erano verdi ma di colore scuro, i rami non lisci ma nodosi e contorti, e non c’erano frutti ma spine con il veleno. Non hanno macchie così aspre e così fitte quelle fiere selvatiche che odiano i luoghi coltivati tra Cecina e Corneto. Qui fanno il nido le brutte Arpie, che cacciarono i Troiani dalle Strofadi con il triste annuncio delle sventure future. Hanno ali larghe, colli e volti umani, piedi con gli artigli e il grande ventre pennuto, e fanno lamenti sugli alberi strani.

Versi 16-30

E il buon maestro cominciò a dirmi: «Prima di andare più avanti sappi che sei nel secondo girone, e ci resterai finché non arriverai all’orribile sabbia. Perciò guarda bene, e vedrai cose che, se te le raccontassi, toglierebbero fede alle mie parole». Io sentivo da ogni parte trarre guai e non vedevo chi li facesse, così mi fermai tutto smarrito. Credo che lui credesse che io credessi che tante voci uscissero da gente nascosta da noi tra quei tronchi. Perciò il maestro disse: «Se spezzi un ramoscello da una di queste piante, i pensieri che hai si riveleranno tutti sbagliati».

Versi 31-45

Allora allungai un poco la mano e colsi un rametto da un grande pruno, e il suo tronco gridò: «Perché mi spezzi?». Poi, dopo che si fu fatto scuro di sangue, ricominciò a dire: «Perché mi strappi? Non hai nessuno spirito di pietà? Fummo uomini, e ora siamo diventati sterpi: la tua mano dovrebbe essere più pietosa anche se fossimo state anime di serpi». Come un tizzone verde che brucia da un capo e dall’altro geme e cigola per l’aria che ne esce, così da quel ramo spezzato uscivano insieme parole e sangue. Per questo lasciai cadere la cima e rimasi come un uomo che ha paura.

Versi 46-57

«Se lui avesse potuto credere prima, anima ferita», rispose il mio saggio, «ciò che ha visto solo nei miei versi, non avrebbe steso la mano contro di te. Ma la cosa incredibile mi ha fatto spingerlo a un’azione che pesa a me stesso. Ma digli chi fosti, così che come rimedio rinfreschi la tua fama nel mondo, dove gli è concesso tornare». E il tronco: «Mi alletti così con le tue dolci parole che non posso tacere, e a voi non dispiaccia se mi trattengo un poco a parlare».

Versi 58-78

«Io sono Pier della Vigna, colui che tenne tutte e due le chiavi del cuore di Federico II, e che le girai, chiudendo e aprendo, così dolcemente che allontanai quasi ogni altro dal suo segreto. Fui così fedele al glorioso incarico che ci persi il sonno e la salute. La prostituta che non distolse mai gli occhi dalla corte di Cesare, morte comune e vizio delle corti, infiammò contro di me tutti gli animi, e gli infiammati infiammarono Augusto, tanto che gli onori lieti si trasformarono in tristi lutti. Il mio animo, per un gusto sdegnoso, credendo di sfuggire al disprezzo con la morte, mi rese ingiusto contro me stesso, che ero giusto. Per le nuove radici di questo legno vi giuro che non ruppi mai la fede al mio signore, che fu così degno d’onore. E se uno di voi torna nel mondo, conforti la mia memoria, che giace ancora per il colpo che le diede l’invidia».

Versi 79-90

Il poeta aspettò un poco e poi mi disse: «Visto che tace, non perdere tempo, ma parla e chiedigli, se vuoi sapere di più». Gli risposi: «Domandagli tu ciò che credi possa soddisfarmi, perché io non potrei: tanta pietà mi stringe il cuore». Perciò ricominciò: «Così quest’uomo faccia volentieri ciò che le tue parole chiedono, spirito incarcerato, ti piaccia ancora dirci come l’anima si lega in questi nodi, e dicci, se puoi, se qualcuna si libera mai da queste membra».

Versi 91-108

Allora il tronco soffiò forte, e poi quel vento si trasformò in queste parole: «Vi risponderò in breve. Quando l’anima feroce si stacca dal corpo da cui lei stessa si è sradicata, Minosse la manda al settimo cerchio. Cade nella selva e non le è scelto un posto, ma dove la fortuna la scaglia lì germoglia come un chicco di spelta. Spunta come un virgulto e poi come una pianta selvatica: le Arpie, nutrendosi delle sue foglie, le danno dolore e al dolore una via d’uscita. Come le altre anime, andremo a riprendere i nostri corpi, ma nessuna se li rivestirà, perché non è giusto avere ciò che uno si toglie. Li trascineremo qui, e per la triste selva saranno appesi i nostri corpi, ciascuno al pruno della sua ombra nemica».

Versi 109-129

Stavamo ancora attenti al tronco, credendo che volesse dirci altro, quando fummo sorpresi da un rumore, come chi sente arrivare il cinghiale e la caccia verso il suo posto, e sente le bestie e le frasche che si spezzano. Ed ecco due a sinistra, nudi e graffiati, che fuggivano così forte da rompere ogni ramo del bosco. Quello davanti gridava: «Ora accorri, accorri, morte!». E l’altro, che si sentiva troppo lento, gridava: «Lano, le tue gambe non furono così agili alle giostre del Toppo!». E forse perché gli mancava il fiato, si raccolse con un cespuglio in un unico groviglio. Dietro di loro la selva era piena di cagne nere, affamate e veloci come levrieri liberati dalla catena. Misero i denti in quello che si era nascosto, lo fecero a brani e poi portarono via quelle membra doloranti.

Versi 130-151

Allora la mia guida mi prese per mano e mi condusse al cespuglio, che piangeva inutilmente dalle ferite sanguinanti. «O Iacopo da Santo Andrea», diceva, «che ti è servito farti riparo di me? Che colpa ho io della tua vita colpevole?». Quando il maestro gli fu sopra, disse: «Chi fosti tu, che da tante punte soffi fuori con il sangue un discorso doloroso?». E lui a noi: «O anime che siete arrivate a vedere lo strazio indegno che mi ha separato dalle mie fronde, raccoglietele ai piedi del triste cespuglio. Io fui della città, Firenze, che cambiò il suo primo patrono, Marte, con il Battista, per cui quello con la sua arte la renderà sempre triste. E se non fosse che sul passaggio dell’Arno resta ancora qualche immagine di lui, quei cittadini che poi la rifondarono sulla cenere lasciata da Attila avrebbero lavorato invano. Io feci della mia casa la mia forca».

Testo del canto XIII dell’Inferno

1Non era ancor di là Nesso arrivato,
2quando noi ci mettemmo per un bosco
3che da neun sentiero era segnato.

4Non fronda verde, ma di color fosco;
5non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
6non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.

7Non han sì aspri sterpi né sì folti
8quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
9tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.

10Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
11che cacciar de le Strofade i Troiani
12con tristo annunzio di futuro danno.

13Ali hanno late, e colli e visi umani,
14piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;
15fanno lamenti in su li alberi strani.

16E ’l buon maestro “Prima che più entre,
17sappi che se’ nel secondo girone”,
18mi cominciò a dire, “e sarai mentre

19che tu verrai ne l’orribil sabbione.
20Però riguarda ben; sì vederai
21cose che torrien fede al mio sermone”.

22Io sentia d’ogne parte trarre guai
23e non vedea persona che ’l facesse;
24per ch’io tutto smarrito m’arrestai.

25Cred’ïo ch’ei credette ch’io credesse
26che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
27da gente che per noi si nascondesse.

28Però disse ’l maestro: “Se tu tronchi
29qualche fraschetta d’una d’este piante,
30li pensier c’ hai si faran tutti monchi”.

31Allor porsi la mano un poco avante
32e colsi un ramicel da un gran pruno;
33e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”.

34Da che fatto fu poi di sangue bruno,
35ricominciò a dir: “Perché mi scerpi?
36non hai tu spirto di pietade alcuno?

37Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
38ben dovrebb’esser la tua man più pia,
39se state fossimo anime di serpi”.

40Come d’un stizzo verde ch’arso sia
41da l’un de’ capi, che da l’altro geme
42e cigola per vento che va via,

43sì de la scheggia rotta usciva insieme
44parole e sangue; ond’io lasciai la cima
45cadere, e stetti come l’uom che teme.

46“S’elli avesse potuto creder prima”,
47rispuose ’l savio mio, “anima lesa,
48ciò c’ ha veduto pur con la mia rima,

49non averebbe in te la man distesa;
50ma la cosa incredibile mi fece
51indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.

52Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece
53d’alcun’ammenda tua fama rinfreschi
54nel mondo sù, dove tornar li lece”.

55E ’l tronco: “Sì col dolce dir m’adeschi,
56ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
57perch’ïo un poco a ragionar m’inveschi.

58Io son colui che tenni ambo le chiavi
59del cor di Federigo, e che le volsi,
60serrando e diserrando, sì soavi,

61che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi;
62fede portai al glorïoso offizio,
63tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.

64La meretrice che mai da l’ospizio
65di Cesare non torse li occhi putti,
66morte comune e de le corti vizio,

67infiammò contra me li animi tutti;
68e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
69che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.

70L’animo mio, per disdegnoso gusto,
71credendo col morir fuggir disdegno,
72ingiusto fece me contra me giusto.

73Per le nove radici d’esto legno
74vi giuro che già mai non ruppi fede
75al mio segnor, che fu d’onor sì degno.

76E se di voi alcun nel mondo riede,
77conforti la memoria mia, che giace
78ancor del colpo che ’nvidia le diede”.

79Un poco attese, e poi “Da ch’el si tace”,
80disse ’l poeta a me, “non perder l’ora;
81ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace”.

82Ond’ïo a lui: “Domandal tu ancora
83di quel che credi ch’a me satisfaccia;
84ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora”.

85Perciò ricominciò: “Se l’om ti faccia
86liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
87spirito incarcerato, ancor ti piaccia

88di dirne come l’anima si lega
89in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
90s’alcuna mai di tai membra si spiega”.

91Allor soffiò il tronco forte, e poi
92si convertì quel vento in cotal voce:
93“Brievemente sarà risposto a voi.

94Quando si parte l’anima feroce
95dal corpo ond’ella stessa s’è disvelta,
96Minòs la manda a la settima foce.

97Cade in la selva, e non l’è parte scelta;
98ma là dove fortuna la balestra,
99quivi germoglia come gran di spelta.

100Surge in vermena e in pianta silvestra:
101l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
102fanno dolore, e al dolor fenestra.

103Come l’altre verrem per nostre spoglie,
104ma non però ch’alcuna sen rivesta,
105ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.

106Qui le strascineremo, e per la mesta
107selva saranno i nostri corpi appesi,
108ciascuno al prun de l’ombra sua molesta”.

109Noi eravamo ancora al tronco attesi,
110credendo ch’altro ne volesse dire,
111quando noi fummo d’un romor sorpresi,

112similemente a colui che venire
113sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
114ch’ode le bestie, e le frasche stormire.

115Ed ecco due da la sinistra costa,
116nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
117che de la selva rompieno ogne rosta.

118Quel dinanzi: “Or accorri, accorri, morte!”.
119E l’altro, cui pareva tardar troppo,
120gridava: “Lano, sì non furo accorte

121le gambe tue a le giostre dal Toppo!”.
122E poi che forse li fallia la lena,
123di sé e d’un cespuglio fece un groppo.

124Di rietro a loro era la selva piena
125di nere cagne, bramose e correnti
126come veltri ch’uscisser di catena.

127In quel che s’appiattò miser li denti,
128e quel dilaceraro a brano a brano;
129poi sen portar quelle membra dolenti.

130Presemi allor la mia scorta per mano,
131e menommi al cespuglio che piangea
132per le rotture sanguinenti in vano.

133“O Iacopo”, dicea, “da Santo Andrea,
134che t’è giovato di me fare schermo?
135che colpa ho io de la tua vita rea?”.

136Quando ’l maestro fu sovr’esso fermo,
137disse: “Chi fosti, che per tante punte
138soffi con sangue doloroso sermo?”.

139Ed elli a noi: “O anime che giunte
140siete a veder lo strazio disonesto
141c’ ha le mie fronde sì da me disgiunte,

142raccoglietele al piè del tristo cesto.
143I’ fui de la città che nel Batista
144mutò ’l primo padrone; ond’ei per questo

145sempre con l’arte sua la farà trista;
146e se non fosse che ’n sul passo d’Arno
147rimane ancor di lui alcuna vista,

148que’ cittadin che poi la rifondarno
149sovra ’l cener che d’Attila rimase,
150avrebber fatto lavorare indarno.

151Io fei gibetto a me de le mie case”.

Testo dall’edizione digitale di Wikisource (CC BY-SA).

Analisi del canto

Un bosco che non somiglia a nessun altro

Il secondo girone del settimo cerchio è una selva senza sentieri, e Dante la descrive per negazioni: «Non fronda verde, ma di color fosco; / non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti» (vv. 4-5). Sui rami fanno il nido le Arpie, mostri dal volto di donna. Dante sente lamenti ma non vede nessuno, e Virgilio gli dice di spezzare un ramoscello. Dal ramo esce sangue insieme alle parole: «Perché mi schiante?» (v. 33). La scena viene dal terzo libro dell’Eneide, dove Enea strappa un arbusto dalla tomba di Polidoro.

Pier della Vigna

L’albero è Pier della Vigna, segretario e uomo di fiducia di Federico II. Racconta di aver tenuto «ambo le chiavi» del cuore dell’imperatore (v. 58), finché l’invidia dei cortigiani non lo fece cadere in disgrazia. Accusato di tradimento e accecato, si uccise in carcere. Il suo discorso è elaborato, pieno di figure retoriche, come la prosa della cancelleria in cui eccelleva. E contiene un’idea paradossale, perfetta per spiegare il suicidio: «ingiusto fece me contra me giusto» (v. 72). Pier giura di non aver mai tradito il suo signore e chiede a Dante di riabilitarne la memoria.

Il contrappasso e gli scialacquatori

Chi ha separato con violenza l’anima dal corpo non lo riavrà più: dopo il giudizio i corpi saranno appesi ai rami. Nella seconda parte del canto entrano in scena gli scialacquatori, che hanno distrutto i propri beni. Inseguiti da cagne nere, vengono sbranati tra i cespugli. Il canto si chiude con un anonimo suicida fiorentino che si è impiccato in casa propria. Firenze ritorna ancora una volta, come una ferita che il poema non smette di toccare.

Per l’interrogazione

  • È il canto in cui il contrappasso arriva alla forma più estrema: chi ha rifiutato il proprio corpo diventa un albero.
  • Non confondete la simpatia per Pier della Vigna, calunniato ed eloquente, con un’assoluzione. È anche un canto politico: la corte, l’invidia, il rapporto con il potere.
  • Errori frequenti: confondere suicidi e scialacquatori, dimenticare le Arpie, raccontare solo Pier e saltare la seconda metà con le cagne nere.
  • Tre citazioni da tenere pronte: il ramo spezzato («Perché mi schiante?»), il discorso di Pier, l’inseguimento degli scialacquatori.

Domande frequenti

Perché i suicidi sono diventati alberi?

Chi ha rifiutato il proprio corpo non lo riavrà: l’anima, gettata nella selva, germoglia come una pianta secca e contorta. Il bosco è descritto per negazioni, «Non fronda verde, ma di color fosco», e dopo il Giudizio i corpi resteranno appesi ai rami.

Come Dante scopre che le piante parlano?

Su invito di Virgilio spezza un ramoscello, e dal tronco escono insieme sangue e parole: «Perché mi schiante?». È Pier delle Vigne, e la scena riprende l’episodio di Polidoro nel terzo libro dell’Eneide.

Chi era Pier delle Vigne?

Il potente segretario di Federico II, che teneva «ambo le chiavi» del suo cuore. Accusato di tradimento per invidia della corte, fu accecato e si uccise in carcere. Giura di essere innocente: «già mai non ruppi fede / al mio segnor».

Chi sono le anime inseguite dalle cagne nere?

Gli scialacquatori, violenti contro i propri beni: Lano da Siena e Iacopo da Sant’Andrea scappano nudi tra i rovi e vengono sbranati. Il canto si chiude con un anonimo fiorentino che si impiccò in casa: «Io fei gibetto a me de le mie case».

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