Acèdia

Antonio Garofano Antonio Garofano 5 min di lettura

Acèdia · Pronuncia: /aˈtʃɛːdja/ · Sillabazione: a-cè-dia

Acedia (o acèdia) è la forma dotta della parola più comune accidia, e indica uno stato di torpore spirituale, di tristezza e di indifferenza verso il bene, che toglie la voglia di agire. Nella tradizione cristiana è uno dei vizi capitali; nella lingua moderna è diventata anche un modo per descrivere la noia profonda, la svogliatezza, la perdita di slancio vitale. È una parola dalla storia lunghissima, che attraversa la spiritualità monastica, la teologia medievale, Dante, Petrarca e la riflessione contemporanea sulla malinconia.

Significato

  • Senso religioso: pigrizia e tristezza nei confronti delle cose spirituali; disgusto per la preghiera e per l’impegno verso il bene.
  • Senso morale e comune: inerzia, svogliatezza, noia, trascuratezza dei propri doveri.
  • Senso letterario: stato d’animo di malinconia paralizzante, vicino a ciò che oggi chiameremmo depressione o apatia.
  • Categoria: sostantivo femminile
  • Varianti: accidia (forma popolare e più diffusa), acedia (forma dotta, più vicina al latino)
  • Aggettivo: accidioso
  • Registro: colto; religioso e letterario

Etimologia

La parola risale al greco akēdía, composto dell’alfa privativo e di kêdos, «cura, sollecitudine»: significava quindi «mancanza di cura, incuria, indifferenza». Attraverso il latino ecclesiastico acedia è arrivata in italiano in due forme: quella dotta, acedia, e quella popolare, accidia, che si è affermata nell’uso. L’idea originaria è dunque quella di chi non si prende più cura di nulla, neppure di sé stesso.

La storia di un vizio

Il concetto nasce nel monachesimo orientale del IV secolo. Evagrio Pontico, che visse tra gli eremiti del deserto egiziano, la inserì tra gli otto pensieri malvagi che tentano il monaco e la descrisse come il «demone meridiano», che colpisce nelle ore calde del giorno: il monaco guarda continuamente il sole, gli sembra che il tempo non passi, desidera abbandonare la cella. Giovanni Cassiano diffuse questa dottrina in Occidente.

Nel VI secolo Gregorio Magno riorganizzò la lista dei vizi in sette, e l’acedia finì per confondersi in parte con la tristezza. Nel Medioevo Tommaso d’Aquino la definì come una tristezza di fronte al bene spirituale: non semplice pigrizia fisica, ma un rifiuto interiore della gioia che dovrebbe accompagnare la vita dello spirito. Nel linguaggio comune, però, l’accidia è diventata sempre più sinonimo di pigrizia.

L’accidia in Dante

Dante colloca gli accidiosi in due luoghi della Commedia. Nel canto VII dell’Inferno, secondo un’interpretazione diffusa, essi sono immersi nel fango della palude Stigia e gorgogliano parole che non riescono a pronunciare: confessano di essere stati «tristi» nell’aria dolce rallegrata dal sole, portando dentro un «accidioso fummo». La pena rispecchia la colpa: chi ha soffocato la gioia di vivere resta soffocato nel fango. Nel Purgatorio, nella quarta cornice (canti XVII e XVIII), gli accidiosi espiano invece correndo senza sosta: l’amore lento verso il bene viene corretto con uno zelo instancabile. Per orientarsi nella struttura morale del poema si possono consultare la guida all’Inferno e quella al Purgatorio.

L’accidia in Petrarca

Nel Secretum, il dialogo immaginario con sant’Agostino, Petrarca riconosce in sé una malattia dell’animo che il suo interlocutore chiama accidia: un’angoscia che lo prende e lo tormenta, facendogli sentire con dolore la miseria della condizione umana. Qui il vizio medievale assume i tratti di una sofferenza interiore moderna, vicina alla malinconia. È uno dei passaggi più studiati per capire l’introspezione petrarchesca.

Acedia, abulia, noia

La parola ha affinità con altri termini che descrivono l’indebolimento della volontà e del desiderio. L’abulia è l’incapacità di volere e ha un’origine medica; la noia, nella riflessione di Leopardi e poi nel romanzo novecentesco, è il sentimento del vuoto dell’esistenza. L’acedia conserva invece una dimensione morale e spirituale: è una colpa, o almeno una malattia dell’anima, che si può combattere. Per il significato più diffuso della parola si veda anche la scheda su accidia.

Esempi d’uso

  • «I padri del deserto temevano l’acedia più di ogni altra tentazione, perché svuotava la vita monastica dall’interno.»
  • «Nei pomeriggi d’estate lo coglieva una specie di acedia, e i libri restavano chiusi sul tavolo.»
  • «La critica ha letto la malinconia del Secretum come una forma di accidia.»

Sinonimi e contrari

Sinonimi: accidia, torpore, indolenza, ignavia (con sfumatura diversa), svogliatezza, tedio, malinconia. Contrari: zelo, fervore, sollecitudine, alacrità, entusiasmo.

Perché l’acedia interessa ancora

Negli ultimi decenni diversi studiosi e scrittori hanno riscoperto l’acedia come chiave per leggere alcuni disagi contemporanei: la difficoltà di concentrarsi, il senso di vuoto, la fuga continua verso distrazioni che non soddisfano. Il monaco che guardava il sole aspettando che il tempo passasse assomiglia, per certi aspetti, a chi oggi scorre senza sosta uno schermo senza trovare ciò che cerca. Questo confronto va fatto con prudenza, perché il concetto antico ha un significato religioso preciso; ma può offrire un buon punto di partenza per un collegamento tra letteratura, filosofia e attualità, per esempio sul tema del tempo o della noia. Per sviluppare il tema si veda il collegamento sul tempo.

Domande frequenti

Acedia e accidia sono la stessa cosa?

Sì, sono due forme della stessa parola: acedia è la forma dotta, accidia quella popolare e più comune.

Dove sono gli accidiosi nella Divina Commedia?

Nell’Inferno, secondo l’interpretazione più diffusa, nella palude Stigia del canto VII; nel Purgatorio nella quarta cornice.

Che cos’è il demone meridiano?

È il nome con cui i monaci del deserto indicavano l’acedia, che li tentava nelle ore più calde del giorno.

Aggiornato il
Condividi:

Join the discussion

Ask questions, share your stack, or drop feedback for the next article.

0 comments